Gay pride

Ho due domande, che mi faccio e vi faccio, dopo la bella festa del 16 giugno.

Prima domanda. Perché gli omosessuali danno, politicamente e non solo, tanto fastidio?

In fin dei conti, quella dell’eguaglianza dei diritti non dovrebbe nemmeno essere una questione. La Dichiarazione d’indipendenza americana è del 1776 e afferma nel Preambolo: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità“. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti” (articolo 1).

Roba troppo vecchia? Passiamo alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Preambolo: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo“. Articolo 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“. Articolo 2: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione“.

E la Costituzione italiana? Dice addirittura qualcosa di più. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Soltanto l’estrema destra non si riconosce in questi principi, per ideologia oltre che per pratica politica. Si può forse accomunare a questa posizione la Lega, anche se ne ignoro l’ideologia al di là del folclore padano-celtico (che puzza un po’ di “sangue e suolo”). Tutti gli altri, liberali e liberisti, socialisti e riformatori, gli stessi partiti d’ispirazione cristiana [cito in proposito il Compendio della dottrina sociale della Chiesa redatto dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace: “Nella visione del Magistero, il diritto allo sviluppo si fonda sui seguenti principi: unità d’origine e comunanza di destino della famiglia umana; eguaglianza tra ogni persona e tra ogni comunità basata sulla dignità umana; destinazione universale dei beni della terra; integralità della nozione di sviluppo; centralità della persona umana; solidarietà” (paragrafo 446; il corsivo è mio)] riconoscono il valore universale dell’eguaglianza.

Riformulo la domanda: Come si concilia questo con la discriminazione degli omosessuali? Con la mancanza di eguali diritti?

Seconda domanda. Quanti sono gli omosessuali?

Chi di voi legge abitualmente questo blog sa che una delle mie aree d’interesse è la cultura quantitativa, la battaglia per affermare il principio che si ragiona meglio e si assumono decisioni migliori se ci si documenta sulla dimensione quantitativa, se si estende alle decisioni della vita pubblica quello che facciamo abitualmente nelle nostre decisioni private: fare qualche conto! Per questo mi pongo e vi pongo questa domanda: non per schedare gli omosessuali, ma per capire insieme la dimensione del problema e, quindi, se sia ragionevole liquidarlo con un’alzata di spalle o con una battuta.

Una conferma indiretta del fatto che la questione sia “politica” scaturisce dalla considerazione che gli omofobi tendono a presentare stime molto basse (secondo loro, l’incidenza degli omosessuali sulla popolazione sarebbe dell’1%) e le associazioni militanti stime elevate (almeno il 10%). È uno dei tanti esempi in cui il dato statistico non è il punto di partenza quantitativo comune su cui si confrontano diverse strategie politiche, ma uno degli argomenti usati contro l’avversario; non il terreno di gioco, ma la mazza da baseball!

Vorrei tenermi fuori da questo e presentare qualche ordine di grandezza reperito in letteratura. Tra l’altro, la faccenda è complicata dalla differenza tra esperienze e comportamenti occasionalmente, sistematicamente ed esclusivamente omosessuali eccetera: il solito problema dei metadati.

La stima più famosa dell’incidenza degli omosessuali maschi è il 10% riportato dal Rapporto Kinsey (Sexual Behavior in the Human Male, 1948). In realtà, Kinsey gradua i comportamenti omosessuali (Kinsey era un behaviourista) su una scala crescente da 1 a 6: dal 37% dei maschi (almeno un’esperienza omosessuale condotta fino all’orgasmo), al famoso 10% (comportamenti esclusivamente o quasi esclusivamente omosessuali per almeno 3 anni nel periodo di vita tra i 16 e i 55 anni), al 4% (comportamenti esclusivamente o quasi esclusivamente omosessuali per tutta la vita). Un articolo di rassegna pubblicato da Science nel 1989, che prendeva in considerazione altre 4 rilevazioni campionarie statunitensi, produceva, con qualche cautela, una stima simile: tra il 5 e il 7% della popolazione maschile. Le stime relative all’incidenza dell’omosessualità femminile sono grosso modo la metà.

