Lettera a una professoressa

Cade in questi giorni il 40esimo anniversario della pubblicazione di Lettera a una professoressa (e anche della morte di Lorenzo Milani).

Per me e per molti della mia generazione è stato un libro fondamentale.

Mi limito qui a riportare l’articolo comparso su Eguaglianza & Libertà, Rivista di critica sociale.

Mi fa piacere ritrovare su questo intervento il riferimento all’articolo di Sebastiano Vassalli (“Don Milani, che mascalzone”) su La Repubblica del 30 giugno 1992: da allora non compro più quel giornale.

‘Lettera a una professoressa’ 40 anni dopo

Fu pubblicata nel maggio 1967, dopo un paio d’anni di gestazione. Il mese dopo don Lorenzo Milani moriva a soli 44 anni. La Libreria Editrice Fiorentina ripropone il celebre testo, accompagnato da una ricca documentazione e da testimonianze

B. L.

A quarant’anni dalla prima edizione, la Libreria Editrice Fiorentina ripubblica Lettera a una professoressa, scritta dalla Scuola di Barbiana. In questa edizione la Lettera è accompagnata da testi che ne ricostruiscono la vicenda, documenti inediti, interventi di vari personaggi che in un modo o nell’altro hanno incrociato nella loro vita e nel loro impegno questo testo.

Come ci ricorda l’editore Giannozzo Pucci nella nota introduttiva al volume, “nei confronti della Lettera a una professoressa ci sono stati, e ci sono ancora, due atteggiamenti opposti. Da una parte la chiusura totale, il rifiuto di seguirne il filo, la condanna preventiva. Chiunque, invece, si sia avvicinato a questo libro con un minimo di mancanza di pregiudizi non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale”.

Sintomatica di questa “divisione degli spiriti” fu una polemica accesa nel 1992, in occasione del 25° anniversario della Lettera, sulle pagine di “Repubblica” da un intervento dello scrittore Sebastiano Vassalli (Don Milani, che mascalzone, “La Repubblica” 30 giugno 1992). L’articolo di Vassalli e le più significative delle reazioni che suscitò si possono leggere nella documentazione che, nella riedizione attuale della LEF, precede il testo della Lettera. Vassalli, rifacendosi in parte a un libello dell’ex insegnante ed ex preside Roberto Berardi (Lettera a una professoressa. Un mito degli anni sessanta), demoliva pezzo per pezzo la fatica della scuola di Barbiana: dal metodo al linguaggio ai contenuti, fino a farne una sorta di “libretto rosso” che – al dire dei suoi detrattori – avrebbe contribuito alla demolizione della scuola pubblica e al disimpegno di tanti giovani rispetto alla disciplina dell’imparare.

Numerose furono le reazioni a difesa di don Milani. Alcune (ad esempio quelle di Gentiloni, Vattimo, Gozzini) sottolineavano in questo attacco a don Milani un momento di un più vasto tentativo di regolare i conti con la cultura di sinistra, alimentato dal clima instaurato dalla vittoria politica dello schieramento di destra raccolto attorno a Silvio Berlusconi. Altri (come De Mauro, Pampaloni, Ferrarotti, Starnone), sia pure con accentuazioni diverse, entravano più nel dettaglio dei contenuti della proposta pedagogica del priore di Barbiana, sottolineandone l’originalità e la bruciante attualità. Ma anche sulle colonne del quotidiano dei vescovi “Avvenire” scesero in campo a difesa della memoria di don Milani dei sacerdoti, come Sandro Lagomarsini e Raffaello Ciccone (oggi responsabile della Pastorale del lavoro della Diocesi di Milano), il quale ultimo titolava il suo articolo “Don Milani, maestro di civiltà” (“Avvenire”, 25 luglio 1992). Ripercorrere quella polemica, e anche le prime reazioni della stampa nel 1967, è tuttora di grandissimo interesse per cogliere le molte sfaccettature della proposta di Barbiana e dell’eco che ebbe e ancora merita di avere.

È attuale ancor oggi la lezione di Barbiana? Lo è per più versi, ma soprattutto su un punto richiamato da Giannozzo Pucci: “La Lettera a una professoressa resta una proposta di conversione personale più attuale che mai. Anche perché nel classismo di don Milani schierato coi poveri, c’è qualcosa di più di una teoria sociale o politica, qualcosa di più di una riforma istituzionale, c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui”.

Tra gli interventi pubblicati, segnaliamo quelli di Bruno Manghi e di Mario Capanna.

Il primo richiama la diffusione “vasta e diretta” che la Lettera ebbe nel sindacato, in particolare nella Cisl e nella Fim-Cisl, e l’influenza esercitata nel forte impegno dei sindacati di allora sul fronte della scuola e dell’istruzione, che ebbe sbocco nell’esperienza delle 150 ore. “Il sindacalismo italiano – scrive Manghi – seppe affiancare a una veemente stagione di conflitti un’opera di costruzione sociale positiva, coinvolgendo mondi più vasti di quello strettamente operaio. (…) Rispetto a don Milani, si trattava ovviamente di riportare la sua lezione nel mondo degli adulti, senza però smarrire la passione per il sapere, anche quello non immediatamente impiegabile, che aveva segnato Barbiana”.

