La legge del taglione

La legge del taglione – che noi conosciamo nella versione biblica “occhio per occhio, dente per dente” – è un principio giuridico (di giustizia, piuttosto che di vendetta) che consiste nella possibilità, offerta a chi abbia subito un’offesa o un’ingiustizia, di infliggere al responsabile una pena eguale al torto subito.

Attestato nel codice di Hammurabi, il principio è accolto nell’antico testamento e capovolto nel nuovo: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5, 38 ss.).

Di qui la cattiva fama di questa legge tra i cristiani. Ad esempio, Isidoro di Siviglia, la definisce così: Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit.

Invece, il principio è solido. Robert Axelrod, nel suo classico The Evolution of Cooperation, ha mostrato come la cooperazione può emergere in un mondo di agenti egoisti senza un’autorità centrale. Nelle sue simulazioni basate sul “dilemma del prigioniero”, il programma Tit for tat (cioè la legge del taglione) è risultato essere la strategia che meglio promuove la cooperazione.

Nella sua versione semplice, una strategia basata sulla legge del taglione funziona perché agisce come deterrente: chi smette di cooperare sa che non recupereà più lo spirito di cooperazione dell’altro giocatore. È anche una strategia stabile, di steady state, perché la ritorsione è perfettamente commisurata al danno iniziale. Occhio per occhio, appunto, e dente per dente: così la legge è espressa nella metafora biblica.

Nell’espressione proverbiale italiana, lo stesso concetto è espresso da “rendere pan per focaccia”. Se si ammette che la focaccia sia più del pane (ad esempio, perché condita), la regola italiana prevede un’attenuazione della risposta all’offesa iniziale. In questo caso, si può ipotizzare che nelle varie iterazioni la ritorsione diventi via via più piccola, fino ad annullarsi asintoticamente. Si possono ristabilire condizioni di cooperazione.

Nell’espressione dialettale della mia bassa, il proverbio è capovolto: “Pan imprastàa, chisoela randüda” (“pane prestato, focaccia resa”, cioè “focaccia per pane”): qui la ritorsione dovrebbe crescere d’entità ciclo dopo ciclo, fino a un’esplosiva escalation.

Ma allora, come si evitano le faide nell’oltrepò mantovano?

Nei boschi eterni (2): opus spicatum o piscatum?

Dimenticavo. Nel libro, abbastanza all’inizio, c’è una discussione tra Adamsberg e Danglard su una tecnica edilizia di origine romana: Adamsberg si ostina a chiamarla opus spicatum, e Danglard lo corregge in opus piscatum.

Tutto nasce da un’opera (fittizia) che Adamsberg deve leggere, Construire en Béarn. Techniques traditionnelles du XVIème au XIXème siècle. Questo è la citazione (altrettanto fittizia) che si trova nel romanzo:

L’usage des galets de rivières dans l’édification des murets, combinatoire d’une organisation adaptative aux ressources locales, est une pratique répandue sans être constante. L’introduction de l’opus piscatum dans nombre de ces murets répond à une double nécessité compensatoire, générée par la petitesse du matériau et la faiblesse du mortier pulvérulent.” (Dans les bois éternels, p.65; l’enfasi è mia)

Stiamo parlando di quella tecnica costruttiva che consiste nel disporre ciottoli di fiume (in questo caso) o laterizi (nel caso tradizionale romano) a “spina di pesce”. Di qui, secondo la Vargas, piscatum, nella duplice accezione di “prelevati da un corso d’acqua” e di “a spina di pesce”. L’edizione francese di Wikipedia lo spiega così (e poi fa esplicito riferimento al romanzo della Vargas):

L’opus piscatum (en latin “ouvrage en poisson”) est un procédé de construction de mur consistant à empiler des pierres plates, la structure du mur ressemblant a la fin à une masse constituée autour d’une base en forme d’arêtes de poisson.

