Gianni Mura – Non gioco più, me ne vado: Gregari e campioni, coppe e bidoni

Mura, Gianni (2013). Non gioco più, me ne vado: Gregari e campioni, coppe e bidoni. Milano: Il Saggiatore. 2013. ISBN 9788842817529. Pagine 504. 1,99 €

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Finalmente un libro di Gianni Mura che non è un imbroglio come era accaduto per i due precedenti (già recensiti su questo blog): Giallo su giallo e Ischia. È una antologia ampia ed esauriente, che copre praticamente l’intera carriera di Gianni Mura dagli esordi ai giorni nostri, di articoli pubblicati su La Gazzetta dello Sport, Epoca e La Repubblica.

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Sviatoslav Richter – 16 settembre 1992

Qualche giorno fa ero a Firenze per un seminario. No, non la kermesse organizzata da la Repubblica, ma una cosa più paludata e accademica. Nell’intervallo c’era un light lunch, che è poi come un extended coffee break: finger food da mangiare in piedi, accumulando la stessa quantità di calorie di un piatto di rigatoni con la pajata ma sporcandosi anche l’abito o almeno la cravatta.

Io sono ormai perennemente a dieta e mi sono quindi astenuto dal pranzo, preferendo fare una passeggiata in un sole più che primaverile (ma non vi preoccupate, più tardi il temporale d’ordinanza è arrivato puntuale a spegnere gli entusiasmi e a fare alla mia giacca quello che non avevo lasciato fare al light lunch). Sono andato verso piazza del Duomo, passando davanti a Palazzo Medici-Riccardi e a San Lorenzo e mi sono subito trovato, inavvertitamente, a ripercorrere à rebours il cammino di Robert Langdon nella prima parte di Inferno di Dan Brown.

Apro una parentesi. È con viva e vibrante soddisfazione che vi segnalo che nella recensione comparsa sul prestigioso New Yorker (Joan Acocella, What the Hell?, 27 maggio 2013) si dicono cose non troppo dissimili da quelle che ho scritto io. Leggete tutto l’articolo, che ne vale la pena. Qui solo qualche assaggino:

As we saw in “The Da Vinci Code,” there is no thriller-plot convention, however well worn, that Brown doesn’t like. The hero has amnesia. He is up against a mad scientist with Nietzschean goals. He’s also up against a deadline: in less than twenty-four hours, he has been told, the madman’s black arts will be forcibly practiced upon the world.
[…]
[…] we have Brown’s beloved “symbologist,” Robert Langdon, a professor at Harvard, a drinker of Martinis, a wearer of Harris tweeds, running around Europe with a good-looking woman—this one is Sienna Brooks, a physician with an I.Q. of 208—while people shoot at them. All this transpires in exotic climes—Florence, Venice, and Istanbul—upon which, even as the two are fleeing a mob of storm troopers, Brown bestows travel-brochure prose: “The Boboli Gardens had enjoyed the exceptional design talents of Niccolò Tribolo, Giorgio Vasari, and Bernardo Buontalenti.” Or: “No trip to the piazza was complete without sipping an espresso at Caffè Rivoire.”
[…]
Finally, the conviction that everything refers to something else generates codes and symbols, which is what generates Robert Langdon. As a symbologist, he can read these runes. Often, the clue they give him does not point him to what he’s looking for but rather to something that will offer a further clue, which will get him a little closer to what he’s looking for, and so on, as in a treasure hunt.
[…]
The book has almost no psychology, because one of Brown’s favorite plot devices is to reveal, mid-novel, that a character presented all along as a friend is in fact an enemy […], or vice versa. To do that—and it’s always pretty exciting—Brown can’t give his characters much texture; if he did, they would be too hard to flip. Of course, without texture they don’t have anything interesting to say, except maybe “Stop the plane there.” The dialogue is dead. As for the rest of the writing, it is not dead or alive. It has no distinction whatsoever.

Ma questa era soltanto una digressione per spiegare perché mi trovassi in Via Por Santa Maria. Quasi arrivato a Ponte Vecchio si è aperto un passaggio tra due case e io ho avuto una vertigine proustiana che mi ha portato indietro di più di vent’anni.

