La fiamma del peccato

La fiamma del peccato (Double Indemnity), 1944, di Billy Wilder, con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck e Edward G. Robinson.

Tratto da un romanzo di James M. Cain e sceneggiato da da Raymond Chandler (scusate se è poco).

Così bello che non so da dove cominciare. Forse da una delle frasi iniziali: “I killed him for money – and a woman – and I didn’t get the money and I didn’t get the woman”. Il film è poi un lungo flashback. Non racconterò niente perché DOVETE vederlo (o rivederlo): è in edicola con Ciak. Mi limiterò a 3 considerazioni personali:

  1. Barton Keyes (Edward G. Robinson) è un investigatore esplicitamente statistico. Sentite quello che dice al suo capo, Norton, a proposito dell’ipotesi che Dietrichson si sia suicidato: “Mr. Norton, the first thing that hit me was that suicide angle. Only I dropped it in the wastepaper basket just three seconds later. You ought to take a look at the statistics on suicide sometime. You might learn a little something about the insurance business”. Norton replica, seccato: “I was raised in the insurance business, Mr. Keyes”. Keyes: “Yeah. In the front office. Come on, you never read an actuarial table in your life. I’ve got ten volumes on suicide alone. Suicide by race, by color, by occupation, by sex, by seasons of the year, by time of day. Suicide, how committed: by poisons, by fire-arms, by drowning, by leaps. Suicide by poison, subdivided by types of poison, such as corrosive, irritant, systemic, gaseous, narcotic, alkaloid, protein, and so forth. Suicide by leaps, subdivided by leaps from high places, under wheels of trains, under wheels of trucks, under the feet of horses, from steamboats. But Mr. Norton, of all the cases on record there’s not one single case of suicide by leap from the rear end of a moving train. And do you know how fast that train was going at the point where the body was found? Fifteen miles an hour. Now how could anybody jump off a slow moving train like that with any kind of expectation that he would kill himself? No soap, Mr. Norton. We’re sunk, and we’re going to pay through the nose, and you know it. May I have this?”. A questo punto, Keyes prende il bicchiere d’acqua che Norton teneva in mano e lo svuota d’un fiato. Norton è esterefatto. (La sceneggiatura del film è qui).
  2. Il film racconta due storie d’amore, entrambe senza uscita, e su queste si regge tutta la tensione del film: quella tra Walter Neff (Fred MacMurray) e Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwick), e quella tra Walter e Barton Keyes (Edward G. Robinson). L’attrazione di Walter per Phyllis è impossibile perché unilaterale (Phyllis: “We’re both rotten, Walter”. Walter: “Only you’re just a little more rotten. You’re rotten clear through”), e per Phyllis Walter è soltanto uno strumento (Walter: “Why didn’t you shoot, baby? Don’t tell me it’s because you’ve been in love with me all this time”. Phyllis: “No. I never loved you, Walter. Not you, or anybody else. I’m rotten to the heart. I used you, just as you said. That’s all you ever meant to me”). L’amore tra Walter e Barton forse non è omosessuale e certamente non è sessualizzato, ma è amore vero e Walter se ne accorge soltanto in extremis (Walter: “You know why you didn’t figure this one, Keyes? Let me tell you. The guy you were looking for was too close. He was right across the desk from you”. Keyes: “Closer than that, Walter”. The eyes of the two men meet in a moment of silence. Walter: “I love you too”). Alla luce di questo amore – vero – la celebre battuta conclusiva di A qualcuno piace caldo (“Nessuno è perfetto”) è più di una battuta, è un inno alla tolleranza e alla libertà sessuale.

  3. In due occasioni, nella colonna sonora del film compare un brano particolarmente inquietante del primo movimento dell’Incompiuta di Schubert (anche se nella sceneggiatura si prevede invece la Sinfonia in re minore di Cesar Franck), quando Lola e Walter sono sulle colline di Hollywood e Lola in lacrime è convinta che il complice della madre fosse Nino Zachetti, il fidanzato, e alla fine, quando appare il THE END. È curioso, perché ho sempre trovato minaccioso quel brano e ricordo, in quarta ginnasio, di averne fatto in un tema la colonna sonora della morte di Palinuro, nell’Eneide. Il ricordo mi è molto caro perché mio padre, che l’aveva letto, mi chiamò da parte e mi disse, impacciato, che era un bel tema e che era scritto da adulto. Non ho mai avuto un complimento che mi abbia riempito di altrettanta gioia.

