Se consideri le colpe

Bajani, Andrea (2007). Se consideri le colpe. Torino: Einaudi. 2007.

Non so se avete mai bevuto il Rabarbaro Zucca. Improbabile, perché dopo un periodo di gran voga – quantomeno milanese, dove l’aperitivo è un rito ed esisteva anche un famoso Bar Zucca – mi risulta sia sparito.

Secondo quanto dice chi lo commercializza (creato da Mario Pavesi, l’inventore dei Pavesini e degli autogrill a ponte, adesso il Rabarbaro Zucca è un marchio dello stesso produttore dell’amaretto di Saronno), è un aperitivo naturale a base di rabarbaro. Ha un gusto piacevole e delicato. Si può gustare Zucca al naturale, con acqua gassata o shakerato con cubetti di ghiaccio. È realizzato con i rizomi del rabarbaro, del genere Rheum, posti in infusione insieme a corteccia di china e d’arancio amaro, semi di cardamomo e altre erbe medicinali. Dopo dieci giorni di riposo, la bevanda è filtrata e imbottigliata. Ha un colore ebano e un gusto gradevolmente amaro che persiste a lungo nel palato.

Quando ero bambino esistevano delle caramelle al rabarbaro, sottili e perfettamente quadrate, con un gusto speciale, dolce-amaro, da grandi. Mi piacevano follemente. Quando ebbi l’età, con emozione, mi avvicinai all’aperitivo. Che delusione! Aveva una bassissima gradazione alcolica (16% in volume) e sembrava annacquato anche a berlo liscio.

Questo romanzo di Bajani è così. Senza nerbo, come diciamo noi critici. Non sa scegliere se vuole raccontare una storia d’amore e d’abbandono tra madre (Lula) e figlio (Lorenzo) ambientata in Romania, o se vuole raccontare la colonizzazione italiana della Romania a partire dalla vicenda Lula/Lorenzo. Alla fine, resta una storia patetica e dolciastra, piena di luoghi comuni.

La cosa più bella del libro è la definizione degli imprenditori italiani in Romania come “pionieri italiani del Far East” (quarta di copertina): peccato che l’idea non sia venuta a Bajani (che anzi nel libro parla più volte di Far West) ma ai creativi dell’Einaudi.

La cosa più brutta: il discorso diretto non è mai introdotto dagli artifici convenzionali (due punti e virgolette, o trattino) ma semplicemente dalla maiuscola, senza segni d’interpunzione. Che bisogno c’era? Questa è l’idea bajanica della sperimentazione linguistica?

L’occasione mancata: ho apprezzato fino quasi alla fine che fosse un libro senza scopate, che la proverbiale pistola appesa sulla panoplia all’inizio del testo non sparasse prima della fine (la bella Monica e il protagonista Lorenzo). Non lo fanno, ma un bacio, nelle ultime pagine, rovina tutto. Suvvia, Bajani!

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La grande fuga

La grande fuga (The Great Escape), 1963, di John Sturges, con Steve McQueen e un sacco d’altri attori famosi e famosissimi.

Un film di culto, rivisto (a distanza di anni) in televisione. Lo ricordavo miticamente, ed è stata una grande delusione.

Cominciamo dal culto: quando uscì il film ebbe un enorme successo commerciale. Fu anche nominato agli Oscar e ai Golden Globe, pur senza vincere. Tuttora, figura all’87° posto della classifica di IMDb, ha un pubnteggio medio di 8,4 punti su 10, cui hanno contribuito oltre 46.000 utenti.

Rivisto oggi, quanto meno a mio giudizio, è un polpettone ben recitato ma un po’ prolisso (quasi 3 ore, e la sensazione è che molti episodi siano inseriti per valorizzare ciascuna delle star del cast). Anche se il film è basato su vicende in gran parte vere, il registro narrativo è più quello del western: John Sturges è il regista de I magnifici sette {a sua volta una parodia [Nella musica colta, la parodia è la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori. (Questa nota è un omaggio postumo al grande David Foster Wallace)] – in senso bachiano se volete – de I sette samurai di Akira Kurosawa}.

