300

Miller, Frank & Lynn Varley (1999). 300. Milwaukie: Dark Horse. 1999.

Spettacolare dal punto di vista visivo. Miller è un grande del fumetto o, meglio, del graphic novel.

Non del tutto accurato storicamente (ma non lo pretendevamo) e, purtroppo, francamente fascista. Il traditore Efiaste è rappresentato come un gobbo spartano (conclusione implicita: gli spartani facevano bene a buttare da una rupe i bambini deformi, perché la deformità fisica è anche deformità morale) – un’invenzione di Miller, dato che Erodoto non ne riferisce così. Una società maschilista e omofobica (gli ateniesi sono descritti come esteti pedofili, e anche in questo caso la democrazia non è che un ulteriore sintomo del loro rammollimento).

Vale per Miller (si licet parva componere magnis) quello che dicevamo per Furtwängler.

Hotel Rwanda

Hotel Rwanda, 2004, di Terry George, con Don Cheadle e Sophie Okonedo.

Sono troppo turbato per poter scrivere una vera recensione.

Dico soltanto che ho avuto l’onore di conoscere il comandante Roméo Dallaire (il personaggio interpretato da Nick Nolte) a un’iniziativa di Amnesty, un uomo che non si è mai ripreso da quanto ha vissuto in quei giorni.

Lascio parlare per me la recensione di Salon (qui il testo integrale):

 

It makes perfect dramatic sense that the colonel, a soldier frustrated by the idiot orders that designated U.N. soldiers “peacekeepers” but prevented them from doing anything that might actually bring about an end to the killing (this is not a pacifist film), would speak in exactly those disgusted tones. (It’s the disgust you find in “Shake Hands With the Devil,” the memoir by the man who is the basis for Nolte’s character, Lt. Gen. Roméo Dallaire, who was the commander of the U.N. forces in Rwanda.)

The lines make even more sense when you compare them with the words being said at the time by American officials in response to the genocide, words you can find in the excoriating section on Rwanda in Samantha Power’s “‘A Problem From Hell’: America and the Age of Genocide.” Prudence Bushnell, then deputy assistant secretary of state in the Clinton administration, remembers being told, “Look, Pru, these people do this from time to time.” After the evacuation of foreign nationals, Sen. Bob Dole said, “I don’t think we have any national interest there. The Americans are out, and as far as I’m concerned, in Rwanda, that ought to be it.” The Clinton administration consistently opposed use of the word “genocide,” and a position paper from the secretary of defense’s office warned, “Be careful … Genocide finding could commit [the U.S. government] to actually ‘do something.'” “Hotel Rwanda” lets us hear the actual exchange between State Department shill Christine Shelly and Reuters reporter Alan Elsner when Shelly said that “acts of genocide” were taking place in Rwanda but, despite Elsner’s attempts to pin her down, insisted that she could not claim those acts constituted “genocide.”

La fiamma del peccato

La fiamma del peccato (Double Indemnity), 1944, di Billy Wilder, con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck e Edward G. Robinson.

Tratto da un romanzo di James M. Cain e sceneggiato da da Raymond Chandler (scusate se è poco).

Così bello che non so da dove cominciare. Forse da una delle frasi iniziali: “I killed him for money – and a woman – and I didn’t get the money and I didn’t get the woman”. Il film è poi un lungo flashback. Non racconterò niente perché DOVETE vederlo (o rivederlo): è in edicola con Ciak. Mi limiterò a 3 considerazioni personali:

  1. Barton Keyes (Edward G. Robinson) è un investigatore esplicitamente statistico. Sentite quello che dice al suo capo, Norton, a proposito dell’ipotesi che Dietrichson si sia suicidato: “Mr. Norton, the first thing that hit me was that suicide angle. Only I dropped it in the wastepaper basket just three seconds later. You ought to take a look at the statistics on suicide sometime. You might learn a little something about the insurance business”. Norton replica, seccato: “I was raised in the insurance business, Mr. Keyes”. Keyes: “Yeah. In the front office. Come on, you never read an actuarial table in your life. I’ve got ten volumes on suicide alone. Suicide by race, by color, by occupation, by sex, by seasons of the year, by time of day. Suicide, how committed: by poisons, by fire-arms, by drowning, by leaps. Suicide by poison, subdivided by types of poison, such as corrosive, irritant, systemic, gaseous, narcotic, alkaloid, protein, and so forth. Suicide by leaps, subdivided by leaps from high places, under wheels of trains, under wheels of trucks, under the feet of horses, from steamboats. But Mr. Norton, of all the cases on record there’s not one single case of suicide by leap from the rear end of a moving train. And do you know how fast that train was going at the point where the body was found? Fifteen miles an hour. Now how could anybody jump off a slow moving train like that with any kind of expectation that he would kill himself? No soap, Mr. Norton. We’re sunk, and we’re going to pay through the nose, and you know it. May I have this?”. A questo punto, Keyes prende il bicchiere d’acqua che Norton teneva in mano e lo svuota d’un fiato. Norton è esterefatto. (La sceneggiatura del film è qui).
  2. Il film racconta due storie d’amore, entrambe senza uscita, e su queste si regge tutta la tensione del film: quella tra Walter Neff (Fred MacMurray) e Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwick), e quella tra Walter e Barton Keyes (Edward G. Robinson). L’attrazione di Walter per Phyllis è impossibile perché unilaterale (Phyllis: “We’re both rotten, Walter”. Walter: “Only you’re just a little more rotten. You’re rotten clear through”), e per Phyllis Walter è soltanto uno strumento (Walter: “Why didn’t you shoot, baby? Don’t tell me it’s because you’ve been in love with me all this time”. Phyllis: “No. I never loved you, Walter. Not you, or anybody else. I’m rotten to the heart. I used you, just as you said. That’s all you ever meant to me”). L’amore tra Walter e Barton forse non è omosessuale e certamente non è sessualizzato, ma è amore vero e Walter se ne accorge soltanto in extremis (Walter: “You know why you didn’t figure this one, Keyes? Let me tell you. The guy you were looking for was too close. He was right across the desk from you”. Keyes: “Closer than that, Walter”. The eyes of the two men meet in a moment of silence. Walter: “I love you too”). Alla luce di questo amore – vero – la celebre battuta conclusiva di A qualcuno piace caldo (“Nessuno è perfetto”) è più di una battuta, è un inno alla tolleranza e alla libertà sessuale.

  3. In due occasioni, nella colonna sonora del film compare un brano particolarmente inquietante del primo movimento dell’Incompiuta di Schubert (anche se nella sceneggiatura si prevede invece la Sinfonia in re minore di Cesar Franck), quando Lola e Walter sono sulle colline di Hollywood e Lola in lacrime è convinta che il complice della madre fosse Nino Zachetti, il fidanzato, e alla fine, quando appare il THE END. È curioso, perché ho sempre trovato minaccioso quel brano e ricordo, in quarta ginnasio, di averne fatto in un tema la colonna sonora della morte di Palinuro, nell’Eneide. Il ricordo mi è molto caro perché mio padre, che l’aveva letto, mi chiamò da parte e mi disse, impacciato, che era un bel tema e che era scritto da adulto. Non ho mai avuto un complimento che mi abbia riempito di altrettanta gioia.

Frank Lloyd Wright

Nato l’8 giugno 1867, Frank Lloyd Wright compirebbe oggi 140 anni (è comunque morto nel 1959, a 92).

Forse il più importante e influente architetto americano. Sostenitore dell’open plan e creatore della prairie house (edifici bassi e sviluppati in larghezza, tetti spioventi, linee nette, terrazze, materiali a vista…) tra il 1900 e il 1917.

La sua opera più famosa è la Casa della cascata (Fallingwater), realizzata tra il 1935 e il 1939, qui sotto in due immagini.

La villa che esplode alla fine di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni non è di Frank Lloyd Wright ma di un suo allievo, Paolo Soleri. L’unico riferimento (“Poco distante, la casa che in Zabriskie Point Antonioni fa esplodere. Matteo ci racconta che Antonioni e Soleri si sono conosciuti e forse brevemente frequentati durante le riprese del film”) l’ho trovato qui.

