Lavinia

Le Guin, Ursula K. (2008). Lavinia. Boston: Mariner Books. 2009.

expressmilwaukee.com

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Ursula Le Guin è una grande scrittrice, che sta stretta nei confini della fantascienza e della fantasy. Ha scritto molti libri memorabili, tra cui The Left Hand of Darkness (La mano sinistra delle tenebre) e The Dispossessed (I reietti dell’altro pianeta).

Questo romanzo, basato su 4 reticenti righe dell’Eneide, è così poco memorabile che m’ero persino dimenticato di averlo letto qualche mese fa e mi sarei dimenticato anche di recensirlo, se non fosse sbucato fuori oggi mettendo a posto i libri.

The Gone-Away World

Harkaway, Nick (2008). The Gone-Away World. New York: Alfred A. Knopf. 2008.

 

 

Nick Harkaway è figlio d’arte (è il figlio di John Le Carré, entrambi si chiamano in realtà Cornwell ed entrambi adottano uno pseudonimo) e questo è il suo romanzo d’esordio: lo dico subito perché il suo debutto è stato circondato, soprattutto nel Regno Unito dove il libro è stato pubblicato originariamente, da un sacco di polemiche, perché i diritti sono stati comprati in un’asta al rialzo tra 7 grandi editori e l’invidia in questi casi scatta subito. Le cose più gentili che gli hanno detto è che Nick Harkaway è un pallone gonfiato, un enfant gaté e che ha adottato uno pseudonimo per non stare nello stesso scaffale di Patricia Cornwell.

Sciocchezze. Conta una cosa sola: il libro com’è? La mia risposta è: originale e bello.

Un riassunto non gli rende giustizia, perché gli elementi di cui si compone in sé non sembrano originali per niente: un mondo post-apocalittico, una compagnia di ventura, la vita militare, un Bildungsroman americano (“piccola città bastardo posto”, college e tutto), il primo amore che non si scorda mai, le arti marziali e il saggio cinese, un pizzico d’horror, e soprattutto un’amicizia maschile molto speciale (e non nel senso che pensate voi). E quindi non lo farò, il riassunto. Vi invito soltanto a leggere il romanzo, se avrete il coraggio di affrontare le sue 498 pagine (in italiano è pubblicato da Mondadori con il titolo Il mondo dopo la fine del mondo e le pagine salgono a 558). Il primo capitolo è spiazzante, perché getta nel mezzo della vicenda e si capisce ben poco, ma nel secondo si fa un bel passo indietro e la storia poi si dipana in ordine cronologico.

A questo punto, scartata l’ipotesi delle recensione tradizionale, soltanto qualche citazione (Harkaway ha studiato filosofia, sociologia e scienze politiche a Cambridge, da bravo ragazzo di buona famiglia):

[…] government […] is not so much a journey as a series of emergency stops and arguments over which way up to hold the map. [p. 33]

The truth is not hidden. It is simple. Just very difficult – but I am stubborn! [p. 50]

The problem isn’t who is in charge. It’s what is in charge. The problem is that people are encouraged to function as machines. Or, actually, as mechanisms. Human emotion and sympathy are unprofessional. They are inappropriate to the exercise of reason. Everything which makes people good – makes them human – is ruled out. [91]

“Such a mechanism cannot function without accurate information. Quite obviously, with every degree of imperfection in the input, the output will be wrong by that degree multiplied by whatever other relevant false information is already there, and by whatever drift is inherent in the system’s construction (it being impossible according to the laws of thermodynamics to build any engine which does not dissipate energy in the process of performing its task). Since this machine is informational, of course, that loss of accuracy will not produce heat, but rather nonsense. Yes?”
“Garbage in, garbage out. Or rather more felicitously: the tree of nonsense is watered with error, and from its branches swing the pumpkins of disaster.” [126]

ATTENZIONE: SPOILER!
The Go Away Bomb is a thing of awful power, a vacuum cleaner of information, sucking the organizing principle, the information, out of matter and energy. Professor Derek assumed the either of these latter two stripped of the first simply ceased to exist.   It seems that he was wrong. Matter stripped of information becomes Stuff, known to me recently as Disney Dust or shadow. It hangs around, desperate for new information. It becoms hungry. [pp. 254-255]