Ho visto non moltissimo tempo fa (ma evidentemente in era pre-blog, perché non ne ho fatto la recensione qui) Stalag 17 del grandissimo Billy Wilder. In quel film, che è di una decina d’anni precedente a questo, l’ambientazione è simile (un campo di prigionia, in cui sono reclusi prigionieri di guerra dell’aviazione alleata, americani in questo, per lo più inglesi ne La grande fuga). Stalag 17 non è tecnicamente un film di guerra: Wilder è piuttosto interessato alle dinamiche psicologiche di gruppo che emergono tra i reclusi, e il suo sguardo è eminentemente morale. Ma la guerra, l’estremizzazione dei comportamenti umani che la guerra porta con sé, è ben presente nel film di Wilder.

Dopo 10 anni da Stalag 17 (e dopo 20 dai fatti narrati) la ferita della guerra è sufficientemente rimarginata per il pubblico statunitense (a ogni buon conto e a scanso di ogni rischio si parla qui soprattutto della RAF, con l’eccezione di Steve McQueen e pochi altri) da spettacolizzarne le vicende, ancora più che mitizzarle. La psicologia dei personaggi è abbozzata in modo patetico (basta pensare alle crisi di claustrofobia di Charles Bronson!) e non a caso la scena più nota del film, quella rimasta nella memoria collettiva, è la corsa in moto di Steve McQueen (su YouTube, comunque, il film c’è tutto, in non so quanti pezzetti da 10 minuti!).

Nel 2000, Galline in fuga (Chicken Run), un film d’animazione inglese, riprende le vicende de La grande fuga e le traspone in un pollaio, con effetti esilaranti. Un’altra parodia. Paradossalmente, Galline in fuga induce a riflessioni sull’universo concentrazionario e sulla tragica alternativa tra libertà e morte ben più profonde dell’originale.

L’ottava vibrazione (2)

Una parola di spiegazione. Quella che segue è la poesia posta a conclusione del libro di Carlo Lucarelli che gli dà anche il titolo. La poesia è di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, che l’ha scritta nel 1964 in inglese (è pubblicata sul n. 13 di Transition e la potete trovare qui).

Il punto è che la poesia (2° verso) parla di eighth harmony: la traduzione più naturale del termine è “armonia”, e mi sembra difficile sostenere che “vibrazione” sia un sinonimo applicabile. Il Webster online propone infatti queste accezioni del termine:

1 (archaic): tuneful sound: melody
2a: the combination of simultaneous musical notes in a chord

2b: the structure of music with respect to the composition and progression of chords
2c: the science of the structure, relation, and progression of chords
3a: pleasing or congruent arrangement of parts <a painting exhibiting harmony of color and line>
3b: correspondence, accord <lives in harmony with her neighbors>
3c: internal calm: tranquillity
4a: an interweaving of different accounts into a single narrative
4b: a systematic arrangement of parallel literary passages (as of the Gospels) for the purpose of showing agreement or harmony.

Chissà. Forse Lucarelli ha letto una traduzione della poesia… Certo è che il significato, secondo me, è ben altro di quello che il titolo del libro vorrebbe evocare.

La poesia, comunque, merita di essere letta in sé.

HOME-COMING SON

Look where you walk unholy stranger
This is the land of the eighth harmony
In the rainbow: Black.
It is the dark side of the moon
Brought to light
This is the canvas of God’s master stroke.

Out, of your foreign outfit unholy stranger
Feel part of the great work of art
Walk in peace, walk alone, walk tall,
Walk free, walk naked
Let the feelers of your mother land
Caress your bare feet
Let Her breath kiss your naked body.

But watch, watch where you walk forgotten stranger
This is the very depth of your roots: Black
Where the tom-toms of your fathers vibrated
In the fearful silence of the valleys
Shook, in the colossus bodies of the mountains
Hummed, in the deep chests of the jungles.
Walk proud.

Watch, listen to the calls of the ancestral spirits prodigal son
To the call of the long awaiting soil
They welcome you home, home. In the song of birds
You hear your suspended family name
The wind whisper the golden name of your tribal warriors
The fresh breeze blown into your nostrils
Floats their bones turned to dust.
Walk tall. The spirits welcome
Their lost-son returned.

Watch, and out of your foreign outfit brother
Feel part of the great work of art
Walk in laughter, walk in rhythm, walk tall,
Walk free, walk naked
Let the roots of your mother land caress your body
Let the naked skin absorb the home-sun and shine ebony.