Arsenico e vecchi merletti

Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and Old Lace), 1944, di Frank Capra, con Cary Grant.

Quinto DVD del cofanetto di Cary Grant (dopo Un amore splendido, Il visone sulla pelle, Sospetto e Un marito per Cinzia).

Erano molti anni che non rivedevo (una volta lo trasmettevano spesso sulla Rai, ora non mi capita da anni di vederlo, anche perché guardo meno la televisione) e non l’avevo mai visto in originale, cosa che i DVD permettono di fare, magari con i sottotitoli in italiano o in inglese. Ma vi assicuro che in questi film “classici” la pronuncia è in genere comprensibilissima e il piacere di sentire la voce “vera” dei grandi divi è impagabile.

Erano anni che non lo rivedevo – stavo dicendo – e non mi ricordavo quanto fosse divertente. Lo metto a pieno titolo tra le 3 commedie più divertenti della storia del cinema, insieme (a mio giudizio) a Un pesce di nome Wanda e A qualcuno piace caldo.

Torniamo ad Arsenico e vecchi merletti. Tratto da una commedia di Broadway, rappresentata tra il 1941 e il 1944 per 1.444 volte, un record (il film, girato nel 1941, andò nelle sale soltanto dopo la fine delle repliche della pièce teatrale). Frank Capra – apparentemente lontano dalle sue corde, quella delle favole pervase di buoni sentimenti di La vita è meravigliosa, per intendersi – ne fa una black comedy dal ritmo scatenato e di forte ambiguità morale, e dimostra comunque di essere un genio. Criticato proprio per l’aderenza allo schema teatrale, fa del set povero, delle luci poco cinematografiche, del bianco e nero uno dei punti di forza del film, protagonista insieme al cast straordinario degli attori (e dei personaggi, tutti necessari all’economia del film: le due vecchie zie, lo stralunato Teddy, il fratello Jonathan – truccato da Boris Karloff, che ne era l’interprete teatrale, e che qui viene preso in giro alla grande –, il dottor Einstein – un magistrale Peter Lorre). Come è giusto che sia in una macchina per far ridere, niente è superfluo. Il film ha a tratti un ritmo da slapstick.

Sopra tutti, Cary Grant. Molto più giovane che negli altri film del cofanetto (nel 1941 aveva 37 anni), fa quello che sa fare meglio: “Standing there being handsome, and making silly faces in the midst of morally dubious chaos. Like Jerry Lewis, trying to be an accountant”, come ho letto in una critica. E dire che lui non ne era contento, perché gli sembrava di essere costretto a recitare troppo sopra le righe, e disse che era il suo film peggiore. Pensate che prima che a lui, la parte era stato offerta a Ronald Reagan (orrore e raccapriccio!) che la rifiutò, e a Bob Hope, che l’avrebbe presa se non si fosse opposta la Paramount.

Volevo citare qualcuna delle battute (un altro pregio del film, come anche delle altre due grandi commedie cinematografiche citate, è che fa ridere sia per le situazioni sia per le battute), ma sono veramente troppe. Allora soltanto due, entrambe di Cary Grant (Mortimer Brewster):

  • When I come back, I expect to find you gone. Wait for me!
  • [on telephone] Hello… Operator? Can you hear my voice? You can? Are you sure? [Hangs up] Well, then I must not be dreaming.

Ma soprattutto, dedicata a chi vuol capire: Holy mackerel!

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Vaticano, Mussolini e Tordesillas

Oggi – data di ratifica dei Patti Lateranensi firmati da Mussolini l’11 febbraio – lo Stato sovrano della Città del Vaticano compie 78 anni. Lo ricordo per mettere le cose un po’ in prospettiva:

  1. prima di questa data il potere temporale della Chiesa romana non aveva un riconoscimento di diritto internazionale da parte dello Stato italiano;
  2. stiamo parlando a tutti gli effetti di uno Stato estero, cui permettiamo di interferire continuamente sulla politica interna (se lo facesse San Marino, anche soltanto per commentare la scelta del CT della nazionale di calcio, il Governo convocherebbe l’ambasciatore alla Farnesina!).