Arsenico e vecchi merletti

Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and Old Lace), 1944, di Frank Capra, con Cary Grant.

Quinto DVD del cofanetto di Cary Grant (dopo Un amore splendido, Il visone sulla pelle, Sospetto e Un marito per Cinzia).

Erano molti anni che non rivedevo (una volta lo trasmettevano spesso sulla Rai, ora non mi capita da anni di vederlo, anche perché guardo meno la televisione) e non l’avevo mai visto in originale, cosa che i DVD permettono di fare, magari con i sottotitoli in italiano o in inglese. Ma vi assicuro che in questi film “classici” la pronuncia è in genere comprensibilissima e il piacere di sentire la voce “vera” dei grandi divi è impagabile.

Erano anni che non lo rivedevo – stavo dicendo – e non mi ricordavo quanto fosse divertente. Lo metto a pieno titolo tra le 3 commedie più divertenti della storia del cinema, insieme (a mio giudizio) a Un pesce di nome Wanda e A qualcuno piace caldo.

Torniamo ad Arsenico e vecchi merletti. Tratto da una commedia di Broadway, rappresentata tra il 1941 e il 1944 per 1.444 volte, un record (il film, girato nel 1941, andò nelle sale soltanto dopo la fine delle repliche della pièce teatrale). Frank Capra – apparentemente lontano dalle sue corde, quella delle favole pervase di buoni sentimenti di La vita è meravigliosa, per intendersi – ne fa una black comedy dal ritmo scatenato e di forte ambiguità morale, e dimostra comunque di essere un genio. Criticato proprio per l’aderenza allo schema teatrale, fa del set povero, delle luci poco cinematografiche, del bianco e nero uno dei punti di forza del film, protagonista insieme al cast straordinario degli attori (e dei personaggi, tutti necessari all’economia del film: le due vecchie zie, lo stralunato Teddy, il fratello Jonathan – truccato da Boris Karloff, che ne era l’interprete teatrale, e che qui viene preso in giro alla grande –, il dottor Einstein – un magistrale Peter Lorre). Come è giusto che sia in una macchina per far ridere, niente è superfluo. Il film ha a tratti un ritmo da slapstick.

Sopra tutti, Cary Grant. Molto più giovane che negli altri film del cofanetto (nel 1941 aveva 37 anni), fa quello che sa fare meglio: “Standing there being handsome, and making silly faces in the midst of morally dubious chaos. Like Jerry Lewis, trying to be an accountant”, come ho letto in una critica. E dire che lui non ne era contento, perché gli sembrava di essere costretto a recitare troppo sopra le righe, e disse che era il suo film peggiore. Pensate che prima che a lui, la parte era stato offerta a Ronald Reagan (orrore e raccapriccio!) che la rifiutò, e a Bob Hope, che l’avrebbe presa se non si fosse opposta la Paramount.

Volevo citare qualcuna delle battute (un altro pregio del film, come anche delle altre due grandi commedie cinematografiche citate, è che fa ridere sia per le situazioni sia per le battute), ma sono veramente troppe. Allora soltanto due, entrambe di Cary Grant (Mortimer Brewster):

  • When I come back, I expect to find you gone. Wait for me!
  • [on telephone] Hello… Operator? Can you hear my voice? You can? Are you sure? [Hangs up] Well, then I must not be dreaming.

Ma soprattutto, dedicata a chi vuol capire: Holy mackerel!

Pubblicato su Recensioni. 3 Comments »

Giallo su giallo

Mura, Gianni (2007). Giallo su giallo. Milano: Feltrinelli. 2007.

Leggibilissimo, ma ai limiti della truffa.

Premessa: adoro Gianni Mura, Il migliore e il più gustoso dei giornalisti sportivi viventi, erede del grandissimo Gianni Brera (l’altro mio mito è Gianni Clerici, anche se non capisco nulla di tennis tranne i gemiti delle tenniste e lo strampalato modo di contare i punti – ma questa è un’altra storia). Grande buongustaio, anche.

Premessa numero due: adoro anche Lance Armstrong.

Terza premessa: ho sempre sognato di seguire un Tour, con gli stessi obiettivi di Mura: girare la provincia francese di paese in paese e di ristorante in ristorante.