Tsegaye Gabre Medhin (1964)

Tento una traduzione:

Il ritorno del figlio

Guarda dove metti i piedi impuro straniero
Questa è la terra dell’ottava armonia
Dell’arcobaleno: il Nero.
È la faccia oscura della luna
Portata alla luce
È la tela del capolavoro di Dio.

Fuori dai tuoi abiti forestieri impuro straniero
Sèntiti parte del grande capolavoro
Cammina in pace, cammina solo, cammina eretto
Cammina libero, cammina nudo
Lascia che le antenne della tua madre terra
Ti carezzino i piedi nudi
Lascia che il Suo alito baci il tuo corpo nudo.

Ma attento, attento a dove metti i piedi dimenticato straniero
Questo è proprio il fondo delle tue radici: il Nero.
Dove i tamburi dei tuoi padri vibravano
Nel pauroso silenzio delle valli
Squassavano, nei corpi colossali delle montagne
Vibravano, nei petti profondi delle giungle.
Cammina orgoglioso.

Attento, ascolta i richiami degli spiriti ancestrali figliol prodigo
Il richiamo del suolo che aspetta da sempre
Ti accolgono a casa, a casa. Nel canto degli uccelli
Riconosci sospeso il tuo cognome
Il vento soffia i nomi gloriosi dei guerrieri della tua schiatta
La brezza leggera soffia nelle tue narici
La polvere delle loro ossa.
Cammina eretto. Gli spiriti danno il benvenuto
Al figlio perso e ritrovato.

Attento, e fuori dai tuoi abiti forestieri fratello
Sèntiti parte del grande capolavoro
Cammina nella gioia, cammina nel ritmo, cammina eretto
Cammina libero, cammina nudo
Lascia che le radici della tua madre terra ti carezzino il corpo
Lascia che la pelle nuda assorba il sole di casa e brilli d’ebano.

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I Rom, l’Europa e noi

Mentre il Governo italiano (con il consenso del 67% degli elettori? lo sostiene Berlusconi) scheda e ghettizza i Rom, la Commissione europea inaugura il 1° vertice “per promuovere un impegno congiunto per migliorare l’integrazione di milioni di Rom”. Ma come? Ma noi italiani non eravamo i più europeisti tra i 27 Stati membri? Quando abbiamo perso tutto questo terreno?

Ecco il comunicato-stampa, che ho preso da qui. Vi prego di guardare alla sostanza e di perdonare alla burocrazia di Bruxelles il linguaggio (che pare sia uno dei motivi del disamore dei cittadini europei per le istituzioni comunitarie).

16/09/2008   Primo vertice a livello europeo per promuovere un impegno congiunto per migliorare l’integrazione di milioni di Rom

La Commissione europea apre oggi il primo vertice a livello europeo dedicato al miglioramento della situazione delle comunità Rom nell’Unione europea. ( Discorso del Presidente Barroso). La manifestazione, che ha luogo a Bruxelles, ha lo scopo di promuovere un impegno comune da parte dei rappresentanti nazionali, europei e della società civile per affrontare il fenomeno sempre più diffuso di discriminazione ed esclusione nei confronti di milioni di europei di origine Rom (si veda anche MEMO/08/559 ).

“Nel 21° secolo la situazione dei Rom costituisce una macchia sulla coscienza dell’Europa,” ha affermato Vladimír Špidla, il Commissario per le pari opportunità. “I problemi sono molteplici e complessi, ma noi abbiamo gli strumenti per migliorare l’integrazione mediante la legislazione, il finanziamento e condividendo politiche efficaci. Abbiamo ora bisogno di un impegno congiunto a livello locale, regionale, nazionale ed europeo per far sì che questi strumenti funzionino meglio e per garantire un futuro migliore per le comunità Rom in Europa. La situazione cambierà solo se ci impegniamo tutti.”

Con il vertice di oggi è la prima volta che le istituzioni europee, i governi nazionali e le organizzazioni della società civile che rappresentano la comunità Rom in tutta Europa si riuniscono ad altissimo livello per discutere la situazione dei Rom nell’UE e per trovare i mezzi per migliorarla. Ogni discriminazione basata sulla razza o l’origine etnica è vietata nell’Unione europea in tutti i settori della vita sociale (direttiva 2000/43/CEE). Eppure la discriminazione nei confronti dei Rom persiste e il 77% degli europei ritiene che essere Rom in Europa costituisce uno svantaggio.

