MacGuffin

È quell’aggeggio (qualunque tipo di oggetto) che, senza avere una reale rilevanza in sé, è necessario per motivare le azioni di uno o più personaggi di un film, o per farne procedere la trama.

È un concetto centrale nel cinema di Hitchcock, ma molti altri autori e registi lo usano (ne sono un esempio la statuetta ne Il mistero del falco o il televisore nel romanzo di Wu Ming 54).

Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine è stato inventato dallo stesso Hitchcock, che ne fece menzione la prima volta in una lezione alla Columbia University nel 1939: “[We] have a name in the studio, and we call it the ‘MacGuffin.’ It is the mechanical element that usually crops up in any story. In crook stories it is most always the necklace and in spy stories it is most always the papers.”

Ma la descrizione più nota è quella fornita nel noto libro-intervista di Truffaut:

Due viaggiatori si trovano in un treno in Inghilterra. L’uno dice all’altro: «Mi scusi signore, che cos’è quel bizzarro pacchetto che ha messo sul portabagagli? — Beh, è un MacGuffin. — E che cos’è un MacGuffin? — È un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi. — Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni! — Allora non esiste neppure il MacGuffin!».

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Aborto (e pena di morte)

Vi segnalo l’articolo di Ida Dominijanni su il manifesto di oggi 8 gennaio 2008 (riporto qui sotto soltanto l’incipit).

Quanto sia sacra la vita umana, ultimativa la decisione di metterne o non metterne una al mondo (e abissalmente diversa da quella di sopprimerne un’altra per punirla di un delitto), impegnativa la cura per inserirla nell’umano consorzio, sono verità che ciascuna donna del pianeta, in qualunque latitudine, sotto qualunque dio e qualsivoglia regime, conosce assai meglio di qualunque papa, qualunque principe e qualsivoglia consigliere di papa e di principe. Papi, principi, aspiranti principi e zelanti consiglieri lo sanno benissimo, come sanno benissimo che una legge può riconoscere questa sapienza femminile e il potere sulla vita che ne deriva, ma nessuna legge può revocarli. Punto.

Colgo così anche l’occasione per segnalarvi, sullo stesso tema, l’articolo di Antonio Scurati che ho inserito ieri tra le pagine di questo blog.

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Il mistero del falco

Il mistero del falco (The Maltese Falcon), 1941, di John Huston, con Humphrey Bogart, Mary Astor, Peter Lorre e Sydney Greenstreet.

Un film che ho visto talmente tante volte – ho anche letto il romanzo di Dashiell Hammett, che la sceneggiatura segue passo passo – che mi riesce difficile scrivere una recensione vera e propria.

Però ieri sera era la prima volta che lo vedevo in versione originale. Il DVD è in edicola in questi giorni e vi suggerisco di correre a prenderlo e, se avete difficoltà con l’inglese, di vedere il film con i sottotitoli.

Bogart è bravo, non c’è dubbio. Ma Mary Astor è altrettanto brava, in un ruolo in cui recita al quadrato, per così dire, dal momento che il suo personaggio mente sistematicamente, presentandosi ogni volta per qualcuno di diverso (l’ingenua giovinetta, la donna caduta ma pronta a redimersi, l’innamorata…).

Quanto a Peter Lorre, la sua recitazione è stratosferica: un mestiere incredibile, in cui movimenti espressioni e tono di voce sono perfettamente integrati e calibrati. Ovvio che il doppiaggio distrugga in gran parte l’effetto.

Ma la sorpresa è Sydney Greenstreet, qui al suo debutto cinematografico. Anche qui il doppiaggio distrugge l’effetto: questo omone inglese, che pesava effettivamente 162 kg, e che parla con voce esotica e melliflua (anche se non come il Joel Cairo di Peter Lorre) è una vera scoperta.

Benché il film, come ho detto, sia molto fedele al romanzo, la citazione da Shakespeare che lo conclude (quasi) non è farina del sacco di Hammett e sembra sia stata suggerita dallo stesso Bogart:

Detective Tom Polhaus: [picks up the falcon] Heavy. What is it?
Sam Spade: The, uh, stuff that dreams are made of.
Detective Tom Polhaus: Huh?

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4 gennaio 1643 – Isaac Newton

In realtà, poiché all’epoca in Inghilterra non era stato ancora adottato il calendario gregoriano, la sua nascita fu registrata alla data del 25 dicembre 1642. Se fosse ancora vivo (invece è immortale) compirebbe 365 anni, un anno cosmico (lasciatemi giocare con le sue manie esoteriche).

Prematuro e minuto di corporatura, Newton nacque postumo (il padre era morto da 3 mesi). Quando aveva 3 anni, la madre si risposò e l’affidò alla nonna materna. Newton scrisse più tardi, in un elenco dei suoi peccati, di aver desiderato di bruciare vivi madre e patrigno nella loro casa.

Alcuni affermano che Newton soffrisse della sindrome di Asperger. Tra gli indizi a carico, la mancanza di mogli e amanti (anche se si parla di una Caterina o Anna Storper, di cui sarebbe stato fidanzato prima di andare a Cambridge).