Quindi ho subito comprato il libro e l’ho divorato. Scritto benissimo, e lo sapevo da prima. Ma il giallo è inconsistente, e viola una regola fondamentale (non che io sia particolarmente appassionato del genere…): il colpevole deve essere lì, nella storia, e tu dovresti avere la possibilità di scoprirlo da solo, e l’autore fa di tutto per trarti in inganno (classico il caso del romanzo di Agatha Christie – The Murder of Roger Ackroyd – in cui il colpevole è il narratore stesso). Ma se l’assassino è esterno al racconto, e compare insieme alla spiegazione, non vale! Di più non dico.

Metà del libro – anche se non l’ho verificato – consiste degli articoli scritti (e pubblicati) da Mura come suiveur del Tour 2005. Si usa pubblicare raccolte di articoli (lo fanno tutti i giornalisti) e raccoglierli all’interno di un pretesto narrativo è tutto considerato un peccato veniale.

Posso anche capire che motivi legali spingano a cambiare i nomi dei ciclisti ancora su piazza (anche se ormai ritirati come Armstrong), ma forse allora era meglio cambiare anche qualche altro dettaglio. Eh già, ma allora non si potevano ripubblicare gli articoli, direte voi. Non sono persuaso. Troppo comoda e troppo facile la strada scelta da Mura: la prossima volta, apprezzeremmo uno sforzo più convincente.

Penosa l’unica scena di sesso: era obbligatoria?

Grandi i consigli gastronomici, che mi riprometto di verificare sul campo.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Recital di Evgenij Kissin

Mercoledì 30 maggio 2007 – ore 21.00

Roma, Auditorium, Sala Santa Cecilia
Evgenij Kissin in recital

Pianoforte: Evgenij Kissin

Programma:

Schubert – Sonata in mi bemolle maggiore per pianoforte D 568, op. 122
Beethoven – Trentadue variazioni in do minore per pianoforte, WoO 80
Brahms – Sei Klavierstücke per pianoforte, op. 118
Chopin – Grande polonaise brillante précédée d’un Andante spianato, per pianoforte, op. 22

Nella musica, come nel modo di affrontare la vita e nella filosofia, si individuano visioni diverse: quella che sottolinea la dinamica drammaticità delle vicende umane e quella che enfatizza l’eterno ritorno, la freccia e il cerchio, il maschile e il femminile, l’occidente e l’oriente, il dio calato nella storia (Jahvè e Allah) e la religione del ciclo (induismo e buddismo). In musica, questa dicotomia si ripropone come quella tra forma sonata e variazione.

Per fortuna non si deve per forza scegliere.

Ma mi verrebbe da dire che la sonata è più facile da apprezzare e amare, proprio perché siamo occidentali. La sonata nelle sue forme più alte non racconta soltanto una storia, o una tragedia con i suoi personaggi drammatici (la Sonata in si minore di Liszt), ma può essere anche una riflessione intima sugli abissi dell’anima (le ultime sonate di Beethoven e di Schubert).

Le variazioni richiedono un distacco maggiore, uno spirito ironico, uno sguardo disincantato. Soltanto i grandi musicisti ne sanno fare dei capolavori assoluti. Due in particolare: Bach, con le Variazioni Goldberg, e Beethoven, con quelle su un Valzer di Diabelli. Beethoven, però, non riteneva tutte le sue variazioni una cosa seria, degna di essere inserita nella produzione ufficiale con un numero d’opera. Anzi, la maggior parte delle variazioni che ha scritto sono WoO (Werk ohne Opus): è il caso delle 32 variazioni su un tema originale in do minore eseguite ieri sera.

Sono variazioni molto amate dai pianisti russi, i più orientali dei musicisti occidentali. Kissin, con i suoi lineamenti quasi asiatici, ne ha dato un’interpretazione magistrale. L’avevo sentito per la prima volta al suo debutto romano, nella vecchia sala di via della Conciliazione, quando aveva suonato gli Studi sinfonici di Schumann. Ricordo di aver commentato che, per affrontarli, non bastava essere bravi, ma bisognava anche avere vissuto, e che l’impresa (per un pianista nemmeno ventenne) era segno d’orgoglio e d’ambizione eccessivi. Ma certamente l’eterno ragazzone, a 36 anni, è ben maturato.

Il programma mi era sembrato senza capo ne coda, ma aveva una sua logica che ho capito ascoltando: Kissin ci ha presentato una panoramica delle forme pianistiche. Oltre alla sonata e alla variazione, la piccola forma romantica (i Klavierstücke op. 118 di Brahms) e la danza (ancorché quella trasfigurata della Polacca di Chopn).