[…] it is impossible for me to hate two people I love for loving one another (quite untrue) [p. 327]

[…] I’ve never wanted a destiny. I was happy with having a life. [p. 369]

She lies well. She lies with omission and elision and prevarication and misdirection. [p. 394]

[…] the mathematics of love. Love is merciless. Love does not count costs, only value. [p. 397]

The rest of the plan is quite good, and if it works the way it is supposed to, we will do very well, and we won’t need the lousy part. On the other hand, it almost certainly won’t work like that, because plans don’t. It will twist, creep, change, swivel and mutate, until finally we’re flying on sheer bravado and chutzpah, and hoping the other guy thinks it’s all accounted for. You don’t make strategy so that there’s one path to victory; you make it so that as many paths as possible lead to something which isn’t loss. [pp. 476-477]

E con questa vera perla di saggezza, chiudiamo.

Storia della mia gente

Nesi, Edoardo (2010). Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia. Milano: Bompiani. 2010.

 

bompiani.rcslibri.corriere.it

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Di Edoardo Nesi abbiamo già parlato qui, recensendo il suo bellissimo romanzo L’età dell’oro e parlando del personaggio a tutto tondo di Ivo il Barrocciai.

Qui la storia del declino, vorrei dire della morte, di Prato e del suo sogno non è raccontato come romanzo, ma come cronaca e autobiografia collettiva. Quindi è molto più amara, e manca del riscatto dell’arte (lo so, non è un concetto molto chiaro e forse è un po’ retrivo, come le categorie crociane di poesia e impoesia, ma forse riuscite a capire lo stesso). Insomma, Ivo era sì il paradigma del piccolo imprenditore pratese e viveva una sua irresistibile ascesa, seguita da decline and fall. Ma era la potenza del personaggio, a tutto tondo, a rendere la storia avvincente e indimenticabile. Era anche, naturalmente, l’epopea della città, che ne era lo sfondo e il deuteragonista.

Qui la vicenda di Prato è la vita e la pelle di Nesi stesso, la storia della famiglia. Forse affiora troppo, anche se è comprensibile, il dolore e il rancore verso chi non ha capito o non è voluto intervenire. Prato non si poteva salvare dall’interno, ma si sarebbe potuto farlo dall’esterno? O è stata tagliata fuori ineluttabilmente dall’esplosione dell’economia cinese, come Bruges dall’avanzare della linea di costa?

Penso si capisca bene che le parti del libro che ho apprezzato meno sono quelle in cui Nesi lascia spazio ai temi dell’invettiva e della recriminazione. Ma poiché è un grande scrittore, molte pagine sono veramente belle e vere:

La cosa singolare e letteraria è che, per fare pari, Ines [la tessitura dei Nesi] non pagava né l’affitto ai proprietari del capannone, che eravamo noi, né lo stipendio agli amministratori, che eravamo sempre noi. L’incasso delle fatture del nostro unico cliente serviva a pagare la corrente elettrica, le spese legate alla produzione, la manutenzione delle macchine, i pochi ammortamenti, il ragioniere che teneva la contabilità, il commercialista e gli operai. E, naturalmente, l’IRAP dell’onorevole Visco – sempre sia lodato.
L’involontaria realizzazione dei principi dello statalismo comunista sovietico attraverso Ines non fu decisa a tavolino dal consiglio d’amministrazione, peraltro composto di vecchi liberali, ma diventò necessaria con l’aumentare pressoché giornaliero dei costi di struttura e il parallelo contrarsi dei ricavi, finché non restò l’unico tacito modo per non chiudere la tessitura – cosa che non volevamo fare, cascasse il mondo. Fu così che nacque l’ultima e la più curiosa delle innumerevoli incarnazioni dell’imprenditore: l’Imprenditore no-profit. [p. 95]

Non riesco a sfuggire all’impressione che questa dell’imprenditore no-profit è più di una trovata letteraria, è un’intuizione capace di spiegare molto del sistema produttivo italiano, fatto di imprese di sussistenza per le famiglie dell’imprenditore e delle sue maestranze, un grande ammortizzatore sociale, come lo stesso Nesi ipotizza tra il serio e il faceto (una modesta proposta à la Swift) nella pagina successiuva.

