Renna

Grosso animale erbivoro caratterizzato da corna molto pronunciate, mantello fulvo e folta criniera, diffuso nelle regioni fredde dell’emisfero boreale dove viene allevato per le carni, la pelle e il latte e anche come animale da tiro: una slitta trainata da renne. Più esattamente, erbivoro del genere Rangifero (Rangifer tarandus tarandus) diffuso in Europa e in Groenlandia (De Mauro online).

Dall’antico norvegese hreindyri from hreinn “corno” + dyri “animale” (cfr. il tedesco Tier e il russo zver’).

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Gna bonu!

Oggi è riemersa dai sotterranei del liceo (non di solo facebook vive l’uomo!) una frase: gna bonu! Va bene, in siciliano.

Chi la dice, e perché? Un vago ricordo di scuola. Qualche diseredato. In un racconto o in un romanzo? Di Verga? Di Pirandello?

Poi l’illuminazione: sì, Pirandello, Ciàula scopre la luna!

Potete leggerla qui. E il professore aveva ragione: è un piccolo capolavoro.

E avevo ragione anch’io: nella sua poesia, la novella è profondamente razzista e reazionaria.

D’altronde Pirandello fu iscritto al partito fascista (mandò nel 1924 questo telegramma a Mussolini: «Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenermi il posto del più utile e obbediente gregario. Con devozione intera» e nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile).

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Caràto

Due i significati principali:

  • in oreficeria, unità di misura usata per calcolare quanto oro puro è contenuto in ventiquattro parti di lega: oro a 20 carati, a 18 carati;
  • in gioielleria, unità di misura di massa per le pietre preziose: uno smeraldo di dieci carati (De Mauro online).

Il termine ha altri significati meno frequenti. Nel diritto, e in particolare nel diritto della navigazione, ciascuna delle ventiquattro quote ulteriormente frazionabili in cui, per tradizione internazionale, si divide la proprietà di una nave mercantile; per estensione, la quota di proprietà di un bene comune indivisibile o di un’impresa. In farmaceutica, è un’unità di misura.

La parola ha un’origine curiosa. La parola deriva dall’arabo qīrāṭ (قيراط “ventiquattresima parte”), a sua volta derivante dal greco kerátion (κεράτιον), diminutivo di keras (κέρας) “corno”. Il termine designava la siliqua del carrubo, i cui semi si credeva nell’antichità avessero un peso estremamente uniforme, di circa 1/5 di grammo.

Già dall’epoca classica il carato è stato utilizzato per la pesatura di quantità molto piccole e tuttora rimane l’unità di misura ponderale dei diamanti, delle pietre preziose in genere e delle perle. Il carato fu definito con precisione nel 1832 in Sudafrica, il luogo di maggior produzione ed esportazione di diamanti del mondo, dove ne fu stabilita la connessione con il sistema metrico decimale: pesando con una bilancia a braccia uguali più semi di carruba ed eseguendo poi la media aritmetica dei valori ottenuti ne derivò un valore pari a circa 0,2 grammi. Successivamente la quarta Conférence générale des poids et mesures del 1907 adottò come valore del carato (detto carato metrico) il peso esatto di 0,200 grammi.

Per quanto riguarda le leghe d’oro il termine carato assume una accezione differente dall’unità di misura ponderale propria delle gemme e delle perle, mutandosi nello standard proporzionale di misura della “purezza” che quantifica le parti d’oro in una lega su base 24/24. Nel caso delle leghe d’oro dunque un “carato” equivale a una parte d’oro su un totale di 24 parti di metallo costituente la lega. Ne deriva, ad esempio, che la dicitura 18 carati sta a indicare che la lega è costituita da 18 parti d’oro fino e 6 parti di altri metalli e viene abbreviato con le sigle ct o kt o prevalentemente con la sola k spesso affiancata al numero senza alcun spazio intermedio, ad esempio 18k. L’oro di massima purezza è dunque a 24 carati (24 parti d’oro “fino” su 24 totali) e si indica con la sigla 24k.

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Apoftègma

Sinonimo di aforisma (ma vuoi mettere come suona più colto?), cioè “massima, breve sentenza che esprime una regola pratica o una norma generale di saggezza filosofica o morale: parlare per aforismi, gli aforismi di Schopenhauer ” (De Mauro online).

