La grande fuga

La grande fuga (The Great Escape), 1963, di John Sturges, con Steve McQueen e un sacco d’altri attori famosi e famosissimi.

Un film di culto, rivisto (a distanza di anni) in televisione. Lo ricordavo miticamente, ed è stata una grande delusione.

Cominciamo dal culto: quando uscì il film ebbe un enorme successo commerciale. Fu anche nominato agli Oscar e ai Golden Globe, pur senza vincere. Tuttora, figura all’87° posto della classifica di IMDb, ha un pubnteggio medio di 8,4 punti su 10, cui hanno contribuito oltre 46.000 utenti.

Rivisto oggi, quanto meno a mio giudizio, è un polpettone ben recitato ma un po’ prolisso (quasi 3 ore, e la sensazione è che molti episodi siano inseriti per valorizzare ciascuna delle star del cast). Anche se il film è basato su vicende in gran parte vere, il registro narrativo è più quello del western: John Sturges è il regista de I magnifici sette {a sua volta una parodia [Nella musica colta, la parodia è la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori. (Questa nota è un omaggio postumo al grande David Foster Wallace)] – in senso bachiano se volete – de I sette samurai di Akira Kurosawa}.

Ho visto non moltissimo tempo fa (ma evidentemente in era pre-blog, perché non ne ho fatto la recensione qui) Stalag 17 del grandissimo Billy Wilder. In quel film, che è di una decina d’anni precedente a questo, l’ambientazione è simile (un campo di prigionia, in cui sono reclusi prigionieri di guerra dell’aviazione alleata, americani in questo, per lo più inglesi ne La grande fuga). Stalag 17 non è tecnicamente un film di guerra: Wilder è piuttosto interessato alle dinamiche psicologiche di gruppo che emergono tra i reclusi, e il suo sguardo è eminentemente morale. Ma la guerra, l’estremizzazione dei comportamenti umani che la guerra porta con sé, è ben presente nel film di Wilder.

Dopo 10 anni da Stalag 17 (e dopo 20 dai fatti narrati) la ferita della guerra è sufficientemente rimarginata per il pubblico statunitense (a ogni buon conto e a scanso di ogni rischio si parla qui soprattutto della RAF, con l’eccezione di Steve McQueen e pochi altri) da spettacolizzarne le vicende, ancora più che mitizzarle. La psicologia dei personaggi è abbozzata in modo patetico (basta pensare alle crisi di claustrofobia di Charles Bronson!) e non a caso la scena più nota del film, quella rimasta nella memoria collettiva, è la corsa in moto di Steve McQueen (su YouTube, comunque, il film c’è tutto, in non so quanti pezzetti da 10 minuti!).

Nel 2000, Galline in fuga (Chicken Run), un film d’animazione inglese, riprende le vicende de La grande fuga e le traspone in un pollaio, con effetti esilaranti. Un’altra parodia. Paradossalmente, Galline in fuga induce a riflessioni sull’universo concentrazionario e sulla tragica alternativa tra libertà e morte ben più profonde dell’originale.

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