L’ottava vibrazione

Lucarelli, Carlo (2008). L’ottava vibrazione. Torino: Einaudi. 2008.

L'ottava vibrazione

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Non sono d’indole tollerante. Anzi, per indole sono un iracondo, sempre pronto all’invettiva. Ma penso che la tolleranza sia un valore, sia il fondamento del rapporto tra persone libere ed eguali, una base della convivenza civile, una conquista del secolo dei lumi (l’ho pensato persino quando Marcuse consigliava di essere intolleranti). Di conseguenza, a forza di esercizio costante, ho imparato a essere tollerante, e, al prezzo di ferrea autodisciplina, controllo quotidianamente i miei istinti, tanto da avere fama di essere un saggio, un calcolatore piuttosto che un istintivo, un freddo, addirittura uno “senza palle”. Eppure “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge” è sempre lì, in agguato, e ogni tanto esplode.

O magari scoppietta soltanto, esaurendosi in un moto di fastidio, come questo che mi ha provocato la lettura di questo romanzo di Lucarelli. Non ho letto nessun altro romanzo di Lucarelli, e non l’avrei letto neppure stavolta (sono un po’ prevenuto, troppo pubblicizzato, troppa fama televisiva, addirittura imitato da Fiorello!) se non fosse stato presentato come un romanzo storico. Il secondo romanzo sull’avventura coloniale italiana (lo so che è una frase fatta, l’ho usata apposta) in pochi mesi, e tutti e due scritti da autori bolognesi: non può essere una coincidenza – mi sono detto –: vediamo.

Massaua, Eritrea, 1896, alla vigila di Adua. Non vi racconto niente della storia perché è pur sempre un poliziesco e io non sono una carogna. Mi limiterò a elencarei vezzi della scrittura di Lucarelli che mi hanno irritato e infastidito:

  • I vari personaggi che si intrecciano (è un romanzo “corale”, come dicono i critici) e che arrivano in Colonia da varie regioni d’Italia sono caratterizzati dalla loro cadenza, dal loro dialetto, dai loro tic verbali. Ma non occasionalmente, o la prima volta che parlano: tutte le volte che aprono bocca, o pensano. Così l’umbro, l’abruzzese, il veneto. Stucchevole.
  • Lo stesso accade per i personaggi indigeni e più in generale per il “colore coloniale”: Lucarelli ci elenca il termine locale e la traduzione italiana. Non basta: il termine locale ce lo propina in tigrino, bileno, amarico, kunama, arabo e così via.
  • Lucarelli usa in continuazione il verbo “agganciare” per significare “tenere con le mani o con i piedi”. OK, una volta va bene. Ma troppe diventa un artifizio retorico (lo stesso trucco che usa Genna nel suo Hitler con “esorbitare”).
  • Lucarelli mescola presente e passato (e, a volte, anche prima e terza persona singolare) nello stesso paragrafo. E se ne vanta pure! (“… discutendo con Simona Vinci, che scrive al presente, e con Eraldo Bladini, che scrive soprattutto al passato, e poi con Deborah Gambetta e con Giampiero Rigosi, e non sapendo io che parte prendere visto che tutti mi sembravano aver ragione – tempo della modernità, tempo della storia – mi è venuto in mente di provare a metterceli dentro tutti, i tempi verbali, a seconda delle mie esigenze, per fermare, muovere, rallentare, accelerare, anche zoomare su qualcosa” p. 456).

Basta così. Ne abbiamo parlato fin troppo. Vi risparmio gli altri luoghi comuni di cui il libro è intriso, dalla “cagna nera” alla misteriosa bambina che balla… Ma l’autore mi risponderebbe che il fumettone è nazional-popolare…

Un’ultima cosa: l’ottava vibrazione – spiega la poesia di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, posta a conclusione del libro – è il nero, l’ottavo colore dell’iride. E devo ammettere (anche se la luce non è soltanto vibrazione, e anche se i colori dell’iride sono 7 per convenzione recente e perché il 7 è attraente, ma potremmo anche più ragionevolmente dire che sono 6, e anche se il nero è piuttosto l’assenza di luce) che l’immagine è molto bella, come è evocativa la copertina del libro.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

2 Risposte to “L’ottava vibrazione”

  1. morgaine Says:

    Il libro secondo me non è proprio brutto, ma si sente la mancanza di un editor che consigli di tagliare. Cioè, alcune parti sono interessanti dal punto di vista documentario, alcuni personaggi sono attraenti, ma ci sono troppi orpelli inutili che appesantiscono la lettura.

  2. L’ottava vibrazione (2) « Sbagliando s’impera Says:

    […] Una parola di spiegazione. Quella che segue è la poesia posta a conclusione del libro di Carlo Lucarelli che gli dà anche il titolo. La poesia è di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, che […]


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