Tanto per fare un ragionamento, facciamo conto che gli omosessuali siano il 2% della popolazione adulta e supponiamo che vadano a votare per affermare i loro diritti: poiché i votanti per la Camera dei deputati alle scorse politiche sono stati poco meno di 40.000.000, stiamo parlando di 800.000 voti. Tanto per dare un’idea, l’Udeur di Mastella ha preso poco più di 500.000 voti (10 seggi), la Federazione dei verdi meno di 800.000 (15 seggi), l’Italia dei valori di Di Pietro 875.000 (16 seggi), i Comunisti italiani di Diliberto poco più (sempre 16 seggi). Nella Casa delle libertà, la Democrazia cristiana di Rotondi, che pontifica su tutti i canali nazionali, ha ottenuto 4 seggi con 285.000 voti. Sopra il 7% che rappresenta l’estremo superiore della forchetta di Science ci sono soltanto L’Ulivo, Forza Italia e Alleanza nazionale.

Forse non ci sono le condizioni politiche per un partito, ma i numeri per una grande battaglia civile sì.

Albicocca

Giusto per la decenza (faccio finta che sia una roba colta invece di una stupida fobia): io sapevo che veniva dall’arabo (al-barquq o al-berquq), ma non sapevo che a sua volta l’arabo l’avesse preso dal latino praecócum, variante di praecócem, perché maturava prima della pesca. Mah!

Comunque, oggi mangiavo un’albicocca. Ogni anno ci provo, più d’una volta. Sempre ne sono deluso: non sento quel sapore acidulo e profumato, dolce ma con una punta di bruschino, tipico delle albicocche d’antan. Niente. Le albicocche sanno di nulla, o di patata (nel senso cattivo del termine) o di acerbo. Mai dell’albicocca che ricordo, che deliziava la mia giovinezza.

Qualche traccia dell’antico gusto d’albicocca si trova ancora in qualche marmellata, non nelle caramelle (troppo dolci e artificiali), in tracce nel profumo delle fresie. E mi sono sempre domandato: ma possibile che la nostra tecnologia, che manda l’uomo sulla luna, che mette su un chip milioni di macchine logiche, che fabbrica cuori artificiali, che modifica geneticamente i pomodori affinché non ammuffiscano eccetera eccetera eccetera, possibile che la nostra tecnologia non sia in grado di ridare il loro sapore alle albicocche? Eppure con le fragole c’è (quasi) riuscita!

Oggi mi è caduto il velo dagli occhi e ho capito. Appartengo all’ultima generazione (quella dei baby boomer) che può ricordare il sapore vero delle albicocche (Alzheimer permettendo). La tecnologia costa, perché dannarsi l’anima? Stanno semplicemente aspettando che moriamo tutti. Poi, del sapore delle albicocche si sarà persa la memoria. La tecnologia è paziente.

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Bip & Go colpisce ancora

Riassunto delle puntate precedenti: Metroroma sta installando dei nuovi tornelli (dal costo di oltre 73.000 euro l’uno) in alcune stazioni della Linea B e abolendo il varco abbonati (in tutte le stazioni). Nel post precedente sollevavo dei dubbi sulla razionalità dell’operazione e ponevo alcune domande: nessuno mi ha risposto. In compenso, la campagna pubblicitaria si è fatta asfissiante: ai manifesti si è aggiunta RomaRadio, la radio che sei costretto ad ascoltare nelle stazioni della metro, anche se non vuoi.

Qualche risposta me la posso dare da solo: i nuovi varchi non possono essere “banalizzati”, cioè essere trasformati da entrate in uscite e viceversa secondo necessità, un po’ come accade ai caselli dell’autostrada. Quindi se, come pavento, è stato fatto un errore di progettazione, ce lo terremo, fino a quando non si troveranno i soldi (nostri, non dimentichiamocelo) e la faccia tosta per rimediare.

Altra domanda: le code? Non ancora. ma certamente sono aumentati i disagi, soprattutto per gli abbonati, cioè i viaggiatori abituali, i clienti fedeli, quelli che il trasporto pubblico (se agisse in modo “imprenditoriale” e non burocratico) dovrebbe cercare di tenersi ben stretti, trattandoli meglio.

C’è un fattore che avevo sottovalutato. L’abbonato (che ipotizziamo in regola con l’abbonamento) non deve “obliterare” un biglietto (3 secondi), ma avvicinare il chip della sua tessera a un sensore. Se funziona, nessun problema: il tornello scatta, l’abbonato passa. Ma se non funziona, s’accende una luce rossa, risuona un fastidioso beep e il tornello resta chiuso. A questo punto l’abbonato si volta, chiede scusa alle persone dietro di lui, si sposta a un altro tornello, fa la sua fila se deve, e riprova. Di nuovo due possibilità: o funziona, o no. Altro giro, altra penitenza.