La manifestazione sarà inaugurata dal Presidente della Commissione Josè Barroso e altri membri importanti della Commissione parteciperanno, come il Vicepresidente Barrot (Giustizia ed affari interni), il Commissario Špidla e il Commissario Figel (Istruzione, formazione, cultura e gioventù).

Si aggiungerà anche Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri e degli affari europei, e Christine Boutin, Ministro delegato delle Politiche urbane e degli alloggi (a nome della Presidenza francese dell’Unione europea), numerosi ministri provenienti da altri Stati membri dell’UE e dei paesi candidati oltre che George Soros, Presidente della Open Society Institute, Shigeo Katsu, Vicepresidente della World Bank, e Romani Rose, Presidente del Consiglio centrale tedesco dei Sinti e dei Rom.

L’intervento diretto delle organizzazioni e dei rappresentanti Rom costituisce un elemento fondamentale della manifestazione. Da segnalare quello di due membri del Parlamento europeo di origine Rom, Lívia Járóka (EPP-ED, Ungheria) e Viktória Mohácsi (ALDE, Ungheria).

Nell’Agenda sociale del 2 luglio 2008 la Commissione ha ribadito il rinnovato impegno per la non discriminazione in generale e per l’azione volta a migliorare la situazione dei Rom in particolare. Il documento di lavoro che è stato presentato esamina gli strumenti e le politiche disponibili a livello UE per promuovere l’integrazione dei Rom ( IP/08/1072, MEMO/08/462). Essa giunge alla conclusione che esiste una salda base di strumenti legislativi, finanziari e di coordinamento politico disponibili e che questi elementi sono utilizzati in misura crescente, ma negli Stati membri sussistono ancora lacune sul piano dell’attuazione.

Il vertice costituisce il nuovo passo avanti in questo processo ed ha lo scopo di sostenere e promuovere un impegno congiunto degli Stati membri, delle istituzioni europee e della società civile. Le conclusioni costituiranno la base del dibattito che avrà luogo nel dicembre 2008 al Consiglio europeo.

Ulteriori informazioni

Informazioni sulla manifestazione e programma: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=88&langId=en&eventsId=105&furtherEvents=yes

Azione della Commissione europea per i Rom: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=518&langId=en

Anno europeo del Dialogo interculturale: http://www.interculturaldialogue2008.eu

Notiziario video: Difendere i diritti dei Rom nell’UE: http://ec.europa.eu/avservices/video/video_prod_en.cfm?type=detail&prodid=6383

Taraf De Haidouks – Turceasca

Maresciallo

“Alto dignitario statale o ufficiale posto al vertice della gerarchia in tutti gli eserciti europei fin dall’età feudale e, successivamente, ruolo rivestito solo da alti gradi militari, specialmente da coloro che si fossero particolarmente distinti per valore. Nell’esercito italiano, militare che riveste il più alto grado della gerarchia dei sottufficiali con particolari mansioni operative e d’ufficio. Nel Medioevo, capo supremo delle scuderie regie e, nei regni barbarici, alto dignitario di corte” (De Mauro online).

Come sospettavo, maresciallo e maniscalco (un lavoro ben più umile: “artigiano che forgia i ferri e attende alla ferratura dei bovini e degli equini”) condividono la stessa etimologia, da due radici alto-tedesche: MAR-AH (“cavallo”, da cui l’inglese mare, “cavalla, giumenta”) e SCATCH (“colui che cura, ministro”, la stessa radice del verbo inglese shall, “dovere”, e di siniscalco, “nel Medioevo, nelle corti dell’Europa
centrosettentrionale, maestro di casa o maggiordomo della famiglia
reale o di una grande famiglia aristocratica; per estensione, successivamente, alto dignitario specialmente imperiale o reale con mansioni militari, politiche o amministrative” –
De Mauro online).

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Rispetto

Per alleggerire un po’, per sollevare questa cappa opprimente…

Non c’è più rispetto
Neanche tra di noi
Il silenzio è rotto
Dagli spari tuoi
Dimmi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Per lasciarmi stare

Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi

Che mi hai fatto male!

Non c’è più rispetto
Uoh uoh uoh uoh uoh

Non c’è più contatto

Oh oh oh oh
Prima ero li
Stavo bene
Con gli amici al bar
Ci credi, ero li
Senza pene
Chiaro come il mar…

Dimmi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Per lasciarmi andare

Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi

Non ti ho fatto male mai!
Oh, ma che dolore
Oh, è un gran dolore!

