L’ottava vibrazione

Lucarelli, Carlo (2008). L’ottava vibrazione. Torino: Einaudi. 2008.

L'ottava vibrazione

goodreads.com

Non sono d’indole tollerante. Anzi, per indole sono un iracondo, sempre pronto all’invettiva. Ma penso che la tolleranza sia un valore, sia il fondamento del rapporto tra persone libere ed eguali, una base della convivenza civile, una conquista del secolo dei lumi (l’ho pensato persino quando Marcuse consigliava di essere intolleranti). Di conseguenza, a forza di esercizio costante, ho imparato a essere tollerante, e, al prezzo di ferrea autodisciplina, controllo quotidianamente i miei istinti, tanto da avere fama di essere un saggio, un calcolatore piuttosto che un istintivo, un freddo, addirittura uno “senza palle”. Eppure “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge” è sempre lì, in agguato, e ogni tanto esplode.

O magari scoppietta soltanto, esaurendosi in un moto di fastidio, come questo che mi ha provocato la lettura di questo romanzo di Lucarelli. Non ho letto nessun altro romanzo di Lucarelli, e non l’avrei letto neppure stavolta (sono un po’ prevenuto, troppo pubblicizzato, troppa fama televisiva, addirittura imitato da Fiorello!) se non fosse stato presentato come un romanzo storico. Il secondo romanzo sull’avventura coloniale italiana (lo so che è una frase fatta, l’ho usata apposta) in pochi mesi, e tutti e due scritti da autori bolognesi: non può essere una coincidenza – mi sono detto –: vediamo.

Massaua, Eritrea, 1896, alla vigila di Adua. Non vi racconto niente della storia perché è pur sempre un poliziesco e io non sono una carogna. Mi limiterò a elencarei vezzi della scrittura di Lucarelli che mi hanno irritato e infastidito:

  • I vari personaggi che si intrecciano (è un romanzo “corale”, come dicono i critici) e che arrivano in Colonia da varie regioni d’Italia sono caratterizzati dalla loro cadenza, dal loro dialetto, dai loro tic verbali. Ma non occasionalmente, o la prima volta che parlano: tutte le volte che aprono bocca, o pensano. Così l’umbro, l’abruzzese, il veneto. Stucchevole.
  • Lo stesso accade per i personaggi indigeni e più in generale per il “colore coloniale”: Lucarelli ci elenca il termine locale e la traduzione italiana. Non basta: il termine locale ce lo propina in tigrino, bileno, amarico, kunama, arabo e così via.
  • Lucarelli usa in continuazione il verbo “agganciare” per significare “tenere con le mani o con i piedi”. OK, una volta va bene. Ma troppe diventa un artifizio retorico (lo stesso trucco che usa Genna nel suo Hitler con “esorbitare”).
  • Lucarelli mescola presente e passato (e, a volte, anche prima e terza persona singolare) nello stesso paragrafo. E se ne vanta pure! (“… discutendo con Simona Vinci, che scrive al presente, e con Eraldo Bladini, che scrive soprattutto al passato, e poi con Deborah Gambetta e con Giampiero Rigosi, e non sapendo io che parte prendere visto che tutti mi sembravano aver ragione – tempo della modernità, tempo della storia – mi è venuto in mente di provare a metterceli dentro tutti, i tempi verbali, a seconda delle mie esigenze, per fermare, muovere, rallentare, accelerare, anche zoomare su qualcosa” p. 456).

Basta così. Ne abbiamo parlato fin troppo. Vi risparmio gli altri luoghi comuni di cui il libro è intriso, dalla “cagna nera” alla misteriosa bambina che balla… Ma l’autore mi risponderebbe che il fumettone è nazional-popolare…

Un’ultima cosa: l’ottava vibrazione – spiega la poesia di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, posta a conclusione del libro – è il nero, l’ottavo colore dell’iride. E devo ammettere (anche se la luce non è soltanto vibrazione, e anche se i colori dell’iride sono 7 per convenzione recente e perché il 7 è attraente, ma potremmo anche più ragionevolmente dire che sono 6, e anche se il nero è piuttosto l’assenza di luce) che l’immagine è molto bella, come è evocativa la copertina del libro.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

Fatalità

Per me la canzonetta italiana che meglio rappresenta la “musica leggera” (nel senso in cui la è quella di Gilbert O’ Sullivan) è – ma mi rendo conto che è una scelta idiosincratica, legata all’età, all’occasione in cui l’ho sentita (Per voi giovani nella prima edizione, quella di un giovane Renzo Arbore pre-Alto gradimento), oltre che della grande orecchiabilità della canzonetta stessa, è questa Fatalità de I Bertas, gruppo sardo. Siamo nel 1967.

