Men of Good Fortune

Una canzone triste per un giorno di pioggia, di malessere fisico e di malumore cosmico.” The rich son waits for his father to die, the poor just drink and cry. And me, I just don’t care at all.”

Questa versione è tratta dali concerti berlinesi del 2006, in cui Lou Reed eseguì per la prima volta dal vivo il famoso album Berlin del 1973. I concerti sono anche un film di Julian Schnabel, che trovate qui (il sito, non il film: il film ve lo dovete comprare…).

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

The rich son waits for his father to die
the poor just drink and cry
And me, I just don’t care at all

Men of good fortune
very often can’t do a thing
While men of poor beginnings
often can do anything

At heart they try to act like a man
handle things the best way they can
They have no rich, daddy to fall back on

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

It takes money to make money they say
look at the Fords, but didn’t they start that way
Anyway, it makes no difference to me

Men of good fortune
often wish that they could die
While men of poor beginnings
want what they have and to get it they’ll die

All those great things that life has to give
they wanna have money and live
But me, I just don’t care at all

Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings

L’anno dei dodici inverni reloaded

Un piccolo supplemento alla recensione di qualche giorno fa.

Intanto, anche senza rivelare troppo della vicenda, mi sembra di un certo interesse far notare che il romanzo può essere interpretato come il tentativo di dare una risposta all’interrogativo che in molti – penso – ci siamo posti al momento di un innamoramento tardivo: “Che cosa sarebbe stato della mia vita se ti avessi incontrato all’uscita di un giorno di scuola ai tempi del liceo?”.

Certo, una volta che ammetti che puoi viaggiare nel tempo, tutto diventa possibile. Ad esempio, rivivere l’amore di un’estate:

L’amore era quello. Era un gioco da ragazzi, un disegno privo di profondità. Uno scarabocchio colorato, rispetto alla complessa trama di un amore vero, al profondo chiaroscuro di un rapporto coniugale. Eppure era amore. [p. 23]

Ma anche – Avoledo non è uomo semplice – l’omaggio alla persistenza dell’amore (il profondo chiaroscuro del rapporto coniugale, appunto):

Ci abbracciammo sulla soglia. La stringo a me come se temessi di vederla sparire. Sento le lacrime sulle mie guance, ma non saprei dire se siano lacrime piante in questo tempo o nell’altro. Non ha importanza, non ne ha, perché alle mie si uniscono altre lacrime, le sue, e il nostro abbraccio diventa un nodo stretto per sempre, un nodo che niente e nessuno potrà più sciogliere. [p. 353]

Certo, nessuno potrà scioglierlo, soprattutto se lei non verrà mai a sapere che lui si è beatamente vissuto una storia intensa e distruttiva in un’altra dimensione temporale.

Perché questa è la cosa incredibile, dei viaggi nel tempo. Lo chiamano “paradosso del transito”. Fa sì che il viaggiatore che cambia il corso del tempo sia l’unica persona a ricordare il passato, il mondo com’era prima del suo intervento. Per gli altri il mondo nuovo, il mondo che lui ha creato modificando gli eventi del passato, è sempre stato così. Nessun altro si rende conto della differenza. [pp. 353-354]

Avoledo cita molte poesie, note e meno note. Una è Una notte di Constantinos Kavafis:

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!)
nella casa solinga inebriare.

Avoledo la pubblica in questa traduzione in endecasillabi, di cui m’è ignoto l’autore. Io ho quella di Nelo Risi e Margherita Dalmàti [Kavafis, Constantinos. Settantacinque poesie. Torino: Einaudi. 1992. pp. 138-139], che mi sembra molto più bella:

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(Ha proprio ragione Hofstadter, quanta differenza può fare una traduzione!)

La seconda poesia è di Thomas Stearns Eliot, nella traduzione di Eugenio Montale [Montale, Eugenio. Tutte le poesie. Milano: Mondadori. 1990. p. 880]

Signora, tre bianchi leopardi giacevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, s’eran saziati
sulle mie gambe il cuore il fegato e ciò che parte era stato
del mio cranio. E Dio disse:
Vivranno queste ossa? Queste ossa
vivranno? E ciò che parte era stato contenuto
dell’ossa (che già secche erano) susurrò:
per la bontà di questa Signora,
per la sua grazia e perché
in meditazione ella onora la Vergine,
rifulgiamo di splendore.

La poesia di Eliot è intitolata Ash Wednesday (Montale traduce soltanto l’incipit della seconda parte):

Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness.

Il testo completo (e vi raccomando di andarlo a leggere) lo trovate qui.

L’anno dei dodici inverni

Avoledo, Tullio (2009). L’anno dei dodici inverni. Torino: Einaudi. 2009.

Ho parlato più volte di Tullio Avoledo, un autore italiano che mi piace. I suoi libri tendo a divorarli, sia perché in genere ti “prendono” dalle prime pagine, sia perché Avoledo ha quella che si usa chiamare “grande facilità di scrittura”. Ma, spesso, sono rimasto deluso dalla sua capacità di chiudere le storie che ha intessuto.

