Travaglio, lavoro, opera

Mi fa notare un’amica (incinta) che “travaglio” in inglese si dice “labour”, in francese “travail” e in spagnolo “trabajo”.

Lavoro è una parola con una storia lunga: viene dall’indo-europeo originario. In sanscrito la radice rabh- significa afferrare, da cui lo slavo rabu (servo, colui che lavora) e il boemo robiti (lavorare; ma anche robota, lavoro servile, da cui il robot).

Il termine robot deriva dal termine ceco robota, che significa “lavoro pesante” o “lavoro forzato”. L’introduzione di questo termine si deve allo scrittore ceco Karel Čapek, il quale usò per la prima volta il termine nel 1920 nel suo dramma teatrale I robot universali di Rossum. In realtà non fu il vero inventore della parola, la quale infatti gli venne suggerita dal fratello Josef, scrittore e pittore cubista (ricordatevi che “cubista” in ceco è tutt’altro movimento artistico – nota mia), il quale aveva già affrontato il tema in un suo racconto del 1917, Opilec (“L’ubriacone”), nel quale però aveva usato il termine automat, “automa”. La diffusione del romanzo di Karel, molto popolare sin dalla sua uscita, servì a dare fama al termine robot (Wikipedia).

Torniamo al lavoro! In latino la r diventa l e quindi abbiamo labor e laborare.

Nelle lingue germaniche rabh. diventa arbh-, da cui il tedesco Arbeit, che ci ricorda il sinistro motto di Auschwitz, Arbeit macht frei (a proposito, oggi è il 67° anniversario dell’arrivo del primo treno di prigionieri – politici polacchi – ad Auschwitz).

Continuiamo a farci del male. Travaglio. Viene dal latino trabaculum (tres, “tre”, + pàlus, “palo”), uno strumento di contenimento e tortura per animali riottosi. Inutile dire che tra questi sono comnpresi gli esseri umani.

Opera invece (anch’esso da radice indo-europea passata al latino) ha il significato di “toccare” ed è collegato a una bella famiglia di parole, da appoggio ad adattare, apice, alto, opìmo, opinare, opulento, ottimo. Persino all’uopo. Già meglio.

Resta da capire il nesso tra il lavoro (di uomini e donne) e il travaglio (delle donne), dato che i due termini appaiono quasi intercambiabili. Che c’entri la Bibbia? Che la maledizione di Adamo ed Eva preveda la stessa pena (lavoro/travaglio) per entrambi, ma declinato per genere (la “fatica” per l’uomo, il parto per la donna)? Che il vero lavoro della donna sia fare figli?

Per vis polemica ci sarebbe piaciuto, ma non è così, almeno nella versione latina del Vaticano:

Mulieri dixit:
“Multiplicabo aerumnas tuas
et conceptus tuos:
in dolore paries filios,
et ad virum tuum erit appetitus tuus,
ipse autem dominabitur tui”.
Adae vero dixit: “Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno, ex quo praeceperam tibi, ne comederes,
maledicta humus propter te!
In laboribus comedes ex ea
cunctis diebus vitae tuae.
Spinas et tribulos germinabit tibi,
et comedes herbas terrae;
in sudore vultus tui vesceris pane,
donec revertaris ad humum,
de qua sumptus es,
quia pulvis es et in pulverem reverteris” (Genesi 3, 16-19; corsivi miei).

Niente da fare: dolore per la donna e lavoro per l’uomo (e i tribulos, in questo caso, sono cardi!).

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Pedante

E me lo dico da solo!

Pedante è (spregiativamente) “chi ostenta con presunzione la propria erudizione e si mantiene ottusamente ligio alle regole: un accademico pedante”. Anche “chi è eccessivamente pignolo e costantemente propenso a criticare, a sottilizzare” (De Mauro online).

Dalla radice greca paio- (“bambino”, la stessa del latino puer).