Non mancano anche le riflessioni sulla poetica, anzitutto su quella dello stesso Nesi. Trovo questa pagina bellissima:

Per sempre [il titolo del suo romanzo più recente] sta a significare che a quarantaquattro anni mi sono reso finalmente conto che il costo della vita sono i ricordi; che ogni legame con la mia giovinezza è ormai affidato solo alla memoria, mostro implacabile e impossibile da zittire; che esistono cose e persone e avvenimenti e amori e dolori e felicità laceranti che non riuscirò mai più a dimenticare e che saranno con me, appunto, per sempre; che la lavagna della mia vita, insomma, non si può cancellare, e ogni cosa che mi venisse in mente di scriverci sopra dovrà trovare posto nei pochi spazi ancora vuoti. [p. 83]

Sono stato a lungo tormentato dal significato delle parole sempre e mai, tra le più terribili della vita e dell’esperienza umana, parole che inducono tanto spavento da generare mostri privati e allucinazioni collettive, speranze e religioni. Mi sembra che Nesi, in un libro che parla di tutt’altro, abbia trovato una delle risposte.

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Scusa l’anticipo, ma ho trovato tutti verdi

Bucciante, Alfredo (AlFb) (2010). Scusa l’anticipo, ma ho trovato tutti verdi. E altri 499 luoghi comuni al contrario. Torino: Einaudi. 2010.

 

einaudi.it

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Quasi impossibile recensire il libro, così esile che con poche citazioni svuoti il piacere della scoperta a chi lo volesse leggere (cosa che, in verità, non raccomando).

È la derivazione di un blog, luoghicomunialcontrario. Soltanto i luoghi comuni al contrario, e non tutti, strappano un sorriso e, più raramente, stimolano una riflessione. Tutto il resto – l’introduzione ai singoli capitoli – è un riempitivo per provare a sfiorare le 100 pagine.

Qualche sovrapposizione con il mio hobby dei proverbi pessimisti.

Esùvia (o exuvia)

1. In zoologia, strato superficiale del tegumento che in alcuni animali (rettili, crostacei, insetti) si stacca periodicamente sotto forma di membrana continua (comunemente detta buccia o spoglia).

2. Al plurale, con latinismo dell’uso letterario (anche nella variante exuvie), le spoglie tolte al nemico.

Wikimedia Commons

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A me, naturalmente, delle spoglie del nemico interessa ben poco. M’interessa, e molto, incontrare una parola nuova (chissà poi se è veramente nuova, per me, o se semplicemente è la mia memoria che comincia a vacillare).

Più di tutto mi interessano le esuvie del comune granchio verde Carcinus moenas: al momento della muta, quando la sua corazza viene abbandonata e diventa perciò un’esuvia, solerti pescatori della laguna veneta lo catturano e, friggendolo in pastella, lo trasformano nella prelibata moeca.

bomas.it

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Caino

Saramago, José (2009). Caino (Caim). Milano: Feltrinelli. 2010.

lafeltrinelli

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Premessa d’obbligo. Difendo questo libro dall’attacco post mortem del Vaticano, primo perché ognuno ha il diritto di professare le proprie opinioni, e secondo perché è comunque un’opera d’arte.

Fatta la premessa, a me non è piaciuto, perché Saramago ci ha abituati a ben altro. Anni luce lontani dall’intensità e dall’ispirazione di Il Vangelo secondo Gesù Cristo, che una ventina d’anni fa mi folgorò e mi fece scoprire il suo autore.