Non c’è più rispetto
Neanche tra di noi

Non c’è più rispetto
Oh oh oh oh oh
E allora

Tira tira tira
che si spezza dai

Tira tira tira

Io non ti ho fatto male mai!
Oh, ma che dolore
Oh, è un gran dolore!

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Gergo

“Linguaggio fondato su trasformazioni convenzionali delle parole di una lingua o d’uno o più dialetti, con inserzioni di elementi lessicali esotici o di nuovo conio, usato da chi appartiene a determinati gruppi professionali, come ad esempio girovaghi, o gruppi sociali, come ad esempio sette religiose o politiche, malviventi, carcerati eccetera, allo scopo di garantire l’identità di gruppo e di non farsi intendere da coloro che ne sono estranei; per estensione, “modo di parlare allusivo, oscuro, enigmatico”; ancora per estensione, “modo speciale di usare una lingua tipico di certi ambienti o categorie: gergo giovanile, studentesco, gergo sindacale, burocratico, gergo medico, filosofico” [De Mauro online).

L’origine della parola, secondo i più, andrebbe ricercata nella radice proto-indoeuropea GAR (gola), da cui i nostri gargana, gargarozzo, gorgia, gargarismo, il francese gorge, lo spagnolo garganta, il tedesco Gurge. Secondo altri, tanto per confonderci le idee, da un’altra radice proto-indoeuropea GAR, che invece significa gridare (quella da cui discende il nostro garrire).

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Tolleranza e rispetto

Mi sembra pertinente, in questi tempi cupi, questo bell’intervento di Giovanna Zincone, che risale a circa un anno e mezzo fa (è stato pubblicato su La stampa del 23 febbraio 2007). Sembra passato un secolo, dai richiami alla tolleranza di Chirac, Merkel, Napolitano e Ciampi, tanto è cambiato il clima…