Capanna rivendica l’apporto positivo della Lettera alla stagione del ’68, a “quegli anni formidabili”, nei quali “ci aiutò a studiare come pazzi (contrariamente alla vulgata secondo cui avremmo coltivato l’ignoranza), certo in modo nuovo e anche divertendoci. Il Sessantotto è stato il mondo che, per la prima volta, è riuscito a guardarsi. E a vedersi. Il merito è stato anche di Lettera a una professoressa. Che ci aiuta ancora a volgere lo sguardo verso l’orizzonte”.

Tra i contenuti della documentazione che precede il testo, è di straordinario interesse la ricostruzione che Sandra Gesualdi fa delle genesi della lettera, alla presenza di un don Milani ormai distrutto dalla malattia (sarebbe morto un mese dopo la pubblicazione, il 26 giugno 1967), ma sempre attivo e vigile sul lavoro dei suoi alunni. Viene riportata anche la prefazione che per la Lettera aveva scritto il grande architetto Giovanni Michelucci, che intratteneva un intenso rapporto con don Milani. Malgrado l’entusiasmo dell’architetto, la prefazione non venne pubblicata, perché – scrive Sandra Gesualdi – “fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporla all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione”. L’ultimo dei contributi presenti nella documentazione è del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, del quale viene pubblicato l’intervento alla quinta “Marcia a Barbiana” del maggio 2006.

Su Lettera una professoressa e su don Milani esiste un ricchissimo materiale: se ne può avere un’idea navigando con Google o Yahoo. Segnaliamo comunque i seguenti siti, nei quali è possibile trovare ampi materiali biografici, testi, commenti, ricostruzioni storiche: www.barbiana.it (del Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana); www.donmilani.info; www.marciadibarbiana.it (il sito ufficiale della VI Marcia, 20 maggio 2007).Il sito della Fondazione don Lorenzo Milani è attualmente in costruzione.

Penso sia utile, per comprendere l’attualità di Lettera a una professoressa, leggere la documentazione dell’Istat sulla dispersione scolastica:

Nel 2006, in Italia l’incidenza degli abbandoni scolastici, misurata attraverso la rilevazione sulle forze di lavoro, è pari al 21 per cento, risultando superiore di sei punti a quella registrata nella media dell’Ue25. In una graduatoria dei paesi membri, l’Italia si trova al quartultimo posto, con valori dell’indicatore superati solo da Spagna, Portogallo e Malta. La distanza rispetto al traguardo fissato per il 2010, pari a non più del dieci per cento, è ancora ampia.
Sulla base della definizione ora ricordata, nel nostro Paese le persone con esperienza di abbandono scolastico precoce sono circa 900 mila” (Istat, Rapporto annuale, p. 200).

3 Risposte to “Lettera a una professoressa”

  1. morgaine Says:

    La lettura di Lettera a una professoressa è stata una delle esperienze più profondamente sconvolgenti della mia vita. Quando è uscita avevo 17 anni ed ero in America per un anno con una borsa di studio. Devo ringraziare le mie sorelle che me l’hanno spedita senza una parola di commento o di presentazione. Io sono Pierino: sono nata esattamente nell’anno della rilevazione statistica riportata, sono andata a scuola un anno avanti e sapevo già leggere e scrivere, anzi molte delle cose che mi insegnavano le sapevo già. ma nulla o quasi nulla sapevo della dispersione scolastica e dei miei privilegi borghesi. Al di là dellla mia esperienza personale, sono rimasta molto male a leggere una o due settimane fa un commento su La stampa di una scrittrice (credo anche professoressa) che mi pare si chiami Mastrocola che diceva che era anche colpa di don Milani se la scuola è diventata lassista e non insegna più niente, perché credo che davvero non abbia capito niente del messaggio della scuola di Barbiana, dove invece si studiava moltissimo, ma magari non quello che c’è scritto nei programmi ministerili.
    La scuola italiana è stata distrutta dallo scarso interesse per l’istruzione pubblica, dalla perenne carenza di fondi, dagli stipendi da fame degli insegnanti, il che spinge solo poche persone veramente motivate a lavorare bene, perché se altrove la competenza viene retribuita meglio, i talenti migliori se ne vanno. Colpevoli sono anche le riforme arruffate e classiste che ono state fatte fino ad ora perché nessun politico italiano ha voluto veramente investire sul sapere e fa male la Gabanelli a dare contro ai professori perché quel poco che si riesce tuttavia a fare è merito loro. Certo è vero ci sono tanti scansafatiche e lì restano perché le leggi italiane sono fatte male, ma sarebbe meglio rendere onore a quelli che tuttavia provano a fare qualcosa, nonstante le difficoltà. Io per prima sono scappata dalla scuola e naturalmente dove lavoro adesso guadagno molto meglio e faccio una vita più tranquilla, ma penso davvero che la politica scolastica italiana dopo Lettera a una professoressa sia stata e sua ancora veramente suicida.

  2. Phoebe Says:

    Non ho i dati…solo numeri frammentari e fuori da controlli di qualità, ma le informazioni e il buon senso vanno nella stessa direzione: gli abbandoni scolastici sono particolarmente elevati tra i ragazzi stranieri iscritti nelle scuole italiane.
    In un momento delicato di trasformazione il classismo si trasforma così facilmente in discriminazione (ma forse è sempre stato così).
    Dopo Don Milani anche Bourdieu si è occupato molto e sulla stessa linea del ruolo della scuola. Purtroppo se n’è andato da un po’ di tempo anche lui

  3. Don Milani! Chi era costui? « Sbagliando s’impera Says:

    […] è stato un amico di Don Lorenzo Milani, e il suo libro è pieno di affetto per il priore di Barbiana (e anche di livore per chi si è […]


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