Per una coincidenza dovuta alle ironie della storia, oggi ricorre anche l’anniversario del Trattato di Tordesillas, firmato tra i sovrani di Spagna e Portogallo nel 1494. Come vedrete dall’articolo di Wikipedia che riporto qui sotto, è una delle pagine più folli e comiche della storia. In una botta sola, colonialismo e pirateria. Se non ci fossero tutti quei morti di mezzo, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Anche il quel caso, all’origine di tutto il casino c’è più d’un Papa che si impiccia di questioni terrene.

Trattato di Tordesillas
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Trattato di Tordesillas, folio 1 recto, Biblioteca Nazionale di Lisbona


Trattato di Tordesillas, folio 1 recto, Biblioteca Nazionale di Lisbona

Il Trattato di Tordesillas (firmato a Tordesillas, in Castiglia, il 7 giugno 1494) divise il mondo al di fuori dell’Europa in un duopolio esclusivo tra l’Impero spagnolo e l’Impero portoghese lungo il meridiano nord-sud, 370 Leghe (1.770 km) a ovest delle Isole di Capo Verde (al largo della costa del Senegal, nell’Africa Occidentale), corrispondenti approssimativamente a 46° 37′ O. Le terre ad est di questa linea sarebbero appartenute al Portogallo e quelle ad ovest alla Spagna […].

Il trattato era inteso a risolvere la disputa che si era creata a seguito del ritorno di Cristoforo Colombo. Nel 1481, la Bolla papale Aeterni regis aveva garantito tutte le terre a sud delle Isole Canarie al Portogallo. Nel maggio 1493, Papa Alessandro VI (spagnolo di nascita) decretò nella Bolla Inter caetera, che tutte le terre a ovest di un meridiano a sole 100 leghe dalle Isole di Capo Verde dovevano appartenere alla Spagna, mentre le nuove terre scoperte a est di quella linea sarebbero appartenute al Portogallo, anche se i territori già sotto il dominio cristiano sarebbero rimasti intatti. Naturalmente re Giovanni II del Portogallo non ne fu felice, e aprì dei negoziati con il re Ferdinando II d’Aragona e la regina Isabella I di Castiglia per spostare la linea più a ovest, sostenendo che il meridiano si sarebbe esteso attorno a tutto il globo, limitando il controllo spagnolo in Asia. Il trattato sarebbe effettivamente andato contro alla Bolla di Alessandro VI ma venne sancito da Papa Giulio II con una nuova Bolla del 1506.

Poca parte dell’area appena spartita era già stata visitata, e venne spartita in base al trattato. La Spagna guadagnò territori comprendenti tutte le Americhe. La parte più orientale dell’odierno Brasile, quando venne scoperta nel 1500 da Pedro Alvarez Cabral, venne garantita al Portogallo. Anche se la linea si estendeva in Asia, all’epoca misurazioni accurate della longitudine erano impossibili[…]. La linea non venne fatta rispettare rigorosamente, e gli spagnoli non resistettero all’espansione portoghese del Brasile al di là meridiano.

Alle restanti nazioni europee che conducevano esplorazioni, come Francia, Inghilterra e Paesi Bassi venne esplicitamente negato l’accesso alle nuove terre, lasciando loro unicamente opzioni come la pirateria, fino a quando (come fecero in seguito) non rigettarono l’autorità papale sulla divisione delle terre non ancora scoperte. Il punto di vista assunto dai governanti di queste nazioni viene incarnato dalla citazione attribuita a Francesco I di Francia, che chiese che gli venisse mostrata la clausola nelle volontà di Adamo che escludeva la sua autorità sul Nuovo mondo.

Con il viaggio attorno al globo di Magellano, sorse una nuova disputa. Anche se entrambe le nazioni concordavano che la linea doveva correre lungo tutto il globo, dividendo il mondo in due metà uguali, non era chiaro dove questa dovesse essere tracciata dall’altra parte del mondo. In particolare, entrambe le nazioni sostenevano che le Molucche (importanti come fonti di spezie) si trovassero nella loro metà del mondo. Dopo nuove negoziazioni, il Trattato di Saragozza del 1529 decise che la linea doveva passare a 297,5 leghe a ovest delle Molucche. La Spagna ricevette in cambio un risarcimento monetario.