Così all’infinito? Magari. I tornelli sono tutt’altro che infiniti: sono 3, 4, forse 7 nelle stazioni più grandi. Qualcuno è sempre “fuori servizio”. Riprendiamo l’esempio di Eur Fermi: 3 varchi, quello centrale guasto da almeno 15 giorni. Esauriti senza successo i 2 tentativi possibili, l’abbonato che fa? Si rivolge al personale di stazione, se c’è: ma allora abbiamo speso 73.000 euro a varco senza nessun risparmio per Metroroma e con un danno non nullo (anche se difficile da quantificare) per gli utenti. Se non rischiasse di suonare volgare direi: “Complimenti! Bel c… di capolavoro!”. E se il personale di stazione non c’è: allora l’abbonato (in piena regola, ricordiamocelo) ritenta. Per ipotesi, è il suo tempo a essere infinito. Me lo immagino già, a metà mattina, nella stazione torrida e vuota (tutti quelli che dovevano andare al lavoro sono ormai partiti), che ogni tanto riprova. Fischietta, fa finta di niente, si volta di scatto, avvicina la tessera. Niente: beep! O forse si troveranno in più d’uno. Si scambieranno consigli. Qualcuno porterà uno sgabello. Dopo un po’, si diffonderà la voce e arriveranno gli ambulanti: panini, caffè, acqua minerale, coca!

Marcovaldo.

OK, direte voi, ma quanto è probabile che succeda? Non lo so, ma la domanda non la dovete fare a me. Quello che posso dirvi io è che succede, mi è successo. sono uno di quei fanatici che quando fu introdottio il chip elettronico lo passava alla macchinetta, perché immaginava il grande computer del trasporto pubblico che raccoglieva tutte quelle informazioni sugli spostamenti e ottimizzava il servizio. Ma gli errori erano frequenti, abbastanza per farmi abbandonare il gioco. La domanda, invece, la facciamo insieme a Metroroma, perché delle due l’una: o l’hanno rilevato, e allora ce lo devono dire; o non l’hanno fatto, e allora sono degli incompetenti.

Hotel Rwanda

Hotel Rwanda, 2004, di Terry George, con Don Cheadle e Sophie Okonedo.

Sono troppo turbato per poter scrivere una vera recensione.

Dico soltanto che ho avuto l’onore di conoscere il comandante Roméo Dallaire (il personaggio interpretato da Nick Nolte) a un’iniziativa di Amnesty, un uomo che non si è mai ripreso da quanto ha vissuto in quei giorni.

Lascio parlare per me la recensione di Salon (qui il testo integrale):

 

It makes perfect dramatic sense that the colonel, a soldier frustrated by the idiot orders that designated U.N. soldiers “peacekeepers” but prevented them from doing anything that might actually bring about an end to the killing (this is not a pacifist film), would speak in exactly those disgusted tones. (It’s the disgust you find in “Shake Hands With the Devil,” the memoir by the man who is the basis for Nolte’s character, Lt. Gen. Roméo Dallaire, who was the commander of the U.N. forces in Rwanda.)

The lines make even more sense when you compare them with the words being said at the time by American officials in response to the genocide, words you can find in the excoriating section on Rwanda in Samantha Power’s “‘A Problem From Hell’: America and the Age of Genocide.” Prudence Bushnell, then deputy assistant secretary of state in the Clinton administration, remembers being told, “Look, Pru, these people do this from time to time.” After the evacuation of foreign nationals, Sen. Bob Dole said, “I don’t think we have any national interest there. The Americans are out, and as far as I’m concerned, in Rwanda, that ought to be it.” The Clinton administration consistently opposed use of the word “genocide,” and a position paper from the secretary of defense’s office warned, “Be careful … Genocide finding could commit [the U.S. government] to actually ‘do something.'” “Hotel Rwanda” lets us hear the actual exchange between State Department shill Christine Shelly and Reuters reporter Alan Elsner when Shelly said that “acts of genocide” were taking place in Rwanda but, despite Elsner’s attempts to pin her down, insisted that she could not claim those acts constituted “genocide.”

Frank Lloyd Wright

Nato l’8 giugno 1867, Frank Lloyd Wright compirebbe oggi 140 anni (è comunque morto nel 1959, a 92).

Forse il più importante e influente architetto americano. Sostenitore dell’open plan e creatore della prairie house (edifici bassi e sviluppati in larghezza, tetti spioventi, linee nette, terrazze, materiali a vista…) tra il 1900 e il 1917.

