Una breve animazione di C. G. P. Gray (prossimamente altri video di questo bravo autore), segnalata ancora una volta dal bel sito di Maria Popova:
Una breve animazione di C. G. P. Gray (prossimamente altri video di questo bravo autore), segnalata ancora una volta dal bel sito di Maria Popova:
Da molto tempo volevo farvi sentire questa canzone di Robert Wyatt, Maryan, tratto dall’album Shleep del 1997.

allmusic.com
Questa è la recensione che ne fa su All Music Guide Jason Ankeny, che gli attribuisce un punteggio di ****½:
Robert Wyatt continues to follow his singular musical path with the lovely Shleep, delivering another album of considerable quirky charm and understated beauty; a less melancholy affair than much of his recent work, the record is informed by a hazy, dreamlike quality perfectly in keeping with the elements of subconsciousness implicit in the title.
Shleep è un disco di collaborazioni registrato allo studio di Phil Manzanera e Maryan non è un’eccezione. La musica è di Philip Catherine e Wyatt ha scritto le parole:
Over an ocean away
Like salmon
Turning back for Nayram
To the delta
With the rivulets tumbling down
Glide over sand
Around the rocks
Back through the wavering weeds
And the turds
In the way
Riversmell
On the route
Along away
Over gravel
The weirs of the tributaries
Against the icy waterflow
To Maryan
Gli altri musicisti – oltre allo stesso Wyatt alla voce, alla tromba e alle tastiere – sono Chucho Merchan al contrabbasso alle percussioni, Chikako Sato al violino e Philip Catherine alla chitarra. Lasciamo che sia lo stesso Wyatt, nelle note di copertina del disco, a presentarceli a modo suo:
One of Phil’s best ideas was to invite Chucho Merchan over to give us a couple of bass lines. He wears little glittering chains as shoelaces: serious stuff. He has ears like greased lightning but doesn’t make a big deal of it.
“How come you’re up a tree, if you want to catch fish” is one of Chikako’s wise sayings. Chikako Sato has brought a touch of class and magic to the out-of-the-way country town where I now live, breaking out of the classical mould to play violin (and viola) with such diverse musicians as Grimsby jazz pianist, Leo Solomon and … well … me.
I met Philip Catherine in Brussels over two decades ago, when I briefly joined him on stageduring a party to mourn his last free night before having to do national service.
Belgium has a unique guitar tradition (Django, René Thomas) of which Philip is a stunning example.
Ma forse, per una volta, Wyatt è stato poco generoso con il suo colloboratore. Perché – anche se io non ne sapevo niente fino a poco fa – Philip Catherine è un musicista importante. Ancora una volta ricorro a All Music Guide:
Philip Catherine has been called the “Young Django” by none other than Charles Mingus, and upon hearing his elliptical, rapid-fire, expressively melodic acoustic guitar, there can be no doubt as to whose records he was absorbing as a youth. Born to a Belgian father and English mother living in London during World War II, Catherine went back with his family to Brussels after the war, where he learned guitar and turned professional at 17. The examples of Larry Coryell and John McLaughlin led Catherine into jazz-rock; he played with Jean-Luc Ponty’s Experience from 1970 to 1972 before taking a year off to study at Boston’s Berklee School. Back in Europe in 1973, he founded the band Pork Pie, which recorded into the mid- and late ’70s; he also formed a duo with Niels-Henning Ørsted Pedersen and worked with such musicians as Mingus and Stephane Grappelli. If anything, Catherine is best-known in America for his duets with Coryell, which began spontaneously in Berlin in 1976, triggered some lovely duo albums for Elektra, and helped steer Coryell back to the acoustic guitar.
La musica di Maryan è quella di Nairam, un brano pubblicato da Philip Catherin nel suo album September Man del 1974 e di nuovo (ma non so se è una versione nuova o una riedizione) nell’album omonimo del 1976. Non sono riuscito a trovare in rete la versione di Catherine stesso, ma su YouTube c’è questa eseguita da Kit Watkins.
Bellissima versione anche questa. Quanto a Maryan, l’hanno incisa anche Ginevra Di Marco e Cristina Donà sull’album-tributo The Different You – Robert Wyatt e Noi del 1998. A me non piace particolarmente, ma lascio giudicare a voi.
La Federazione Editori Musicali ha arruolato artisti del calibro di Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri, Gino Paoli e altri (età media 63 anni, nota un commentatore su YouTube) per l’ennesimo spot contro la pirateria digitale. Eccolo:
Diverse affermazioni mi sembrano contestabili, false, incomplete o controproducenti. Provo a spiegare perché, una a una:
«In tutto il mondo si sta discutendo di come regolamentare la diffusione di contenuti su Internet.»
Vero, ma perché interessa alle lobby dell’intrattenimento, che premono da anni per norme più stringenti contro la pirateria online. Non mi risulta che tutto il mondo discuta del fatto che circa un miliardo di cittadini digitali già subisce una qualche forma di filtraggio dei contenuti online. O della possibilità concessa alle aziende occidentali di fare profitti per 5 miliardi di dollari vendendo strumenti di sorveglianza digitale a regimi autoritari che li utilizzano per identificare e uccidere i dissidenti. Sarà questione di punti di…
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Io sono molto miope e vivo in una città che produce un sacco di inquinamento luminoso, e dunque mi è molto difficile parlare del colore della stelle. Ma so che le stelle sono colorate.
Betelgeuse / wikipedia.org
Rigel / wikipedia.org