La musica è forma. Anzi, soltanto forma. Il godimento musicale è puramente cerebrale, dipende dal fatto che riconoscere configurazioni, pattern, forme è essenziale alla nostra sopravvivenza come specie e, quindi, è associata a un piacere intenso, come quello dell’orgasmo, del gusto e del pettegolezzo (altre tre attività fondamentali sono la riproduzione, l’alimentazione e la lettura della mente dei nostri simili).

Un marito per Cinzia

Un marito per Cinzia (Houseboat), 1958, di Melville Shavelson, con Cary Grant e Sophia Loren.

Quarto DVD del cofanetto di Cary Grant (dopo Un amore splendido, Il visone sulla pelle e Sospetto).

Un filmetto leggero leggero. Grado di credibilità: -1. Incastonato, nella carriera di Cary Grant, tra due capolavori di Hitchcock come To Catch a Thief (1955) e North by Northwest (1959).

Sophia Loren è abbastanza divertente (e molto carina) e sembra che la chimica con Grant funzioni abbastanza bene.

Molto bravi i tre bambini.

Sotto sotto, la storia è una rielaborazione di Cenerentola.

Lettera a una professoressa

Cade in questi giorni il 40esimo anniversario della pubblicazione di Lettera a una professoressa (e anche della morte di Lorenzo Milani).

Per me e per molti della mia generazione è stato un libro fondamentale.

Mi limito qui a riportare l’articolo comparso su Eguaglianza & Libertà, Rivista di critica sociale.

Mi fa piacere ritrovare su questo intervento il riferimento all’articolo di Sebastiano Vassalli (“Don Milani, che mascalzone”) su La Repubblica del 30 giugno 1992: da allora non compro più quel giornale.

‘Lettera a una professoressa’ 40 anni dopo

Fu pubblicata nel maggio 1967, dopo un paio d’anni di gestazione. Il mese dopo don Lorenzo Milani moriva a soli 44 anni. La Libreria Editrice Fiorentina ripropone il celebre testo, accompagnato da una ricca documentazione e da testimonianze

B. L.

A quarant’anni dalla prima edizione, la Libreria Editrice Fiorentina ripubblica Lettera a una professoressa, scritta dalla Scuola di Barbiana. In questa edizione la Lettera è accompagnata da testi che ne ricostruiscono la vicenda, documenti inediti, interventi di vari personaggi che in un modo o nell’altro hanno incrociato nella loro vita e nel loro impegno questo testo.

Come ci ricorda l’editore Giannozzo Pucci nella nota introduttiva al volume, “nei confronti della Lettera a una professoressa ci sono stati, e ci sono ancora, due atteggiamenti opposti. Da una parte la chiusura totale, il rifiuto di seguirne il filo, la condanna preventiva. Chiunque, invece, si sia avvicinato a questo libro con un minimo di mancanza di pregiudizi non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale”.

Sintomatica di questa “divisione degli spiriti” fu una polemica accesa nel 1992, in occasione del 25° anniversario della Lettera, sulle pagine di “Repubblica” da un intervento dello scrittore Sebastiano Vassalli (Don Milani, che mascalzone, “La Repubblica” 30 giugno 1992). L’articolo di Vassalli e le più significative delle reazioni che suscitò si possono leggere nella documentazione che, nella riedizione attuale della LEF, precede il testo della Lettera. Vassalli, rifacendosi in parte a un libello dell’ex insegnante ed ex preside Roberto Berardi (Lettera a una professoressa. Un mito degli anni sessanta), demoliva pezzo per pezzo la fatica della scuola di Barbiana: dal metodo al linguaggio ai contenuti, fino a farne una sorta di “libretto rosso” che – al dire dei suoi detrattori – avrebbe contribuito alla demolizione della scuola pubblica e al disimpegno di tanti giovani rispetto alla disciplina dell’imparare.

