Arte topiaria

L’arte topiaria è l’arte di potare alberi e arbusti al fine di dare loro, a scopo ornamentale, una forma definita e diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta. La forma può essere geometrica (il caso più semplice è la siepe) oppure riprodurre animali, oggetti, persone.

Io ne ho visto con i miei occhi dei begli esempi al Parco Sigurtà di Valeggio sul Mincio e, in Francia, un brontosauro in Normandia e una pipa davanti alla cattedrale di St. Claude nel Giura. Qui un’immagine dal web.

Il topiarius era l’apposito giardiniere (come molte cose inutili e costose, questa pratica è di origine romana e adornava le ville patrizie: ne parla Plinio nella sua Historia Naturalis, xii.6) e il nome viene a sua volta dal greco τόπος (“luogo”, quello della topografia, ma per estensione “paesaggio”).

I topi, quale che ne sia il sesso, non c’entrano nulla. O forse sì…

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Traffic: Why We Drive the Way We Do (and What it Says About Us)

Vanderbilt, Tom (2008). Traffic: Why We Drive the Way We Do (and What it Says About Us). London: Allen Lane. 2008.

Ho la tentazione di scrivere che questo libro è un esempio pressoché perfetto di come non si dovrebbe fare divulgazione scientifica. È un libro documentatissimo: delle sue 400 e passa pagine, 110 sono di note. Ma, forse proprio per questo l’autore si disperde in una miriade di argomenti senza approfondirne nessuno, presenta decine di teorie e ci racconta dozzine di incontri con esperti di ogni materia e nazionalità. Un sacco di aneddoti, ma nessuna presa di posizione convincente. Troppa carne al fuoco e nemmeno cucinata troppo bene. Per di più, l’aneddotica è infarcita di luoghi comuni: basta vedere quello che si dice del traffico romano. E allora come fidarsi delle altre “evidenze aneddotiche” che ci presenta?

Bene. Fine della stroncatura. Passiamo ai lati positivi, che non possono non esserci in un libro così ricco e documentato. Alcune illustrazioni di teorie mi sono sembrate ben riuscite: ma si trattava in genere di cose che conoscevo già, e la mia ammirazione va soltanto a qualche esempio o spiegazione illuminante. Ad esempio, che il traffico non va modellato sul comportamento di un fluido, ma di una sostanza granulosa: versate in un imbuto alternativamente dell’acqua o del riso e capirete subito la differenza. E anche la storia del traffico a Pompei, ricostruito a partire dai solchi sul basolato, non è male.

Forse avrei imparato qualcosa di più se guidassi: ma non ho la patente. La cosa più divertente che ho imparato è che, contrariamente a quanto pensavo, è più razionale chi – di fronte a un cartello che segnala una riduzione di carreggiata in autostrada – non rientra subito ma aspetta l’ultimo momento. Questo comportamento non è vantaggioso soltanto per lui, ma anche per la fluidità del traffico nel suo insieme.

Ma forse sono troppo severo. fatevi un’idea da soli seguendo questo lungo intervento dell’autore alla “scuola” di Google a Mountain View.

Rufus Thomas – The Funky Chicken

Che cosa c’è di meglio, per scacciare l’abulia di un grigio e freddo pomeriggio romano di lavoro (è sabato!), che l’irresistibile hit del 1969 (in Italia lo trasmetteva ossessivamente Renzo Arbore a Per voi giovani).

Se volete imparare anche voi, si fa così:

You may have heard of THE FUNKY CHICKEN – the craziest dance ever. Now it is possible for you to learn this dance in the privacy of your own home. With these careful instructions, you should be able to master this fine art within days.

Look cool and relax, concentrating on the thumping beat of the bass drum. Tapping toes or nodding the head helps. Beginners are advised to count from 1 to 4. Do not move lips.

Stand with feet slightly apart. Both hands are tucked under the armpits to make wings. Flap down on every beat, and back up in time for the next. Practice for ten minutes.

Kick one foot out and back a little on 1, placing it back on 2. The other foor is kicked out on 3, to be back on 4.

Combine the two basic moves. After a while, you should be able to do this without much thought.

Both arms are held up across the face. Wiggle knees as if they are made of rubber.

Imagine you are a crazy chicken. Scratch the floor while making clucking sounds.