La sua opera più famosa è la Casa della cascata (Fallingwater), realizzata tra il 1935 e il 1939, qui sotto in due immagini.

La villa che esplode alla fine di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni non è di Frank Lloyd Wright ma di un suo allievo, Paolo Soleri. L’unico riferimento (“Poco distante, la casa che in Zabriskie Point Antonioni fa esplodere. Matteo ci racconta che Antonioni e Soleri si sono conosciuti e forse brevemente frequentati durante le riprese del film”) l’ho trovato qui.

Vaticano, Mussolini e Tordesillas

Oggi – data di ratifica dei Patti Lateranensi firmati da Mussolini l’11 febbraio – lo Stato sovrano della Città del Vaticano compie 78 anni. Lo ricordo per mettere le cose un po’ in prospettiva:

  1. prima di questa data il potere temporale della Chiesa romana non aveva un riconoscimento di diritto internazionale da parte dello Stato italiano;
  2. stiamo parlando a tutti gli effetti di uno Stato estero, cui permettiamo di interferire continuamente sulla politica interna (se lo facesse San Marino, anche soltanto per commentare la scelta del CT della nazionale di calcio, il Governo convocherebbe l’ambasciatore alla Farnesina!).

Per una coincidenza dovuta alle ironie della storia, oggi ricorre anche l’anniversario del Trattato di Tordesillas, firmato tra i sovrani di Spagna e Portogallo nel 1494. Come vedrete dall’articolo di Wikipedia che riporto qui sotto, è una delle pagine più folli e comiche della storia. In una botta sola, colonialismo e pirateria. Se non ci fossero tutti quei morti di mezzo, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Anche il quel caso, all’origine di tutto il casino c’è più d’un Papa che si impiccia di questioni terrene.

Trattato di Tordesillas
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Trattato di Tordesillas, folio 1 recto, Biblioteca Nazionale di Lisbona


Trattato di Tordesillas, folio 1 recto, Biblioteca Nazionale di Lisbona

Il Trattato di Tordesillas (firmato a Tordesillas, in Castiglia, il 7 giugno 1494) divise il mondo al di fuori dell’Europa in un duopolio esclusivo tra l’Impero spagnolo e l’Impero portoghese lungo il meridiano nord-sud, 370 Leghe (1.770 km) a ovest delle Isole di Capo Verde (al largo della costa del Senegal, nell’Africa Occidentale), corrispondenti approssimativamente a 46° 37′ O. Le terre ad est di questa linea sarebbero appartenute al Portogallo e quelle ad ovest alla Spagna […].

Il trattato era inteso a risolvere la disputa che si era creata a seguito del ritorno di Cristoforo Colombo. Nel 1481, la Bolla papale Aeterni regis aveva garantito tutte le terre a sud delle Isole Canarie al Portogallo. Nel maggio 1493, Papa Alessandro VI (spagnolo di nascita) decretò nella Bolla Inter caetera, che tutte le terre a ovest di un meridiano a sole 100 leghe dalle Isole di Capo Verde dovevano appartenere alla Spagna, mentre le nuove terre scoperte a est di quella linea sarebbero appartenute al Portogallo, anche se i territori già sotto il dominio cristiano sarebbero rimasti intatti. Naturalmente re Giovanni II del Portogallo non ne fu felice, e aprì dei negoziati con il re Ferdinando II d’Aragona e la regina Isabella I di Castiglia per spostare la linea più a ovest, sostenendo che il meridiano si sarebbe esteso attorno a tutto il globo, limitando il controllo spagnolo in Asia. Il trattato sarebbe effettivamente andato contro alla Bolla di Alessandro VI ma venne sancito da Papa Giulio II con una nuova Bolla del 1506.

Poca parte dell’area appena spartita era già stata visitata, e venne spartita in base al trattato. La Spagna guadagnò territori comprendenti tutte le Americhe. La parte più orientale dell’odierno Brasile, quando venne scoperta nel 1500 da Pedro Alvarez Cabral, venne garantita al Portogallo. Anche se la linea si estendeva in Asia, all’epoca misurazioni accurate della longitudine erano impossibili[…]. La linea non venne fatta rispettare rigorosamente, e gli spagnoli non resistettero all’espansione portoghese del Brasile al di là meridiano.