Tullio Avoledo ha più di un registro.

Ne ha uno – quello per il quale l’abbiamo conosciuto con L’elenco telefonico di Atlantide che ho definito “satirico” recensendo Breve storia di lunghi tradimenti. Nei romanzi di questo registro (ci metterei anche Lo stato dell’unione e Mare di Bering), la storia è sostanzialmente sempre la stessa, come ho già scritto: “il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro).”

Il secondo registro è quello di Tre sono le cose misteriose: lo stile e molti degli ingredienti e delle inquietudini del “primo” Avoledo sono messi al servizio di una storia più impegnata (qui si parla di giustizia penale internazionale e di crimini contro l’umanità e la leggerezza brillante cui Avoledo ci aveva abituati lascia spazio a una scrittura a tratti più faticosa e non sempre risolta).

La ragazza di Vajont era, a mio parere, una sintesi dei due registri che toccava i vertici del capolavoro. Il tema restava alto, ma era trattato all’interno di una vicenda e di una scrittura nervosa e leggera, in cui non sentivi mai la stanchezza della lettura, in cui non c’erano parti di “bassa marea” nella narrazione. I temi erano veramente inquietanti e attuali, quelli di un fascismo nuovo che aveva preso il potere prima che ce ne fossimo potuti nemmeno rendere conto, senza che potessimo nemmeno abbozzare una reazione o una resistenza. In più, elementi di fantascienza, di ucronia, di giustificata paranoia e di riflessione sull’ergodicità per nulla gratuiti, ma assolutamente giustificati ed essenziali allo svolgimento della storia.

L’anno dei dodici inverni continua su questa strada – almeno in parte: come era già avvenuto con il “ciclo” Atlantide-Unione-Bering-Tradimenti, Avoledo evidentemente fatica a chiudere in un solo romanzo o in una sola narrazione un nodo di temi che gli sta a cuore. Soltanto che qui il capolavoro non è riuscito. Qui il debito con Philip K. Dick (evidentemente uno dei numi tutelari di Avoledo) è pagato esplicitamente, e i temi della paranoia, dell’ucronia, dell’ergodicità, della controstoria sono tutti sviluppati. Ma la maionese impazzisce. Lo si capisce dalle prime pagine, quando il racconto non ci cattura come ci eravamo abituati a esserlo: si procede con fatica, il tono è discontinuo (l’artificio dei capitoli in tondo e in corsivo non salva l’autore!), i personaggi non decollano, le tre parti della storia restano macchinose come una scenografia teatrale…

Avrei dovuto capirlo dalla copertina, veramente brutta.

Un libro da leggere, comunque, sulla stima. Aspettando Avoledo a una prova migliore.

Tre sono le cose misteriose

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George Seurat

Il 2 dicembre 1859, 150 anni fa (per Il Barbarico Re: lo so che oggi è il 3, sono in ritardo di un giorno, ma come i più perspicaci avranno intuito sono sommerso di lavoro e non riesco a stare dietro al blog), nasceva a Parigi Georges Seurat.

Contrariamente a quanto credevo anch’io fino a pochi minuti fa, Seurat non chiamò la sua tecnica (basata sul cerchio dei colori – un giorno ne dovrò parlare) “puntinismo” o “pointillisme”, ma “divisionismo” (che per noi è una tecnica un po’ diversa, fatta a striscette di colore e non a puntini, come l’applicarono Umberto Boccioni, Arturo Noci e altri) o “cromoluminarismo”.

In realtà la sua tecnica è affascinante (e, in questo caso, direi anche conturbante) anche nel disegno a matita Crayon su carta rugosa (questo è L’Echo del 1883).

Ma le sue opere più affascinanti sono quelle in cui applica la sua tecnica di uso del colore (qui l’Ospizio e faro a Honfleur, del 1886).

E ancora, anche se forse un po’ troppo di scuola, questa Modella di spalle del 1887.

La sua opera più celebre, Il circo, è del 1891 e rimase incompiuta a causa della morte del pittore.

Sì, questo post è dedicato a una persona che ama moltissimo Georges Seurat.

Françoise Sagan – That Mad Ache / Douglas Hofstadter – Translator, Trader

Sagan, Françoise (1965). That Mad Ache (La Chamade) / Hofstadter, Douglas R.  (2009). Translator, Trader. New York: Basic Books. 2009.

Devo confessare subito di non avere letto il romanzo di Françoise Sagan nella traduzione di Hofstadter, ma soltanto il saggio di quest’ultimo che compare sul libro se lo si capovolge. Mi sembrava (e mi sembra tuttora) assurdo, per uno la cui lingua madre è l’italiano, leggere in inglese un romanzo originariamente scritto in francese. Forse ho sbagliato, ma mi assumo tutte le responsabilità.

Il saggio di Hofstadter, dunque. Sempre godibile, naturalmente. Ma.