Santo StefanoSanto Stefano a Ponte Vecchio

È l’ingresso della chiesa di Santo Stefano a Ponte Vecchio, che affaccia sulla sua raccolta piazzetta, defilata rispetto all’andirivieni di turisti della direttrice Ponte Vecchio-Piazza della Signoria. Lì, il 16 settembre 1992, venuti da Roma con un treno al pomeriggio e partiti prestissimo la mattina dopo aver dormito nella casa di Bagno a Ripoli, Morgaine e io abbiamo sentito un concerto di Sviatoslav Richter. Non il primo e non l’ultimo, ma comunque ogni concerto di Richter – mi creda chi non l’ha mai sentito – era un’occasione speciale.

L’acustica della chiesa è molto secca, o fredda: scegliete voi la vostra sinestesia. Forse sono tutti quei marmi, forse la totale assenza di superfici curve, che è una caratteristica della sua architettura. Non so se gli interventi successivi, che hanno accentuato le sue caratteristiche di auditorium (nel 1992 era ancora indubitabilmente una chiesa, ancorché sottratta al culto) abbiano ammorbidito la resa acustica. Nonostante la fama di Richter, la chiesetta non era stracolma. Era una giornata calda e serena (si erano toccati i 31 °C) e il concerto era nel tardo pomeriggio, alle 18 o alle 19. Nonostante le mie ricerche (disperate e frenetiche, ma non accurate) non ho trovato il programma, che però sono certo di avere conservato.

Nemmeno sull’enciclopedico sito dedicato alla memoria di Richter (In memoriam Sviatoslav Teofilovich Richter 1915-1997) è riportato il programma del concerto. Sono però abbastanza certo, basandomi – oltre che sulla mia fallibile memoria – anche sugli indizi offerti dalla cronologia di trovar.com, che il programma integralmente beethoveniano fosse lo stesso del concerto di pochi giorni dopo (20 settembre) a Briosco, a Villa Medici-Giulini e ancora, il mese successivo, in Olanda, a Eindhoven (22 ottobre) e Amsterdam (25 ottobre). Sempre lo stesso programma fu eseguito (e trasmesso dalla televisione tedesca) a Mosca il 2 dicembre e a fine mese, il 22, al Teatro Accademia di Conegliano di Asolo.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Il programma, dunque. Tutto Beethoven, sonate per pianoforte. In particolare:

  • Sonata n. 18 in mi bemolle maggiore, op. 31/3 “La caccia”
  • Sonata n. 19 in sol minore, op. 49/1
  • Sonata n. 20 in sol maggiore, op. 49/2
  • Sonata n. 22 in fa maggiore, op. 54
  • Sonata n. 23 in fa maggiore, op. 57 “Appassionata”.

Si tratta di sonate celeberrime (la prima e l’ultima) e di sonate relativamente meno eseguite (le due sonate op. 49 e l’op. 54 hanno la peculiarità di essere in soli 2 tempi e molto brevi). Richter partì un po’ nervoso e impacciato (come gli succedeva abbastanza spesso) ma poi giganteggiò.

Di questo programma abbiamo la testimonianza di un disco Philips (438486) registrato ad Amsterdam, durante il concerto del 25 ottobre (suppongo), privo però della prima sonata.

Della trasmissione effettuata dalla televisione tedesca NDR (e da quella russa TV Ostankino) del concerto del 2 dicembre 1992 sono riuscito a trovare il riferimento sulla videografia richteriana curata da Alex Malow, ma non la registrazione (47 minuti di delizia, suppongo). Accontentatevi della Sonata op. 49/1 (con una presa del suono molto approssimativa).

Qualche mese dopo, tra il 26 e il 27 maggio 1993, la chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio fu gravemente danneggiata dall’attentato mafioso di via dei Georgofili (5 morti e 48 feriti).

Le previsioni dei meteorologi privati sono distorte?

Ieri (16 novembre 2012) la Repubblica ha pubblicato un’inchiesta di Ettore Livini, “Il gran business del tempo che fa. Guerra di bollettini nel meteo show“. Articolo interessante e ambizioso, che cerca di tenere fede allo standard proposto dal compianto Giuseppe D’Avanzo, posto a epigrafe del sito che la Repubblica e L’Espresso dedicano congiuntamente a questo genere giornalistico:

D'Avanzo

inchieste.repubblica.it

L’inchiesta di Livini tiene fede a un proposito così impegnativo? In prima battuta avrei detto di sì, anche se la chiarezza dei fatti è un po’ offuscata dal registro giornalistico. «E che altro volevi?» qualcuno potrebbe chiedermi. E allora mi spiego meglio. Primo, vorrei che la ricerca di un tono leggero e scherzoso non andasse a scapito della chiarezza delle cose presentate, perché non essere pallosi (per evitare che il lettore smetta di leggere prima che siamo riusciti a comunicargli quello che ci premeva di fargli sapere) non significa non essere rigorosi. Secondo, vorrei che l’articolo avesse una chiara struttura, una gerarchia delle cose che si ritengono importanti rispetto a quelle che si riportano per completezza di cronaca o per semplice colore, e una presa di posizione su quello che il giornalista – proprio sulla base del suo lavoro d’inchiesta e mettendoci la faccia, come si dice (abusatamente) ora – ritiene credibile su base fattuale, rispetto a quello che è stato detto o affermato dagli intervistati, ma che il giornalista riporta senza prestarvi troppa fiducia. Su questi 2 punti, un modello per me inarrivabile continua a essere l’insegnamento di Lorenzo Milani, a proposito sia del modo di condurre un inchiesta, sia di quello di leggere criticamente un articolo di giornale.

Mi vorrei soffermare soprattutto su 2 punti, anche perché – per pura coincidenza – sull’argomento ho appena letto il capitolo (“For years you’ve been telling us that rain is green”) che vi dedica Nate Silver nel suo bel libro (The Signal and the Noise) che recensirò quando l’avrò finito.

  • Per quanto riguarda la nostra capacità di formulare previsioni, le previsioni del tempo – a differenza, ad esempio, delle previsioni economiche – sono una storia di successo. La storia inizia nel 1916, in piena 1ª Guerra mondiale, quando il fisico inglese Lewis Fry Richardson ammazza il tempo libero che il suo lavoro su un’ambulanza dell’esercito inglese nella Francia del nord gli lascia tra un bombardamento e l’altro per formulare un metodo per prevedere il tempo atmosferico (o meglio simulare, dato che il suo obiettivo era il tempo sulla Germania alle 13 del 20 maggio 1910). Per farlo, suddivide la mappa dell’Europa centrale in una griglia di 3 gradi di latitudine e longitudine, quadrati di circa 340 km di lato. Per ognuna occorreva calcolare una serie di parametri chimici e fisici dell’atmosfera e poi osservarne la trasmissione alle celle contigue e nelle ore successive. Un’impresa impossibile senza un computer: e infatti fallì.
    Richardson

    abc.net.au

    Ci riprova nel 1950 il solito John von Neumann (ne abbiamo parlato ampiamente qui, ma se volete sul web c’è anche il suo articolo originale) utilizzando l’ENIAC: ma è costretto a utilizzare una griglia ancora più grande di quella di Lewis Fry Richardson (736 km invece di 340) proprio per la limitazione della memoria interna del computer. ENIAC poteva fare circa 5.000 operazioni al secondo.
    Naturalmente, la potenza delle macchine, come ben sappiamo è aumentata. Ma così anche la complessità del problema: le celle devono essere molto più piccole di 740 o 340 km di lato e devono svilupparsi anche in altezza: dimezzare la dimensione del lato di una cella significa moltiplicare per 8 il numero di celle da calcolare. Poi le condizioni delle celle devono evolversi nel tempo, e anche la “risoluzione” temporale raddoppia al dimezzarsi della dimensione delle celle (un uragano che si muove, diciamo, a 40 km/h transita ogni ora da una cella di 40 km di lato alla successiva, ma ogni mezzora da una cella di 20 km di lato alla successiva).
    Fosse tutto qui, non sarebbe un problema. Ma come dovrebbero sapere tutti quelli che hanno citato almeno una volta la frase sulla farfalla brasiliana e il tornado texano (Predictability: Does the Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil set off a Tornado in Texas? era il titolo di una relazione del meteorologo Edward Norton Lorenz tenuta alla American Association for the Advancement of Science a Washington nel 1972, ma la sua scoperta risale al 1963, quando era formulata in modo molto meno evocativo: «One meteorologist remarked that if the theory were correct, one flap of a seagull’s wings would be enough to alter the course of the weather forever) il tempo atmosferico è un sistema caotico, cioè al tempo stesso dinamico e non lineare.
    In pratica e in parole poverissime, questo vuol dire che non basta calcolare una previsione sola, ma bisogna simularne molte, perturbando appena appena le condizioni iniziali, e vedere quali sono più frequenti. Quando leggete che le probabilità di pioggia domani alle 15 a Roma sono del 70% vuol dire che nel 70% delle simulazioni girate sul computer a quell’ora era prevista pioggia.
    Fin qui tutto chiaro? Conclusione: non basta un computer, ci vuole un super-computer, il più potente che c’è, e un esercito di meteorologi. E come accade (o dovrebbe accadere) quando una cosa di rilevantissimo interesse per tutta la popolazione è grande e costosa, intervengono l’interesse e l’intervento pubblici. È quello che succede negli Stati Uniti della libera iniziativa privata e dello Stato minimo, dove il National Center for Athmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado, è pubblico e dispone di un super-computer, un IBM Bluefire capace di 77 teraFLOPS (77 milioni di milioni di operazioni al secondo), 15 miliardi di volte più veloce di ENIAC. In Europa, abbiamo lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMRW) di Reading, in Inghilterra, operativo dal 1992 e co-finanziato da 34 Stati, tra cui l’Italia. L’NCAR fornisce i suoi dati gratuitamente, afferma Nate Silver; l’ECMRW – secondo l’inchiesta di Ettore Livini – «per poche lire»; «ci costano poche centinaia di migliaia di euro l’anno», conferma Sanò, il numero uno di ilmeteo.it.
    Conclusione: c’è un’asimmetria di fondo tra produttori pubblici e “produttori” privati di informazione meteorologica: senza minimamente sottovalutare il ruolo che hanno gli uomini e le organizzazioni nell’analisi, l’interpretazione e la comunicazione al pubblico, mi pare evidente che una comparazione che non metta preliminarmente in chiaro questo diverso punto di partenza – oltre a essere ingenerosa nei confronti dei meteorologi pubblici – non aiuta a farsi un’opinione informata.