Numerose furono le reazioni a difesa di don Milani. Alcune (ad esempio quelle di Gentiloni, Vattimo, Gozzini) sottolineavano in questo attacco a don Milani un momento di un più vasto tentativo di regolare i conti con la cultura di sinistra, alimentato dal clima instaurato dalla vittoria politica dello schieramento di destra raccolto attorno a Silvio Berlusconi. Altri (come De Mauro, Pampaloni, Ferrarotti, Starnone), sia pure con accentuazioni diverse, entravano più nel dettaglio dei contenuti della proposta pedagogica del priore di Barbiana, sottolineandone l’originalità e la bruciante attualità. Ma anche sulle colonne del quotidiano dei vescovi “Avvenire” scesero in campo a difesa della memoria di don Milani dei sacerdoti, come Sandro Lagomarsini e Raffaello Ciccone (oggi responsabile della Pastorale del lavoro della Diocesi di Milano), il quale ultimo titolava il suo articolo “Don Milani, maestro di civiltà” (“Avvenire”, 25 luglio 1992). Ripercorrere quella polemica, e anche le prime reazioni della stampa nel 1967, è tuttora di grandissimo interesse per cogliere le molte sfaccettature della proposta di Barbiana e dell’eco che ebbe e ancora merita di avere.

È attuale ancor oggi la lezione di Barbiana? Lo è per più versi, ma soprattutto su un punto richiamato da Giannozzo Pucci: “La Lettera a una professoressa resta una proposta di conversione personale più attuale che mai. Anche perché nel classismo di don Milani schierato coi poveri, c’è qualcosa di più di una teoria sociale o politica, qualcosa di più di una riforma istituzionale, c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui”.

Tra gli interventi pubblicati, segnaliamo quelli di Bruno Manghi e di Mario Capanna.

Il primo richiama la diffusione “vasta e diretta” che la Lettera ebbe nel sindacato, in particolare nella Cisl e nella Fim-Cisl, e l’influenza esercitata nel forte impegno dei sindacati di allora sul fronte della scuola e dell’istruzione, che ebbe sbocco nell’esperienza delle 150 ore. “Il sindacalismo italiano – scrive Manghi – seppe affiancare a una veemente stagione di conflitti un’opera di costruzione sociale positiva, coinvolgendo mondi più vasti di quello strettamente operaio. (…) Rispetto a don Milani, si trattava ovviamente di riportare la sua lezione nel mondo degli adulti, senza però smarrire la passione per il sapere, anche quello non immediatamente impiegabile, che aveva segnato Barbiana”.

Capanna rivendica l’apporto positivo della Lettera alla stagione del ’68, a “quegli anni formidabili”, nei quali “ci aiutò a studiare come pazzi (contrariamente alla vulgata secondo cui avremmo coltivato l’ignoranza), certo in modo nuovo e anche divertendoci. Il Sessantotto è stato il mondo che, per la prima volta, è riuscito a guardarsi. E a vedersi. Il merito è stato anche di Lettera a una professoressa. Che ci aiuta ancora a volgere lo sguardo verso l’orizzonte”.

Tra i contenuti della documentazione che precede il testo, è di straordinario interesse la ricostruzione che Sandra Gesualdi fa delle genesi della lettera, alla presenza di un don Milani ormai distrutto dalla malattia (sarebbe morto un mese dopo la pubblicazione, il 26 giugno 1967), ma sempre attivo e vigile sul lavoro dei suoi alunni. Viene riportata anche la prefazione che per la Lettera aveva scritto il grande architetto Giovanni Michelucci, che intratteneva un intenso rapporto con don Milani. Malgrado l’entusiasmo dell’architetto, la prefazione non venne pubblicata, perché – scrive Sandra Gesualdi – “fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporla all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione”. L’ultimo dei contributi presenti nella documentazione è del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, del quale viene pubblicato l’intervento alla quinta “Marcia a Barbiana” del maggio 2006.

Su Lettera una professoressa e su don Milani esiste un ricchissimo materiale: se ne può avere un’idea navigando con Google o Yahoo. Segnaliamo comunque i seguenti siti, nei quali è possibile trovare ampi materiali biografici, testi, commenti, ricostruzioni storiche: www.barbiana.it (del Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana); www.donmilani.info; www.marciadibarbiana.it (il sito ufficiale della VI Marcia, 20 maggio 2007).Il sito della Fondazione don Lorenzo Milani è attualmente in costruzione.