Da giovane – altra confessione – sono stato marxista (e molti della mia generazione lo sono stati), ma anche marxiano e marxologo. Mi compravo i volumi delle Opere complete di Marx ed Engels degli Editori riuniti, e li leggevo pure, comprese le quasi quotidiane lettere che i due si scambiavano quasi quotidianamente.

Uno dei miei testi preferiti era l’Introduzione (Einleitung) del 1857 a Per la critica dell’economia politica, pubblicata poi nel 1859. A un certo punto, nel 3° capitolo dell’Introduzione, Marx si perde in una puntigliosa discussione se sia più corretto muovere dall’astratto verso il concreto, o dal concreto verso l’astratto. Una di quelle discussioni teoriche sulle quali, nel movimento operaio sono scorsi fiumi d’inchiostro e, ahimè, anche più d’un fiotto di sangue.

Se esaminiamo dal punto di vista politico-economico un Paese dato, cominciamo con la sua popolazione, la sua divisione in classi, la città, la campagna, il mare, i differenti rami della produzione, l’export-import, la produzione e il consumo annuali, i prezzi delle merci, ecc.
Sembra corretto cominciare con il reale e concreto, con il presupposto effettivo e, dunque, nell’economia, per es., con la popolazione, che è il fondamento e il soggetto dell’intera attività produttiva sociale. Ma, ad una considerazione più attenta, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione se, per es., trascuro le classi, di cui consiste. Queste classi, a loro volta, sono una vuota espressione, se non conosco gli elementi su cui si basano. Per es., lavoro salariato, capitale, ecc. Questi sottendono scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Capitale, ad es., senza lavoro salariato è nulla,[ed anche è nulla] senza valore, denaro, prezzo, ecc. Se, dunque, cominciassi con la popolazione, comincerei con una rappresentazione caotica del tutto e, mediante un’ulteriore determinazione, dovrei pervenire analiticamente a concetti sempre più semplici; dal concreto rappresentato (vorgestelltes Konkretum) ad astrazioni sempre più fini, finché non fossi arrivato alle determinazioni più semplici. Da quel punto, il percorso sarebbe da ricominciare all’indietro, finché non ritornassi alla popolazione, ma questa volta non come la rappresentazione caotica di un Tutto, ma sì piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti (Beziehung). La prima via è quella che, storicamente, l’economia ha preso al suo nascere. Gli economisti del XVIII secolo ad es. cominciano sempre con il Tutto vivente (lebendiges Ganze), con la popolazione, la nazione, lo Stato, molti Stati, ecc.; ma finisce sempre che essi trovano, analiticamente, alcuni determinanti rapporti (Beziehung) astratti, generali – come divisione del lavoro, denaro, valore, ecc.. Non appena questi singoli momenti furono più o meno fissati e astratti, cominciarono i sistemi economici, che dal semplice –come il lavoro, la divisione del lavoro, il bisogno, il valore di scambio – risalirono fino allo Stato, alla scambio fra le nazioni e al mercato mondiale. Quest’ultimo chiaramente è il metodo scientificamente corretto. Il concreto è concreto, perché è sintesi (Zusammenfassung) di molte determinazioni, dunque, perché è unità della molteplicità. Nel pensare, il concreto si presenta, dunque, come processo della sintesi, come risultato, non come punto di partenza, pur se effettivamente proprio il concreto è il punto di partenza e, quindi, è tale anche per l’intuizione e la rappresentazione. Con la prima via, la densa rappresentazione illanguidisce fino a divenire un’astratta determinazione; con la seconda, le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare. È così che Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensare che si raccoglie, si approfondisce in sé e si muove a partire da se stesso, mentre il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo, il modo del pensare per appropriarsi il concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito (geistiges Konkrete). Ma non è, certo, il modo del processo di generazione del concreto. Per es., la categoria economica più semplice, diciamo il valore di scambio, presuppone la popolazione, ed esattamente una popolazione che produca in determinati rapporti (Verhältnis); come anche un certo tipo di famiglia, di comunità, di Stato ecc. Quella categoria non può esistere, se non come astratto, unilaterale rapporto (Beziehung) di un Tutto vivente, concreto e già dato. In quanto categoria, invece, il valore di scambio ha un’esistenza antidiluviana. Per la coscienza, dunque, – e quella filosofica è, appunto, coscienza –, a cui il pensare concettualizzante (das begreifende Denken) si presenta come l’uomo reale e il mondo concettualizzato come il mondo effettivo –, il movimento delle categorie appare essere l‘effettivo atto della produzione – il quale purtroppo riceve un semplice impulso dall’esterno – , che ha come risultato il mondo; ed è giusto – ma di nuovo una tautologia – che la concreta totalità in quanto totalità del pensiero (Gedankentotalität), in quanto concreto del pensiero (Gedankenkonkretum), sia, di fatto, un prodotto del pensare, del pensare concettualizzante (begreifen); in nessun modo, però, è un prodotto del concetto, che pensa a prescindere ed al di sopra della rappresentazione e dell’intuizione, generandosi così da se stesso. Piuttosto è un risultato dell’elaborazione in concetto dell’intuizione e della rappresentazione. Il Tutto – che nella testa si presenta come un Tutto del pensiero – è un prodotto delle testa pensante, che si appropria il mondo nell’unico modo che le è possibile, modo che è diverso da quello dell’appropriazione artistica, religiosa e pratico-spirituale di questo stesso mondo. Il soggetto effettivo resta, prima e dopo, al di fuori della testa nella propria autonomia; fin tanto che la testa si comporta in modo solo speculativo, solo teoretico. Anche nel caso, dunque, del metodo teoretico, il soggetto – la società – deve continuare a stagliarsi come un presupposto di fronte alla rappresentazione. [la traduzione, che non so se è quella canonica, ma non mi va di arrampicarmi sui polverosi scaffali, l’ho trovata in rete qui]