John Stuart Mill scrive che ogni burocrazia tende sempre a diventare una “pedantocrazia”. Qui sotto la citazione completa e il link per scaricare e leggere le Considerazioni sul governo rappresentativo dal Progetto Gutenberg. Un testo che anticipa Max Weber e che trovo tuttora di grande interesse.

The comparison […], as to the intellectual attributes of a government, has to be made between a representative democracy and a bureaucracy; all other governments may be left out of the account. And here it must be acknowledged that a bureaucratic government has, in some important respects, greatly the advantage. It accumulates experience, acquires well-tried and well-considered traditional maxims, and makes provision for appropriate practical knowledge in those who have the actual conduct of affairs. But it is not equally favorable to individual energy of mind. The disease which afflicts bureaucratic governments, and which they usually die of, is routine. They perish by the immutability of their maxims, and, still more, by the universal law that whatever becomes a routine loses its vital principle, and, having no longer a mind acting within it, goes on revolving mechanically, though the work it is intended to do remains undone. A bureaucracy always tends to become a pedantocracy. When the bureaucracy is the real government, the spirit of the corps (as with the Jesuits) bears down the individuality of its more distinguished members. In the profession of government, as in other professions, the sole idea of the majority is to do what they have been taught; and it requires a popular government to enable the conceptions of the man of original genius among them to prevail over the obstructive spirit of trained mediocrity. […] That the Roman aristocracy escaped this characteristic disease of a bureaucracy was evidently owing to its popular element. All special offices, both those which gave a seat in the Senate and those which were sought by senators, were conferred by popular election. The Russian government is a characteristic exemplification of both the good and bad side of bureaucracy: its fixed maxims, directed with Roman perseverance to the same unflinchingly-pursued ends from age to age; the remarkable skill with which those ends are generally pursued; the frightful internal corruption, and the permanent organized hostility to improvements from without, which even the autocratic power of a vigorous-minded emperor is seldom or never sufficient to overcome; the patient obstructiveness of the body being in the long run more than a match for the fitful energy of one man. The Chinese government, a bureaucracy of Mandarins, is, as far as known to us, another apparent example of the same qualities and defects. (John Stuart Mill. Considerations on Representative Government. Chapter VI: “Of the Infirmities and Dangers to which Representative Government is Liable”; le sottolineature sono mie).

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Coorte

Unità dell’esercito romano composta di 6 centurie (di 100 armati l’una). La coorte venne introdotta da Mario e segnò il passaggio all’esercito professionale. Con l’ulteriore riforma di Augusto prese forma la struttura classica dell’esercito romano, organizzato in legioni (nel corso della storia l’esercito romano ha avuto tra le 18 e le 60 legioni).

Le legioni (da lego, “raccolgo insieme”) erano composte da 5.120 uomini (5.000 fanti e 120 cavalieri).

Ogni legione contava 10 coorti, dal prefisso co– “insieme” e hortus “giardino, recinto”. Hortus e garden (in inglese) e Garten (in tedesco) sono la stessa parola e quindi Kindergarten vuol dire più “recinto per i bambini” che “giardino d’infanzia” (e così abbiamo messo a posto le puiccole belve). Anche il russo gorod “città” ha la medesima radice.

Ogni coorte contava 6 centurie (originariamente di 100 uomini, come suggerisce il nome stesso, portati a 80 da Augusto) oppure 3 manipoli (l’unità originaria dell’esercito repubblicano). La prima centuria di ogni coorte aveva il doppio degli uomini.

Ogni centuria contava 10 contubernia, gruppetti di 8 soldati che condividevano la tenda – taberna o tabernaculum perchè fatta di assi, tabulae – (e la punizioni). Di qui l’aggettivo contubernale, “compagno d’armi, commilitone; compagno di stanza, di lavoro o sim.; amico intimo” (De Mauro online).

Quando la centuria aveva 100 uomini, il contubernium ne contava 10 e per questo il suo comandante si chiamava decanus. Tutto si tiene.

In statistica, la coorte è l’insieme degli individui che, in uno stesso periodo di tempo, hanno vissuto tutti uno stesso evento: ad esempio, tutti i nati nel 1957.

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Abulìa

“Mancanza parziale o totale di volontà”; per estensione, “irresolutezza, apatia” (De Mauro online).

L’etimologia è banale: dal greco boulè (volontà) preceduto dall’alfa privativo. Più divertente è che la radice è la stessa di ballein (gettare), ma anche di ballo e ballata.

A chi ha troppa fiducia nella sua forza di volontà consiglio un libro:

Ainslie, George (2001). Breakdown of Will. Cambridge: Cambridge University Press. 2006.

Questa la presentazione dell’editore:

Ainslie argues that our responses to the threat of our own inconsistency determine the basic fabric of human culture. He suggests that individuals are more like populations of bargaining agents than like the hierarchical command structures envisaged by cognitive psychologists. The forces that create and constrain these populations help us understand so much that is puzzling in human action and interaction: from addictions and other self-defeating behaviors to the experience of willfulness, from pathological over-control and self-deception to subtler forms of behavior such as altruism, sadism, gambling, and the ‘social construction’ of belief. This book integrates approaches from experimental psychology, philosophy of mind, microeconomics, and decision science to present one of the most profound and expert accounts of human irrationality available. It will be of great interest to philosophers and an important resource for professionals and students in psychology, economics and political science.

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Google

Il nome del noto motore di ricerca è anch’esso un’invenzione di Douglas Adams, nella sua Guida galattica per gli autostoppisti. Uno degli inventori di Deep Thought, rivolgendosi a un altro personaggio, gli dice: “And are you not … a greater analyst than the Googleplex Star Thinker in the Seventh Galaxy of Light and Ingenuity which can calculate the trajectory of every single dust particle throughout a five-week Dangrabad Beta sand blizzard?”

Non è certo, però, se Larry Page, uno dei fondatori del motore di ricerca, avesse letto Adams o abbia fatto semplicemente un’errore di geografia (googol e google si pronunciano allo stesso modo).

Il googol è un numero molto grande, 10100, cioè 10 seguito da 100 zeri, più grande del numero di particelle dell’universo conosciuto (stimato tra 1079 e 1081).

Il nome è stato inventato nel 1938 da un bambino di 9 anni, Milton Sirotta, nipote dal matematico americano Edward Kasner, quando lo zio gli chiese il numero più alto che conoscesse. Probabilmente il bambino aveva in mente una coppia biblica, Gog e Magog, citati nella Bibbia (Genesi ed Ezechiele), nell’Apocalisse e nel Corano, e diventati nella tradizione anglosassone giganti proverbiali.

Il googolplex è 10 elevato a un googol, cioè:

\mbox{googolplex} = {10}^{\mbox{googol}} = {10}^{({10}^{100})} .

Il googleplex di Adams è chiaramente una deformazione satirica del googolplex.

Esculento

Commestibile (in genere, di vegetale).

Ma anche qui è divertente l’etimologia, dal latino edĕre (mangiare), in cui ed- si trasforma in es- (come in esca, “cibo”). Mangiare è un’attività comune e importante, e per questo tutte le lingue, compreso il latino, hanno molti modi per dirlo. Da edĕre vengono il tedesco essen, l’inglese eat e il russo est, tutti con il significato di mangiare. Da edĕre deriva anche lo spagnolo comer, attraverso cum-edĕre (“mangiare insieme”, da cui il nostro commestibile). L’italiano mangiare viene da manducare.

Anche obeso ha la stessa etimologia (il prefisso ob rafforza edĕre): colui che ha mangiuato troppo!

Cavillo

Il significato è noto: “argomento sottile e capzioso, usato per trarre in inganno gli altri: ricorrere a cavilli, cercare cavilli | clausola capziosa: un contratto di vendita pieno di cavilli; cavillo burocratico, condizione o norma sottilmente congegnata che costituisce un impedimento, un impaccio”. Per estensione: “inganno, raggiro” (De Mauro online).