L’EROISMO DELLA TOLLERANZA

di Giovanna Zincone

La tolleranza è il principio cardine delle attuali democrazie europee. Se una civile convivenza richiede la condivisione di alcuni valori comuni, il primo di questi valori, quello che regge tutti gli altri, è la disponibilità a tollerare opinioni, pratiche religiose, costumi diversi da quelli maggioritari. Solo i regimi autoritari chiedono omogeneità di pensiero e di credo religioso, o magari di credo irreligioso. Solo quei regimi provvedono a disfarsi dei dissidenti, e talvolta pure a ripulire il loro territorio dalle minoranze etniche. I regimi liberali non hanno paura della protesta, dell’opposizione anche radicale, né delle diversità di comportamento persino quando sconfinano nella devianza. Non le temono in qualunque ambito esse si presentino. Basta che non facciano del male, che non si macchino di sopraffazione, violenza, meno che meno di sangue. Sembrano punti ovvi, acquisizioni solide delle democrazie europee. Eppure se ne ritorna a parlare con crescente frequenza sulla scena politica, come a segnalare che c’è un problema aperto. La prima a richiamare quest’anno la tolleranza come un valore fondante dell’Unione europea, nel suo discorso di apertura del semestre tedesco di presidenza del Consiglio d’Europa, è stata Angela Merkel, il 30 gennaio a Berlino. Da allora, durante queste prime settimane di febbraio, sulla centralità della tolleranza si sono accumulati consensi eminenti e ponderosi. Sono mattoni a sostegno di un pilastro centrale e tuttavia non solido. In una sorta di intervista di addio alla vita pubblica, è stato poi Jacques Chirac a ribadire il ruolo insostituibile del principio di tolleranza, ma ha pure indicato il rischio che si corroda, proprio in Francia, che lì perisca soprattutto sotto i colpi della destra xenofoba. Se questo accadesse, i conflitti tra minoranze di origine immigrata e maggioranze di tradizione nazionale diverrebbero sempre più aspri e, infine, ingovernabili. Questo teme il Presidente francese. Anche il nostro, Giorgio Napolitano, ha sentito la necessità di invitare al rispetto del principio di tolleranza tutti coloro che vivono in Italia, siano essi italiani per discendenza, stranieri diventati italiani, immigrati rimasti stranieri. Lo ha fatto nell’incontro al Quirinale con un gruppo di immigrati per i quali aveva lui stesso firmato il decreto di attribuzione della cittadinanza italiana. In quella occasione, anche il Presidente italiano ha evidenziato la presenza di molteplici tensioni a cui è sottoposto oggi il principio di tolleranza. Così ha fatto Carlo Azeglio Ciampi in un brillante dialogo con un gruppo di giovani studiosi europei convenuti a Torino. Insomma, sulla diagnosi importanti esponenti delle democrazie europee oggi concordano: la tolleranza che è necessaria all’Europa ha molti nemici. E non si tratta solo e non sempre di nemici esterni, estranei alla sua cultura. Sono gli spiriti mai spenti dei nazionalismi e dei fondamentalismi, che ritrovano vigore. Di fronte a questi rischi occorrono rimedi forti, bisogna imparare a chiedere qualcosa in più della tolleranza. L’ex Presidente Ciampi, nella conferenza torinese, ha invitato a fare un passo avanti. Non bisogna accontentarsi della tolleranza, occorre pretendere rispetto. Nella tolleranza c’è sempre un grumo di disprezzo, che nel concetto di rispetto è assente. Si tollerano comunità ed esseri fastidiosi, mentre si rispettano gruppi che consideriamo diversi da noi, ma tuttavia dotati di pari dignità. Teorici della tolleranza come il filosofo canadese Charles Taylor ci hanno insegnato quanto sia importante per un individuo, per la sua autostima, essere rispettato e non solo tollerato, fin da piccolo, non solo come singolo ma anche come membro del gruppo di appartenenza. Tuttavia non mi pare che tolleranza e rispetto si pongano in ordine gerarchico. Tolleranza non è peggiore di rispetto, è complementare, e qualche volta persino più eroica. Il rispetto dovrebbe riguardare le comunità nel loro insieme. La tolleranza dovrebbe riguardare specifici comportamenti, pratiche, credenze. Immagino di essere un cittadino europeo agnostico e animalista; rispetto le comunità ebree e musulmane nel loro insieme, ma posso deprecare la macellazione rituale, che mi può sembrare ancora più crudele di quella laica. Però la tollero, anche se contraddice il mio profondo amore per gli animali, anche se mi fa male all’anima. Sono un musulmano; rispetto la comunità nazionale in cui sono immigrato, ma trovo ignobile la mercificazione del corpo delle donne, l’impudicizia ostentata. Tuttavia la tollero, anche se mi provoca disgusto. La tolleranza è la difficile e specifica premessa di un generico rispetto. È eroica, perchè ci obbliga a superare i confini dei nostri principi, a volte di quei principi che ci stanno più a cuore. È un atteggiamento mentale e pratico doloroso, ma necessario. Una società umana moderna e plurale, in cui maggioranze e minoranze non accettino di valicare i confini del proprio insieme di valori, è destinata a conflitti insanabili. Lo è a maggior ragione se in quei confini si arroccano non solo un certo numero di comuni cittadini, non solo èlite religiose che un po’ arroccate tendono a esserlo di mestiere, ma anche èlite politiche e semiliberi pensatori.

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Tolleranza zero

Secondo Wikipedia, la ” tolleranza zero è un’espressione del gergo politico, che indica un comportamento repressivo nei confronti d’ un certo comportamento o crimine, con tutti i mezzi consentiti dalla legge, e con l’applicazione di pene detentive certe e severe, senza sconti di pena”.

In altri termini, come nell’orwelliana neolingua, una parola (tolleranza) viene utilizzata per nascondere il fatto che in realtà si realizza al massimo grado il suo contrario (il massimo di intolleranza). Una volta interiorizzato lo stravolgimento del significato, vengono interiorizzati e connotati come normali anche i comportamenti cui il vocabolo si riferisce e dissentire dalla verità ufficiale diventa difficile, se non impossibile.

E se tolleranza zero viene a significare, come oggi nel nostro povero paese, l’occultamento (e poi la repressione sistematica) di tutto quello che viene percepito come fonte di allarme sociale, con tutti i mezzi (dal dispiegamento dell’esercito con funzioni di ordine pubblico, alle ordinanze anti-rovistaggio), come sorprendersi se qualcuno pensa che il linciaggio sia uno strumento della stessa politica?

MILANO, MORTO GIOVANE NERO PRESO A SPRANGATE
MILANO  – È morto nel primo pomeriggio, all’ospedale Fatebenfratelli, Abdul G., 19 anni, originario del Burkina Faso e con cittadinanza italiana, aggredito a colpi di spranga a Milano da due uomini in via Zuretti, non distante dalla Stazione Centrale. Il giovane, in compagnia di due amici, era stato accusato di avere rubato della merce dal furgone bar degli aggressori. Ne era nata una lite, accompagnata anche da insulti razzisti da parte dei proprietari del furgone e da colpi di spranga che avevano ferito alla testa Abdul. La notizia della sua morte, dopo diverse ore di coma, è stata confermata dagli agenti della Questura di Milano.
Secondo la ricostruzione degli agenti della questura di Milano, Abdul G. era con altri due amici dopo aver trascorso la notte in un locale in corso Lodi. A bordo dei mezzi pubblici erano arrivati in via Zuretti con l’intenzione di andare al centro sociale Leoncavallo. A quel punto i tre sono stati avvicinati da un furgone bar da cui sono scesi due uomini che li hanno accusati di avere rubato della merce. I due, uno intorno ai 25 anni, l’altro, un adulto sulla quarantina, sono passati alle vie di fatto e hanno cominciato a colpire il giovane e a lanciare epiteti razzisti: “sporchi negri vi ammazziamo”. Gli aggrediti sono riusciti ad annotarsi parte della targa del furgone. [ANSA, 14.9.2008 15:02]

A quando il Ku Klux Klan?

Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

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The Stuff of Thought

Pinker, Steven (2007). The Stuff of Thought. Language as a Window into Human Nature. New York: Viking. 2007.

Steven Pinker, studioso del linguaggio in una prospettiva cognitiva, insegna psicologia a Harvard (fino al 2003 insegnava al MIT). È anche un ottimo divulgatore (e polemista) e leggere i suoi libri è un piacere.

Il tema principale di questo è ben riassunto dal sottotitolo (oltre che dal lucidissimo capitolo finale, la parte migliore del libro): il linguaggio è una finestra sulla mente e sulla natura umana. Provo a tradurre le prime righe della Prefazione:

Nel modo in cui usiamo le parole è racchiusa una teoria dello spazio e del tempo. Anche una teoria della materia, e una della causalità. Il nostro linguaggio ha una teoria del sesso (ne ha due, a essere precisi) e concezioni in merito all’intimità, al potere, alla giustizia. La nostra lingua madre è imbevuta dei concetti di divinità, pericolo e degradazione, ma anche di una concezione del benessere e di una filosofia del libero arbitrio. Tutte queste concezioni variano nei dettagli da lingua a lingua, ma condividono una medesima logica complessiva. Ne emerge un modello della realtà tipicamente umano, che si allontana in modo significativo dalla comprensione oggettiva della realtà delineata dalla scienza e dalla logica. Benché queste idee siano intessute nel linguaggio, le loro radici sono più profonde del linguaggio stesso. Affondano nelle regole fondamentali con cui comprendiamo quello che ci circonda, con cui attribuiamo meriti o colpe ai nostri simili e con cui articoliamo le nostre relazioni con loro. [p. vii, traduzione mia]

Il libro è articolato in 9 capitoli. La maggior parte riprende, in veste divulgativa, ricerche condotte da Pinker negli ultimi anni, e questo è l’unico appunto che mi sento di fare al volume: a volte si perde il filo del discorso complessivo, proprio perché il materiale è così ricco e perché Pinker è un affabulatore che si diverte nel raccontare e che sa avvincere il lettore (e l’ascoltatore: è venuto qualche anno fa all’Auditorium di Roma nell’ambito di un festival e vi posso assicurare che è un grande intrattenitore). Per questo, come dicevo prima, il capitolo conclusivo (Escaping the Cave) è particolarmente opportuno, oltre che molto riuscito.

È troppo lungo per provare a tradurre anche questo, ma (per chi ha pazienza e segue bene l’inglese) questa lezione tenuta alla sede centrale di Google il 24 settembre 2007 riassume piuttosto bene le conclusioni del libro (la conferenza, dibattito compreso, dura più di un’ora).

Qualche anno fa (penso nel 2002, ai tempi di The Blank Slate) Pinker è anche stato intervistato da Robert Wright (quello di Nonzero) per la rivista online Slate: metto qui sotto il video, anch’esso interessante, e per i vostri esercizi d’inglese potete seguire con la trascrizione che trovate qui.

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