Penso sia utile, per comprendere l’attualità di Lettera a una professoressa, leggere la documentazione dell’Istat sulla dispersione scolastica:

Nel 2006, in Italia l’incidenza degli abbandoni scolastici, misurata attraverso la rilevazione sulle forze di lavoro, è pari al 21 per cento, risultando superiore di sei punti a quella registrata nella media dell’Ue25. In una graduatoria dei paesi membri, l’Italia si trova al quartultimo posto, con valori dell’indicatore superati solo da Spagna, Portogallo e Malta. La distanza rispetto al traguardo fissato per il 2010, pari a non più del dieci per cento, è ancora ampia.
Sulla base della definizione ora ricordata, nel nostro Paese le persone con esperienza di abbandono scolastico precoce sono circa 900 mila” (Istat, Rapporto annuale, p. 200).

Fooled by Randomness

Taleb, Nassim Nicholas (2005). Fooled by Randomness: The Hidden Role of Chance in Life and in the Markets. New York: Random House. 2005.

Ho comprato il libro attratto dal titolo e, soprattutto, dal sottotitolo. La quarta di copertina avrebbe dovuto mettermi in guardia.

Mi aspettavo un’analisi delle nostre (umane) difficoltà a gestire i concetti di probabilità, casualità e incertezza, magari sotto una prospettiva personale, ma un po’ nel filone di Gigerenzer, Stigler o Hacking. Niente di tutto questo. È un testo senza capo né coda, scritto in modo certamente personale ma a me sgradito, di cui fatico a comprendere lo scopo.

Quello che mi irrita di più è che Taleb e io abbiamo molte letture in comune, ma non è scattato per me nessun meccanismo di “affinità elettive”: sospetto che se per caso c’incontrassimo litigheremmo subito.

Avrete già capito: ve lo sconsiglio. Io stesso sono arrivato alla fine per testardaggine, nella vana speranza di capire dove volesse andare a parare e – anche – perché un paio di cose interessanti le avevo trovate e non volevo rischiare di perdere la terza, che però non è mai arrivata.

Le cose interessanti, dunque.

La prima è una lancia spezzata a favore della gerontocrazia. Taleb fa una simulazione con il metodo Montecarlo e scopre (o meglio trova conferma) che gli speculatori più vecchi hanno maggiori probabilità di “sopravvivere”, semplicemente perché più esposti (e quindi più resistenti) agli eventi molto rari. Anche nella selezione di un partner – commenta Taleb a pagina 63 della mia edizione – le donne preferiscono, coeteris paribus, un vecchio sano a un giovane sano, perché il primo segnala una comprovata capacità di sopravvivere. Lo trovo particolarmente divertente, dal momento che in questo periodo il chiacchiericcio nazionale (alimentato da giornalisti e opinionisti tutti più vecchi di me) attribuisce il declino italiano alla gerontocrazia imperante nella politica e nell’impresa. Naturalmente, a me dà fastidio, dopo che per anni non era il mio momento ed ero considerato troppo giovane per posizioni di responsabilità, essere di colpo troppo vecchio per il volgere di una moda.

La seconda è la considerazione (poche pagine dopo) che il rapporto segnale/rumore è funzione del tempo. Nell’esempio di Taleb, nel breve periodo il rumore (la variabilità del portafoglio) prevale sul segnale (la performance): 1.796 a 1 in un secondo; 30 a 1 in un’ora, 2,32 a 1 in un mese, per scendere a 0.7 a 1 in un anno. Non sono del tutto sicuro della matematica di Taleb (che però la insegna all’università) e vorrei vedere le sue simulazioni, ma mi sembra che il suo punto regga: quando osserviamo una serie storica, vediamo sempre una combinazione di segnale e rumore e, per quanti filtri abbiamo, la congiuntura è sempre più opaca dell’analisi strutturale. Forse, quando siamo sollecitati alla tempestività delle informazioni statistiche, invece di metterci subito sulla difensiva, dovremmo far riflettere il nostro interlocutore sugli scopi conoscitivi che si prefigge. Quanto a Taleb, giunge alla conclusione, che condivido, che leggere i giornali è inutile e che, poiché il tempo è limitato, è meglio un buon libro.

Purtroppo (ancorché un best-seller, alla 206esima posizione in questo momento su Amazon), a mio parere il suo non ricade nella categoria!

Sospetto

Sospetto (Suspicion), 1941, di Alfred Hitchcock, con Cary Grant e Joan Fontaine.

Terzo DVD del cofanetto di Cary Grant (dopo Un amore splendido e Il visone sulla pelle).

Questo è un capolavoro. Mancato, come vedremo, ma un capolavoro.

ATTENZIONE: non leggete oltre se non volete rovinarvi la suspense.