Alle restanti nazioni europee che conducevano esplorazioni, come Francia, Inghilterra e Paesi Bassi venne esplicitamente negato l’accesso alle nuove terre, lasciando loro unicamente opzioni come la pirateria, fino a quando (come fecero in seguito) non rigettarono l’autorità papale sulla divisione delle terre non ancora scoperte. Il punto di vista assunto dai governanti di queste nazioni viene incarnato dalla citazione attribuita a Francesco I di Francia, che chiese che gli venisse mostrata la clausola nelle volontà di Adamo che escludeva la sua autorità sul Nuovo mondo.

Con il viaggio attorno al globo di Magellano, sorse una nuova disputa. Anche se entrambe le nazioni concordavano che la linea doveva correre lungo tutto il globo, dividendo il mondo in due metà uguali, non era chiaro dove questa dovesse essere tracciata dall’altra parte del mondo. In particolare, entrambe le nazioni sostenevano che le Molucche (importanti come fonti di spezie) si trovassero nella loro metà del mondo. Dopo nuove negoziazioni, il Trattato di Saragozza del 1529 decise che la linea doveva passare a 297,5 leghe a ovest delle Molucche. La Spagna ricevette in cambio un risarcimento monetario.

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Bip & Go: cronaca di un disastro annunciato

Dal 3 maggio 2007 è iniziata l’operazione Bip & Go (così, in inglese, segno di modernità).

La miriade di manifesti affissi in tutte le stazioni – va da sé che il battage pubblicitario è pagato dagli utenti, che non ne traggono nessun vantaggio, perché sono messi di fronte a una decisione già presa e il contenuto informativo dei cartelloni è inversamente proporzionale al dispiego di grafica – non spiega molto.

Boris, pignolo e sospettoso, è andato sul sito di Metroroma ed è in grado di riportare la spiegazione dell’azienda:

Con il via nella fermata di Bologna della linea B della metro, oggi è iniziata l’operazione di chiusura dei varchi d’ingresso nella sotterranea romana. Inizialmente verranno effettuati i lavori nella stazioni della linea B che termineranno entro fine giugno; subito dopo sarà la volta della linea A con l’ultimazione delle installazioni dei tornelli prevista per fine luglio. L’investimento del Comune di Roma, pari a circa 11 milioni di euro, prevede sia il recupero dell’evasione tariffaria, sia l’aumento dei livelli di sicurezza nelle 49 stazioni delle due linee della metropolitana. In realtà tutti gli accessi diverranno protetti e automatizzati completamente in quanto i varchi si apriranno solo presentando un titolo di viaggio valido, cioè abilitato. Con l’occasione sarà abolito anche lo spazio riservato agli abbonati fino ad oggi presidiato dagli addetti. Entro il prossimo mese di ottobre, poi, l’operazione continuerà con l’installazione di circa 150 varchi riammodernati ed installati nelle 26 stazioni considerate “strategiche” per numero di passeggeri delle ferrovie in concessione.

L’unica notizia vera in questo comunicato stampa: l’azienda risparmierà sul “presidio” degli addetti al varco abbonati. Che sia un risparmio è chiaro, se si traduce in una riduzione del personale di stazione. Ma che in questo modo aumenti la sicurezza degli utenti, sia in senso tecnico (cioè in caso di incidente o di guasto tecnico), sia come presidio per la micro- o macro-criminalità non mi pare proprio. A meno che il personale resti nei paraggi, insieme ai vigilantes, ma non controlli più l’esibizione della tessera, e a questo punto non ci guadagnano più né l’azienda né i passeggeri.

Ma in realtà, quello che voglio fare qui è un discorso il più possibile quantitativo. Non ho tutti gli elementi, ma mi auguro che qualcuno mi possa aiutare a integrare le informazioni mancanti. Spero, anzi, che MetroRoma e ATAC dissipino i miei dubbi. Per una volta, preferirei avere torto.

Cominciamo da un’osservazione. In tutte le stazioni della metropolitana ci sono più uscite che ingressi. A EUR Fermi, direzione Rebibbia, ad esempio, ci sono 3 ingressi e più di 10 uscite. Il rapporto è più o meno lo stesso in tutte le stazioni. Tutto questo ha un senso: si entra alla spicciolata e si esce tutti insieme (dopo che è arrivato il treno). Spero, anche se non ne sono sicuro, che gli ingegneri dell’azienda dei trasporti abbiano fatto i loro conti e non si siano limitati a un ragionamento qualitativo.

Quali conti avrebbero dovuto fare? Quello del numero dei passeggeri in entrata e in uscita e quello del tempo necessario in media a passare il varco. Soltanto così, in media, avrebbero potuto evitare il formarsi di code (che è un problema di tempo, ma anche di costi per gli utenti – il tempo è denaro – e di sicurezza – nessuno vorrebbe incontrare un ostacolo alla fuga in caso d’emergenza).