E se non bastasse, un’informazione veramente inutile: Rufus Thomas è (ma è morto a 84 anni nel 2001) il papà di Carla Thomas (Queen of Memphis soul e interprete di storici duetti con Otis Redding)

Cause naturali [2]

Un aggiornamento (tardivo, e me ne scuso). Il manifestante morto per cause naturali durante il G20 di Londra il 1° aprile “Non è morto per un attacco di cuore, ma per un’emorragia interna”. Ce lo rivela la Repubblica.it.

Anche se non capite l’inglese del commento, le immagini pubblicate dl Guardian sono piuttosto chiare.

In questo servizio di SkyNews si vede, più tardi, la sequenza della sua morte e il percorso che aveva fatto quella mattina. So benissimo che post hoc non implica propter hoc, ma penso che ci siano molte domande cui la polizia inglese deve dare risposte convincenti.

Quello che certo è che anche la “mano poliziotta” è una causa naturale.

Sonderkommando Auschwitz

Venezia, Schlomo (2007). Sonderkommando Auschwitz (Sonderkommando). Milano: Rizzoli. 2008.

Certamente queste memorie di un ebreo greco di lingua italiana, deportato giovanissimo a Birkenau e trovatosi in modo pressoché fortuito a far parte del Sonderkommando, cioè del gruppo di prigionieri ebrei costretti a prestare servizio prima e dopo le uccisioni di massa (ad esempio, prima aiutando i morituri a spogliarsi e poi tagliando i capelli alle donne, strappando i denti d’oro e cremando i cadaveri) non può essere oggetto di una recensione “normale”. È una memoria orale trascritta, in cui sull’orrore prevale spesso lo stupore (in senso etimologico), l’incapacità di comprendere quello che sta accadendo. ma forse soltanto così si sopravvive a questo orrore. Mancano le riflessioni di Primo Levi o di Boris Pahor: qui c’è un quotidiano sospeso nel tempo e dal “giudizio” umano che aggiunge materia all’orrore.

Ho trovato molto fastidiosa, retorica e francamente brutta la prefazione di Walter Veltroni, con tutti i suoi tic linguistici e i suoi espedienti retorici.

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It’s All Over Now, Baby Blue

“You must leave now, take what you need, you think will last.
But whatever you wish to keep, you better grab it fast.

Strike another match, go start anew.”

Un amore è finito, Bob Dylan lo trasfigura. Adesso ci vuol far credere che il suo era per lo più mestiere, ma è difficile crederlo quando dopo – dopo 45 anni – sa ancora toccarci così.

Dal vivo (1965, forse Newport):

Dal vivo (1966):

Le cover. Byrds (strumentale):

Ancora i Byrds:

Marianne Faithfull:

Joni Mitchell:

Bryan Ferry:

The Boss:

Eric Burdon and the Animals:

Joan Baez:

E, per chi ha avuto pazienza finore, la cover più bella, quella dei Them con un giovanissimo Van Morrison:

You must leave now, take what you need, you think will last.
But whatever you wish to keep, you better grab it fast.
Yonder stands your orphan with his gun,
Crying like a fire in the sun.
Look out all the saints are comin’ through
And it’s all over now, Baby Blue.

The highway is for gamblers, better use your sense.
Take what you have gathered from coincidence.
The empty-handed painter from your street
Is drawing crazy patterns on your sheets.
This sky, too, is folding over you
And it’s all over now, Baby Blue.

All your seasick sailors, they are rowing home.
Your empty-handed armies, they are going home.
The lover who just walked out your door
Has taken all his blankets from the floor.
The carpet, too, is moving under you
And it’s all over now, Baby Blue.

Leave your stepping stones behind, there’s something that calls for you.
Forget the dead you’ve left, they will not follow you.
The vagabond who’s rapping at your door
Is standing in the clothes that you once wore.
Strike another match, go start anew
And it’s all over now, Baby Blue.

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La forma della paura

De Cataldo, Giancarlo e Mimmo Rafele (2009). La forma della paura. Torino: Einaudi. 2009.

La forma della paura

amazon.it

Un romanzo minore di De Cataldo, che ci aveva abituato bene, con Romanzo criminale e soprattutto con Nelle mani giuste (che ho recensito in questo post).

Chissà quali sono i misteri delle scelte editoriali. Chissà se anche autori come De Cataldo – che sappiamo approdati alla letteratura (esercita ancora il difficile mestiere di magistrato di corte d’assise?) mossi dall’impegno civile – subiscono le lusinghe delle case editrici.