Capella / wikipedia.org

Vega / wikipedia.org
Antares 7 wikipedia.org
Apprendo però da un articolo su Discover che non ci sono stelle verdi, e perché:
Prendete un lanciafiamme e scaldate una barra di ferro (è un esperimento mentale, non fatelo realmente!): dopo un po’ diventerà rossa, poi arancione, poi bianco-bluastra. Poi fonderà.
Perché? Perché ogni oggetto al di sopra dello zero assoluto (circa –273 °C ) emette “luce”. Quanta luce, e con quale lunghezza d’onda, dipende dalla temperatura: più l’oggetto è caldo, più breve è la lunghezza d’onda della “luce” che emette. Gli oggetti più freddi emettono onde radio, quelli più caldi luce ultravioletta o raggi X. Soltanto entro un range molto piccolo di temperature gli oggetti caldi emettono luce visibile all’occhio umano (grosso modo le lunghezze d’onda tra i 300 e i 700 nanometri).
Ma gli oggetti non emettono luce di una sola lunghezza d’onda, ma emettono fotoni in una gamma di lunghezze d’onda, che formano una “firma” caratteristica: lo spettro del corpo nero. Più o meno così. In ascissa avete le lunghezze d’onda della luce emessa, in ordinata la loro intensità. La curva è a campana, ma asimmetrica. All’aumentare della temperatura di un oggetto, la curva si trasla verso sinistra, verso lunghezze d’onda più corte.
Un oggetto a 4.200 °C ha il picco del suo spettro in corrispondenza dell’arancione. Scaldiamolo a 5.700 °C, la temperatura del Sole, e il picco si sposta tra verde e blu. Scaldiamolo ancora e ci muoviamo al blu, al violetto, e infine all’ultravioletto: le stelle più calde non emettono luce a noi visibile.
Un momento: ho detto che il Sole ha un picco tra verde e blu. E allora perché non lo vediamo verde-blu?
Ma allora non eravate attenti! Abbiamo detto che non emette una sola lunghezza d’onda, ma una gamma di lunghezze d’onda che, come vedete nel grafico, abbraccia tutta la luce visibile. Come abbiamo imparato a scuola dall’esperimento del prisma, quando mescoliamo i colori dell’iride il risultato è il bianco. Sì, il bianco: la luce solare è bianca, non gialla come disegnano il sole i bambini, e infatti le nubi e la neve (e le pagine bianche) le vediamo bianche.
OK, tutto chiaro, adesso. Ma, mi direte, sicuramente posso girare le manopole della temperatura in modo da produrre una gamma di lunghezze d’onda che mi produca una stella rossa come Betelgeuse, blu come Rigel, gialla come Capella, zaffiro come Vega, arancio come Antares, verde come …
No, verde no. Ma non è colpa delle stelle, è (prevalentemente) colpa del nostro sistema nervoso.
I nostri occhi hanno due tipi di recettori, i coni e i bastoncelli. I bastoncelli sono fondamentalmente sensibili all’intensità della luce, non alla sua lunghezza d’onda, e quindi qui non ci interessano. Ci sono 3 varietà di coni, ognuno particolarmente sensibile a una lunghezza d’onda (cioè a un colore): al rosso, al verde, al blu.
Una fragola, ad esempio, eccita dannatamente i “coni del rosso” e lascia indifferenti quelli del verde e del blu. Ma, come abbiamo detto, la maggior parte degli oggetti non emette o riflette una sola lunghezza d’onda (un solo colore.) Un’arancia eccita i coni del rosso circa il doppio di quanto non ecciti i coni del verde, e lascia in quiete i coni del blu. Quando il cervello riceve questo tipo di messaggio dai tre tipi di coni lo interpreta come “arancio”. Se gli arriva eccitazione dai coni del rosso e del verde in misura grosso modo eguale, lo interpreta come “giallo”, e così via.

wikipedia.org
Adesso tornate a guardare il primo grafico e osservate come si modifica la curva, spostandosi verso sinistra e diventando più appuntita quando la stella si riscalda, spostandosi verso destra e appiattendosi quando la stella si raffredda. Per avere una stella verde sarebbe necessaria una stella di media temperatura ma con uno spettro appuntito e centrato sul verde. Ma questo non è possibile. Niente stelle verdi.
Se c’è ancora qualche curioso che si chiede chi sono e perché mi chiamo così
Molti mi hanno chiesto perché mi chiamo Boris Limpopo: sono di padre africano e mamma russa. Ero un bambino molto curioso. Ai miei genitori piaceva molto questa storia di Kipling.