Fatalità  aver trovato te
te che sei come me
Fatalità  buongiorno come stai?
Tu che fai?
Non lo so sto con te
Ero là  seduto al bar
per fatti miei
davanti ad un caffè che non andava giù
quando tu m’hai chiesto se
volevo un po’ di zucchero o no
è andata ti sei presentata cioè
perfetta per me!
Fatalità  aver trovato te
te che sei come me
Fatalità  domani che si fa?
non lo so neanch’io
si vedrà
Ero là  seduto al bar
per fatti miei
davanti ad un caffè che non andava giù
quando tu m’hai chiesto se
volevo un po’ di zucchero o no
è andata ti sei presentata cioè
perfetta per me!
Ero là  seduto al bar
per fatti miei
davanti ad un caffè che non andava giù
quando tu m’hai chiesto se
volevo un po’ di zucchero o no
è andata ti sei presentata cioè
perfetta per me!
perfetta per me!

Gilbert O’ Sullivan

Wikipedia dixit:

Viene abitualmente definita musica leggera la musica popolare contemporanea, destinata ad un pubblico vasto quanto più è possibile. L’espressione traduce in modo non letterale il termine inglese easy listening, in quanto definisce un tipo di musica di facile ascolto, spesso ridotta a semplice intrattenimento. In effetti, la musica leggera raggruppa in sé un insieme di tendenze musicali affermatesi a partire dal XX secolo, caratterizzate da un linguaggio relativamente semplice e in alcuni casi schematico. La musica leggera è strettamente inserita nel circuito di diffusione commerciale mondiale con incisioni discografiche, video, festival, concerti-spettacolo, trasmissioni e reti televisive e radiofoniche. Se la semplicità del linguaggio musicale distingue la musica leggera dalla cosiddetta “musica colta”, la presenza di una vera e propria industria la differenzia dalla musica popolare.

Se ne potrebbe discutere per ore. Il seguito è ancora più controverso:

Le caratteristiche principali della musica leggera sono:

* spiccata orecchiabilità;
* utilizzo abbondante della melodia;
* uso di tempi musicali pari (primo tra tutti il 4/4);
* testi di facile comprensione;
* utilizzo del cosiddetto formato canzone (strofe alternate al ritornello).

Andate avanti voi con il resto della voce dell’enciclopedia.

Io vorrei limitarmi a fare qualche esempio.

Comincerei dal fenomeno Gilbert O’ Sullivan, cantante irlandese che attraversò il firmamento delle popolarità mondiale come una meteora nel 1972, ci ossessionò per qualche mese e poi sparì. Godetevi l’improbabile pettinatura…

Cominciamo da Alone Again (Naturally)

Tutt’altro che una canzoncina, se leggete le parole!

In a little while from now,
If I’m not feeling any less sour
I promised myself to treat myself
And visit a nearby tower,
And climbing to the top,
Will throw myself off
In an effort to make it clear to who
Ever what it’s like when your shattered
Left standing in the lurch, at a church
where people saying,
“My God that’s tough, she stood him up!
No point in us remaining.
We may as well go home.”
As I did on my own,
Alone again, naturally

To think that only yesterday,
I was cheerful, bright and gay,
Looking forward to, but who wouldn’t do,
The role I was about to play
But as if to knock me down,
Reality came around
And without so much as a mere touch,
Cut me into little pieces
Leaving me to doubt,
Talk about God in His mercy
For if He really does exist
Why did He desert me
In my hour of need?
I truly am indeed,
Alone again, naturally

It seems to me that
There are more hearts
Broken in the world
That can’t be mended
Left unattended
What do we do? What do we do?

(instrumental break)

Alone again, naturally

Now looking back over the years,
And what ever else that appears
I remember I cried when my father died
Never wishing to hide the tears
And at sixty-five years old,
My mother, God rest her soul,
Couldn’t understand, why the only man
She had ever loved had been taken
Leaving her to start with a heart
So badly broken
Despite encouragement from me
No words were ever spoken
And when she passed away
I cried and cried all day
Alone again, naturally
Alone again, naturally

E questa è Clair, il sue secondo (e ultimo) successo.

Clair, the moment I met you I swear
I felt as if something somewhere
Had happened to me
Which I couldn’t see

And then
The moment I met you again
I knew in my heart THAT we were friends
It had to be so
It couldn’t be no

But try as hard as I might do I don’t know why
You get to me in a way I can’t describe
Words mean so little when you look up and smile
I don’t care what people say,
To me you’re more than a child
Oh! Clair, Clair

Clair, if ever a moment so rare
Was captured for all to compare
That moment is you
It’s all that you do

But why in spite of our age difference do I cry
Each time I leave you I feel I could die
Nothing means more to me than hearing you say
I’m going to marry you
Will you marry me Uncle Ray?
Oh! Clair, Clair

(Instrumental Break)

Clair, I’ve told you before
Don’t you dare
Get back into bed
Can’t you see that it’s late
No you can’t have a drink
Oh! all right then but wait just a bit
While I, in an effort to baby sit,
Catch of my breath what there is left of it.
You can be murder at this hour of the day
But in the morning this hour
Will seem a lifetime away
Oh! Clair, Clair

Oh Clair

Che fine ha fatto? È vivo e lotta in mezzo a noi, e si è conservato (invidia, in questo video del 2007 ha 61 anni!) come nuovo, capello cotonatissimo incluso…

Domani 2 (Il giudizio universale)

“Il giudizio universale” è un film del 1961 diretto da Vittorio De Sica, con soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini. Lo spunto (geniale e quintessenzialmente zavattiniano): al mattino di una normale giornata napoletana, una voce stentorea (il basso Nicola Rossi Lemeni) che sembra arrivare dall’alto dei cieli annuncia che “Alle 18 comincia il Giudizio Universale”. C’è chi si pente, chi non ci crede, chi sghignazza, poi comincia a piovere.

