Paris, Texas

Paris, Texas, 1984, di Wim Wenders, con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski e Aurore Clément.

Sicuramente non il film più bello di Wenders, tra quelli visti finora. Ma alcune cose sono memorabili, a partire dalla colonna sonora scritta ed eseguita da Ry Cooder.

Anzitutto, la sequenza di apertura, in cui musica, movimenti di macchina, paesaggio e colori creano un fortissimo senso d’attesa.

Poi c’è l’uso del colore. Virato, acido, assolutamente innaturale. Con un effetto di straniamento assoluto. Ad esempio, l’ultima scena è tutta verde. Verde il vestito di Nastassja Kinski, verde il pigiamino di Hunter, verde acido l’illuminazione del parcheggio in cui Travis aspetta.

Questa America irreale, dai colori virati, questi deserti da film western, fanno pensare a Zabriskie Point (anche l’uso della musica, con il parallelismo Ry Cooder – Jerry Garcia, contribuisce all’evocazione), fanno pensare, soprattutto, a un sogno in cui emergono dei ricordi che non sapevi di avere vissuto.

Il film non riesce a mantenere questa tensione onirica per tutti i suoi 139 minuti. Dopo un po’ la vicenda prende il sopravvento e la narrazione diventa tradizionale.

Fino alla celeberrima, interminabile, sequenza del colloquio tra Travis e Jane, separati da uno specchio in un peep show, che comunicano senza vedersi, separati da una barriera (la simbologia è fin troppo facile) che impedisce loro di vedersi, anzi che rimanda a ciascuno la propria immagine, invece di quella dell’altro. C’è, a un certo punto, un’immagine straordinaria: di là del vetro c’è Jane, ma per un gioco di riflessi Travis vede la propria faccia sovrapposta a quella di lei. (Al contrario, quando il bambino è con il padre che indossa una felpa rossa, è vestito di rosso anche lui, rosso e verde,maschile e femminile, animale e vegetale…)

Noi esteti ci alziamo in piedi a urlare.

Ancora un tema di Antonioni, l’incomunicabilità, come si diceva allora. All’epoca, immagino, più che una metafora sembrò un’iperbole. Ma che cosa facciamo, in realtà, noi, oggi, che riversiamo in un blog ad anonimi lettori i pensieri più segreti?

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Una Risposta to “Paris, Texas”

  1. wu ming Says:

    Il cinema deve molto allo specchio come accorgimento narrativo: gli specchi del teatro ne “La signora di Shangai”, O. Welles, 1947; “Lo specchio scuro”, R. Siodmak, 1946 (le due gemelle interpretate da O. de Havilland); “Lo specchio della vita”, D. Sirk, 1959 (due donne con due vite a specchio) e gli innumerevoli successivi tentativi di imitazione di W. Allen, Brian de Palma eccetera


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