Qualche citazione merita comunque di essere riportata:

[…] Padre, che male ti ho fatto perché tu abbia voluto uccidermi, proprio io che sono il tuo unico figlio, Male non me ne hai fatto, isacco, Allora perché volevi tagliarmi la gola come se fossi un agnello, domandò il ragazzo, se non fosse apparso quell’uomo a trattenere il tuo braccio, che il signore lo copra di benedizioni, ora staresti riportando a casa un cadavere, L’idea è stata del signore, voleva fare la prova, La prova di che, Della mia fede, della mia obbedienza, E che razza di signore è questo che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio, È il signore che abbiamo, il signore dei nostri antenati, il signore che c’era già quando siamo nati, E se quel signore avesse un figlio, farebbe uccidere anche lui, domandò isacco, Lo dirà il futuro, Allora il signore è capace di tutto, del bene, del male e del peggio [69]

Ma l’unica cosa veramente memorabile, secondo me, è questa:

[…] la carne è supinamente debole, e non tanto per colpa sua, giacché lo spirito, il cui dovere, teoricamente, sarebbe di alzare una barriera contro tutte le tentazioni, è sempre il primo a cedere, a issare la bandiera bianca della resa. [47]

Penicillina

Molti anni fa, quando Roberto Benigni era un comico, mi capitò di assistere a un suo spettacolo (gratuito: those were the days, my friend, we thought they’d never end) alla festa dell’unità del paesello avito, tra nugoli di zanzare.

Nel suo monologo, Benigni immaginava che dio avesse maliziosamente nascosto gli antibiotici nella muffa e si chiedesse, ridendo sotto i baffi: “Adesso voglio vedere quanto ci mettono a scoprirlo.”

forces.si.edu

forces.si.edu

Sappiamo tutti come andò a finire: dopo innumerevoli morti d’infezione, nel 1928 Alexander Fleming notò che una sostanza in una muffa (le spore del Penicillum notatum) inibiva la crescita di una coltura di stafilococchi. Retrospettivamente, ci sembra ovvio.

Ma quello che non tutti sanno (non lo sapevo neppure io fino a stamattina) è che già John Tyndall nel 1876 e André Gracia negli anni Venti avevano notato lo stesso fenomeno, senza che gli passasse per la mente la possibilità di un impiego medico. Perché loro no e Fleming sì? Pare che la risposta sia questa: Fleming aveva vissuto la Grande Guerra ed era rimasto agghiacciato dal tributo di morte pagato dalle infezioni conseguenti alle ferite. La sua mente era aperta a cogliere le implicazioni di un effetto che ai suoi predecessori era apparso spurio.

Ci vollero comunque 13 anni per passare dall’osservazione di Fleming all’uso della penicillina come medicamento (come tecnologia medica).

Traggo questa notazione dal bellissimo libro The Nature of Technology di W. Brian Arthur (su cui tornerò con una recensione).

Tirate sul pianista

Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste), 1960, di François Truffaut, con Charles Aznavour, Marie Dubois, Nicole Berger e Michèle Mercier.

https://i0.wp.com/www.film.tv.it/imgbank/LOC/TI/01067501.JPG

Il secondo film di Truffaut, dopo I 400 colpi. Un film completamente diverso: quello era autobiografico, intimistico, francese; questo è l’adattamento di un noir, d’azione, americano. Truffaut stesso dice che voleva pagare i suoi debiti con il cinema americano che tanto amava. La critica invece scrisse che i registi della nouvelle vague erano tutti uguali, giravano una bella opera prima, autobiografica, e cadevano sul secondo film, per mancanza di professionismo e di mestiere.

Naturalmente non è così, e la materia si trasforma nelle mani di Truffaut che realizza (quanto meno, visto con gli occhi di adesso e il senno di poi) un film che più truffautiano non si può. La chiave (e il fascino) del film mi sembra stare nello scarto tra immagini e dialogo: al dialogo viene affidato il compito di continuare la riflessione, così pervasiva in tutta l’opera di Truffaut, sul rapporto tra i sessi e sull’amore. Delicatamente, intensamente, con delicatezza e ironia, anche qui.

Nel clip che segue, verso il quarto minuto e mezzo, c’è un divertente dialogo sulla fascinazione femminile esercitata sugli uomini, che anticipa film più tardi.