Reduci dal successo internazionale di La ciociara, De Sica e Zavattini hanno carta bianca da De Laurentiis per realizzare il film, con un international all stars cast sul libro-paga: Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Fernandel, Alberto Sordi, Melina Mercouri, Renato Rascel, Maria Pia Casilio, Giacomo Furia, Silvana Mangano, Alberto Bonucci, Andreina Pagnani, Giuseppe Porelli, Elisa Cegani, Agostino Salvietti, Regina Bianchi, Marisa Merlini, Mario Passante, Lamberto Maggiorani, Ugo D’Alessio, Nino Manfredi, Nando Angelini, Domenico Modugno, Carlo Taranto, Akim Tamiroff, Luigi Bonos, Pasquale Cennamo, Franco Franchi, Mike Bongiorno, Lino Ventura, Anouk Aimée, Georges Rivière, Ciccio Ingrassia, Eleonora Brown, Jack Palance, Ernest Borgnine, Lilly Lembo, Jimmy Durante.

Il film, deludente, si disperde in mille rivoli. Ma l’incipit è travolgente.

Cesare Pavese

100 anni fa, il 9 settembre 1908, nasceva a Santo Stefano Belbo Cesare Pavese.

Per me Pavese è stato un folgorante incontro di gioventù. E ho incontrato prima le poesie di Lavorare stanca dei romanzi. Poesie così diverse dall’ermetismo di Ungaretti, che ci veniva proposto come modello di modernità in contrapposizione alla triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Ne fui molto influenzato, tanto da farne l’oggetto di una mia tesina portata alla maturità.

Ce ne sono poche, e nemmeno le più belle, sul web. Ecco qualche esempio.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

L’uomo solo

Lontano nella notte

Pubblicato su Citazioni, Parole. 1 Comment »

Ieri, dopo 65 anni, Roma è caduta davvero

Intanto ieri (8 settembre 2008) un buco nero fin troppo reale inghiottiva le illusioni di chi (non io!) si era illuso che i fascisti dopo la purificazione di Fiuggi non fossero più fascisti.

Non dico la mia, troppo schifato (mio nonno, come molti altri ufficiali del regio esercito, finì in campo di concentramento in Germania per aver saputo interpretare con rigore il giuramento di fedeltà allo Stato italiano – 600.000 militari italiani fecero quella scelta, raccontata in un bel libro di Alessandro Natta, L’altra resistenza).

Mi limito a riprendere qualche intervento da il manifesto di oggi (9 settembre 2008).

PERCHÉ STUPIRSI?

Marco Revelli

C’è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l’8 settembre – l’8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l’elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent’anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E’ rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E’ fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace… Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del ’94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro – e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all’esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione – e degenerazione – del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale – di «regime», potremmo dire – dell’assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall’avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l’altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce…), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l’8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un’Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E’ quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall’intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse – di contro – una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l’autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.

***

Vuoto di storia, vuoto di idee

Ida Dominijanni

«Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra rendersi conto non dico dell’entità della sconfitta subìta, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano». E l’incipit di un articolo di Biagio De Giovanni – filosofo, ex intellettuale di punta del Pci, svoltista convinto nell’89, poi parlamentare europeo – pubblicato sul “Riformista” di venerdì scorso, che mi pare importante rilanciare per la doppia rilevanza che assegna – finalmente – alla dimensione storica nell’analisi della débacle politica e culturale della sinistra. Doppia rilevanza, perché secondo De Giovanni la sconfitta di aprile non solo segna una cesura nella storia della Repubblica, ma è maturata, e rischia di diventare definitiva, proprio sul terreno della lettura della storia repubblicana: è qui che si sta giocando la partita dell egemonia culturale fra centrodestra e centrosinistra ed è qui che il centrosinistra la sta rovinosamente perdendo. […]
Su che cosa si esercita la costruzione di questa nuova legittimazione, ovvero di questo affondo del centrodestra sul piano dell’egemonia culturale? Secondo De Giovanni in primo luogo su quattro questioni cardinali: la rotazione dell’interpretazione del dualismo italiano dalla prospettiva della questione meridionale a quella della questione settentrionale; l’offensiva del revisionismo storico sulla Resistenza e sulla Costituzione (ultima puntata ieri); la visione «tremontiana» della globalizzazione cui non c’è replica da sinistra; l’abbattimento della forza e della stessa ragion d’essere del sindacato.
[…]
Su che cosa, se non su un filo di senso condiviso della storia, possono darsi sia continuità sia discontinuità generazionale? Se quel filo non si comincia a ritessere, né un Blair né un Obama verranno dal nulla.