In pratica, quello di H. M. Enzensberger sulla politica che ho pubblicato ieri, era un apoftegma.

Dal greco apophthénghesthai (“enunciare una sentenza”), composto dal suffisso apo- (“via da”) e phthéngesthai (“parlare”).

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Broker

Se ne sente parlare molto, in piena crisi finanziaria. Un broker (la parola è inglese) è un “intermediario, specialmente a livello internazionale, negli acquisti e nelle vendite di merci, titoli azionari, polizze assicurative e simili” (De Mauro online).

Attenti ai falsi amici! Un broker non è, come potrebbe far pensare l’assonanza con il verbo to break, uno che rompe (d’accordo, lo so, la maggior parte degli assicuratori, soprattutto quelli che ti telefonano a casa all’ora di cena per proporti i loro prodotti, rompono eccome).

La parola, invece, ha un’origine strana. Arriva all’inglese, attraverso i normanni, dal francese brocour o abrocour. A loro volta i francesi l’avevano derivato dallo spagnolo alboroque, un regalo che ritualmente si scambiavano le parti dopo aver concluso un accordo commerciale. E gli spagnoli avevano appreso l’usanza e il nome dai mori che dominarono la Spagna nel medioevo: al-baraka, in arabo, è la benedizione (quasi tutte le parole che iniziano per al-, come albicocca algebra algoritmo eccetera vengono dall’arabo, dove al è l’articolo…). Barak, a sua volta, è una radice semitica comune, che ricorre anche nei nomi propri, come quello del presidente egiziano Mubarak e del candidato democratico Barack Obama (oltre che del filosofo Baruch Spinoza).

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Precario

Dei tanti significati della parola, ormai uno è prevalente, la sostantivizzazione del “lavoratore precario”, quello che (secondo il De Mauro online) “ha un rapporto di lavoro senza garanzie di continuità o stabilità, legato solamente a contratti a termine: personale precario; anche come sostantivo: assorbire i precari del pubblico impiego“.

Il termine fa originariamente riferimento al diritto romano (mio padre ci fece la tesi di laurea, nel 1949):

Concessione di un bene, gratuitamente o con un canone simbolico, con patto di restituzione in qualsiasi momento e senza necessità di preavviso (sempre dal De Mauro).

E per estensione, nel diritto moderno:

Comodato del quale non è stato stabilito il termine di scadenza e che prevede quindi che il bene dato in godimento possa essere richiesto in restituzione in qualsiasi momento

Impropriamente: concessione del godimento di un immobile dietro pagamento di una cifra simbolica, tale però da fare del concessionario solo un detentore del bene del concedente.

Come aggettivo, oltre a quello citato in precedenza, De Mauro cita altre 3 accezioni:

  1. che non dà garanzie di stabilità, incerto: una situazione lavorativa precaria, un governo precario, versare in precarie condizioni economiche; equilibrio psicologico precario; salute precaria, cagionevole
  2. temporaneo, provvisorio: per ora ho solo una sistemazione precaria presso un’amica
  3. che riguarda la concessione di un bene, gratuita o a canone simbolico, la cui restituzione può in qualunque momento essere richiesta dal concedente al concessionario: possesso precario, a titolo precario.

Nel diritto romano, se non ricordo male, l’uso precario (more precario, ablativo assoluto) legava il cliente al suo patrizio di riferimento: ciò che aveva il cliente, lo aveva in modo precario, cioè con il permesso e la tolleranza del concedente, e per una durata non prestabilita, ma revocabile con un cenno del concedente stesso. Non a caso, l’etimologia rimanda a prex, preghiera.

Con un (piccolissimo) scarto: la condizione precaria è profondamente offensiva della dignità del lavoratore.

In braghe di tela

Il modo di dire sarebbe legato al fatto che chi non riusciva a pagare i debiti doveva esporsi al ludibrio in “braghe di tela”, cioè in mutande. Il detto sarebbe di origine veneta, tant’è vero che a Venezia, il 26 novembre 2007, si è tenuta una giornata di studio su questo tema (peraltro serissima, e con la partecipazione del sindaco Massimo Cacciari e di Serge Latouche): In braghe di tela. Politiche di prevenzione e contrasto all’impoverimento dei cittadini.