Adesso: so benissimo che la Vargas è un’esperta di medioevo e che, quindi, difficilmente sbaglia. Ma io conosco un po’ di archeologi e archeologhe e mi hanno sempre detto opus spicatum. Perché il disegno della spina di pesce è anche il disegno della spiga di grano. Chi ha ragione? che cosa è l’anagramma di cosa? In realtà, in molti testi francesi si trova piscatum (almeno, da una sommaria ricerca sul web). Ma in molti testi italiani si prova spicatum: un esempio per tutti:

Opus spicatum: Pavimento composto da mattoni rettangolari collocati a spina di pesce; si può vedere sia nel convento dei Padri Marianisti sia in un frammento di pavimento accanto al sepolcro dei Pancrazi.

Spicatum si trova anche nella Wikipedia italiana e tedesca.

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Scalmane

Dal Vocabolario Treccani:

Scalmana: denominazione popolare del raffreddore, del mal di gola o di altre manifestazioni di perfrigerazione (prendersi una scalmana); vampa di calore che sale al viso (avere le scalmane, andare soggetta a scalmane); in senso figurato, infatuazione momentanea, entusiasmo improvviso (si è preso una scalmana per quella ragazza). Derivato di calma, con il prefisso s- e la terminazione -ana (come in caldana).

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Perdere la trebisonda

Sempre dal Vocabolario Treccani:

Perdere la bussola, l’orientamento, cioè restare disorientato, frastornato, o anche perdere le staffe, cioè il controllo di sé. È parola di formazione popolare, forse marinara, per assunzione fonosimbolica del nome della città di Trebisonda, sul Mar Nero, nota nel tardo medioevo per le vicende che la opposero agli Ottomani.

“Assunzione fonosimbolica”, niente di meno!

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Astratto

“Ottenuto per astrazione, privo di contatti con la realtà: parole astratte, concetti astratti, ragionamento astratto” (De Mauro online). Dal latino ab-tràhere (distaccare: tràhere “tirare” e ab “via, da”).

Spesso – e la definizione del dizionario lo conferma – associamo il concetto di “astratto” a quello di “difficile sotto il profilo intellettuale”, oltre che di “lontano dalla realtà”. Ma è proprio il contrario. L’astrazione è una strategia di semplificazione. Consiste nello scegliere accuratamente di quali elementi del reale possiamo fare a meno, quali dettagli siano irrilevanti, in modo da ottenere una descrizione più compatta.

Qualche cortocircuito (sì, lo so che qualcuno di voi non gradisce questo tipo di post – perché troppo “astratto”! – ma io sono fatto così e questo è un mio spazio di libertà espressiva, o no?):

  • Dettagli irrilevanti: vedi il Ministro de L’agente segreto di Conrad.
  • Rilevanza: “Il fatto, la caratteristica di essere rilevante, cioè di notevole importanza o anche gravità, soprattutto riguardo a determinati fini” (Vocabolario Treccani). “L’essere rilevante, l’essere dotato di influenza ai fini della risoluzione di una questione” (De Mauro online). È un concetto elusivo, ma mi sembra centrale il riferimento a una strategia di problem solving. La rilevanza è funzione di un obiettivo (goal dependent): un elemento (oggetto o proposizione) è rilevante per un obiettivo se e solo se è essenziale all’interno di un piano per conseguirlo.
  • Modello: “Un modello astratto (o concettuale) è una costruzione teorica che rappresenta processi fisici, biologici o sociali, con un insieme di variabili e un insieme di relazioni logiche e quantitative tra loro” (Vocabolario Treccani). In questa accezione, il modello consente di ragionare all’interno di uno schema logico astratto e semplificato:
    • Astratto (idealizzato) perché il modello può formulare ipotesi esplicite di cui è noto che – a un certo livello di dettaglio – sono false.
    • Semplificato perché ciò consente di pervenire a soluzioni ragionevolmente accurate, trascurando la complessità implicita nel grande numero di variabili e attori del processo modellizzato.
  • Make everything as simple as possible, but not simpler” (affermazione attribuita ad Albert Einstein).
  • Ovviamente, anche satisficing!

Satisficing

Satisficing è una parola inventata da Herbert Simon (che, tra l’altro, ha vinto un Nobel per l’economia nel 1978), come composto di satisfy (soddisfare) e suffice (essere sufficiente).