Girato a Hollywood, ma inglese per tema, ispirazione (il romanzo Before the Fact di Francis Iles), attori (in particolare Joan Fontaine) e ambientazione (Hitchcock si lamentava della troppa luce degli esterni). La storia di una donna che sospetta che il marito (comunque bugiardo e fannullone) possa essere un assassino. La classica detective story inglese, in cui però l’investigatrice è la vittima potenziale. Il passaggio dal tema del libro (una donna si accorge di aver sposato un assassino e si lascia uccidere) a quello del film (una donna sospetta che il marito posssa essere un assassino e non sa se a torto o a ragione – e noi con lei) è il colpo di genio di Hitch (leggete in proposito il bel libro di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock).

Cary Grant qui è cattivo. Si racconta che la RKO volesse tagliare tutte le scene in cui l’espressione di Cary Grant era minacciosa, ma il film così sarebbe durato 55 minuti invece di 1 ora e 40.

Racconta Hitchcock a Truffaut:

Non mi piace la fine del film, ne avevo pensata un’altra, diversa dal romanzo: quella che volevo, ma non ho mai realizzato, era: Cary Grant porta il bicchiere di latte avvelenato, Joan Fontaine è intenta a scrivere una lettera a sua madre: “Cara mamma, sono irrimediabilmente innamorata di lui, ma non voglio vivere. Sta per uccidermi e preferisco morire. Ma penso che la società dovrebbe essere protetta contro di lui”. Poi dice a Cary Grant che le ha appena dato il bicchiere di latte: “Caro, per favore, vuoi spedire alla mamma questa lettera per me?”. Egli risponde: “Sì”. Lei beve il bicchiere di latte e muore. Dissolvenza, apertura, breve scena: Cary Grant arriva fischiettando, apre una buca delle lettere e butta dentro la lettera.

Invece il film finisce ambiguamente, con l’inversione a U della macchina dei due lungo la corniche, dopo una colluttazione inverosimile e mal riuscita. Per questo il capolavoro è mancato.

Il film ha alcune invenzioni memorabili: la luce che filtra dalle finestre a riquadri proietta una ragnatela sul volto degli attori; i protagonisti giocano agli anagrammi con le tessere di Scarabeo e compondono la parola murder; ma soprattutto, il minaccioso bicchiere di latte che Cary Grant porta salendo le scale, che brilla di luce propria grazie a una lampadina nascosta al suo interno.

L’oggetto (l’arma del delitto) diventa protagonista, come le forbici di Dial M for Murder, e il film poteva finire qui.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Brucia Troia

Veronesi, Sandro (2007). Brucia Troia. Milano: Bompiani. 2007.

Cominciamo dlla fine, e poi facciamo un flashback. Brucia Troia è un romanzo brutto e inutile. Peggio, se mi avessero invitato a una lettura cieca (come quando ti fanno degustare un vino dalla bottiglia avvolta nella stagnola, e devi dirne tipo, paese d’origine e produttore), non avrei indovinato che l’aveva scritto Veronesi se non – forse – perché avrei riconosciuto Prato…

E dire che sono un estimatore di Veronesi, e che non più di 10 giorni fa ho detto (suscitando qualche scherno) che è il più grande giovane romanziere italiano (Veronesi è quasi mio coetaneo, e mi accorgo di avere ormai il patetico vezzo dei vecchi di chiamare giovani tutti quelli più giovani di me).

Il primo libro di Veronesi che ho letto è stato Gli sfiorati (1990), che mi è piaciuto moltissimo fin dalle prime pagine. Anzitutto per la descrizione della generazione che dà il titolo al romanzo, quella che ha avuto tutto senza dover chiedere niente (decisamente una generazione successiva alla mia, con cui ho evidentemente identificato l’autore: per questo, più seriamente di quello che ho detto prima, da me percepito come giovane). Per l’ironia. Per alcune scene memorabili (la prima descrizione narrativa della realtà della comunità filippina; il paradosso della Feltrinelli di via del Babuino, più vicina a piazza del Popolo se vieni da piazza di Spagna, e viceversa; le visite all’amico morto al cimitero di Prima Porta, in realtà motivate da una coltivazione di cannabis sulla tomba; le interferenze della Radio Vaticana). Per la scrittura a tratti sperimentale. E anche per la foto della quarta di copertina, l’autore seduto sulla tomba di Belinda Lee al cimitero acattolico di porta San Paolo (si chiama Belinda anche la protagonista del romanzo).