Quello che ho scoperto di sorprendente è che non ha nulla a che fare con capello (in fin dei conti, mi dicevo, c’entrerà con il modo di dire “fare il capello in quattro”). In latino cavillari significa “prendere in giro” e la parola ha radice greca e sanscrita (la stessa di calunnia).

Deiscente

Deiscènte: “di frutto o altro organo vegetale, capace di aprirsi spontaneamente liberando semi, polline o spore” (De Mauro online).

Dal latino de (da, via da) e hiscere (spaccarsi in due, forma incoativa di hiare – la stessa radice di iato).

Si definiscono deiscenti i frutti che a maturità si aprono spontaneamente per far fuoriuscire i semi (per esempio sono deiscenti i frutti del castagno e del melograno). Si dicono indeiscenti i frutti che a maturità non si aprono spontaneamente per liberare i semi, e che permangono fino alla germinazione o si distruggono per marcescenza (Wikipedia).

Alcuni frutti deiscenti sono molto belli per la geometria dell’apertura: ad esempio, quello comunissimo del pitòsforo. Qui sotto vedete il frutto prima chiuso e poi aperto (i semi rossi sono appiccicosi, e il nome greco significa appunto “seme di pece”).

In alcuni casi la deiscenza è spettacolare, come nel cocomero asinino (Ecballium elaterium):

È una pianta tipica dei paesi mediterranei, originaria dalle regioni aride dell’Africa settentrionale. In antichità è stata usata da Egizi, Greci e Romani come purgante drastico. Chiamata anche elaterio o sputaveleno, è alta 20-40 cm e cresce nei terreni incolti, ai margini dei campi, un po’ ovunque nelle regioni peninsulari litoranee e nelle isole. È una pianta erbacea perenne, strisciante, dotata di un fusto prostrato, coperto di pelli ruvidi. I fiori di color giallastro, venati di verde, simili a quelli del melone, sono situati all’ascella delle foglie. È molto caratteristica per questa pianta la modalità con cui avviene il distacco del frutto. A maturazione avvenuta, infatti, i gas presenti all’interno del frutto raggiungono una pressione critica ed il frutto stesso, simile ad una grossa ghianda verde, si stacca bruscamente dal pedunculo, spontaneamente o al minimo contatto; i semi e la sostanza mucillaginosa in cui sono contenuti vengono spruzzati a distanza, mentre la capsula vuota viene lanciata in direzione opposta per reazione.
Il quadro tossicologico, causato sia dalla ingestione che dal contatto cutaneo con la pianta, è costituito dai sintomi di una violenta gastroenterite: nausea vomito e diarrea muco-sanguinolenta.

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Brontofobia

Secondo il De Mauro on line, “paura morbosa dei tuoni e dei temporali”.

Un’altra fobia riportata nella lista ufficiale alla voce Brontophobia (“fear of thunder and lightning”).

Ne soffriamo un po’ tutti, e ragionevolmente, direi.

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Estivazione

Stato di quiescenza che si manifesta in alcuni animali durante la stagione calda (De Mauro online). Anche di alcune piante, aggiungo io, ed è forse il fenomeno più facile da osservare: quando, in luglio-agosto, ci capita di vedere campi d’erba secca oscillare al vento, non è sempre il caso di maledire il riscaldamento globale o l’abbandono delle coltivazioni, ma è un modo delle piante di proteggersi dal caldo e dalla disidratazione.

Quindi, “estivazione” è il contrario (l’antonimo) di “ibernazione” (stato di quiescenza che si manifesta in alcuni organismi animali o vegetali durante la stagione fredda” – chissà perché il De Mauro si ricorda delle piante a proposito d’ibernazione e non di estivazione).

Quello che non sapevo è che il latino aestas (estate) condivide l’etimologia con l’inglese heat (caldo).