O magari dell’industria dell’intrattenimento, dato che questo romanzo, scritto con uno sceneggiatore, sembra appunto una sceneggiatura. Del romanzo, cioè, ha tutti i tic, ma nessuna profondità. Soprattutto, mancano la profondità e la complessità cui i romanzi di De Cataldo ci avevano abituato. Manca quel rapporto melmoso, ma reso “chiaro” dall’autore nello stesso modo in cui certi intrecci erano rivelati dall’Io so di Pier Paolo Pasolini, tra l’anomia e il male della pratica criminale e la normalità dell’ordinata gestione della società e dello Stato. Qui ci sono soltanto un intreccio (piuttosto che una vicenda radicata nella storia di questi nostri anni e di questo Paese) e i suoi personaggi, abbozzati senza vero spessore. Insomma: la sceneggiatura di un film per la televisione o per il cinema.

Dato che però De Cataldo, anche quando scrive con la mano sinistra, è pur sempre De Cataldo, non mancano brani che fanno riflettere:

… a noi hanno insegnato che lo Stato si difende e si protegge nel segreto. Wisniaski diceva che erano tutte castronerie. I segreti meno sono tali e meglio si tutelano, diceva… […] Bisogna sempre dire la verità, ripeteva. Specie ai nemici.
Il trucco stava nella scelta del nemico al quale affidare il compito di rivelare la verità. Toccava al soggetto prescelto renderla manifesta. E più era variopinto, eccentrico, irregolare, inaffidabile il soggetto prescelto, minori chance aveva la rivelazione per imporsi per quel che era: una verità. Ecco. Depotenziare la verità, sino a trasformarla in una delle tante leggende che abitano il mondo contemporaneo. [p. 204]

Dire la cosa giusta nel modo sbagliato è molto peggio che dire la cosa sbagliata in modo giusto. [p. 207]

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Viaggio al centro della provincia

Marcoaldi, Franco (2009). Viaggio al centro della provincia. Torino: Einaudi. 2009.

Marcoaldi è essenzialmente un poeta, di cui non avevo letto nulla (e di cui non leggerò, penso, più nulla in futuro).

Sono stato ingannato dalla quarta di copertina (caveat emptor, direte voi), e non è certo la prima volta:

Mezzo secolo dopo il Viaggio in Italia di Piovene, un poeta-reporter cerca, nella provincia italiana, i segni, le storie, il profilo piú vero di un Paese «oscuro a se stesso». E racconta il carattere dei nuovi italiani.

Purtroppo, non è così. Il libro è una raccolta – molto discontinua – di articoli scritti per la Repubblica e forse rivisti.

Brutto libro, che vi sconsiglio. Da una parte, Marcoaldi mi sembra attento soprattutto a compiacersi della sua “bella lingua” (che a me, inutile dirlo, non piace: insieme troppo “carica” di aggettivi e troppo ricercata). Dall’altra, mi sembra che i suoi incontri (sindaci, artisti, rettori universitari, imprenditori eccetera) siano orientati alle necessità di un giornalismo più di marketing territoriale che di inchiesta. Io, che pure mi picco di essere un cultore della materia dello sviluppo territoriale italiano, non sono stato arricchito dalla lettura di Marcoaldi. Forse ne sono stato persino un po’ impoverito, forse inquinato dai troppi luoghi comuni (i luoghi comuni sono tali perché sono la ripetizione acritica di un’opinione altrui, diffusa certo, ma non necessariamente nota: l’operazione di Marcoaldi dà risonanza nazionale ai luoghi comuni diffusi finora alla scala provinciale).

Certo fa impressione leggere in questi giorni l’incipit del capitolo dedicato a L’Aquila:

Se una città sceglie un determinato motto ci sarà pure una ragione. E la scritta Immota manet che compare sullo stendardo del capoluogo abruzzese in effetti dà da pensare, offrendo il destro a una duplice lettura: perché se da un lato rimanda alla tenacia di una città in grado di resistere ai ripetuti terremoti che hanno via via distrutto tante sue vestigia … [p. 108]

If I Were a Carpenter

Dedicatissima. 35 anni dopo.

La canzone è di Tim Hardin. Qui dal vivo a Woodstock.

Qui la canta Bobby Darin.

Joan Baez:

Johnny Cash (e figlia):

Dolly Parton (e Randy Travis):

Persino Robert Plant (Led Zeppelin)

La cover dei Dik Dik:

Io trovo bellissima questa versione brit degli Small Faces (Steve Marriott voce):

If I were a carpenter
And you were a lady,
Would you marry me anyway?
Would you have my baby?

If a tinker were my trade
would you still find me,
Carrying the pots I made,
Following behind me.

Save my love through loneliness,
Save my love for sorrow,
I’m given you my onliness,
Come give your tomorrow.

If I worked my hands in wood,
Would you still love me?
Answer me babe, “Yes I would,
I’ll put you above me.”

If I were a miller
at a mill wheel grinding,
would you miss your color box,
and your soft shoe shining?

If I were a carpenter
and you were a lady,
Would you marry me anyway?
Would you have my baby?
Would you marry anyway?
Would you have my baby?

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Hans Christian von Baeyer – Information: The New Language of Science.

Baeyer, Hans Christian von (2003). Information: The New Language of Science. London: Phoenix. 2003.

Non sono sicuro di aver capito tutto. Mentre sulla teoria classica dell’informazione mi sento abbastanza sicuro (in fin dei conti il mio Shannon l’ho letto), la parte dedicata alla Quantum Information mi mette in difficoltà. Ma apparentemente sono in buona compagnia:

If anybody says he can think about quantum physics without getting giddy, that only shows he has not understood the first thing about them. [Niels Bohr]

If quantum mechanics hasn’t profoundly shocked you, you haven’t understood it yet. [Niels Bohr]

If someone says that he can think or talk about quantum physics without becoming dizzy, that shows only that he has not understood anything whatever about it. [Murray Gell-Mann]

I think it is safe to say that no one understands quantum mechanics. Do not keep saying to yourself, if you can possibly avoid it, ‘But how can it possibly be like that?’ because you will go down the drain into a blind alley from which nobody has yet escaped. Nobody knows how it can be like that. [Richard Feynman]

Per non parlare dei dubbi di Einstein.

Il libro di von Baeyer è un tour de force, e mi sento di raccomandarlo vivamente, anche se non tutto mi sembra egualmente convincente. Ma è certo che von Baeyer ha il raro dono della divulgazione (quello che gli anglosassoni chiamano, capovolgendo la nostra prospettiva, public understanding of science), e sono rimasto impressionato dal modo fresco e nuovo di illustrare e far comprendere cose che già conoscevo. Basti per tutti la spiegazione del “problema di Monty Hall” [pp. 69-72].

Von Baeyer fa un uso ampio ed efficace di quelle che Daniel Dennett chiama intuition pumps.

Sotto il profilo filosofico (che è quello in cui, tutto considerato, mi sento più a mio agio), mi sembra che von Baeyer sia vicino al punto di vista di Bohr, che affermava:

“Our task is not to penetrate into the essence of things, the meaning of which we don’t know anyway, but rather to develop concepts which allow us to talk in a productive way about phenomena in nature.”
“There is no quantum world. There is only an abstract quantum physical description. It is wrong to think that the task of physics is to find out how nature is. Physics concerns what we can say about nature.” [citato a p. 65]

Von Baeyer aderisce apparentemente alla soluzione proposta da Anton Zeilinger:

Its crucial, underlying assumption is Bohr’s proclamation that physics in general, and quantum mechanics in particular, do not describe the world itself, only what we are able to say about it. Bohr demands that we wake up from the spell of Democritus – the illusion that we can come to grips with the objective material world, without acknowledging, or even trying to understand, the mediating role of information. We never see a chair, Bohr would say: we receive senso impressions that give us information which our brains somehow process into the idea (an Aristotelian ‘Form’) of chair. We don’t see, or detect, or measure an atom: we gather information about the atom and encode it in a mathematical construct called a wave function, which enables us to make predictions about information we may gather in future experiments. [p. 227]

Why does nature seem granular, discontinuous, quantized into discrete chunks like sand – instead of smooth and continuous like water? The answer is that while we have no idea how the world is really arranged, and shouldn’t even ask, we do know that knowledge of the world is information; and since information is naturally quantized into bits, the world also appears quantized. If it didn’t, we wouldn’t be able to understand it. It’s both as simple, and as profound, as that. [p. 229]

Ecco, io non so voi, ma a me questa spiegazione ha lasciato con un grande senso di pace interiore, “un grande senso di dolcezza…”. LA sensazione di essermi avvicinato un po’ a una verità.

E mi è venuta in mente una cosa molto personale. Io sono molto miope, pochi possono immaginare quanto. E fin da bambino, senza occhiali, nella penombra, quello che vedevo (e vedo) mi appariva granulare, come dipinto da Seurat. La spiegazione di von Baeyer– nell’unificare teoria quantistica e teoria dell’informazione – risuona in me con questa sensazione consueta.