L’origine comunque settentrionale del detto dovrebbe anche indurre a preferire la dizione “braghe” all’analogo centro-meridionale “brache”.

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Encomio

Secondo il De Mauro online:

  1. Nell’antica Grecia: canto celebrativo
  2. Lode, specialmente pubblica e solenne: tributare, fare un encomio a qualcuno; lettera, parole di encomio
  3. Riconoscimento ufficiale del valore di un militare.

Aggiungerei, un po’ canagliescamente: in molti posti di lavoro (non soltanto nella pubblica amministrazione), riconoscimento dovuto a chi ha fatto semplicemente ciò per cui viene retribuito.

La parola è di origine greca. L’encomio (ενκώμιος, discorso tenuto in banchetto) era un’orazione pubblica in tributo di una o più persone. Originariamente, l’encomio era riservato ai vincitori dei Giochi olimpici antichi e più propriamente si riferiva al complesso di feste (con banchetti e danze) a loro riservati. Poi è passato a significare un discorso funebre, ma anche un discorso tenuto in occasione di compleanni o eventi speciali, sempre in tributo ad una o più persone. Un sinonimo, sempre di etimologia greca, è l’elogio (ευ λογος: buona parola, buon discorso).

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Censura

Sono contrario alla censura, nel senso di “controllo esercitato da un’autorità civile o religiosa su pubblicazioni, spettacoli, mezzi di informazione, per adeguarli ai principi della legge, di una religione o di una dottrina morale” (De Mauro online).

Eppure, come amministratore di questo blog, ho un potere di censura. Limitato: la prima volta che qualcuno vuole commentare, deve avere la mia autorizzazione; poi può commentare tutte le volte che vuole. Ma forse ancora più odioso, perché in questo modo censuro le persone, e non le singole opinioni.

Brutta cosa. Eppure oggi, standoci un po’ male perché è contro i miei principi, l’ho fatto. Una testa di cazzo, di cui ho già cancellato dalla mente nome e indirizzo email, ha propugnato la reintroduzione della ghigliottina.

In realtà mi ero già chiesto – dato l’elevato numero di visite alla pagina – se qualcuno non ci andasse per morbosità. Ma mica posso fare da balia a tutti gli imbecilli del mondo. Ma il commento di oggi era particolarmente odioso. Perché questo è un paese che diventa ogni giorno più fascista. Non solo in chi lo governa, ma anche negli elettori e nella ggente. E la proposta di reintroduzione della ghigliottina è particolarmente odiosa, quando l’ultima persona a essere ucciusa in questo modo fu un immigrato tunisino. E perché è di queste ore la notizia del ragazzo ghanese massacrato di botte dai vigili urbani di Parma (vedete che l’esercito non serve, bastano i “miti” vigili urbani).

Questa è l’Italia che vogliamo? Un sogno o un incubo?

Ci stiamo facendo l’abitudine?

Quanto al video che segue, vi invito a leggere su youTube i commenti. Siamo a un punto di minimo. siamo un paese razzista e violento.

Sabotaggio

Cito i 4 significati proposti dal De Mauro online:

  1. in diritto, reato commesso da chi in un’azienda danneggia impianti di produzione, edifici, macchinari, eccetera, destinati al normale svolgimento del lavoro o compie azioni di rappresaglia nei confronti del datore di lavoro
  2. in ambito militare, per estensione, azione di danneggiamento nei confronti di mezzi di trasporto, edifici o impianti delle forze armate, effettuata per motivi politici o militari; azione militare tesa a diminuire il potenziale bellico del nemico e a impedire il funzionamento dei servizi specialmente lungo le vie di comunicazione, effettuata generalmente da unità particolari delle forze regolari
  3. per estensione, azione compiuta da sovversivi o terroristi per ostacolare il funzionamento dei mezzi pubblici o per danneggiare impianti
  4. per estensione, qualsiasi azione che abbia lo scopo di ritardare, ostacolare o danneggiare in qualsiasi modo l’attività di qualcuno la realizzazione di qualcosa: sabotaggio di un progetto

Il nome nasce durante la rivoluzione industriale: i telai a vapore venivano danneggiati dai tessitori licenziati gettando nei loro ingranaggi zoccoli di legno (“sabots” in francese).

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