Insomma, anche se con un po’ di fatica si riesce a dipanare il ragionamento marxiano, il nostro Karl si è cacciato in un bel ginepraio: Insomma, viene da chiedersi alla fine, prima di gettarsi in un’ennesima rilettura, meglio dall’astratto al concreto o dal concreto all’astratto? Al postutto, come scriverebbe Scalfari? At the end of the day, come banalizzerebbe un americano? In una parola sola, un rigo appena?

Marx sembra cogliere il problema e si chiede e ci chiede:

Ma queste categorie semplici non hanno, anche, un’esistenza storica e naturale indipendente rispetto a quelle più concrete?

E la sua risposta si riassume in 2 parole:

Ça dépend.

Giuro. E poi via di nuovo, per pagine, dalla Filosofia del diritto di Hegel al lavoro come categoria astratta ad Adam Smith …

E che cosa c’entra tutto questo con il saggio di Hofstadter? Hofstadter si interroga se la traduzione sia anche tradimento e conclude di no, che è piuttosto trading, commercio, intermediazione tra due lingue e due culture. E già a pagina 8 individua 4 paradossi da evitare quanto la peste. Peccato che poi impieghi gran parte delle restanti 92 pagine del saggio a spiegare come e perché abbia ritenuto lecito, anzi opportuno, anzi doveroso, violarne ora l’uno ora l’altro, fino a non rispettare l’articolazione in capitoli e parti del romanzo originario.

Appunto, ça dépend.


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Sillabario dei tempi tristi

Diamanti, Ilvo (2009). Sillabario dei tempi tristi. Milano: Feltrinelli. 2009.

Ci sono cascato un’altra volta. Ho comprato il libro di un collaboratore di un giornale (quotidiano o settimanale non importa) e ho preso la consueta fregatura: il libro non è altro che la raccolta degli articoli già pubblicati. Non importa che io non li avessi letti, in questo o in altri casi (in particolare, come ho già raccontato, non compro più repubblica da quando, il 30 giugno 1992 Sebastiano Vassalli vi pubblicò l’articolo “Don Milani, che mascalzone”). Il punto è che il quotidiano e il periodico sono mezzi diversi dal libro, e che l’articolo è un genere letterario diverso dal capitolo.

Ci sono cascato perché Ilvo Diamanti è bravo e mi piace. Ma nemmeno lui può sfuggire alla regola. Il suo libro si legge, ma alla fine ti lascia con un sapore vagamente di cenere in bocca. In questo caso, in particolare, apprezzi le intuizioni, in genere molto acute, di Diamanti; ma vorresti che poi ci fosse un approfondimento, che invece non c’è perché non poteva esserci nell’articolo originale; nel libro, invece, avrebbe potuto esserci: ma Diamanti non ha scritto un (nuovo) libro, ha soltanto pubblicato una raccolta.

Aggiungo soltanto – gliel’hanno detto in molti e Diamanti mette le mani avanti nella Premessa – che sì, anch’io trovo irritante e brutto lo stile sincopato della sua scrittura “giornalistica”. E anche sinceramente manieristico in senso deteriore.

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La morte segue i magi

Tuzzi, Hans (2009). La morte segue i magi. Torino: Bollati Boringhieri. 2009.

Un giallo colto e sui generis.

Di solito non leggo i polizieschi, ma questo – che mi ha prestato e raccomandato mia sorella – è diverso dagli altri e si legge con piacere. L’autore, dottissimo, si diverte a inzeppare di citazioni il testo, quasi un pastiche post-moderno alla Scurati.

La Milano del 1984 non è più la mia, che me ne ero andato alla fine degli anni 70 e che mi sono quindi perso la “rivoluzione” (qui le scare quotes ci stanno bene) dei paninari, dei tognoli, dei pillitteri e della Milano da bere. L’ambiente nobiliare (da me appena sfiorato) e borghese (quello sì frequentato un po’ di più) e l’ambientazione sono felicemente descritti e rappresentati (con qualche malizioso accenno d’attualità all’imperatore dei media e presidente del Milan, che qui si chiama ovviamente in un modo diverso).