Il secondo è stato Venite, venite B-52 (1997). I B-52 erano le fortezze volanti della guerra del Vietnam, andate in pensione dopo la guerra del Golfo nel 1991; adesso ci bombarda B-16, il pastore tedesco. Ennio Miraglia, il protagonista, è ispirato a un imbonitore televisivo (che seguivo con delizia sulle private, e di cui non ricordo più il nome); Viola è la figlia della singolare preghiera. Ancora più sperimentale, ambientato tra Versilia e Alpi Apuane.

Nel 2000 esce La forza del passato. Veronesi è diventato grande, e comincia a fare i conti con se stesso. Lo sperimentalismo è passato, ma la capacità di inventare, narrare e osservare resta. Restano anche l’ironia e la capacità di schizzare ritrattini memorabili. Mi è forse piaciuto un po’ meno degli altri: quando passo sull’Ostiense ci penso spesso, il protagonista abitava lì, ma il ricordo è sfocato.

Di Caos calmo (2005) è stato detto e scritto moltissimo. C’è continuità d’introspezione autobiografica (sì, lo so, se fossi l’autore m’incazzerei!) con La forza del passato, ma anche una maggiore complessità di registri. Il gioco del “purtroppo” con il navigatore è diventato per me una grande distrazione nei viaggi. Poi, c’è la presenza di Roccamare, ormai un luogo letterario della narrativa italiana (Palomar di Italo Calvino, che c’è morto; Enigma in luogo di mare di Fruttero e Lucentini; e ora Caos calmo) e che per me è il luogo di alcuni dei ricordi più belli (le passeggiate nella pineta a studiare le piante e le impronte, il moletto Anacleto, l’arcobalegno, Celso e le corse all’ospedale di Grosseto hanno scandito il crescere dei miei figli…). La vita corre insieme a te, poi tu ti fermi e il resto continua, e quando riesci a muoverti di nuovo tutto è cambiato (sogno spesso di non riuscire più a camminare, e che ogni passo mi costa uno sforza enorme e vano…).

OK, penso di aver dato un’idea del mio amore per Veronesi e dei motivi per raccomandare i suoi romanzi. Brucia Troia (il titolo è quello di una canzone di Vinicio Capossela) non ha nulla di tutto questo: nessuna ironia, nessuna osservazione personale, nessun coinvolgimento emotivo (mi sembra). Irriconoscibile. Era stato iniziato nel 1987 ed è stato ripreso e completato vent’anni dopo. Forse il cigno Veronesi era ancora un brutto anatroccolo, e la cosa è d’interesse per chi ci vorrà fare una tesi di laurea. Perché pubblicarlo ora? Non riesco a capirlo, se non sospettando una pressione dell’editore per sfruttare il successo di Caos calmo (“prossimamente un film interpretato da Nanni Moretti”…), ma è un’ipotesi che non fa onore a Veronesi. D’accordo, il 1970 (oltre che della stramaledettissima partita Italia-Germania 4-3, di cui sinceramente ne abbiamo pieni i mediatici coglioni) è l’anno di transizione dalla provincia sonnacchiosa alla modernità (o alla post-modernità) della Prato d’oggi, e forse dell’Italia intera, ma il romanzo non riesce a convincerci della sua rilevanza. E penso che il peggio che si possa dire di un romanzo sia: “e allora?”

Veronesi: amici come prima, spero. Ma dacci un romanzo vero. Possiamo aspettare anche 4-5 anni: l’abbiamo già fatto.

Pubblicato su Recensioni. 20 Comments »

Il visone sulla pelle

Il visone sulla pelle (That Touch of Mink), 1962, di Delbert Mann, con Cary Grant e Doris Day.

Secondo DVD del cofanetto di Cary Grant.

È un filmetto, ma si vede volentieri. La commedia è leggera leggera, e per capirla bisogna tuffarsi nei primi anni Sessanta, in cui una trentacinquenne nubile (Doris Day aveva 38 anni!) poteva ancora farsi un problema a passare una vacanza alle Bermuda con un miliardario.

La battuta più carina di Cary Grant: “The Four Horsemen now have a riding companion. There’s War, Famine, Death, Pestilence, and Miss Timberlake”.

La battuta più carina di Doris Day – completamente ubriaca, a stento si regge in piedi: “Do you like the way I walk? I learned when I was a baby, been walking for years”. E poi cade dalla finestra.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »