Recital di Evgenij Kissin

Mercoledì 30 maggio 2007 – ore 21.00

Roma, Auditorium, Sala Santa Cecilia
Evgenij Kissin in recital

Pianoforte: Evgenij Kissin

Programma:

Schubert – Sonata in mi bemolle maggiore per pianoforte D 568, op. 122
Beethoven – Trentadue variazioni in do minore per pianoforte, WoO 80
Brahms – Sei Klavierstücke per pianoforte, op. 118
Chopin – Grande polonaise brillante précédée d’un Andante spianato, per pianoforte, op. 22

Nella musica, come nel modo di affrontare la vita e nella filosofia, si individuano visioni diverse: quella che sottolinea la dinamica drammaticità delle vicende umane e quella che enfatizza l’eterno ritorno, la freccia e il cerchio, il maschile e il femminile, l’occidente e l’oriente, il dio calato nella storia (Jahvè e Allah) e la religione del ciclo (induismo e buddismo). In musica, questa dicotomia si ripropone come quella tra forma sonata e variazione.

Per fortuna non si deve per forza scegliere.

Ma mi verrebbe da dire che la sonata è più facile da apprezzare e amare, proprio perché siamo occidentali. La sonata nelle sue forme più alte non racconta soltanto una storia, o una tragedia con i suoi personaggi drammatici (la Sonata in si minore di Liszt), ma può essere anche una riflessione intima sugli abissi dell’anima (le ultime sonate di Beethoven e di Schubert).

Le variazioni richiedono un distacco maggiore, uno spirito ironico, uno sguardo disincantato. Soltanto i grandi musicisti ne sanno fare dei capolavori assoluti. Due in particolare: Bach, con le Variazioni Goldberg, e Beethoven, con quelle su un Valzer di Diabelli. Beethoven, però, non riteneva tutte le sue variazioni una cosa seria, degna di essere inserita nella produzione ufficiale con un numero d’opera. Anzi, la maggior parte delle variazioni che ha scritto sono WoO (Werk ohne Opus): è il caso delle 32 variazioni su un tema originale in do minore eseguite ieri sera.

Sono variazioni molto amate dai pianisti russi, i più orientali dei musicisti occidentali. Kissin, con i suoi lineamenti quasi asiatici, ne ha dato un’interpretazione magistrale. L’avevo sentito per la prima volta al suo debutto romano, nella vecchia sala di via della Conciliazione, quando aveva suonato gli Studi sinfonici di Schumann. Ricordo di aver commentato che, per affrontarli, non bastava essere bravi, ma bisognava anche avere vissuto, e che l’impresa (per un pianista nemmeno ventenne) era segno d’orgoglio e d’ambizione eccessivi. Ma certamente l’eterno ragazzone, a 36 anni, è ben maturato.

Il programma mi era sembrato senza capo ne coda, ma aveva una sua logica che ho capito ascoltando: Kissin ci ha presentato una panoramica delle forme pianistiche. Oltre alla sonata e alla variazione, la piccola forma romantica (i Klavierstücke op. 118 di Brahms) e la danza (ancorché quella trasfigurata della Polacca di Chopn).

La musica è forma. Anzi, soltanto forma. Il godimento musicale è puramente cerebrale, dipende dal fatto che riconoscere configurazioni, pattern, forme è essenziale alla nostra sopravvivenza come specie e, quindi, è associata a un piacere intenso, come quello dell’orgasmo, del gusto e del pettegolezzo (altre tre attività fondamentali sono la riproduzione, l’alimentazione e la lettura della mente dei nostri simili).

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