Ma il giallo non regge proprio: se un lettore perspicace come me – ma non particolarmente attento né allenato cultore del genere – aveva capito tutto o quasi dalla prima comparsa dell’assassino, com’è che il brillante vicequestore Norberto Melis non ci arriva che dopo 300 pagine, e nemmeno per merito suo?

Bella la lode dell’amore coniugale (o quasi, nella fattispecie):

Ma lei, Fiorenza, se ne rese conto in quell’istante, era, al di là di ogni passeggera incomprensione, al di là di ogni screzio, al di là di ogni fertile differenza, era la sua compagna: la sua compagna. Stavano bene insieme, stava bene insieme a lei, come con nessun’altra. Era capirsi senza parole, era pensare le stesse cose delle stesse persone, era vedere il mondo da due punti di vista così vicini tra loro che si sarebbero potuti scambiare per lo stesso punto. [p. 254]

Aggiungerei soltanto: che vedere il mondo da due punti di vista vicini, ma non coincidenti, aggiunge alla nostra visione profondità e prospettiva.

L’autore, ne sono convinto, si è molto divertito a scrivere questo romanzo. E io mi sono divertito abbastanza a leggerlo.

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Profondo nero

Lo Bianco, Giuseppe e Sandra Rizza (2009). Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine della stragi di Stato. Milano: Chiarelettere. 2009.

Il tema mi appassiona, ma (o forse proprio per questo) il libro mi ha deluso.

La tesi è abbastanza semplice e, per la verità, non del tutto nuova. Con il contagocce, inchiesta dopo inchiesta, pentito dopo pentito, rivelazione dopo rivelazione, abbiamo avuto una ragionevole certezza politico-culturale (per parafrasare Pasolini), anche se non giudiziaria, che Mattei è stato ucciso dalla mafia su incarico dei poteri forti del nostro Paese (non senza qualche aiutino degli amerikani) perché dava fastidio, e poi De Mauro è stato ucciso (stessi esecutori, stessi mandanti) perché aveva scoperto di Mattei (di questo la famiglia De Mauro e Boris Giuliano furono convinti dall’inizio), e poi Pasolini fu ucciso (come sopra) perché aveva capito tutto. Aleggiano su tutto e tutti le ombre inquietanti di Vito Guarrasi ed Eugenio Cefis.

Il problema è tutto qui: tutti quelli che avevano capito e sospettato avevano visto giusto, ma non avevano le prove. Le prove, ahimè, non le hanno neppure gli autori di questo libro e le fonti che citano. Il risultato, temo, è che le loro argomentazioni risultano convincenti per chi già la pensava così, e irrilevanti per gli altri. Un problema frequente, tra gli autori di Chiarelettere.

Alcune osservazioni:

  • trovo irritante costruire il libro sulla parafrasi degli atti giudiziari o di altre fonti giornalistiche, e poi citarle in nota per esteso, facendo capire al lettore che non si è nemmeno fatto lo sforzo o la scelta di cambiare le parole;
  • ho trovato anche molto fastidioso il tentativo di introdurre una suspense che non c’è, come se dovessimo scoprire il ruolo di Cefis soltanto nelle ultime pagine (Razza padrona è del 1974): troppi emuli di Lucarelli;
  • non è vero che Petrolio di Pasolini sia stato letto soltanto come un’opera letteraria e non di denuncia: io l’ho letto quando uscì (anche) come opera di denuncia, non perché sono particolarmente sveglio, ma perché non lo si può leggere altrimenti;
  • che uno che si chiama Lo Bianco intitoli il suo libro Profondo nero mi pare cromaticamente inappropriato e calcisticamente troppo juventino.

Dave Matthews Band – 5 luglio 2009

Recensisco tardivamente qualche concerto estivo.

DMB è una band di culto, come i Grateful Dead, tanto per capirsi. In comune con loro ha anche il fatto di essere fortemente basata sull’improvvisazione (una jam band) e di avere l’abitudine di fare concerti lunghissimi, spesso in serie di 2-3 giorni (molte delle loro esibizioni dal vivo sono documentate su CD). Ma le similitudini, direi finiscono qui. Per chi vuole saperne di più suggerisco le voci di Wikipedia (su Dave Matthews, sulla band e sulla discografia). La DMB ha anche un sito ufficiale.

Io non sono un fan puro e duro, ma la loro musica mi piace molto e ho una vera adorazione per quella che considero la canzone-capolavoro di Dave Matthews, Two Step.

Non erano mai venuti in Italia, non so bene perché. A un certo punto è circolata una petizione sul web e il concerto del 5 luglio a Lucca è il risultato, mi piace pensare, della petizione: un concerto 2.0!