  • Nate Silver si spinge ad adombrare che siamo in presenza di un caso di concorrenza sleale. Prendendo i dati gratuitamente dall’NCAR e dal National Weather Service (NWS, anch’esso pubblico), privati come AccuWeather e weather.com (il sito di The Weather Channel-TWC) hanno un traffico 10 volte maggiore di quello del NWS, con i correlati proventi pubblicitari.
    Ma il problema non è solo questo. Il problema per noi (cittadini e utenti) è: ci possiamo fidare delle previsioni dei centri privati?
    Livini si limita a riportare il punto di vista di Sanò, senza commenti: «Noi abbiamo tutto l’interesse a fare le migliori previsioni possibili. […] L’Aeronautica si infastidisce per l’arrivo di nuovi protagonisti.» Mi correggo, Livini commenta, ma il suo commento è sconcertante (e, mi perdoni, un po’ stupido): «Se la bontà delle previsioni si misura in clic, ha ragione lui. Il suo sito a ottobre ha macinato 30 milioni di browser unici, cinque volte più del competitor più vicino.» Ma infatti – si direbbe a Roma – la bontà delle previsioni non si misura in clic, non più di quanto la proverbiale bontà della merda si misuri in numero di mosche che la gradiscono.
    In primo luogo, i divulgatori commerciali traducono l’esattezza delle previsioni in pittoresche metafore: le bombe d’acqua, i cicloni mediterranei, Circe Cassandra Cleopatra Lucifero e Caronte… Aiutano davvero a capire meglio o diffondono allarme ingiustificato e impreciso? Certo non è facile dare una risposta, perché bisogna pur sempre “tradurre” il linguaggio dei dati: in fin dei conti anche “parzialmente nuvoloso” e “piogge sparse” sono locuzioni imprecise.
    In secondo luogo, e questo è un problema più grave, non è affatto vero che i privati abbiano interesse a comunicare le migliori previsioni possibili.
    Ma che cos’è, poi, una buona previsione? Il problema se lo pose – per le previsioni del tempo, ma vale anche per quelle economiche – il meteorologo Allan Murphy in un saggio del 1993, What Is a Good Forecast? An Essay on the Nature of Goodness in Weather Forecasting. Murphy distingue 3 modi diversi in cui una previsione può essere buona (o cattiva):

    1. Quella che Murphy chiama qualità e che sarebbe meglio (concordo con Silver) chiamare accuratezza: le condizioni previste corrispondono alle condizioni osservate ex post?
    2. Quella che Murphy chiama coerenza (consistency) e che Silver chiamare onestà: la previsione, al momento in cui è formulata, rispecchia la migliore valutazione del previsore sulla base degli elementi conoscitivi a disposizione?
    3. Quella che tanto Murphy quanto Silver chiamano valore (economico): la previsione ha aiutato i decisori pubblici e privati ad assumere decisioni migliori?

    Queste 3 dimensioni della qualità delle previsioni, come vedremo, non vanno necessariamente di conserva.
    Negli Stati Uniti, dal 2002 Eric Floehr (forecastwatch.com) raccoglie dati che documentano lo scostamento tra il tempo reale e le previsioni: non emerge un chiaro vincitore tra NWS AccuWeather e TWC. Ma emerge un fatto inquietante: dopo 8 giorni, le previsioni non valgono più nulla: non sono in grado di formulare ipotesi più attendibili da quelle che verrebbero da ipotesi fondate sulla persistenza (il tempo continua a essere quello che è al momento della previsione) o sulla climatologia (il tempo sarà quello che storicamente c’è di solito in questo periodo). Anzi, sono un po’ peggiori di quelle che si potrebbero formulare sulla base di persistenza e climatologia. Ma non è questo che ci deve sorprendere: se il tempo è soggetto alle dinamiche del caos, è soltanto normale che dopo un certo numero di periodi di previsione il modello amplifichi il rumore piuttosto che il segnale.
    Quello che ci deve preoccupare, invece, è che – per quanto perfettamente consapevoli di questo – TWC formuli previsioni a 10 giorni e AccuWeather addirittura a 15. Per quanto la risposta non ci piaccia, purtroppo è univoca: non è l’accuratezza, ma la percezione dell’accuratezza che crea valore agli occhi del consumatore.
    Un altro esempio. Le previsioni commerciali (a differenza di quelle del NWS) sono distorte nella direzione di prevedere più pioggia di quanto effettivamente accada (qui stiamo parlando di accuratezza). È una distorsione voluta, perché se piove quando la probabilità prevista era bassa, il consumatore se la prende con il previsore; ma se viene il sole quando era prevista pioggia pensa di aver avuto fortuna.
    È un segreto di Pulcinella che i previsori commerciali non prevedono mai una probabilità di pioggia del 50% (sembra un sintomo di indecisione o di incompetenza), ma lo correggono casualmente in 40% o 60%.
    I meteorologi delle reti locali formulano previsioni ancora più distorte, e sono più intrattenitori che scienziati.

Supercell

pinterest.com

Qui il cerchio si chiude. Ma con una differenza fondamentale. Nate Silver giunge alla conclusione che la spettacolarizzazione delle previsioni meteorologiche va a scapito dell’accuratezza e dell’onestà (dimensioni della qualità a vantaggio dei consumatori) e a vantaggio del valore economico (dei produttori privati). E giunge a queste conclusioni dopo un’analisi serrata e documentata di come si fanno le previsioni meteorologiche. E le sue conclusioni sono utili al lettore (in questo caso, a me).

Livini parte dalla spettacolarizzazione delle previsioni, in apertura del suo articolo, come nota di colore o, a voler essere molto benevoli, come ipotesi da verificare. Ma poi si perde nel pettegolezzo, accumula fatti e opinioni senza orientarvicisi lui stesso e, dunque, senza orientare noi.

Io non ho trovato né paziente faticaforza incoercibile. Non so se Giuseppe D’Avanzo sarebbe stato contento.

Don’t worry, be happy: Bobby McFerrin, Maria Popova, Valeria Pini e la cialtroneria di Repubblica.it

La Repubblica di oggi, 8 giugno 2012, nella sezione Scienze (!!!) pubblica un articolo dedicato a un’analisi della famosissima canzone di Bobby McFerrin “Don’t worry, be happy”:

“Don’t worry, be happy”
Questa canzone ci salverà

Il brano di McFerrin, uscito nel 1988, da più di 20 anni è un vero “inno alla felicità”. La rivista scientifica Brain Pickings svela per la prima volta quali sono i punti di forza di questo testo che trasmette impulsi positivi al nostro cervello e agisce quasi come un medicinale per l’umore

di VALERIA PINI

Il resto dell’articolo lo potete leggere qui: “Don’t worry, be happy” Video Questa canzone ci salverà – Repubblica.it.