In the High and Far-Off Times the Elephant, O Best Beloved, had
no trunk. He had only a blackish, bulgy nose, as big as a boot,
that he could wriggle about from side to side; but he couldn’t
pick up things with it. But there was one Elephant–a new
Elephant–an Elephant’s Child–who was full of ‘satiable
curtiosity, and that means he asked ever so many questions. And
he lived in Africa, and he filled all Africa with his ‘satiable
curtiosities. He asked his tall aunt, the Ostrich, why her
tail-feathers grew just so, and his tall aunt the Ostrich spanked
him with her hard, hard claw. He asked his tall uncle, the
Giraffe, what made his skin…
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Giusto per la curiosità di vedere come funziona il reblog, lo faccio sul post dedicato al compleanno di Galileo Galilei 4 anni fa.
Aggiungendo una sua frase:
Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi
Nasce a Pisa il 15 febbraio 1564. Galileo Galilei è molto importante, per la storia del pensiero scientifico, per la divulgazione scientifica e per il rapporto tra scienza e religione.
Ognuno di questi punti meriterebbe di essere discusso a lungo, ma mi limiterò ad alcuni spunti sui primi due, per soffermarmi di più sul terzo, tornato in qualche modo d’attualità nei mesi scorsi.
Il metodo galileiano: secondo Galileo il libro della natura è scritto secondo leggi matematiche e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che la natura ci mette a disposizione. Galileo introduce quindi una distinzione tra l’aspetto teorico e quello sperimentale, in cui né uno né l’altro sono preponderanti: il modello teorico spiega un’osservazione sperimentale e anticipa future osservazioni.
La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere…
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La recentissima nomina di Mario Monti a Senatore a vita sta suscitando interesse nei media verso il suo profilo biografico e il suo curriculum di studi. Già in alcuni siti internet è apparso il fatto che il nuovo Senatore è un Ex-alunno del Leone XIII. In un sito compare anche una fotografia della sua classe, la Terza Classico B, maturità del Leone 1961.

Riporto dal sito dettotranoi.style.it/tag/mario-monti:
Maturità 1961 della classe B del Liceo Classico Leone XIII.
Indovinate chi è il ragazzo cerchiato di rosso? Mario Monti, designato ieri pomeriggio senatore a vita, possibile premier di un esecutivo di emergenza nazionale.
[…]
Perché Mario Monti appartiene a quella generazione dei nostri padri, nati in periodo di guerra, dove l’educazione al senso del dovere, al sacrificio, al rigore era la norma. Una norma che è stata sintetizzata magicamente nel concetto: “Meno regali, più coccole”, da parte del padre spirituale del Leone XIII, Uberto Ceroni, in occasione della festa per i cinquant’anni dalla maturità della classe di Mario Monti.
Il numero di novembre della rivista americana Popular Science è un numero speciale dedicato al potere dei dati.

Due canzoni, una per ridarmi il coraggio di ritrovare la mia dignità, l’altra per coltivare la mia tristezza di questi giorni.
La prima, Venderò, è stata scritta da Eugenio Bennato per il fratello Edoardo, che ce la canta e ce la suona. La frase-chiave, per i miei umori del momento, è:
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=Ckfk5qoxk80%5DOgni cosa ha il suo prezzo
ma nessuno saprà
quanto costa la mia libertà
La seconda, Lilac Wine, ha una storia un po’ più lunga e complicata. Scritta nel 1950 da James Shelton per un musical passato nel dimenticatoio, ha avuto molte e prestigiose cover: da Eartha Kitt a Judy Henske , da Nina Simone a Elkie Brooks, a Jeff Beck con Imelda May. La versione che sentite qui è quella di Jeff Buckley, di sfondo a una scena drammatica (qualcosa compare nel video qui sotto) del bel film francese Non dirlo a nessuno (Ne le dis a personne).
Aggiornamento (11 settembre 2012): la versione che avevo postato più d’un anno fa non è più disponibile. Questa, sempre Jeff Buckley, è senza immagini.
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=8K6BSqi9F5A%5DI lost myself on a cool damp night
I gave myself in that misty light
Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree
I made wine from the lilac tree
Put my heart in its recipe
It makes me see what I want to see
and be what I want to be
When I think more than I want to think
I do things I never should do
I drink much more than I ought to drink
Because it brings me back you…Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love
Listen to me… I cannot see clearly
Isn’t that she coming to me nearly here?
Lilac wine is sweet and heady, where’s my love?
Lilac wine, I feel unsteady, where’s my love?
Listen to me, why is everything so hazy?
Isn’t that she, or am I just going crazy, dear?
Lilac Wine, I feel unready for my love,
feel unready for my love.