***

Lezioni di storia

Alberto Piccinini

«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo» (Ignazio La Russa, novembre 2003)
«Se guardiamo a Somalia, Etiopia e Libia, a come sono ridotte adesso e a com’erano prima con l’Italia, credo che questa pagina della storia sarà riscritta e ci sarà una rivalutazione del ruolo dell’Italia» (Gianfranco Fini, ottobre 2006)
«Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando» (Maurizio Gasparri, 2002)
«L’Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei» (Domenico Gramazio, 2005)
«Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo» (Francesco Storace, novembre 2007)
«Ora non è che per far contenti Rutelli e D’Alema ci metteremo pure a riallagare le paludi pontine e a portare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana» (Maurizio Gasparri, novembre 2003)
«Meglio fascisti che froci» (Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, 2006).

Pubblicato su Opinioni. 1 Comment »

Domani?

Una vecchia storiella racconta della rilevazione condotta a un congresso di sessuologia sulla frequenza dei rapporti dei delegati. Un solo delegato ammette di farlo una sola volta all’anno, ma con grande sorpresa di tutti lo afferma con esagerato entusiasmo. E poi spiega: “Ma è domani!”.

Domani potrebbe essere il giorno della fine del mondo se, come teme un professore di chimica di Tübingen, un esperimento condotto al CERN di Ginevra dovesse produrre un buco nero capace di inghiottire il pianeta. Ne è così convinto, il professore, da aver intrapreso una causa presso la Corte europea per violazione della Carta europea dei diritti umani, che garantisce il diritto alla vita (ma se il caso dovesse arrivare in un’aula di tribunale, vorrebbe dire che il professore aveva torto; e se avesse ragione, non ci saranno né aule né tribunali, non in quest’angolo di universo).

Certo, il pensiero che la fine del mondo abbia inizio a Ginevra…

Che fare nell’attesa? continuare con il tranquillo tran tran di ogni giorno, o dedicarsi a 24 ore di sesso droga e rock&roll come facevano alcune sette chiliastiche? Ognuno si regoli come crede…

Qui sotto l’articolo del Guardian comparso sull’edizione dell’8 settembre 2008.

Will the world end on Wednesday?

Jon Henley
The Guardian,
Monday September 8 2008

Purple haze shows dark matter flanking the ‘Bullet Cluster’. Photograph: AP.

Be a bit of a pain if it did, wouldn’t it? And the most frustrating thing is that we won’t know for sure either way until the European laboratory for particle physics (Cern) in Geneva switches on its Large Hadron Collider the day after tomorrow.

If you think it’s unlikely that we will all be sucked into a giant black hole that will swallow the world, as German chemistry professor Otto Rössler of the University of Tübingen posits, and so carry on with your life as normal, only to find out that it’s true, you’ll be a bit miffed, won’t you?

If, on the other hand, you disagree with theoretical physicist Prof Sir Chris Llewellyn Smith of the UK Atomic Energy Agency, who argues that fears of possible global self-ingestion have been exaggerated, and decide to live the next two days as if they were your last, and then nothing whatsoever happens, you’d feel a bit of a fool too.

Rössler apparently thinks it “quite plausible” that the “mini black holes” the Cern atom-smasher creates “will survive and grow exponentially and eat the planet from the inside”. So convinced is he that he has lodged an EU court lawsuit alleging that the project violates the right to life guaranteed under the European Convention of Human Rights.

Prof Llewellyn Smith, however, has assured Radio 4’s Today programme that the LHC – designed to help solve fundamental questions about the structure of matter and, hopefully, arrive at a “theory of everything” – is completely safe and will not be doing anything that has not happened “100,000 times over” in nature since the earth has existed. “The chances of us producing a black hole are minuscule,” he said, “and even if we do, it can’t swallow up the earth.” So, folks, who do you believe?

L’uomo di marketing e la variante limone

Fontana, Walter (1995). L’uomo di marketing e la variante limone. Milano: Bompiani. 2000.

Un libretto di qualche anno fa, segnalatomi e prestatomi da un amico: fresco e leggero come l’acqua, ma nulla di più. Alcuni ritratti e alcune situazioni sono ancora attuali. Non si ride a crepapelle, ma si sorride spesso.

Walter Fontana è (era?) uno degli autori della Gialappa’s. Ha inventato il personaggio di Carcarlo Pravettoni (interpretato da Paolo Hendel) e quello del dottor Frattale (interpretato da lui stesso).

Il romanzetto ha però un incipit veramente infelice, che mi ha fatto venire voglia di abbandonarlo alla seconda pagina. Il problema è che, apparentemente, Fontana non ha idea di come è fatto un pinolo. Giudicate voi, ecco il passo incriminato:

Si coglie una pigna, si mette in bocca intera, si biascica con un certo sforzo finché a linguate non si riesce a scapsulare i pinoli, si rumina qualche minuto con le sopracciglia aggrottate facendo attenzione a non ferirsi le labbra con le scaglie, si mandano giù i pinoli e si sputa a pezzi il torsolo rosicchiato sulla schiena del vicino.
[…]
Consapevole di essere al centro dell’attenzione, il nuovo arrivato colse una pigna e con il bastoncino frugò negli interstizi. In pochi attimi raggranellò una bella montagna di pinoli bianchi, puliti, pronti da mangiare. Senza fatica, senza labbra infiammate, senza scaglie nei denti. [pp.5-6]

Da quello che descrive, Fontana sembra credere che i pinoli si estraggano direttamente dalla pigna, e ignora che hanno un guscio. Evidentemente li ha sempre mangiati sgusciati, nel pesto alla genovese o sulla torta della nonna, o confezionati nel sacchetto del supermercato.