E qui una delicatissima scena d’amore (fatemi un piacere, guardatela due volte, la prima per intenerirvi, la seconda per ammirare la maestria del montaggio):

Ah, i baci di Truffaut. Ma qualcuno su YouTube ha avuto l’idea prima di me…

La storia di gangster – affidata alle immagini – è prevalentemente notturna, urbana, cupa e invernale, per poi concludersi nel bianco abbacinante della campagna innevata all’alba. Notate la morte di Léna verso la fine del settimo minuto, e la macchina che si muove nel silenzio assoluto.

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Cimici rossonere

Quest’estate, i muri esterni della vecchia casa di famiglia in campagna erano letteralmente infestati da piccoli insetti dalla curiosa livrea.

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Questo curioso insetto porta il nome scientifico Pyrrhocoris apterus e si chiama in italiano “cimice rossonera” (immagino che i motivi siano ovvi) e in inglese “firebug”. Si nutre della linfa delle piante, facendo anche danni seri, ma è innocua per l’uomo. Come dice il suo nome latino, è priva di ali.

Quella che vedete qui è la forma adulta. Da piccolo ha una forma diversa (e meno vistosa), detta neanide, tutta rossa con un’unica macchia nera vicino alla testa. Non è raro (come sui muri di casa mia) vederne grandi concentrazioni.

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Una peculiarità della cimice rossonera è l’accoppiamento, che dura dalle 12 ore ai 7 giorni. Insomma, sarebbero insetti tantrici, come disse di esserlo qualche anno fa Sting (ma poi mi pare abbia smentito). Poiché i due restano attaccati coda a coda (per così dire), uno dei due è il capo e l’altro è costretto ad andare all’indietro per tutto il tempo: non so onestamente se sia il maschio o la femmina o se facciano i turni. Ma questi tandem sono abbastanza curiosi …

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Naturalmente non posso resistere alla tentazione di chiamare cimici rossonere, d’ora in poi,  anche gli odiati cugini calcistici: cui auguro, a proposito, che Ibrahimović dia un apporto comparabile a quello che, in un frangente simile, diede alla squadra Ronaldo.

Arie territoriali

Non avete letto male. Mutuando il termine dalle “acque territoriali” propongo il neologismo “arie territoriali”.

Cito dalla voce di Wikipedia:

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi e che permetteva l’uso delle acque in via generale a tutti senza la possibilità di poter bloccare commerci e transiti altrui.

La disciplina e la regolamentazione delle acque territoriali, prima rimessa quasi esclusivamente alle consuetudini internazionali, è stata poi regolata da alcune convenzioni, come la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua del 1958 e la Convenzione di Montego Bay del 1982, quest’ultima attualmente in vigore.

Analogamente, potremmo definire “arie territoriali” quella porzione di atmosfera adiacente o prossima a un edificio; su questa parte di atmosfera il proprietario (pubblico o privato che sia) esercita il proprio diritto di proprietà in modo del tutto analogo agli spazi interni dell’edificio.

L’avevo già visto a New York di recente, ma qui in Svezia è praticamente onnipresente.

E a me provoca molto fastidio e qualche preoccupazione. Fastidio perché sono allergico ai proibizionismi di qualunque tipo. Preoccupazione perché mi sembra una cosa abbastanza liberticida (nel suo piccolo, d’accordo). Provo a spiegarmi.

Fin da bambino mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Principio all’apparenza facile, ma difficile da applicare. Non elencherò i tanti grotteschi paradossi cui un’applicazione sconsiderata del principio può condurre (come accade quasi sempre quando si trasformano semplici regole di comportamento e di buon senso in principî assoluti). Limitiamoci al caso in questione: dove finisce la mia libertà di fumatore di auto-avvelenarmi e dove inizia la preferenza dei non-fumatori di non aspirare nemmeno una traccia minuscola del mio fumo? Oppure in realtà mi si vuole imporre una visione del mondo salutistica a suon di proibizioni e sanzioni, come si faceva una volta con le fedi religiose?