Simon ha introdotto il concetto in Administrative Behavior (New York: MacMillan. 1947 – trad. it. Il comportamento amministrativo. Bologna: Il Mulino. 1967):

Administrative theory is peculiarly the theory of intended and bounded rationality – of the behavior of human beings who satisfice because they have not the wits to maximize. […] Whereas the economic man supposedly maximizes – selects the best alternative from among all those available to him – his cousin, the administrator, satisfices – looks for a course of action that is satisfactory or “good enough”. […] Economic man purports to deal with the “real world” in all its complexity. The administrator recognizes that the perceived world is a drastically simplified model of the buzzing, blooming confusion that constitutes the real world. The administrator treats situations as only loosely connected with each other – most of the facts of the real world have no great relevance to any single situation and the most significant chains of causes and consequences are short and simple. One can leave out of account those aspects of reality – and that means most aspects – that appear irrelevant at a given time. Administrators (and everyone else, for that matter) take into account just a few of the factors of the situation regarded as most relevant and crucial. In particular, they deal with one or a few problems at a time, because the limits on attention simply don’t permit everything to be attended to at once.
Because administrators satisfice rather than maximize, they can choose without first examining all possible behavior alternatives and without ascertaining that these are in fact all the alternatives. Because they treat the world as rather empty and they treat the interrelatedness of all things (so stupefying to thought and action), they can make their decisions with relatively simple rules of thumb that do not make impossible demands upon their capacity for thought. Simplification may lead to error, but there is no realistic alternative in the face of the limits on human knowledge and reasoning (pp. 118-119).

Alcune considerazioni:

  • Stiamo parlando della tesi di dottorato di un Simon trentenne!
  • La parola satisfice è entrata nell’Oxford English Dictionary (non ho idea di come sia stata tradotta in italiano).
  • È curioso che satis (da cui deriva satis-facere, e dunque sia l’italiano soddisfare sia l’inglese satisfy) significhi “essere sufficiente” – e quindi la stessa cosa di suffice: quindi la parola è composta di due termini che in origine volevano dire la stessa cosa! Ma in realtà soddisfare (e satisfy) non significano più “essere sufficiente”, ma “appagare”, e dunque la distinzione di Simon regge. D’altra parte, satis è una parola che ha fatto molta strada, arrivando al francese assez (ad satis) e poi all’inglese asset.
  • Anche satisfice ha fatto molta strada. In cibernetica denota un’ottimizzazione in cui tutti i costi, compresi quelli del calcolo d’ottimizzazione stesso e quelli dell’acquisizione dell’informazione completa necessaria, sono stati presi in considerazione. In teoria delle decisioni, fa riferimento a una strategia in cui la ricerca viene interrotta quando è individuata la prima opzione che soddisfa i requisiti (piuttosto che la migliore).
  • Attiro infine la vostra attenzione su un aspetto che è toccato nella lunga citazione riportata sopra ed è ancora più chiaro in quella che segue: “What information consumes is rather obvious: it consumes the attention of its recipients. Hence a wealth of information creates a poverty of attention, and a need to allocate that attention efficiently among the overabundance of information sources that might consume it” (Computers, Communications and the Public Interest, pp. 40-41 – questa considerazione, del 1971, mi sembra oggi profetica!).

Frognication

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Ctònio

Sotterraneo, infero, spec. con rif. alla religiosità della Grecia antica: divinità ctonie (De Mauro online).

Il termine divinità ctonia indica tutte quelle divinità generalmente femminili legate ai culti infernali e a dèi sotterranei personificazione di forze oscure, occasionalmente sismiche o vulcaniche e flegree. Deriva dalla parola greca usata da Ferecide di Siro per indicare una divinità cosmica originaria insieme a Zas (Zeus) e Kronos: Ctonie (Χθονίη) che significa sotto terra, “sotterra” (Wikipedia).

È divertente l’etimologia (ognuno si diverte come può): la radice Χθον- (terra) è all’origine di camaleonte (“leone di terra”) e di camomilla (“mela di terra”), ma anche dei latini humus (lo strato superficiale del terreno boschivo molto fertile perché poco compatto e ricco di sostanze organiche, spec. vegetali, in decomposizione – De Mauro online) e homo (uomo – che, secondo Varrone, ha appunto origine terrestre).