Allora, dottor Fontana, stia attento che adesso glielo spieghiamo io e Wikipedia:

I pinoli sono i semi commestibili di alcune specie di pini. In Europa, tra le specie di pino che producono semi grandi, il migliore è il pino domestico (Pinus pinea) che non a caso è anche chiamato “pino da pinoli”. I pinoli sono contenuti nello strobilo, volgarmente chiamato cono o pigna, che è una struttura vegetale formata da brattee legnose nelle quali alloggiano i semi delle Gimnosperme (in questo antico gruppo di piante non si può parlare ancora di frutti, che appaiono solo nelle Angiosperme). Quando la pigna è matura, le brattee legnose si aprono e i pinoli cadono o sono comunque facilmente accessibili. Ma attenzione, appena estratti dallo strobilo, i pinoli sono ricoperti da un involucro rigido. Per mangiarli è necessari sgusciarli.

Sniglet

Uno sniglet, in inglese, è “una parola che dovrebbe essere nel vocabolario, ma non c’è”.

Il termine è stato inventato nel 1984 dal comico americano Rich Hall, ma fa riferimento a un gioco che esisteva già: quello di inventarsi una parola per un fenomeno per cui non esiste (ancora) un vocabolo preciso. Ad esempio:

  • come si chiamano i segni lasciati da un mobile pesante su un tappeto?
  • come si definisce l’atto di rigirare ripetutamente il cuscino per trovare una parte più fresca?
  • e la paura di restare fulminati dal tostapane?
  • e la mania di controllare se la cartolina è caduta bene nella buca delle lettere?

Questo gioco è parente di un altro che si faceva quando andavo a scuola: si prendeva il vocabolario, uno di noi sceglieva una parola strana e gli altri, pur ignorandone il vero significato, cercavano di definirla.

Un altro gioco simile è quello che fanno Douglas Adams e John LLoyd in The Meaning of Liff e The Deeper Meaning of Liff, in cui gli sniglet (che come tali non erano stati ancora definiti da Rich Hall) sono sempre nomi di località inglesi. Ad esempio:

  • Shoeburyness: The vague uncomfortable feeling you get when sitting on a seat which is still warm from somebody else’s bottom.
  • Abinger: One who washes up everything except the frying pan, the cheese grater and the saucepan which the chocolate sauce has been made in.
  • Alltami: Practicing the art of balancing hot and cold water taps.

Avete qualche proposta di sniglet in italiano? Come si può tradurre sniglet, tanto per cominciare?

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

L’elefantino

Su richiesta di Gabry, pubblico la traduzione in italiano del racconto di Kipling che spiega perché mi chiamo Boris Limpopo. La traduzione, di Gabry Cabassi, l’ho trovata qui: http://www.logoslibrary.eu/pls/wordtc/new_wordtheque.w6_start.doc?code=65236&lang=IT

Nei Bei Tempi Andati l’Elefante, Carissimi, non aveva la proboscide. Aveva solo un naso nerastro, rigonfio e grossino, come un mocassino, che poteva dimenare, ma che non poteva usare per raccogliere le cose. Ma c’era un Elefante, un nuovo Elefante, un Elefantino, che era pieno di insaziabile curiosità, il che significa che faceva tantissime domande. Viveva in Africa e la riempiva tutta con le sue insaziabili curiosità. Chiese al suo alto zio, lo Struzzo, perché le piume-della-sua-coda crescessero in quel modo ed il suo alto zio, lo Struzzo, lo sculacciò con la sua dura, dura zampa. Chiese alla sua alta zia, la Giraffa, che cosa rendesse la sua pelle così macchiettata e la sua alta zia, la Giraffa, lo sculacciò con il suo duro, duro zoccolo. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Chiese al suo grasso zio, l’Ippopotamo, perché i suoi occhi fossero rossi ed il suo grasso zio, l’Ippopotamo, lo sculacciò con il suo grosso, grosso zoccolo. Chiese al suo peloso zio, il Babbuino, perché i meloni avessero quel sapore ed il suo peloso zio, il Babbuino, lo sculacciò con la sua pelosa, pelosa zampa. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Faceva domande su tutto quello che vedeva, sentiva, provava, annusava o toccava e tutti i suoi zii e le sue zie lo sculacciavano. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità!

Una bella mattina, nel mezzo della Precessione degli Equinozi, questo insaziabile Elefantino fece una bella nuova domanda che non aveva mai fatto prima. Chiese: “Che cosa mangia il Coccodrillo per cena?” al che tutti risposero: “Shhhh!” con tono vibrante e terrificante e lo sculacciarono immediatamente e direttamente, senza fermarsi, per lungo tempo.

Dopo un po’, quando ebbero finito, incontrò l’Uccello Kolokolo, che stava in mezzo ad un roveto aspetta-un-attimo e disse: “Mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, tutti i miei zii e le mie zie mi hanno sculacciato per la mia insaziabile curiosità, eppure voglio ancora sapere che cosa mangia il Coccodrillo per cena!”

L’Uccello Kolokolo disse con un lugubre strillo: “Vai sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre e lo scoprirai.”

La mattina seguente, quando ormai non era rimasto più nulla degli Equinozi, perché la Precessione era proceduta come in precedenza, questo insaziabile Elefantino prese una cinquantina di chili di banane (quelle piccole, corte e rosse), una cinquantina di chili di canna da zucchero (del tipo lungo e viola) e diciassette meloni (del tipo verde-crepitante) e disse a tutti i suoi cari famigliari: “Addio, vado al grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, per scoprire cosa mangia il Coccodrillo per cena.” Così tutti lo sculacciarono ancora una volta per augurargli buona fortuna, sebbene lui continuasse a chiedergli gentilmente di smetterla.

Poi partì, un poco accaldato, ma per nulla stupito, mangiando meloni e gettando la buccia per terra, perché non la poteva raccogliere.

Andò da Graham’s Town fino a Kimberley, da Kimberley a Khama’s Country e da Khama’s Country andò verso nord-est, mangiando meloni tutto il tempo, finché alla fine arrivò sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, precisamente come gli aveva detto l’Uccello Kolokolo.

Dovete sapere, Carissimi, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e a quell’esatto minuto quell’insaziabile Elefantino non aveva mai visto un Coccodrillo e non sapeva come fossero fatti. Era tutta la sua insaziabile curiosità.

La prima cosa che trovò fu un Serpentone-Pitone-Bicolore attorcigliato ad una roccia.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino molto cortesemente, “ha visto qualcosa di simile ad un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

“Se ho visto un Coccodrillo?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore con tono terribilmente sprezzante. “Che mi chiederai poi?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma potrebbe dirmi gentilmente che cosa mangia per cena?”

Allora il Serpentone-Pitone-Bicolore si srotolò molto velocemente dalla roccia e sculacciò l’Elefantino con la sua coda squamata e serpeggiante.

“È strano,” disse l’Elefantino, “perché mio padre e mia madre, i miei zii e mia zia, per non parlare dell’altro mio zio, l’Ippopotamo, e di quell’altro ancora, il Babbuino, mi hanno sculacciato tutti per la mia insaziabile curiosità, e suppongo che questo sia per la stessa cosa.”

Ciò detto disse addio molto cortesemente al Serpentone-Pitone-Bicolore, lo aiutò ad attorcigliarsi nuovamente alla roccia e continuò, un poco accaldato, ma per nulla stupito, a mangiare meloni e a gettare via la buccia, perché non poteva raccoglierla, finché calpestò quello che pensava essere un pezzo di legno proprio sulla riva del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre.

Ma in realtà era il Coccodrillo, Carissimi ed il Coccodrillo ammiccò con un occhio, così!

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “le è capitato di vedere un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

Il Coccodrillo ammiccò con l’altro occhio e tirò metà della sua coda fuori dal fango. L’Elefantino molto cortesemente indietreggiò, perché non desiderava essere nuovamente sculacciato.

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo. “Perché chiedi queste cose?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “ma mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, per non parlare del mio alto zio, lo Struzzo, della mia alta zia, la Giraffa, che può scalciare così forte, cosi come del mio grasso zio, l’Ippopotamo e del mio peloso zio, il Babbuino, ed anche del Serpentone-Pitone-Bicolore, con la coda squamata e serpeggiante, là sulla riva, che sculaccia più forte di tutti gli altri e quindi, se per Lei è lo stesso, non vorrei essere più sculacciato.”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “perché io sono un Coccodrillo,” e pianse lacrime-di-coccodrillo per dimostrare che era vero davvero.

A quel punto l’Elefantino rimase senza fiato, ansimante e si inginocchiò sulla riva dicendo: “È proprio la persona che ho cercato per tutti questi interminabili giorni. Potrebbe dirmi che cosa mangia per cena?”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “e te lo sussurrerò in un orecchio.”

Allora l’Elefantino mise la testolina vicino alla bocca muschiata e zannuta del Coccodrillo, che lo prese per il suo piccolo naso, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e quell’esatto minuto non era mai stato più grossino di un mocassino, sebbene fosse molto più utile.

“Penso,” disse il Coccodrillo e lo disse tra i denti, così, “penso che oggi comincerò con Elefantino!”

A questo punto, Carissimi, l’Elefantino era molto contrariato e disse, parlando attraverso il naso, così: “Aiudo! Mi stagga il naso!”

Questo è l’Elefantino mentre il Coccodrillo gli tira il naso. È molto sorpreso, stupito e dolorante e sta parlando attraverso il naso dicendo: “Aiudo! Mi stagga il naso!” Sta tirando molto forte e così anche il Coccodrillo, ma il Serpentone-Pitone-Bicolore si sta precipitando nell’acqua per aiutare l’Elefantino. Quelle cose tutte nere sono le rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo (ma non ho il permesso di disegnarle davvero) e l’albero-a-forma-di-bottiglia con le radici tortuose e le otto foglie è uno degli alberi-della-febbre che crescono là.
Sotto il disegno vero e proprio ci sono le ombre degli animali africani che salgono su un’arca africana. Ci sono due leoni, due struzzi, due buoi, due cammelli, due pecore ed altre due cose che sembrano ratti, ma penso che siano iraci. Non significano niente, li ho messi nel disegno perché pensavo che fossero carini. Sarebbero molto belli se avessi il permesso di disegnarli davvero.

A quel punto il Serpentone-Pitone-Bicolore si scapicollò giù dalla riva e disse: “Mio giovane amico, se ora tu non tiri immediatamente e all’istante più forte che puoi, è mia opinione che quel tuo conoscente col cappotto in pelle dai grandi disegni regolari (e con queste parole intendeva indicare il Coccodrillo), ti strattonerà giù nel torrente limpido prima che tu possa dire Jack Robinson.”

Questa era la maniera in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Allora l’Elefantino, appoggiatosi sui suoi piccoli fianchi tirava, tirava e tirava. Il suo naso cominciò ad allungarsi. Il Coccodrillo si dimenava nell’acqua, rendendola tutta biancastra con i grandi movimenti circolari della coda e tirava, tirava e tirava.

Il naso dell’Elefantino continuava ad allungarsi. Poggiò tutte e quattro le sue piccole zampe a terra e tirava, tirava e tirava, così il suo naso continuava ad allungarsi; il Coccodrillo batteva la sua coda come un remo e tirava, tirava e tirava ed a ogni strattone il naso dell’Elefantino diventava sempre più lungo, più lungo e gli faceva un male bestiale.

Poi l’Elefantino sentì che le sue zampe cominciavano a cedere e disse, attraverso il naso, che ora era lungo già quasi un metro e mezzo: “È trobbo forde per me!”

Il Serpentone-Pitone-Bicolore scese dalla riva, si annodò in un doppio-doppio-nodo attorno alle zampe posteriori dell’Elefantino e disse: “Viaggiatore sconsiderato ed inesperto, ora ci dedicheremo seriamente ad una piccola alta tensione, perché se non lo facciamo è mia impressione che quella macchina-da-guerra a propulsione autonoma laggiù, con il ponte superiore corazzato (e con queste parole intendeva indicare, Carissimi, il Coccodrillo) guasterà permanentemente la tua carriera futura.”

Questo era il modo in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Così tirò e l’Elefantino tirò ed il Coccodrillo tirò, ma l’Elefantino ed il Serpentone-Pitone-Bicolore tirarono più forte ed alla fine il Coccodrillo lasciò andare il naso dell’Elefantino con un tonfo sordo che si poté sentire lungo tutto il Limpopo.

Quindi l’Elefantino si accasciò violentemente ed improvvisamente, ma prima si preoccupò di dire: “Grazie,” al Serpentone-Pitone-Bicolore e poi si dedicò amorevolmente al suo povero naso allungato, lo avvolse in foglie di banana fresche e lo appese sul grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo perché si rinfrescasse.

“Perché lo stai facendo?” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma il mio naso è terribilmente fuori forma e sto aspettando che si restringa.”
“Allora dovrai aspettare un bel po’,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Alcune persone non sanno che cosa è meglio per loro.”

L’Elefantino si sedette là per tre giorni aspettando che il suo naso si restringesse, ma non diminuì mai, ed inoltre lo aveva reso strabico. Perché, Carissimi, avete capito che il Coccodrillo glielo aveva trasformato nella vera e propria proboscide che tutti gli Elefanti hanno oggi.

Alla fine del terzo giorno arrivò una zanzara e lo punse sulla spalla e, prima che si rendesse conto di quello che stava facendo sollevò la proboscide, con la cui punta uccise quella zanzara.

“Vantaggio numero uno!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Prova a mangiare qualcosa ora.”

Prima che si rendesse conto di quello che stava facendo l’Elefantino allungò la proboscide e raccolse un grosso fascio d’erba, lo pulì sfregandolo contro le zampe anteriori e se lo cacciò in bocca.

“Vantaggio numero due!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Non pensi che il sole sia troppo forte qui?”

“Effettivamente è così,” disse l’Elefantino e prima che si rendesse conto di quello che stava facendo scodellò una scodella di fango dalle rive del grande, grigio-blu lucente Limpopo e se la schiaffò in testa, dove divenne un fresco cappellino-di-fango scodellato-rovesciato, tutto sgocciolante dietro le sue orecchie.

“Vantaggio numero tre!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Che ne pensi ora di essere nuovamente sculacciato?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma non mi piacerebbe per nulla.”

