Affinché Sermonti si ricreda

Spesso mi vanto di non guardare la televisione, o meglio di seguire soltanto La squadra. È una mezza bugia, perché spesso (ma non sempre) guardo anche Che tempo che fa, soprattutto per la Littizzetto. L’altra sera, uno degli ospiti era Vittorio Sermonti, che presentava la sua traduzione dell’Eneide e che ha spiegato di non aver mai tradotto il latino ut con affinché perché – sostiene Sermonti – è una parola che non si usa correntemente né nella lingua scritta, né, meno che mai, in quella parlata. La si può sempre tranquillamente sostituire con perché.

Ma come, mi sono detto, io la uso sempre, anche parlando. Nello scrivere, me ne faccio un punto, e tendo a sostituire l’ambiguo perché (che comunque uso spessissimo), con poiché per denotare un rapporto di causalità, e affinché per segnalare una finalità, una teleologia.

Faccio un esempio per chiarire:

  • Apro l’ombrello perché piove
  • Apro l’ombrello perché piova

Si può ovviamente usare perché in entrambi i casi e l’ambiguità viene superata dall’uso dell’indicativo o del congiuntivo. Nel primo caso il fatto che piova è la causa del mio comportamento. Nel secondo penso superstiziosamente che il mio aprire l’ombrello possa favorire le precipitazioni atmosferiche. Se uso poiché e affinché è tutto più chiaro:

  • Poiché piove, apro l’ombrello.
  • Apro l’ombrello, affinché piova.

Incidentalmente, il De Mauro Online apparentemente conforta la mia distinzione.

Affinché è una congiunzione “ad alta disponibilità” (cioè di uso corrente): “introduce proposizioni finali con il congiuntivo: al fine di, allo scopo di: ti avviso a. tu sappia come regolarti, mi hanno inviato la documentazione a. mi iscrivessi al convegno“.

Poiché è una congiunzione “fondamentale” che “con valore causale introduce un indicativo, dato che, giacché: p. è tardi non le telefono, p. ho sonno vado a dormire, prendo l’ombrello p. piove“.

Perché – anch’essa congiunzione fondamentale – ha entrambi i significati: “in proposizioni causali che seguono la principale, poiché: sono stanco p. ho lavorato fino a tardi, lo dico p. ti voglio bene, prendi l’ombrello p. potrebbe piovere“, ma anche: “in proposizioni finali, con verbi al congiuntivo, affinché: p. fiorisca, questa pianta ha bisogno di molto calore“, nonché un terzo: “in proposizioni consecutive, con verbi al congiuntivo: il libro è troppo banale p. ti possa piacere“.

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Famiglia e famiglia

Ho l’impressione che il dibattito corrente sarebbe molto più pacato e che parecchie centinaia di migliaia di persone avrebbero visitato Roma più serenamente se l’italiano avesse due termini separati, e non uno solo, per denotare due significati diversi del termine “famiglia”.

Mi spiego subito. In inglese, ad esempio, ci sono due parole, family (secondo il Merriam-Webster online: “a group of individuals living under one roof and usually under one head”; e anche: “the basic unit in society traditionally consisting of two parents rearing their children; also: any of various social units differing from but regarded as equivalent to the traditional family”) e household (“those who dwell under the same roof and compose a family; also : a social unit composed of those living together in the same dwelling”).

Wikipedia si diffonde sull’argomento un po’ di più:

A family consists of a domestic group of people (or a number of domestic groups), typically affiliated by birth or marriage, or by analogous or comparable relationships — including domestic partnership, adoption, surname and (in some cases) ownership (as occurred in the Roman Empire).

In many societies, family ties are only those recognized as such by law or a similar normative system. Although many people (including social scientists) have understood familial relationships in terms of “blood”, many anthropologists have argued that one must understand the notion of “blood” metaphorically, and that many societies understand “family” through other concepts rather than through

Article 16(3) of the Universal Declaration of Human Rights says: “The family is the natural and fundamental group unit of society and is entitled to protection by society and the State”.

Quanto a household:

The household is the basic unit of analysis in many microeconomic and government models. The term refers to all individuals who live in the same dwelling.

Most economic models do not address whether the members of a household are a family in the traditional sense. Government and policy discussions often treat the terms household and family as synonymous, especially in western societies where the nuclear family has become the most common family structure. In reality, there is not always a one-to-one relationship between households and families.

Questo dovrebbe permettere un po’ di chiarezza.

Quando si dice che la nostra Costituzione (art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) dà rilevanza costituzionale alla famiglia, sta – secondo me – parlando chiaramente della family. Non è un caso, a parer mio, che riecheggi l’articolo 16(3) della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è coeva della nostra Costituzione. Gli antropologi, probabilmente, hanno molto da ridire sul concetto di “società naturale fondata sul matrimonio” (la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo è un po’ più prudente).

Rispetto al dibattito corrente mi permetto due commenti:

  1. parlare di “società naturale” non equivale a richiamare il diritto naturale; un formicaio è una società naturale, ma la filosofia del diritto non c’entra niente;
  2. limitare la famiglia a quella “fondata sul matrimonio” probabilmente non è stata una buona idea; ma è certo che non c’è scritto “matrimonio concordatario”. L’articolo 29 della Costituzione prosegue così: “Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Tradotto in italiano: la Costituzione rinvia alla legge ordinaria il compito di regolamentare giuridicamente il matrimonio, dando due direttive: una a tutela degli individui (eguaglianza morale e giuridica dei coniugi) e una a tutela dell’unità familiare. Giusto per polemica: la prima direttiva è stata ampiamente disattesa per 27 anni, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. A essere pignoli e fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione, sarebbe opportuno modificare le norme sul matrimonio per meglio tutelare le nuove forme di famiglia: il contrario della strada intrapresa dai Dico, che tutelerebbero soltanto i diritti dei singoli!

Household è invece un’unità economico-statistica. Quando parliamo, ad esempio, di reddito familiare o di famiglie che non arrivano alla fine del mese (altro argomento del dibattito) ci riferiamo a questa accezione.

Riporto qui sotto alcune definizioni statistiche:

  1. One person or a group of people who have the accommodation as their only or main residence and for a group, either share at least one meal a day or share the living accommodation, that is, a living room or sitting room (Regno Unito, Office for National Statistics).
  2. A household includes all the persons who occupy a housing unit. A housing unit is a house, an apartment, a mobile home, a group of rooms, or a single room that is occupied (or if vacant, is intended for occupancy) as separate living quarters. Separate living quarters are those in which the occupants live and eat separately from any other persons in the building and which have direct access from the outside of the building or through a common hall. The occupants may be a single family, one person living alone, two or more families living together, or any other group of related or unrelated persons who share living arrangements. (People not living in households are classified as living in group quarters.) (Stati Uniti, Census Bureau).

Lo vedete il casino comportato dalla poca chiarezza? Quando si parla di politiche – ad esempio di politiche economiche, come l’accesso alla sanità o all’asilo-nido – o di diritti economici e patrimoniali – ad esempio il diritto ereditario o la reversibilità della pensione – secondo me il concetto rilevante è quello di household. Perché infilarsi nel ginepraio del diritto naturale, della famiglia con la F maiuscola, dei rapporti tra Stato e chiesa eccetera? Oppure è una confusione voluta che nasconde anche interessi economici?

E l’Istat, si chiederà qualcuno di voi, distingue tra le due accezioni del termine famiglia? Non tanto, temo. La definizione che si trova sul loro Glossario è questa: “Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune. La definizione di famiglia adottata per il censimento è quella contenuta nel regolamento anagrafico”.

Nel Glossario delle pubblicazioni tematiche sulle famiglie e le condizioni sociali (ad esempio, questa) si introduce però una differenza tra famiglia e nucleo: “la famiglia è costituita dall’insieme delle persone coabitanti legate da vincoli di matrimonio o parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi”; “il nucleo è l’insieme delle persone che formano una coppia con figli celibi o nubili, una coppia senza figli, un genitore solo con figli celibi o nubili”. E si aggiunge: “una famiglia può coincidere con un nucleo, può essere formata da un nucleo più altri membri aggregati, a più nuclei (con o senza membri aggregati), o da nessun nucleo (persone sole, famiglie composte ad esempio da due sorelle, da un genitore con figlio separato, divorziato o vedovo, eccetera)”. Non è facile, ma sembra di capire che il nucleo approssima il concetto di family, e la famiglia quello di household. But not quite. Se qualcuno ne sa di più, mi aiuti.

Scomunica

Se ne parla molto in questi giorni, e per lo più a vanvera, come accade in genere quando il chiacchiericcio è alimentato da giornalisti e “opinionisti” che si fanno un punto d’onore del non documentarsi mai e dell’occultare i fatti e qualunque altro elemento dotato di una qualche oggettività e verificabilità (e poi, nella maggior parte dei casi, tuonano contro il relativismo).

Secondo Wikipedia: “La scomunica è un atto legale della chiesa cristiana che implica vari gradi di esclusione di un suo membro dalla comunità dei fedeli a causa di gravi ed ostinate infrazioni alla morale e/o alla dottrina riconosciuta. Il termine scomunica appare per la prima volta in documenti ecclesiastici nel quarto secolo. Nel quindicesimo secolo si comincia a fare una distinzione fra coloro che devono essere allontanati a causa di gravi errori (i vitandi), e quelli che possono essere tollerati (i tolerati, che dovevano essere solo rigidamente esclusi dai sacramenti). […] Nell’ambito del diritto canonico cattolico , la scomunica è la più grave delle pene che possa essere comminata a un battezzato: lo esclude dalla comunione dei fedeli e lo priva di tutti i diritti e i benefici derivanti dall’appartenenza alla Chiesa, in particolare quello di amministrare e ricevere i sacramenti. La scomunica è una delle tre censure ecclesiastiche previste dal diritto canonico: le altre censure sono l’interdetto e la sospensione a divinis (quest’ultima può essere inflitta solo ai chierici). La scomunica può essere inflitta solo a una persona fisica, laica o ecclesiastica, non a enti e confraternite, e cessa con l’assoluzione che può e deve essere data non appena lo scomunicato si pente sinceramente della colpa commessa.”

Alcune considerazioni:

  1. Il processo di “giuridicizzazione” della fede cristiana è un processo storico, estraneo alla chiesa delle origini (che, anzi, reagiva ai minuziosi elenchi di norme dell’ebraismo – andatevi al leggere sulla Bibbia il Levitico! –: Gesù dice che il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato), probabilmente scaturito dall’incontro con il diritto romano;
  2. Il processo di “codificazione” è ancora più recente: il Codex Iuris Canonici è stato promulgato nel 1917 da papa Benedetto XV (data e nome del papa sono evocativi, vero?). Una versione riformata, fortemente voluta da papa Giovanni XXIII e ispirata ai principi del Concilio Vaticano II, è stata promulgata nel 1988. Sul web è disponibile il testo integrale, con strumenti di ricerca veramente ben fatti.
  3. La scomunica è l’effetto di una sentenza giuridica.
  4. La scomunica è sempre inflitta a una persona.
  5. Nel diritto canonico c’è un principio generale: “Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione” (Canone 912).
  6. L’eccezione al principio è la seguente: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” (Canone 915).

Nefelococcigìa

La città degli allocchi tra le nuvole. Da greco nephele “nuvola” e kokkyx “cuculo”.

Inventata nella commedia di Aristofane Gli uccelli (da non confondere con il film di Hitchcock).

Due ateniesi, stanchi di vivere sulla terra, decidono di fondare una città tra cielo e terra con l’aiuto degli uccelli. La città non verrà mai ultimata, ma provoca lo scontento degli dei, l’avidità degli uomini e una guerra con l’Olimpo per la riconquista del cielo.

In inglese, è il gioco di riconoscere oggetti familiari nella forma delle nuvole.

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Baccelliere

OK, non è quello che sbuccia i piselli.

Esterofili come siamo diventati, siamo più abituati a trovarlo nell’acronimo B. A. (Bachelor of Arts, il primo livello di laurea nei paesi anglosassoni, prima del Master e del Ph. D.); in Francia e in Spagna, il titolo di scuola superiore che corrisponde alla nostra maturità.

Baccelliere è dunque chi ha conseguito il baccellierato o baccalaureato. Ci viene quindi spontaneo pensare che il vocabolo sia un derivato o un composto di laurea, e abbia a che fare con la corona d’alloro che cingeva la fronte degli imperatori e dei poeti e, per estensione, dei dotti. Di qui la falsa etimologia: bacca lauri cinctus, “incoronato di bacche d’alloro”.

Invece, pare che l’etimologia vera sia diversa. Anzi, ce ne sono due in concorrenza.

La prima è dal latino bàculus, “bastone”: il bastone consegnato come emblema dell’investitura al proprietario terriero investito nel feudalesimo del possesso di fondi agricoli e anche il giovane gentiluomo che faceva il prima passo nella carriera cavalleresca, il baculàrius o baccalàrius, di grado intermedio tra donzello e cavaliere.

Questo porta diritto alla seconda ipotesi etimologica, dal celtico bach, “giovane”: sarebbe propriamente il novizio di un ordine religioso e, poiché nel medioevo si studiava soprattutto nei monasteri, il grado intermedio tra scolaro e dotto. Questa accezione del termine è attestata da Raul Glaber, monaco del convento di San Benigno di Digione, già nell’XI secolo.

Dante usa il termine baccelliere, in quest’ultima accezione, nel canto XXIV del Paradiso (46-51):

Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ‘l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,

così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.

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Il principio antropico

Una digressione che avevo promesso nella recensione di The Weight of Numbers.

Mi districherò in questa storia complicata utilizzando le parole di Richard Dawkins in The God Delusion.

“The anthropic principle was named by the British mathematician Brandon Carter in 1974 and expanded by the physicists John Barrow and Frank Tipler in their book an the subject. The anthropic argument is usually applied to the cosmos, […] [b]ut I’ll introduce the idea on a smaller, planetary scale. We exist here on Earth. Therefore Earth must be the kind of planet that is capable of generating and supporting us, however unusual, even unique, that kind of planet might be.

[…]

Two main explanations have been offered for our planet’s peculiar friendliness The design theory says that God made the world […] and deliberately set up all the details for our benefit. The anthropic approach is very different, and it has a faintly Darwinian feel. The great majority of planets in the universe are […] not suitable for life. None of that majority has life. However small the minority of planets with just the right conditions for life may be, we necessarily have to be on one of that minority, because here we are thinking about it.

It is a strange fact, incidentally, that religious apologists love the anthropic principle. For some reason that makes no sense at all, they think it supports their case. Precisely the opposite is true. The anthropic principle, like natural selection, is an alternative to the design hypothesis. It provides a rational, design-free explanation for the fact that we find ourselves in a situation propitious to our existence. I think the confusion arises in the religious mind because the anthropic principle is only ever mentioned in the context of the problem that it solves, namely that we live in a life-friendly place. What the religious mind then fails to grasp is that two candidate solutions are offered to the problem. God is one. The anthropic principle is the other. They are alternatives“.

Se vi viene da grattarvi la testa, non preoccupatevi: il ragionamento è solido, ma controintuitivo.

Un altro esempio può servirvi da ponteggio per arrampicarvi sul principio antropico.

Avete mai pensato che, per quanto strano possa sembrare, siete i discendenti di una catena ininterrotta di progenitori che sono sopravvissuti abbastanza a lungo da mettere al mondo dei figli, a loro volta vissuti abbastanza a lungo da mettere al mondo dei figli, e così via, in linea diretta da Adamo ed Eva (o da Lucy) fino a vostro padre e a vostra madre?

C’è stata la peste nera raccontata dal Boccaccio e quella dei Promessi Sposi. La mortalità infantile era spaventosa fino a 100 anni fa. Niente! A voi è andata bene: i vostri avi sono sopravvissuti abbastanza a lungo per riprodursi. Credete nella verità letterale della strage degli innocenti ordinata da Erode? Niente paura, è certo che non discendete da nessuno di quei morti in tenera età. Cecilia (“scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”) è morta vergine? sicuramente non siete suoi pronipoti!

Milioni di rami secchi nell’albero genealogico di Adamo ed Eva (o di Lucy), ma voi siete sicuramente su un virgulto verdeggiante…

Specchi

Per molti anni mi sono chiesto come potessero gli specchi moltiplicare la luce.

L’evidenza era lì, davanti agli occhi: hai una lampadina nel bagno, e il bagno è illuminato con una certa intensità. Monti uno specchio su una parete. Il bagno diventa molto più luminoso, come se avessi due lampadine della stessa potenza. Ma, mi dicevo, come è possibile? Nulla si crea e nulla si distrugge. Se si potesse fare così, basterebbe rivestire tutto di specchi e avremmo un enorme risparmio energetico, dato che le lampadine consumano energia elettrica.