Tra i risultati conseguiti da Isaac Newton – forse il più grande uomo di scienza dello scorso millennio, almeno secondo il giudizio di un sondaggio della Royal Society – uno enorme e misconosciuto fu conseguito durante gli anni alla Royal Mint (la zecca reale, alla torre di Londra). Nel 1717, stabilendo un cambio fisso tra la sterlina d’argento e le monete d’oro (113 grani d’oro, cioè 7,32 grammi, per una sterlina d’argento), stabilì di fatto il gold standard, che diede un contributo fondamentale allo sviluppo dell’economia britannica e costituì il fondamento dei rapporti monetari internazionali fino alla denuncia unilaterale degli accordi di Bretton Woods da parte del presidente americano Richard Nixon, il 15 agosto 1971.

La frase più famosa di Newton, contenuta in una lettera a Robert Hooke del febbraio 1676 è: “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”.

Faje il conto di tutto quello che je spetta

Altrettanto folgorante notazione di costume, in un film memorabile (C’eravamo tanto amati di Ettore Scola).

La scena è quella in cui il giovane avvocato comunista Gianni Perego (Vittorio Gassman) incontra il palazzinaro trucido e fascista Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi) e la sua bella figlia intrupponcella Elide (Giovanna Ralli). Fabrizi riceve una telefonata in cui gli annunciano che in un suo cantiere c’è stato l’ennesimo infortunio sul lavoro e risponde così:

Chi è?
Licenzialo!
Ma che me frega, pure io ci ho famiglia…
Niente… per carità.
Faje il conto di tutto quello che je spetta e daje la metà, ecco!

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Italian Secret Service

Che ci siano film – soprattutto nell’ambito della “commedia all’italiana” – che illustrano vizi e caratteristiche del nostro Paese più della Storia d’Italia Einaudi, del Rapporto Censis o delle statistiche dell’Istat è cosa ben nota.

Fino a una quindicina d’anni fa ho fatto il “professionista” o il free-lance, come preferite voi. Non era molto diverso da quello che adesso si chiama lavoro precario. Andavo a lavorare tutti i giorni in uno studio professionale, dove avevo una sedia e una scrivania e, dopo qualche anno, grazie al progresso tecnologico, un personal computer. Formalmente, non svolgevo attività di lavoro subordinato: non mi aveva assunto nessuno. Formalmente, ero retribuito a progetto, con l’emissione di regolare fattura (facevo parte, già allora, del glorioso popolo delle partite IVA). La sostanza era diversa: ero pagato più o meno regolarmente, a fine mese, senza contributi, ma con la ritenuta d’acconto dell’imposta sui redditi. Niente versamenti pensionistici. Alla tutela sanitaria pensava il servizio sanitario nazionale. E non ero libero, ovviamente, di andare o non andare al lavoro, né di scegliere su quali ricerche lavorare.

Sostanzialmente, lavoravo in subappalto: svolgevo, per conto di qualcun altro e a una frazione del compenso, lavori di ricerca applicata che quel qualcun altro si era procacciato grazie al suo curriculum e alla sua reputazione professionale…

Italian Secret Service, un film di Comencini del 1968, è stato per me – da quando l’ho visto – il paradigma e la metafoira di questo modo di operare, così tipicamente italiano e forse, più ancora, romano.

Natalino Tartufato (Nino Manfredi) ha fatto il partigiano durante la seconda guerra mondiale, con il nome di battaglia di Cappellone e ha salvato la vita a un agente britannico, Charles Harrison (Clive Revill). Dopo vent’anni versa in cattive acque: non trova neppure lavoro perché non ha la licenza di terza media, e viene bocciato all’esame di matematica. Mentre torna a casa, esce una voce dalla cartella: è Harrison che, in nome dell’antica amicizia e del comune impegno antinazista, gli chiede di uccidere un pericoloso neonazista. Per 100.000 dollari. Natalino accetta, ma non ha più il coraggio di farlo. Allora subappalta il lavoro, passando l’incarico a un povero diavolo, un ladruncolo arrivato agli estremi, Ottone (Giampiero Albertini), per 50.000 dollari. Ma nemmeno Ottone ha il coraggio e subappalta a sua volta il “contratto”, per 25.000 dollari, all’avvocato Ramirez (Gastone Moschin), talmente spiantato da tenere “studio” in un caffè dotato di telefono a gettone. E via così, di subappalto in subappalto, finché l’infermiere Tony (Gianni Pulone) accetta per 3.125 dollari (mi pare) e se la cava trafugando un cadavere carbonizzato dall’obitorio…

Purtroppo i servizi italiani riuscivano a fare di meglio (o di peggio). Ma il mondo della ricerca applicata funzionava e funziona ancora così.

1° gennaio – Carpe diem

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi,
quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.

31 dicembre – Anthony Hopkins

Compie oggi 70 anni.