“Ti piacerebbe sculacciare qualcun’altro?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi piacerebbe davvero molto,” disse l’Elefantino.

“Bene,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore, “scoprirai che quel tuo nuovo naso è molto utile per sculacciare gli altri.”

“Grazie,” disse l’Elefantino, “me lo ricorderò, e penso che ora andrò a casa da tutti i miei cari famigliari e proverò.”

Così l’Elefantino si incamminò verso casa attraversando l’Africa, saltellando e sbandierando la sua proboscide. Quando voleva un frutto da mangiare lo tirava giù da un albero, invece di aspettare che cadesse come faceva prima. Quando voleva dell’erba la strappava da terra, invece di inginocchiarsi come doveva fare prima. Quando le zanzare lo pungevano spezzava un ramo d’albero e lo usava come scacciazanzare. Si faceva un nuovo, fresco, cappellino-di-fango pantanoso-fangoso ogni volta che il sole era troppo caldo. Quando si sentiva solo, mentre attraversava l’Africa, cantava a sé stesso attraverso la proboscide ed il suono era più forte di quello di parecchie bande di ottoni.

Questo è un disegno dell’Elefantino che sta per staccare delle banane da un banano dopo che ha ricevuto il suo nuovo, bel lungo naso. Non penso che sia un gran bel disegno, ma non ho potuto farlo molto meglio, perché le banane e gli elefanti sono difficili da disegnare. Le cose striate dietro l’Elefantino rappresentano un territorio paludoso e melmoso da qualche parte in Africa. L’Elefantino fece la gran parte dei suoi tortini-di-fango dal fango che aveva trovato là. Penso che il risultato sarebbe migliore disegnando il banano verde e l’Elefantino rosso.

Lasciò appositamente la strada verso casa al fine di trovare un grasso Ippopotamo (che non era suo parente) e gli diede uno sculaccione molto forte, per essere sicuro che il Serpentone-Pitone-Bicolore avesse detto la verità sulla sua nuova proboscide. Il resto del tempo raccolse le bucce di melone che aveva gettato sulla strada verso il Limpopo, perché era un Pachiderma Pulito.

Una sera buia ritornò da tutti i suoi cari famigliari, attorcigliò la proboscide e disse: “Come state?” Erano tutti molto felici di vederlo ed immediatamente dissero: “Vieni qui e fatti sculacciare per la tua insaziabile curiosità.”

“Pfui,” disse l’Elefantino. “Non penso che voialtri sappiate granché di sculaccioni, ma io sì e ve lo dimostrerò.” Poi srotolò la sua proboscide e fece andare a gambe all’aria due dei suoi cari fratelli.
“Per tutte le banane,” dissero, “dove hai imparato questo trucco e che hai fatto al tuo naso?”

“Ne ho avuto uno nuovo da un Coccodrillo sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo,” disse l’Elefantino. “Gli ho chiesto che cosa mangiava per cena e lui mi ha dato questo, per tenerlo.”

“È molto brutto,” disse il suo peloso zio, il Babbuino.

“È proprio così,” disse l’Elefantino. “Ma è molto utile,” e prese il suo zio peloso, il Babbuino, per una zampa pelosa e lo sollevò verso un nido di vespe.

Poi quel cattivo Elefantino sculacciò tutti i suoi cari famigliari per lungo tempo, finché furono accaldati e molto stupiti. Strappò le piume-della-coda di suo zio, lo Struzzo, e prese la sua alta zia, la Giraffa, per la zampa posteriore e la trascinò in un cespuglio di rovi. Urlò al suo grasso zio, l’Ippopotamo e fece le bolle nelle sue orecchie mentre stava dormendo nell’acqua dopo i pasti, ma non permise mai a nessuno di toccare l’Uccello Kolokolo.

Alla fine la cosa era così elettrizzante che i suoi cari famigliari partirono uno alla volta, frettolosamente, verso le rive del grande grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre per prendere a prestito i nuovi nasi dal Coccodrillo. Quando tornarono nessuno sculacciò più nessuno e da qual giorno, Carissimi, tutti gli Elefanti che vedrete, oltre a tutti quelli che non vedrete, hanno proboscidi esattamente uguali a quella dell’insaziabile Elefantino.

Ho sei onesti servitori al mio comando,
che sono stati anche i miei insegnanti.
I loro nomi sono Cosa, Dove e Quando,
Come, Perché e Chi, e sei son già tanti.
Li mando qui e là e persino a far spese,
ma quando hanno finito il lavoro per me
li faccio riposare, ma non per un mese.

Li faccio riposare dalle nove alle cinque,
perché in quelle ore anch’io sono occupato.
Così anche a colazione, pranzo e cena,
perché ognuno di loro allora è assai affamato.
Ma è vero: ogni persona è fatta a modo suo,
ne conosco una che è davvero un’incosciente.
Ha in casa sua dieci milioni di servitori
che non lascia riposare, ma proprio per niente:
li manda in paese, anche all’estero ed altrove.
Dal secondo in cui apre gli occhi al mattino, così
un milione di Come, due milioni di Dove
e sette milioni di grandi Perché son lì.