Il biglietto del concerto costava 36 € (e non me ne lamento: ritengo giusto retribuire gli artisti per le loro performance dal vivo, un po’ meno giusto retribuire le case discografiche perché mettono la musica su un supporto fisico) + 4 € di prevendita (ma perché in aereo e in treno prima prenoti e meno paghi, e per gli spettacoli dal vivo succede il contrario?) + 4,80 € di “servizi” forniti da TicketOne incluso il 20% di IVA (ma perché in aereo e in treno se fai biglietto e check-in online paghi di meno, e per gli spettacoli dal vivo succede il contrario?). Insomma, alla fine quasi 45 € per un concerto in una piazza di Lucca. Senza posti numerati: che non vuol dire, come potreste immaginare e come succede in altre occasioni, che c’erano delle sedie e che chi arrivava si sedeva dove capitava, ma che i posti erano rigorosamente in piedi (all’ultimo momento avevano messo in vendita dei posti numerati: erano direi a occhio 40 seggiolette blu su una pedana transennata, nemmeno tutti pieni e guardati a vista da una muta di energumeni, che spero siano costati agli organizzatori più del ricavato dei biglietti speciali, che costavano il doppio dei nostri).

Serata calda, spalti gremiti, avrebbe detto Sandro Ciotti. Lunga attesa, come di consueto, tra l’apertura dei cancelli e l’inizio del concerto. Che viene preceduto dall’esibizione di una mezzoretta di tal Iuri (o Juri o Jury), vincitore di XFactor: il quale ha almeno l’umiltà di dire che con DMB non c’entra niente e che si colloca a un livello musicale certamente molto più basso. Il che non gli evita incitamenti tipo “Mo’ vedi d’andattene!”

La DMB esce verso le 9:15 e suona quasi 3 ore senza tregua (174 per l’esattezza: il tutto è documentato qui e qui, tracklist inclusa).

Tra le tante belle cose di DMB, dopo Two Step forse la mia preferita è Ants Marching. Qui nel famoso concerto al Central Park.

He wakes up in the morning.
Does his teeth, bite to eat and he’s rolling
Never changes a thing.
The week ends, the week begins.

She thinks, we look at each other
Wondering what the other is thinking,
But we never say a thing.
And these crimes between us grow deeper.

Take these chances
Place them in a box until a quieter time.
Lights down, you up and die.

Goes to visit his mommy
She feeds him well, his concerns
He forgets them.
And remembers being small
Playing under the table and dreaming…

Take these chances
Place them in a box until a quieter time
Lights down, you up and die.

Driving along this highway
All these cars and up on the sidewalk
People in every direction
No words exchanged,
No time to exchange when
All the little ants are marching.
Red and black antennae waving.
They all do it the same
They all do it the same way,
Candyman tempting the thoughts of a
Sweet tooth tortured by weight loss programs
cutting the corners, there’s a
Loose end, loose end, cut cut
On the fence, try not to offend.
Cut cut, cut cut.

Take these chances
Place them in a box until a quieter time.
Lights down, you up and die.

Lights down, you up and die.

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Matter – Iain M. Banks

Banks, Iain M. (2008). Matter. London: Orbit. 2009.

Succede abbastanza spesso, nella mia esperienza: scopri un autore, è amore a prima vista. Leggi un secondo libro, delusione. Mi è successo anche per Banks: The Algebraist mi aveva entusiasmato, questo non mi è dispiaciuto ma l’ho trovato meno bello, meno nuovo, meno ricco. Certo, qualche attenuante c’è: Matter è parte di un ciclo di romanzi, The Culture, che si svolge in un universo futuro in cui convivono civilizzazioni molto più avanzate della nostra provinciale Terra quanto a etica e tecnologia e tutti gli altri possibili tipi e gradi di civiltà umane e aliene. Non è in genere raccomandabile cominciare un ciclo (anche se questo non è propriamente un ciclo) dalla sua ultima puntata (o incarnazione o manifestazione). Ma tant’è, ho trasgredito una regola e, dirà qualcuno, adesso non ho il diritto di lamentarmi.

Naturalmente, la convivenza di civiltà galattiche avanzate e di culture planetarie arretrate è in sé un meccanismo narrativo che offre possibilità combinatorie pressoché infinite e quel vecchio marpione di Banks lo sa, e gioca bene le sue carte e i suoi registri spaziando dalla space opera al conte philosophique con un’onnipresente e gradevole ironia.

È particolarmente interessante che Banks continui – assumendo questa volta un punto di vista quasi diametralmente opposto – la sua riflessione sull’ipotesi di Bostrom (Are You Living in a Computer Simulation?) che la realtà sia una simulazione.

“You know there is a theory,” Hyrlis said quietly, walking amongst the gently glowing coffin-beds, Ferbin and Holse at his rear, the four dark-dressed guards somewhere nearby, unseen, “that all that we experience as reality is just a simulation, a kind of hallucination that has been imposed upon us.”

Ferbin said nothing.

Holse assumed that Hyrlis was addressing them rather than his demons or whatever they were, so said, “We have a sect back home with a roughly similar point of view, sir.”

“It’s a not uncommon position,” Hyrlis said. He nodded at the unconscious bodies all around them. “These sleep, and have dreams inflicted upon them, for various reasons. They will believe, while they dream, that the dream is reality. We know it is not, but how can we know that our own reality is the last, the final one? How do we know there is not a still greater reality external to our own into which we might awake?”

“Still,” Holse said. “What’s a chap to do, eh, sir? Life needs living, no matter what our station in it.”

“It does. But thinking of these things affects how we live that life. There are those who hold that, statistically, we must live in a simulation; the chances are too extreme for this not to be true.

“There are always people who can convince themselves of near enough anything, seems to me, sir,” Holse said.

“I believe them to be wrong in any case,” Hyrlis said.

“You have been thinking on this, I take it then?” asked Ferbin. He meant to sound arch.

“I have, prince,” Hyrlis said, continuing to lead them through the host of sleeping injured. “And I base my argument on morality.”

“Do you now?” Ferbin said. He did not need to affect disdain.

Hyrlis nodded. “If we assume that all we have been told is as real as what we ourselves experience – in other words, that history, with all its torturings, massacres and genocides, is true – then, if it is all somehow under the control of somebody or some thing, must not those running that simulation be monsters? How utterly devoid of decency, pity and compassion would they have to be to allow this to happen, and keep on happening under their explicit control? Because so much of history is precisely this, gentlemen.”

They had approached the edge of the huge space, where slanted, down-looking windows allowed a view of the pocked landscape beneath. Hyrlis swept his arm to indicate both the bodies in their coffin-beds and the patchily glowing land below.

“War, famine, disease, genocide. Death, in a million different forms, often painful and protracted for the poor individual wretches involved. What god would so arrange the universe to predispose its creations to experience such suffering, or be the cause of it in others? What master of simulations or arbitrator of a game would set up the initial conditions to the same piti­less effect? God or programmer, the charge would be the same: that of near-infinitely sadistic cruelty; deliberate, premeditated barbarism on an unspeakably horrific scale. ”

Hyrlis looked expectantly at them. “You see?” he said. “By this reasoning we must, after all, be at the most base level of reality – or at the most exalted, however one wishes to look at it. Just as reality can blithely exhibit the most absurd coinci­dences that no credible fiction could convince us of, so only reality – produced, ultimately, by matter in the raw – can be so unthinkingly cruel. Nothing able to think, nothing able to comprehend culpability, justice or morality could encompass such purposefully invoked savagery without representing the absolute definition of evil. It is that unthinkingness that saves us. And condemns us, too, of course; we are as a result our own moral agents, and there is no escape from that responsibility, no appeal to a higher power that might be said to have artifi­cially constrained or directed us.”

Hyrlis rapped on the clear material separating them from the view of the dark battlefield. “We are information, gentlemen; all living things are. However, we are lucky enough to be encoded in matter itself, not running in some abstracted system as patterns of particles or standing waves of probability.”

Holse had been thinking about this. “Of course, sir, your god could just be a bastard,” he suggested. “Or these simulationeers, if it’s them responsible.”

“That is possible,” Hyrlis said, a smile fading. “Those above and beyond us might indeed be evil personified. But it is a stand­point of some despair.” [pp. 338-340]

***

The morning after he’d taken them to the great airship full of the wounded, Hyrlis summoned them to a hemispherical chamber perhaps twenty metres in diameter where an enormous map of what looked like nearly half of the planet was displayed, showing what appeared to be a single vast continent punctu­ated by a dozen or so small seas fed by short rivers running from jagged mountain ranges. The map bulged towards the unseen ceiling like a vast balloon lit from inside by hundreds of colours and tens of thousands of tiny glittering symbols, some gathered together in groups large and small, others strung out in speckled lines and yet more scattered individually.

Hyrlis looked down on this vast display from a wide balcony halfway up the wall, talking quietly with a dozen or so uniformed human figures who responded in even more hushed tones. As they murmured away, the map itself changed, rotating and tipping to bring different parts of the landscape to the fore and moving various collections of the glittering symbols about, often developing quite different patterns and then halting while Hyrlis and the other men huddled and conferred, before returning to its earlier configuration.

[…]

The display halted, then flickered, showing various end-patterns in succession. Hyrlis shook his head and waved one arm. The great round map flicked back to its starting state again and there was much sighing and stretching amongst the uniformed advisers or generals clustered around him.

Holse nodded at the map. “All this, sir. Is it a game?”

Hyrlis smiled, still looking at the great glowing bubble of the display. “Yes,” he said. “It’s all a game.”

“Does it start from what you might call reality, though?” Holse asked, stepping close to the balcony’s edge, obviously fascinated, his face lit by the great glowing hemisphere. Ferbin said nothing. He had given up trying to get his servant to be more discreet.

“From what we call reality, as far as we know it, yes,” Hyrlis said. He turned to look at Holse. “Then we use it to try out possible dispositions, promising strategies and various tactics, looking for those that offer the best results, assuming the enemy acts and reacts as we predict.”

“And will they be doing the same thing as regards you?”

“Undoubtably.”

“Might you not simply play the game against each other then, sir?” Holse suggested cheerily. “Dispensing with all the actual slaughtering and maiming and destruction and desolating and such like? Like in the old days, when two great armies met and, counting themselves about equal, called up champions, one from each, their individual combat counting by earlier agreement as determining the whole result, so sending many a frightened soldier safely back to his farm and loved ones.”