Intanto, è comunque un’occasione per riascoltare la canzone di Bobby McFerrin:

Perché questo articolo mi sembra un esempio preclaro di cialtroneria? Proverò a spiegarlo per punti, aiutandomi con qualche citazione dal testo dell’articolo e da altre fonti.

Maria Popova

motherjones.com / Maryana Ferguson

  1. Cominciamo dall’occhiello: «La rivista scientifica Brain Pickings» – che i lettori abituali di questo blog dovrebbero ormai aver imparato a conoscere – non è affatto una rivista scientifica: è un blog che ha anche (non: è identiacemnte eguale a) una newsletter settimanale che viene inviata agli abbonato ogni domenica via e-mail e che contiene i migliori post della settimana (secondo il parere della curatrice, Maria Popova). Non è necessario essere giornalisti investigativi per scoprirlo: basta leggere il colophon del sito.
  2. «Maria Popova, neurologa e direttrice del giornale statunitense Brain Pickings»: che Brain Pickings non sia un giornale lo abbiamo appena visto. E allora, non dovrebbe nemmeno stupirci che Maria Popova non sia una neurologa. Nata in Bulgaria 27 anni fa, lei stessa si autodefinisce sul suo profilo twitter @brainpicker «Interestingness hunter-gatherer obsessed with combinatorial creativity». Luisa Carrada, che cura il blog del mestiere di scrivere, segue da tempo la Popova e il 22 dicembre 2011 ha pubblicato un bel post biografico che vi invito a leggere. Per i più pigri riporto l’essenziale: «È arrivata negli Stati Uniti dalla Bulgaria per fare l’università, ma invece di prendere l’MBA, come sognavano per lei i suoi familiari, si è districata tra mille lavoretti. Ha ancora un visto e fa ancora molti lavori, anche se migliori e sicuramente più remunerati di prima. […] Content curator, dicevamo. La Popova scova, naviga, legge, assembla e segnala. Quello che facciamo tutti in rete, dai post ai tweet. Quello che ci mette lei è quella che chiama la “creatività combinatoria”, cioè la sua capacità di assemblare in un solo post cose anche molto diverse, ma con un filo, uno sguardo, una prospettiva particolare che le unisce. E di saperle raccontare attraverso la scelta di immagini bellissime e un linguaggio evocativo, personale e raffinato. […] è considerata la regina della content curation e grazie al successo di Brain Pickings scrive oggi su testate come The Atlantic e Wired.» Una lunga intervista a Maria Popova, di cui anche Luisa Carrada è (esplicitamente) debitrice è comparsa sul numero di gennaio/febbraio 2012 di Mother Jones: Maria Popova’s Beautiful Mind. Ammetto che per scoprire questo occorreva un quid in più di buona volontà e di giornalismo investigativo.
  3. Un lettore frettoloso potrebbe avere l’impressione che Valeria Pini si sia data da fare per parlare direttamente con Maria Popova, magari non sollevando il suo colloso posteriore, ma almeno con una telefonata. All’inganno contribuiscono le numerose virgolette e frasi come «dice Popova», «spiega Popova», «conclude Popova». Quanto alle frasi tra virgolette, non si tratta di citazioni letterali (ancorché in traduzione) del post originario di Brain Pickings, ma di un abile e fantasioso montaggio prossimo ai cut-up di William Booroughs.
  4. Ma la cosa che trovo in assoluto più stupefacente è che il post di Maria Popova da cui Valeria Pini prende spunto per il suo articolo odierno è del 23 settembre 2011, 9 mesi fa! Se volete leggerlo in versione originale, ecco qui il link: Bobby McFerrin’s “Don’t Worry, Be Happy”: A Neuropsychology Reading. Così giudicate da soli (dal momento che, a detta della stessa Popova, la creatività è combinatoria) anche quanto l’intervento di Valeria Pini abbia aggiunto e quanto abbia sottratto all’originale.

Lascerò il commento finale a Cochi e Renato (e Jannacci) [l’avevo già pubblicato il 13 ottobre 2009, ma là il link a YouTube è stato rimosso]:

Festa della Repubblica e parata militare

È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):

“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.

Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]

Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]

Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.

La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

2 giugno

wikipedia.org

Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]

A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:

Bellezza e necessità

Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.

  • La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
  • Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
  • Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
  • Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
  • Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
  • Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
  • Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
  • Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
  • Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
  • Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
  • Nel 1991, nuova sospensione.
  • Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
  • Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
  • Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.

Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.

… e adesso è ora che io vada …