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Misocapnìa

L’odio per il fumo. Dal greco misos (odio) e kapnos (fumo).

Non basta, ai non fumatori, avere ottenuto che non si possa fumare in ambienti chiusi. Deve essere vietato fumare dappertutto. Anche all’aperto, per esempio. Ci sono edifici, nel Regno Unito, circondati da una striscia dipinta per terra, a un paio di metri dal muro: segnala l’area di rispetto, entro la quale non si può fumare. Mi pare abbastanza chiaro che tutto questo non ha più nulla a che vedere con il fumo passivo (rispetto al quale – a differenza che per il tabagismo attivo – non è mai stato provato che nuoccia alla salute: e mi pare difficile che lo possa essere in futuro, date le bassissime concentrazioni molecolari in questione, a meno che il fumo faccia effetto anche immaterialmente, in assenza anche di una sola molecola di sostanza attiva, come l’omeopatia).

No, la misocapnia vuole mettere fuorilegge noi, le persone, i fumatori. Saremo costretti a portare un simbolo cucito sui vestiti?

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Percebes

Mannaggia al senso del dovere. Almeno la storia delle oche di magro ve la debbo raccontare.

Percebes, dunque. Sono un frutto di mare, particolarmente apprezzato in Galizia (dove si trova Santiago de Compostela, guardacaso) e in Portogallo (dove si chiamano perceves).

Sembrano un mollusco (monovalva, come una lumachella, non bivalva come una cozza o una vongola), ma in realtà sono crostacei, come i gamberi o le aragoste. Infatti, passano lo stadio larvale della loro vita come una specie di gamberetto (il nauplio), nello zooplankton. Quelli che non finiscono nella pancia di qualche balena, dopo un paio di settimane e qualche trasformazione, cercano un posto adatto (forte marea e grandi onde). Come un professore universitario, il nostro mollusco cirripede ci si getta letteralmente a capofitto, si aggrappa con la testa alla roccia (o anche a un’imbarcazione o a un animale!), sviluppa una corazza formata da sei placche dure e lascia sporgere soltanto i piedi “pennuti” con cui cattura plankton e uova di passaggio. La testa, al nostro ordinario, non serve più.

Il nome scientifico dell’infraclasse, Cirripedi, significa appunto “dai piedi arricciati”.

Fanno impressione ma, credetemi, sono una squisitezza. Bolliti, e nient’altro. Puro mare. Soltanto le ostriche li battono.

Poiché le percebes crescono sugli scogli battuti dalle onde della costa atlantica, in Galizia e Portogallo, il lavoro del percebeiro è pericolosissimo. Sotto il profilo commerciale, per essere maturo un crostaceo deve essere lungo almeno 5 cm e avere 1 cm di diametro. Se ne distinguono due varietà, quelli ancorati “al sole” (de sol), più tozzi e cicciotti, e quelli meno pregiati cresciuti sotto il livello del bagnasciuga (de sombra), più smilzi e acquosi.

Come si cucinano? Si buttano vivi in acqua bollente salata per 5 minuti (ma tanto non li troverete qui). In gallego si dice: “auga a ferver, percebes botar, auga a ferver percebes sacar”.

I loro parenti più stretti, nei nostri mari, sono i balanidi, quelle specie di verruche biancastre e calcaree che cresconio sugli scogli e sulla chiglia delle vecchie barche. Li avete visti senz’altro.

In inglese, i percebes si chiamano barnacles. Hanno un posto nella genesi della teoria dell’evoluzione, perché se ne è occupato anche Darwin tra il 1851 e il 1854.

Cosa c’entrano le oche di magro? Adesso arrivo. Il Pollicipes polymerus (gooseneck barnacle), la specie più prelibata, ha un peduncolo carnoso simile a un collo d’oca. Lo vedete bene qui sotto.

La rassomiglianza indusse gli antichi a pensare che l’oca – o meglio un’oca migratoria marina che non si risproduceva nei paesi temperati, ma soltanto nell’Artico – nascesse dai barnacles. Quest’oca fu chiamata barnacle goose (Branta leucopsis) e, in quanto di origine marina, si poteva mangiare nei giorni e nei periodi di magro.

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