Hyrlis laughed. The sound was obviously as startling and unusual to the generals and advisers on the balcony as it was to Ferbin and Holse. “I’d play if they would!” Hyrlis said. “And accept the verdict gladly regardless.” He smiled at Ferbin, then to Holse said, “But no matter whether we are all in a still greater game, this one here before us is at a cruder grain than that which it models. Entire battles, and sometimes therefore wars, can hinge on a jammed gun, a failed battery, a single shell being dud or an individual soldier suddenly turning and running, or throwing himself on a grenade.”

Hyrlis shook his head. “That cannot be fully modelled, not reliably, not consistently. That you need to play out in reality, or the most detailed simulation you have available, which is effectively the same thing.”

Holse smiled sadly. “Matter, eh, sir?”

“Matter.” Hyrlis nodded. “And anyway, where would be the fun in just playing a game? Our hosts could do that themselves. No. They need us to play out the greater result. Nothing élse will do. We ought to feel privileged to be so valuable, so irre­placeable. We may all be mere particles, but we are each fundamental!” [pp. 346-348]

***

A strange thing had happened to Choubris Holse. He had become interested in what was, if he understood such matters rightly, not a million strides away from being philos­ophy. Given Ferbin’s unrestrainedly expressed views on that subject, this felt tantamount to treason.

It had started with the games that they had both been playing on the Nariscene ship Hence the Fortress to pass the time […].

There were even more realistically fashioned diversions available, games in which you really did seem to be awake and moving physically around, talking and walking and fighting and everything else (though not peeing or shitting – Holse had felt he had to ask), but those sounded daunting and overly alien to both men, as well as unpleasantly close to some of the disturbing stuff Xide Hyrlis had been bending their ears about back on the disputed, burned husk that was Bulthmaas.

The ship had advised them on which games they would find most rewarding and they’d ended up playing those whose pretended worlds were not all that different from the real one they’d left behind on Sursamen; war games of strategy and tactics, connivance and daring.

[…]

Which was how he came to be interested in the idea that all reality might indeed be a game, most specifically as this concept related to the Infinite Worlds theory, which held that all possible things had already happened, or were happening now, all together.

This alleged that life was very like a game or simulation where every possible course and outcome has already been played out, noted down and drawn up, as though on an enormous map, with the beginning of the game – before a piece has been moved or a move has been made – in the centre, and every single possible end state arranged along the outer fringe of this implau­sibly stupendous chart. By this comparison, all that one does in mapping out the course of one particular game is trace a path from that central Beginning of things out through more and more branches, chances and possibilities, to one of the near infinitude of Ends at the periphery.

And there you were; the further likeness being drawn here, unless Holse had it completely arse-before-cock, was that which held; As Game, So Life. And indeed, As Game, So Entire History Of Whole Universe, Bar Nothing And Nobody.

Everything had already happened, and in every single possible way, too. Not only had everything that had already happened happened, everything that was going to happen had already happened. And not only that: everything that was going to happen had already happened in every single possible way that it possibly could.

So if, say, he played a game of cards with Ferbin, for money, then there was a course, a line, a way through this already written, previously happened universe of possibilities which led to the outcome that involved him losing everything to Ferbin, or Ferbin losing everything to him, including Ferbin suffering a fit of madness and betting and losing his entire fortune and inheritance to his servant – ha! There were universe-lines where he’d kill Ferbin over the disputed card game, and others wherein Ferbin would kill him; indeed there were tracks that led to everything that could be imagined, and everything that would never be imagined by anybody but was still somehow possible.

It seemed at first glance like utter madness, yet it also, when one thought about it, appeared somehow no less implausible than any other explanation of how things truly were, and it had a sort of completeness about it that stifled argument. Assuming that every branching fork on the universe map was taken randomly, all would still somehow be well; the likely things would always outnumber the unlikely and vastly outnumber the ludicrous, so as a rule things would happen much as one expected, with the occasional surprise and the very rare moment of utter incredulity.

Pretty much as life generally was, in other words, in his expe­rience. This was at once oddly satisfactory, mildly disappointing and strangely reassuring to Holse; fate was as fate was, and that was it.

He immediately wondered how you could cheat. [pp. 385-387]

OK, scusate le lunghe citazioni, ma mi sembra di avervi dato così un’idea del sottofondo filosofico del libro (altro che Matrix!), della maestria e dell’ironia di Banks (Choubris Holse è il personaggio più simpatico del libro, un geniale Sancho Panza interstellare) e, per soprammercato, del perché il romanzo sia intitolato Matter.

Chiudo, giusto per divertimento, con due fulminanti dialoghi.

“That is absurd,” he said.
“Nevertheless,” Hyrlis said casually […] [p. 345]

“You blush? Do you blush? Can you? […]”
“[…] Of course I blush not. I translate. I speak to you and in your idiom […]. All is translation. How could it be otherwise?” [p. 514]

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