Lo festeggiamo con la sua interpretazione più nota, quella di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Le battute sono di quelle indimenticabili: “Well, Clarice – have the lambs stopped screaming?” – “I do wish we could chat longer, but… I’m having an old friend for dinner. Bye.”

Per deformazione professionale, trovo anche fantastico il trattamento riservato da Hannibal Lecter a uno sfortunato rilevatore del censimento: “A census taker once tried to test me. I ate his liver with some fava beans and a nice chianti“. Chissà se era il censimento italiano…

Le sue diaboliche capacità d’interprete sono (in)verosimilmente una conseguenza dell’essere nato nei 12 giorni di Natale – oltre che per il fatto di discendere alla lontana, per parte di madre, dal poeta e visionario W. B. Yeats. Ma questa è tutta un’altra storia, che racconto qui sotto.

I 12 giorni di Natale

I 12 giorni di Natale sono il fossile di un problema di calendario. Sono i giorni intercalari che servivano a riallineare il calendario lunare a quello solare. Per questo sono giorno magici, e in alcune culture popolari si credeva che i bambini nati in quei giorni avessero poteri soprannaturali: streghe e benandanti

On the first day of Christmas,
my true love sent to me
A partridge in a pear tree.

On the second day of Christmas,
my true love sent to me
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the third day of Christmas,
my true love sent to me
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the fourth day of Christmas,
my true love sent to me
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the fifth day of Christmas,
my true love sent to me
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the sixth day of Christmas,
my true love sent to me
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the seventh day of Christmas,
my true love sent to me
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the eighth day of Christmas,
my true love sent to me
Eight maids a-milking,
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the ninth day of Christmas,
my true love sent to me
Nine ladies dancing,
Eight maids a-milking,
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the tenth day of Christmas,
my true love sent to me
Ten lords a-leaping,
Nine ladies dancing,
Eight maids a-milking,
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the eleventh day of Christmas,
my true love sent to me
Eleven pipers piping,
Ten lords a-leaping,
Nine ladies dancing,
Eight maids a-milking,
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree.

On the twelfth day of Christmas,
my true love sent to me
Twelve drummers drumming,
Eleven pipers piping,
Ten lords a-leaping,
Nine ladies dancing,
Eight maids a-milking,
Seven swans a-swimming,
Six geese a-laying,
Five golden rings,
Four calling birds,
Three French hens,
Two turtle doves,
And a partridge in a pear tree!

Naturalmente, con un po’ di sforzo un buon esegeta cristiano può trovarci un sacco di significati simbolici!

Religious symbolism of The 12 Days of Christmas

1 True Love refers to God
2 Turtle Doves refers to the Old and New Testaments
3 French Hens refers to Faith, Hope and Charity, the Theological Virtues
4 Calling Birds refers to the Four Gospels and/or the Four Evangelists
5 Golden Rings refers to the first Five Books of the Old Testament, the “Pentateuch”, which gives the history of man’s fall from grace.
6 Geese A-laying refers to the six days of creation
7 Swans A-swimming refers to the seven gifts of the Holy Spirit, the seven sacraments
8 Maids A-milking refers to the eight beatitudes
9 Ladies Dancing refers to the nine Fruits of the Holy Spirit
10 Lords A-leaping refers to the ten commandments
11 Pipers Piping refers to the eleven faithful apostles
12 Drummers Drumming refers to the twelve points of doctrine in the Apostle’s Creed

Dario Fo – Ma che aspettate a batterci le mani

Grazie a chi me l’ha fatto tornare in mente. L’ha scritta con Fiorenzo Carpi e, se non ricordo male, fu la sigla degli spettacoli che segnarono il ritorno di Dario Fo sulla Rai, nel 1978. Ma questa penso che sia la versione del 1991, su Rai 2.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone?
Sono arrivati i re dei ciarlatani
i veri guitti sopra il carrozzone.
Venite tutti in piazza fra due ore
vi riempirete gli occhi di parole
la gola di sospiri per amore
e il cuor farà tremila capriole.

Napoleone primo andava matto per ‘sto dramma
ed ogni sera con la sua mamma
ci veniva ad ascoltar.
Napoleon di Francia piange ancora e si dispera
da quel dì che verso sera ce ne andammo
senza recitar.

E pure voi ragazze piangerete
se il dramma non vedrete fino in fine
dove se state attente imparerete
a far l’amore come le regine
e non temete se stanotte è scuro
abbiamo trenta lune di cartone
con dentro le lanterne col carburo
da far sembrare la luna un solleone.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone
sono arrivati i re dei ciarlatani
i veri guitti sopra il carrozzone.
Vedrete una regina scellerata
innamorata cotta del figlioccio
far fuori tre mariti e una cognata
e dar la colpa al fato del fattaccio.

Napoleon francese per vederci da vicino
venne apposta sul Ticino
contro i crucchi a guerreggiar.
Napoleone primo che in prigione stava all’Elba
vi scappò un mattino all’alba
per venire a batterci le mani.

Ma che aspettate a batterci le mani
a metter le bandiere sul balcone…