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Pedante

E me lo dico da solo!

Pedante è (spregiativamente) “chi ostenta con presunzione la propria erudizione e si mantiene ottusamente ligio alle regole: un accademico pedante”. Anche “chi è eccessivamente pignolo e costantemente propenso a criticare, a sottilizzare” (De Mauro online).

Dalla radice greca paio- (“bambino”, la stessa del latino puer).

John Stuart Mill scrive che ogni burocrazia tende sempre a diventare una “pedantocrazia”. Qui sotto la citazione completa e il link per scaricare e leggere le Considerazioni sul governo rappresentativo dal Progetto Gutenberg. Un testo che anticipa Max Weber e che trovo tuttora di grande interesse.

The comparison […], as to the intellectual attributes of a government, has to be made between a representative democracy and a bureaucracy; all other governments may be left out of the account. And here it must be acknowledged that a bureaucratic government has, in some important respects, greatly the advantage. It accumulates experience, acquires well-tried and well-considered traditional maxims, and makes provision for appropriate practical knowledge in those who have the actual conduct of affairs. But it is not equally favorable to individual energy of mind. The disease which afflicts bureaucratic governments, and which they usually die of, is routine. They perish by the immutability of their maxims, and, still more, by the universal law that whatever becomes a routine loses its vital principle, and, having no longer a mind acting within it, goes on revolving mechanically, though the work it is intended to do remains undone. A bureaucracy always tends to become a pedantocracy. When the bureaucracy is the real government, the spirit of the corps (as with the Jesuits) bears down the individuality of its more distinguished members. In the profession of government, as in other professions, the sole idea of the majority is to do what they have been taught; and it requires a popular government to enable the conceptions of the man of original genius among them to prevail over the obstructive spirit of trained mediocrity. […] That the Roman aristocracy escaped this characteristic disease of a bureaucracy was evidently owing to its popular element. All special offices, both those which gave a seat in the Senate and those which were sought by senators, were conferred by popular election. The Russian government is a characteristic exemplification of both the good and bad side of bureaucracy: its fixed maxims, directed with Roman perseverance to the same unflinchingly-pursued ends from age to age; the remarkable skill with which those ends are generally pursued; the frightful internal corruption, and the permanent organized hostility to improvements from without, which even the autocratic power of a vigorous-minded emperor is seldom or never sufficient to overcome; the patient obstructiveness of the body being in the long run more than a match for the fitful energy of one man. The Chinese government, a bureaucracy of Mandarins, is, as far as known to us, another apparent example of the same qualities and defects. (John Stuart Mill. Considerations on Representative Government. Chapter VI: “Of the Infirmities and Dangers to which Representative Government is Liable”; le sottolineature sono mie).

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Coorte

Unità dell’esercito romano composta di 6 centurie (di 100 armati l’una). La coorte venne introdotta da Mario e segnò il passaggio all’esercito professionale. Con l’ulteriore riforma di Augusto prese forma la struttura classica dell’esercito romano, organizzato in legioni (nel corso della storia l’esercito romano ha avuto tra le 18 e le 60 legioni).

Le legioni (da lego, “raccolgo insieme”) erano composte da 5.120 uomini (5.000 fanti e 120 cavalieri).

Ogni legione contava 10 coorti, dal prefisso co– “insieme” e hortus “giardino, recinto”. Hortus e garden (in inglese) e Garten (in tedesco) sono la stessa parola e quindi Kindergarten vuol dire più “recinto per i bambini” che “giardino d’infanzia” (e così abbiamo messo a posto le puiccole belve). Anche il russo gorod “città” ha la medesima radice.

Ogni coorte contava 6 centurie (originariamente di 100 uomini, come suggerisce il nome stesso, portati a 80 da Augusto) oppure 3 manipoli (l’unità originaria dell’esercito repubblicano). La prima centuria di ogni coorte aveva il doppio degli uomini.