Non che ci abbia pensato molto, ma ci ho pensato spesso, e non ho mai trovato una risposta che mi convincesse.

Finché qualche anno fa, ormai con pochi capelli e prevalentemente grigi, eureka! ho trovato la spiegazione. Che, come tutte le spiegazioni semplici (simplex sigillum veri) troverete ovvia, e mi classificherete subito tra i cretini.

Non è che con lo specchio la luce si moltiplica, è che senza specchio viene assorbita dalla parete invece che riflessa. Tanto più la parete è scura e opaca, tanto più la luce viene assorbita e “sprecata” dal punto di vista dell’illuminazione; tanto più è chiara e lucida, tanto più è riflessa e dunque “utile” ai fini dell’illuminazione. Una parete a specchio è il massimo su questa scala. Tutto qui.

Fustagno

Un tessuto (originariamente di cotone e lino, ora di cotone) simile al velluto, ma più rustico e a “pelo” più corto (“garzato”). A me piace molto, per i pantaloni, e mi ricorda l’abbigliamento dei cacciatori e dei pastori sardi. Esiste una variante, frustagno, che non ha nulla a che fare con l’etimologia del nome, e che nasce probabilmente dall’assonanza con un tessuto “frusto”, cioè “logoro”, “liso”.

L’etimologia è curiosa, e rimanda all’origine del prodotto, che arrivò in Europa dall’Egitto, e precisamente da Fustat, il nucleo originario de Il Cairo.

La storia è questa: quando gli Arabi conquistarono l’Egitto, tra il 639 e il 641, era loro intenzione stabilire la capitale ad Alessandria. Ma il califfo di Medina, Umar, sapeva che durante la piena del Nilo Alessandria, sulla riva sinistra del fiume, sarebbe restata isolata dalla madrepatria e, quindi, dai rinforzi militari. Ordinò quindi di fondare il quartier generale sulla riva destra. Il generale Amr, di ritorno da una missione, trovò che nella sua tenda aveva costruito il nido una colomba. Dichiarò sacro il luogo (Fustat significa “la tenda”) e, dopo che la colomba ebbe allevato la prole e abbandonato il nido, edificò una moschea (ancora esistente, a Il Cairo vecchio). La città che vi crebbe intorno fu chiamata Misr al-Fustat, l’insediamento della tenda.

Mulo

Speravo che mulo avesse la stessa etimologia di molĕre (in fin dei conti si può mettere un mulo per far girare una macina, no?), ma pare che invece sia stato incorporato nel latino da una lingua mediterranea o medio-orientale, insieme alla “tecnologia” per fabbricarlo (il figlio, sterile, di un asino e di una cavalla; il figlio di un cavallo e di un’asina si chiama bardotto).

Ho appena scoperto che mulatto è un derivato di mulo, e quindi non è politically correct, equivalendo sostanzialmente a bastardo. La stessa origine (mulo come bastardo, e quindi ragazzo di strada, scavezzacollo) ha il termine dialettale triestino.

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Emolumento

Secondo il dizionario di Tullio De Mauro, nella versione online, è un termine poco usato, che significa: “compenso per un’attività professionale”. Il secondo significato del termine è obsoleto: “profitto, entrata, guadagno”; e anche: “interesse sul denaro”.

Trovo divertente l’etimologia, dal latino ex (da) e molĕre (macinare, grattugiare; è la stessa radice di mulino, molare e dell’inglese meal, pasto). Rinvia alla pratica di prendersi da soli l’interesse sul danaro prestato “tosando” con una lima il bordo delle monete, che erano di metallo prezioso (ancora adesso le monete hanno i bordi zigrinati, per vedere subito se sono state sottoposte a questa pratica). Non è male pensare che i compensi dei professionisti siano una limatura del valore prodotto nelle attività realmente produttive (che rinvia alla concezione del lavoro nei servizi come improduttivo).

E mi fa tornare in mente una storiella che si raccontava negli anni Ottanta.

Visita del presidente del consiglio a Reggio Emilia. Gli portano una forma di parmigiano-reggiano. “È da grattare?”, chiede Bottino Craxi. “Ma no, Presidente, glielo regaliamo noi!”