Ammesso che i conti siano stati fatti a suo tempo (nel 1990, quando la linea B è stata ammodernata e prolungata), i conti non sono più validi adesso. Il biglietto del 1990 doveva essere semplicemente timbrato (operazione che richiedeva una frazione di secondo, diciamo circa 1/3), mentre il biglietto attuale deve essere inserito (nel verso giusto!), risucchiato dalla macchinetta, stampato su 3 righe da una stampante a impatto e restituito dalla macchinetta. Mia valutazione: 3 secondi se tutto va bene! Quindi, la capacità di ogni varco è diminuita di 10 volte: nel tempo in cui prima passavano 10 persone ora ne passa una sola (può darsi che i miei calcoli siano imprecisi, ma il ragionamento reggerebbe anche se avessi fatto un errore del 50% in più o in meno). E infatti, qualche coda si forma già ora, soprattutto nelle stazioni più trafficate, come Termini, ma anche a EUR Fermi quando arriva un autobus extraurbano.

Se la situazione non è ancora drammatica oggi, è perché gli abbonati (e forse anche i “portoghesi”) sono molti. Non sono riuscito a trovare sul sito dell’ATAC il numero degli abbonati, ma mi sembra di aver letto da qualche parte che esprimono la maggioranza dei viaggi! D’ora in poi, gli abbonati non dovranno più semplicemente “esibire la tessera al passaggio”, ma avvicinare il chip alla macchinetta e attendere il segnale verde (e, se leggo bene il comunicato stampa, l’apertura fisica del varco). Se c’è un non abbonato davanti a loro, attendere i famosi 3 secondi. Se c’è una coda, ancora più tempo.

Facciamo un calcolo per difetto. Secondo il sito dell’ATAC, nel 2006 la metropolitana di Roma ha trasportato 287 milioni di passeggeri. Ipotizziamo (ma è un’ipotesi irrealistica, e vedremo perché) che si distribuiscano regolarmente nei 365 giorni dell’anno (786.301 al giorno), nelle 18 ore di servizio giornaliero (43.683 all’ora), nei 60 minuti di ogni ora (728 al minuto), nei 60 secondi di ogni minuto (12,13 al secondo) e, infine, nelle 48 stazioni della metropolitana (0,25 al secondo). Siamo al limite (ogni passeggero ha 4 secondi per “obliterare il titolo di viaggio” e abbiamo ipotizzato che ne bastino 3, e poi c’è più di un varco per stazione), ma non al disastro.

Ma l’ipotesi non è realistica: ci sono giorni dell’anno più affollati (i mesi in cui sono aperte le scuole, i giorni feriali, i giorni di pioggia, i giorni di fine mese quando sono finiti i soldi) e giorni meno (l’estate, i festivi…); ore di punta e ore “morte” (il mattino presto e la sera tardi); stazioni più affollate di altre… Qui è in agguato il disastro – o almeno il nostro disagio.

Un altro fattore che influisce è il numero dei varchi attivi in ogni stazione. Se ci sono 3 varchi, come a EUR Fermi, uno guasto riduce la capacità di assorbimento di un terzo; se ce ne sono 10, “soltanto” del 10%.

L’unica speranza è che i nuovi varchi che saranno installati (150 in 26 stazioni – a proposito 150 varchi a un costo di 11 milioni di euro fa 73.333 euro a varco: spero di aver letto male! sono varchi o SUV?) possano essere “banalizzati”, cioè essere trasformati da entrate in uscite e viceversa secondo necessità, un po’ come accade ai caselli dell’autostrada.

Spero di essermi sbagliato, davvero!

Lettera a una professoressa

Cade in questi giorni il 40esimo anniversario della pubblicazione di Lettera a una professoressa (e anche della morte di Lorenzo Milani).

Per me e per molti della mia generazione è stato un libro fondamentale.

Mi limito qui a riportare l’articolo comparso su Eguaglianza & Libertà, Rivista di critica sociale.

Mi fa piacere ritrovare su questo intervento il riferimento all’articolo di Sebastiano Vassalli (“Don Milani, che mascalzone”) su La Repubblica del 30 giugno 1992: da allora non compro più quel giornale.