Ogni centuria contava 10 contubernia, gruppetti di 8 soldati che condividevano la tenda – taberna o tabernaculum perchè fatta di assi, tabulae – (e la punizioni). Di qui l’aggettivo contubernale, “compagno d’armi, commilitone; compagno di stanza, di lavoro o sim.; amico intimo” (De Mauro online).

Quando la centuria aveva 100 uomini, il contubernium ne contava 10 e per questo il suo comandante si chiamava decanus. Tutto si tiene.

In statistica, la coorte è l’insieme degli individui che, in uno stesso periodo di tempo, hanno vissuto tutti uno stesso evento: ad esempio, tutti i nati nel 1957.

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Abulìa

“Mancanza parziale o totale di volontà”; per estensione, “irresolutezza, apatia” (De Mauro online).

L’etimologia è banale: dal greco boulè (volontà) preceduto dall’alfa privativo. Più divertente è che la radice è la stessa di ballein (gettare), ma anche di ballo e ballata.

A chi ha troppa fiducia nella sua forza di volontà consiglio un libro:

Ainslie, George (2001). Breakdown of Will. Cambridge: Cambridge University Press. 2006.

Questa la presentazione dell’editore:

Ainslie argues that our responses to the threat of our own inconsistency determine the basic fabric of human culture. He suggests that individuals are more like populations of bargaining agents than like the hierarchical command structures envisaged by cognitive psychologists. The forces that create and constrain these populations help us understand so much that is puzzling in human action and interaction: from addictions and other self-defeating behaviors to the experience of willfulness, from pathological over-control and self-deception to subtler forms of behavior such as altruism, sadism, gambling, and the ‘social construction’ of belief. This book integrates approaches from experimental psychology, philosophy of mind, microeconomics, and decision science to present one of the most profound and expert accounts of human irrationality available. It will be of great interest to philosophers and an important resource for professionals and students in psychology, economics and political science.

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Giallo su giallo

Mura, Gianni (2007). Giallo su giallo. Milano: Feltrinelli. 2007.

Leggibilissimo, ma ai limiti della truffa.

Premessa: adoro Gianni Mura, Il migliore e il più gustoso dei giornalisti sportivi viventi, erede del grandissimo Gianni Brera (l’altro mio mito è Gianni Clerici, anche se non capisco nulla di tennis tranne i gemiti delle tenniste e lo strampalato modo di contare i punti – ma questa è un’altra storia). Grande buongustaio, anche.

Premessa numero due: adoro anche Lance Armstrong.

Terza premessa: ho sempre sognato di seguire un Tour, con gli stessi obiettivi di Mura: girare la provincia francese di paese in paese e di ristorante in ristorante.

Quindi ho subito comprato il libro e l’ho divorato. Scritto benissimo, e lo sapevo da prima. Ma il giallo è inconsistente, e viola una regola fondamentale (non che io sia particolarmente appassionato del genere…): il colpevole deve essere lì, nella storia, e tu dovresti avere la possibilità di scoprirlo da solo, e l’autore fa di tutto per trarti in inganno (classico il caso del romanzo di Agatha Christie – The Murder of Roger Ackroyd – in cui il colpevole è il narratore stesso). Ma se l’assassino è esterno al racconto, e compare insieme alla spiegazione, non vale! Di più non dico.

Metà del libro – anche se non l’ho verificato – consiste degli articoli scritti (e pubblicati) da Mura come suiveur del Tour 2005. Si usa pubblicare raccolte di articoli (lo fanno tutti i giornalisti) e raccoglierli all’interno di un pretesto narrativo è tutto considerato un peccato veniale.

Posso anche capire che motivi legali spingano a cambiare i nomi dei ciclisti ancora su piazza (anche se ormai ritirati come Armstrong), ma forse allora era meglio cambiare anche qualche altro dettaglio. Eh già, ma allora non si potevano ripubblicare gli articoli, direte voi. Non sono persuaso. Troppo comoda e troppo facile la strada scelta da Mura: la prossima volta, apprezzeremmo uno sforzo più convincente.

Penosa l’unica scena di sesso: era obbligatoria?

Grandi i consigli gastronomici, che mi riprometto di verificare sul campo.

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