Super Crunchers

Ayres, Ian (2007). Super Crunchers: How Anything Can be Predicted. London: John Murray. 2008.

Il libro mi era stato suggerito da un amico, che lo aveva caldeggiato con molto entusiasmo, e si è invece dimostrato una grossa delusione.

Rispetto alla struttura di base dei libri di divulgazione scientifica (ne ho parlato commentando la recensione di La saggezza della folla sul blog di un amico – “si comincia con un aneddoto che cattura l’attenzione, si riassumono i risultati delle ricerche che l’autore ritiene più rilevanti e interessanti, si tirano le somme per punti alla fine di ogni capitolo, e così via”), questo libro ha qualcosa di peggio: ha una tesi da sostenere senza scrupoli e non guarda iun faccia nessuno (tanto meno la verità) per portare acqua al suo mulino. La tesi è che l’analisi statistica, e più in generale i metodi quantitativi di sostegno alle decisioni, incontrano l’opposizione degli “esperti”, che vedono messo a repentaglio il loro monopolio. La tesi non è priva di un suo fondamento: la statistica, in effetti, almeno da 100 anni, ha cambiato profondamente lo standing dell’esperto: è considerato “esperto”, oggi, non tanto chi gode di una reputazione di autorevolezza in un campo (ipse dixit), ma chi può corroborare con dati ed “evidenze” scientifiche le proprie osservazioni.

La tesi, però, è soggetta a molte smentite e molte limitazioni, come testimoniano (ad esempio) Blink! di Malcom Gladwell e Gut Feelings di Gerd Gigerenzer.

Ayres invece non ha dubbi: l’analisi dei dati, di grandi moli di dati, aiuta sempre a operare scelte migliori di quelle basate sull’intuizione e sull’esperienza. Non sempre gli aneddoti proposti da Ayres sono convincenti (è particolarmnente difficile da digerire quello a favore del metodo della Direct Instruction caldeggiato dall’amministrazione Bush). Il libro è stato anche direttamente criticato (ad esempio, dalla recensione comparsa sulla Sunday Book Review del New York Times) perché non è basato su ricerche dirette, ma sulla consultazione di resoconti giornalistici di seconda mano.

Poiché anche nei libri peggiori (con poche eccezioni) c’è sempre qualcosa da imparare, ho apprezzato però – nell’ultimo capitolo – il suggerimento di impadronirsi di 2 semplici strumenti statistici per sottoporre a verifica le proprie intuizioni: quella che Ayres chiama la regola 2SD (“c’è una probabilità del 95% che una variabile distribuita normalmente cada nell’intervallo di 2 deviazioni standard sopra o sotto la media”) e l’uso del teorema di Bayes per aggiornare le proprie intuizioni (e qui, forse paradossalmente, Ayres si trova d’accordo con Gigerenzer, che sostiene apparentemente una tesi opposta).

The Social Atom

Buchanan, Mark (2007). The Social Atom. New York: Bloomsbury. 2007.

Di Mark Buchanan (un fisico teorico inglese) avevo letto Nexus 5 anni fa. Questo nuovo libro si raccomanda soprattutto perché è una sintesi di come un approccio “atomistico” e più in generale basato su agenti sociali indipendenti abbia contribuito e stia contribuendo alla comprensione di fenomeni finora relativamente intrattabili scientificamente o, comunque, a sviluppi teorici innovativi. Una sintesi, appunto. Chi, come me, segue da tempo questi argomenti – a partire dai padri fondatori Milgram, Granovetter e Schelling, fino ai lavori di Axtell, Brian Arthur, Axelrod, Strogatz, Watts … – troverà in questo libro un utile riassunto, e poco più.

Un punto che mi pare importante sottolineare è che l’approccio di Buchanan – o meglio l’approccio cui Buchanan fa riferimento – non coincide necessariamente con la tesi “liberista” (anche nella sua versione “di sinistra” alla Alesina-Giavazzi): partire da agenti sociali indipendenti per comprendere fenomeni sociali non coincide con la negazione dell’esistenza della società.

They are casting their problems at society. And, you know, there’s no such thing as society. There are individual men and women and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look after themselves first. It is our duty to look after ourselves and then, also, to look after our neighbours. [Margaret Thatcher, intervista raccolta il 23 settembre 1987 e pubblicata su Woman’s Own del 31 ottobre 1987]

There is no social entity with a good that undergoes some sacrifice for its own good. There are only individual people, different individual people, with their own individual lives. Using one of these people for the benefit of others, uses him and benefits the others. Nothing more. [Robert Nozick, Anarchy, State, and Utopia. 1974]

Si tratta, piuttosto, di quella che Epstein e Axtell (Growing Artificial Societies: Social Science from the Bottom Up. 1996) chiamano generative social science. Ma il discorso è lungo e ne parleremo un’altra volta.

Raccomando The Social Atom incondizionatamente a chi vuole accostarsi a questi temi per la prima volta, perché il libro è scritto in modo molto scorrevole ed è appassionante. Un punto a favore importante è che le note, di solito, segnalano se il riferimento è disponibile sul web e riporta l’indirizzo. Suggerisco, quindi, di leggerlo accanto al proprio computer, nell’attesa che ne venga pubblicata un’edizione WebBook.

Per conto mio, tra le cose che non conoscevo, vorrei segnalare (c’è anche un aspetto d’attualità) il riferimento allo studio di Robert Axelrod e Ross A. Hammond sull’evoluzione dell’etnocentrismo. Qui ne trovate una sommaria spiegazione e una bella simulazione animata.

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