‘Lettera a una professoressa’ 40 anni dopo

Fu pubblicata nel maggio 1967, dopo un paio d’anni di gestazione. Il mese dopo don Lorenzo Milani moriva a soli 44 anni. La Libreria Editrice Fiorentina ripropone il celebre testo, accompagnato da una ricca documentazione e da testimonianze

B. L.

A quarant’anni dalla prima edizione, la Libreria Editrice Fiorentina ripubblica Lettera a una professoressa, scritta dalla Scuola di Barbiana. In questa edizione la Lettera è accompagnata da testi che ne ricostruiscono la vicenda, documenti inediti, interventi di vari personaggi che in un modo o nell’altro hanno incrociato nella loro vita e nel loro impegno questo testo.

Come ci ricorda l’editore Giannozzo Pucci nella nota introduttiva al volume, “nei confronti della Lettera a una professoressa ci sono stati, e ci sono ancora, due atteggiamenti opposti. Da una parte la chiusura totale, il rifiuto di seguirne il filo, la condanna preventiva. Chiunque, invece, si sia avvicinato a questo libro con un minimo di mancanza di pregiudizi non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale”.

Sintomatica di questa “divisione degli spiriti” fu una polemica accesa nel 1992, in occasione del 25° anniversario della Lettera, sulle pagine di “Repubblica” da un intervento dello scrittore Sebastiano Vassalli (Don Milani, che mascalzone, “La Repubblica” 30 giugno 1992). L’articolo di Vassalli e le più significative delle reazioni che suscitò si possono leggere nella documentazione che, nella riedizione attuale della LEF, precede il testo della Lettera. Vassalli, rifacendosi in parte a un libello dell’ex insegnante ed ex preside Roberto Berardi (Lettera a una professoressa. Un mito degli anni sessanta), demoliva pezzo per pezzo la fatica della scuola di Barbiana: dal metodo al linguaggio ai contenuti, fino a farne una sorta di “libretto rosso” che – al dire dei suoi detrattori – avrebbe contribuito alla demolizione della scuola pubblica e al disimpegno di tanti giovani rispetto alla disciplina dell’imparare.

Numerose furono le reazioni a difesa di don Milani. Alcune (ad esempio quelle di Gentiloni, Vattimo, Gozzini) sottolineavano in questo attacco a don Milani un momento di un più vasto tentativo di regolare i conti con la cultura di sinistra, alimentato dal clima instaurato dalla vittoria politica dello schieramento di destra raccolto attorno a Silvio Berlusconi. Altri (come De Mauro, Pampaloni, Ferrarotti, Starnone), sia pure con accentuazioni diverse, entravano più nel dettaglio dei contenuti della proposta pedagogica del priore di Barbiana, sottolineandone l’originalità e la bruciante attualità. Ma anche sulle colonne del quotidiano dei vescovi “Avvenire” scesero in campo a difesa della memoria di don Milani dei sacerdoti, come Sandro Lagomarsini e Raffaello Ciccone (oggi responsabile della Pastorale del lavoro della Diocesi di Milano), il quale ultimo titolava il suo articolo “Don Milani, maestro di civiltà” (“Avvenire”, 25 luglio 1992). Ripercorrere quella polemica, e anche le prime reazioni della stampa nel 1967, è tuttora di grandissimo interesse per cogliere le molte sfaccettature della proposta di Barbiana e dell’eco che ebbe e ancora merita di avere.

È attuale ancor oggi la lezione di Barbiana? Lo è per più versi, ma soprattutto su un punto richiamato da Giannozzo Pucci: “La Lettera a una professoressa resta una proposta di conversione personale più attuale che mai. Anche perché nel classismo di don Milani schierato coi poveri, c’è qualcosa di più di una teoria sociale o politica, qualcosa di più di una riforma istituzionale, c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui”.

Tra gli interventi pubblicati, segnaliamo quelli di Bruno Manghi e di Mario Capanna.

Il primo richiama la diffusione “vasta e diretta” che la Lettera ebbe nel sindacato, in particolare nella Cisl e nella Fim-Cisl, e l’influenza esercitata nel forte impegno dei sindacati di allora sul fronte della scuola e dell’istruzione, che ebbe sbocco nell’esperienza delle 150 ore. “Il sindacalismo italiano – scrive Manghi – seppe affiancare a una veemente stagione di conflitti un’opera di costruzione sociale positiva, coinvolgendo mondi più vasti di quello strettamente operaio. (…) Rispetto a don Milani, si trattava ovviamente di riportare la sua lezione nel mondo degli adulti, senza però smarrire la passione per il sapere, anche quello non immediatamente impiegabile, che aveva segnato Barbiana”.