Vorrei però evitare il terreno delle ideologie e pormi su quello, a me più congeniale, del ragionamento quantitativo. Fumando la mia sigaretta aspiro una certa quantità di fumo, direttamente, perché “tirando” ravvivo la combustione e aspiro direttamente nelle mie vie respiratorie il fumo prodotto. Non importa quanto, ragioniamo in termini relativi e diciamo che il fumo totale che aspiro godendomi la mia sigaretta è pari a 100. Quando non aspiro, e tengo la sigaretta in mano, la combustione è molto più lenta (una sigaretta lasciata in posizione verticale, brace in alto, si spegne da sé!) e produce molto meno fumo.

Il fumo si disperde nell’atmosfera e si diluisce: la sua concentrazione, cioè, diminuisce rapidamente. Tanto più rapidamente quanto più l’atmosfera è turbolenta: più all’esterno che in un ambiente chiuso (dove mantiene una certa concentrazione, ma di molti ordini di grandezza inferiore a quella che riesco a produrre nelle mie vie respiratorie), e più se tira vento che se l’aria è ferma. Pensate a una goccia d’inchiostro stilografico in un bicchiere d’acqua: ne faccio cadere una goccia e dopo un po’ si disperde, tingendo un po’ l’acqua. Avrete notato che nel corso del processo le volute d’inchiostro assomigliano a volute di fumo: non è una coincidenza, è proprio lo stesso processo!

Naturalmente, se mescolo l’acqua con un cucchiaino, l’inchiostro si disperde prima (questa è la turbolenza). E tanto più il recipiente è grande, tanto minore sarà la sua concentrazione finale. Se metto una goccia di un millilitro in un bicchiere di 20 centilitri, la concentrazione finale sarà di una parte su 200; se la metto in una bottiglia da un litro, 1 su 1000; se la metto in un secchio da 10 litri, 1 su 10.000. Torniamo al mio fumo. Supponiamo che il fumo disperso nell’atmosfera sia la metà di quello che aspiro (sto largheggiando, perché nessun fumatore sprecherebbe così un terzo della sua sigaretta). Consideriamo un cubo d’aria della dimensione richiesta da cartello, 10 metri di spigolo: sono 1000 metri cubi d’aria, cioè 1 milione di litri! Supponiamo ancora – ma sto proprio esagerando – che io abbia rilasciato nell’atmosfera 10 litri di fumo: fa una parte su 100.000. Questo nell’immediato, perché dopo un tempo variabile tra i secondi (se c’è vento) e i minuti (se l’aria è “ferma” – ma ferma ferma in realtà non è mai) il fumo si disperde nell’atmosfera, che ai fini dei nostri calcoli possiamo considerare di volume pressoché infinito. E la concentrazione di fumo è, dopo un po’, praticamente infinitesima. Cioè, la composizione dell’atmosfera che voi non-fumatori respirate resta pressoché invariata prima e dopo la mia sigaretta: questo per ricordarvi che anche senza di me respirate particolati benzene monossido di carbonio ossidi d’azoto eccetera, sostanze nocive presenti nel fumo della sigaretta e nell’atmosfera delle nostre città e delle nostre strade.

Ma allora, vi sento già obiettare, perché sento il puzzo della tua sigaretta e mi da fastidio? Perché il nostro naso è una macchina meravigliosa, i cui percettori si legano a una singola molecola e trasmettono un segnale elettrico che viene elaborato dal nostro cervello. E perché il puzzo della tua sigaretta lo sento e quello del benzene degli scarichi della automobili no? Perché il nostro cervello elabora le novità, le differenze, anche negli odori: il fumo della mia sigaretta si sovrappone, per un attimo, al “brusio di fondo” di tutti gli altri odori urbani e viene percepito, come quando riconosciamo una voce amica (o nemica, nell’analogia con il fumo) in un ambiente rumoroso.

Quanto al mio fumo, alle poche molecole che hanno toccato le vostre mucose nasali, vi chiedo scusa per il disturbo. Consolatevi con l’idea che nel tempo che ci avete messo a leggere questo post, la probabilità che abbiate inalato almeno una molecola di ossigeno a suo tempo respirata da Leonardo da Vinci è praticamente una certezza: non vi sentite già più intelligenti? E magari più tolleranti?