Capanna rivendica l’apporto positivo della Lettera alla stagione del ’68, a “quegli anni formidabili”, nei quali “ci aiutò a studiare come pazzi (contrariamente alla vulgata secondo cui avremmo coltivato l’ignoranza), certo in modo nuovo e anche divertendoci. Il Sessantotto è stato il mondo che, per la prima volta, è riuscito a guardarsi. E a vedersi. Il merito è stato anche di Lettera a una professoressa. Che ci aiuta ancora a volgere lo sguardo verso l’orizzonte”.

Tra i contenuti della documentazione che precede il testo, è di straordinario interesse la ricostruzione che Sandra Gesualdi fa delle genesi della lettera, alla presenza di un don Milani ormai distrutto dalla malattia (sarebbe morto un mese dopo la pubblicazione, il 26 giugno 1967), ma sempre attivo e vigile sul lavoro dei suoi alunni. Viene riportata anche la prefazione che per la Lettera aveva scritto il grande architetto Giovanni Michelucci, che intratteneva un intenso rapporto con don Milani. Malgrado l’entusiasmo dell’architetto, la prefazione non venne pubblicata, perché – scrive Sandra Gesualdi – “fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporla all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione”. L’ultimo dei contributi presenti nella documentazione è del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, del quale viene pubblicato l’intervento alla quinta “Marcia a Barbiana” del maggio 2006.

Su Lettera una professoressa e su don Milani esiste un ricchissimo materiale: se ne può avere un’idea navigando con Google o Yahoo. Segnaliamo comunque i seguenti siti, nei quali è possibile trovare ampi materiali biografici, testi, commenti, ricostruzioni storiche: www.barbiana.it (del Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana); www.donmilani.info; www.marciadibarbiana.it (il sito ufficiale della VI Marcia, 20 maggio 2007).Il sito della Fondazione don Lorenzo Milani è attualmente in costruzione.

Penso sia utile, per comprendere l’attualità di Lettera a una professoressa, leggere la documentazione dell’Istat sulla dispersione scolastica:

Nel 2006, in Italia l’incidenza degli abbandoni scolastici, misurata attraverso la rilevazione sulle forze di lavoro, è pari al 21 per cento, risultando superiore di sei punti a quella registrata nella media dell’Ue25. In una graduatoria dei paesi membri, l’Italia si trova al quartultimo posto, con valori dell’indicatore superati solo da Spagna, Portogallo e Malta. La distanza rispetto al traguardo fissato per il 2010, pari a non più del dieci per cento, è ancora ampia.
Sulla base della definizione ora ricordata, nel nostro Paese le persone con esperienza di abbandono scolastico precoce sono circa 900 mila” (Istat, Rapporto annuale, p. 200).

Amnesty International

Oggi Amnesty – fondata nel 1961 – compie 46 anni.

Buon compleanno e grazie di esistere!

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La rivolta del ghetto di Varsavia

Il 16 maggio 1943 la rivolta del ghetto di Varsavia fu considerata conclusa, con l’atto simbolico della distruzione della sinagoga.

Il comandante tedesco Jürgen Stroop stilò un rapporto finale, in cui affermava tra l’altro: “180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L’azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia… Il numero totale degli ebrei spacciati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato.”

L’ordine di distruggere il ghetto di Varsavia era stato impartito il 1° febbraio. Gli abitanti avevano costruito bunker e passaggi sotterranei, utilizzando le fogne e i condotti per l’acqua. La battaglia era iniziata il 19 aprile quando, in coincidenza con la Pesach, la pasqua ebraica, 2.000 soldati tedeschi (821 appartenenti alle micidiali Waffen-SS) invasero il ghetto. Al fuoco delle armi leggere e alle granate dei difensori, i tedeschi opposero il cannoneggiamento e l’incendio delle case. La carenza d’ossigeno prodotta dagli incendi provocò la morte di 6.000 persone. Altre 7.000 furono uccise nella battaglia. 50.000 vennero deportate, per lo più a Treblinka, e sterminate.

Le case superstiti vennero rase al suolo e il luogo – coerentemente con l’osceno senso del teatro dei nazisti – venne destinato alle esecuzioni di prigionieri e ostaggi polacchi. In seguito vi venne costruito il campo di concentramento di Varsavia.

Testimone della rivolta del ghetto e della successiva rivolta di Varsavia del 1944 (un’azione della resistenza polacca terminata altrettanto tragicamente) fu il pianista Wladyslaw Szpilman. La sua autobiografia è diventata un bel film di Roman Polanski, Il pianista.