Il settimo sigillo

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet), 1957, di Ingmar Bergman, con Max von Sydow (Antonius Block), Gunnar Björnstrand (lo scudiero Jöns), Bengt Ekerot (la morte), Nils Poppe (il saltimbanco Jof), Bibi Andersson (Mia, la moglie di Jof).

Per quelli della mia generazione, Il settimo sigillo è – molto più della Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria – il film da cineforum per eccellenza. Gli elementi c’erano tutti: un grande regista, i riconoscimenti internazionali (Palma d’oro e Premio speciale della giuria a Cannes e Nastro d’argento in Italia), la fotografia in un bianco e nero strepitoso e apertamente ispirata alla pittura (Albrecht Dürer in primis). E soprattutto, l’argomento filosofico e religioso. I miei gesuiti, sempre un po’ arrischiati, sapevano bene che questo film – che pure non è apertamente “religioso” e soprattutto tutt’altro che “risolto” – rappresenta molto bene il tormento estremo della ricerca della verità assoluta su dio, l’esistenza, l’amore, la morte e tutto il resto (abbiamo appreso molti anni dopo che la risposta c’è, ed è 42). A noi adolescenti impegnati ma ingenui di allora quella ricerca estrema piaceva romanticamente, soddisfaceva le nostre esigenze d’assoluto che non avevano trovato ancora risposta nell’agire politico. Uscivamo dal cinema dopo lunghi dibattiti (nessuna pensava o diceva: “no, il dibattito no”) e continuavamo a discutere per ore.

Come ho trovato il film rivedendolo dopo molti anni? Sempre perfetto ed essenziale sotto il profilo formale. La natura e il paesaggio nordici che accompagnano gli stati d’animo dei protagonisti (dalla cupa partita a scacchi, alla foresta notturna, all’idillio della colazione della famigliola di saltimbanchi allo spuntino a base di fragole di bosco – Antonius Block: “I shall remember this moment: the silence, the twilight, the bowl of strawberries, the bowl of milk. Your faces in the evening light. Mikael asleep, Jof with his lyre. I shall try to remember our talk. I shall carry this memory carefully in my hands as if it were a bowl brimful of fresh milk. It will be a sign to me, and a great sufficiency.”), il medioevo della peste e della violenza delle iconografie, l’essenzialità della recitazione, l’intensità delle inquadrature dei volti. Nessuna sorpresa in questo, soltanto piacevoli conferme. Per fortuna, i capolavori non invecchiano.

Quello che è cambiato, mi sembra, è la mia sensibilità. Ricordavo che alla ricerca di Antonius Block (che vorrebbe sapere dalla morte, dal diavolo e da dio stesso perché dio non si può cogliere con i sensi e perché, se dio è un idolo creato dalla nostra paura, non possiamo eliminarlo dalla nostra coscienza) faceva da contorno un microcosmo rappresentativo dell’intera società umana (il clero, il popolo credulone, la soldataglia, la peste, la caccia alle streghe, i guitti) con tutte le nobiltà e le piccolezze della vita quotidiana.

Non ricordavo invece la splendida figura di Jöns lo scudiero, il Sancho Panza del Don Chisciotte/Antonius Block. Jöns non crede in dio, è consapevole del vuoto e della necessità di viverci dentro consapevolmente e senza rinunciare per questo alle proprie responsabilità e nemmeno alle gioie che la vita può offrire. È il portatore, forse, dei semi della modernità in questo medioevo che volge alla fine, come Antonius è il portatore dubbioso ma coerente dei vecchi valori della cavalleria. Anche Jöns si interroga, ma con dubbio e ironia. Mi è simpatico e lo sento più vicino dell’algido Antonius.

Proviamo a metterli a confronto. Antonius Block (traggo le citazioni da IMDb):

Antonius Block : I want to confess as best I can, but my heart is void. The void is a mirror. I see my face and feel loathing and horror. My indifference to men has shut me out. I live now in a world of ghosts, a prisoner in my dreams.

Antonius Block : Have you met the devil? I want to meet him too.
La giovane strega: Why do you want to do that?
Antonius Block : I want to ask him about God. He must know. He, if anyone.

Death: Don’t you ever stop asking?
Antonius Block: No. I never stop.
Death: But you’re not getting an answer.

Antonius Block: We must make an idol of our fear, and call it god.

Antonius Block: Faith is a torment. It is like loving someone who is out there in the darkness but never appears, no matter how loudly you call.

Antonius Block: Is it so terribly inconceivable to comprehend God with one’s senses? Why does he hide in a cloud of half-promises and unseen miracles? How can we believe in the faithful when we lack faith? What will happen to us who want to believe, but can not? What about those who neither want to nor can believe? Why can’t I kill God in me? Why does He live on in me in a humiliating way – despite my wanting to evict Him from my heart? Why is He, despite all, a mocking reality I can’t be rid of?

Antonius Block: I want knowledge! Not faith, not assumptions, but knowledge. I want God to stretch out His hand, uncover His face and speak to me.
Death: But He remains silent.
Antonius Block: I call out to Him in the darkness. But it’s as if no one was there.
Death: Perhaps there isn’t anyone.
Antonius Block: Then life is a preposterous horror. No man can live faced with Death, knowing everything’s nothingness.
Death: Most people think neither of death nor nothingness.
Antonius Block: But one day you stand at the edge of life and face darkness.
Death: That day.
Antonius Block: I understand what you mean.

E adesso Jöns lo scudiero:

Who will take care of that child. God, the devil, the nothingness? The nothingness, perhaps?

Our crusade was such madness that only a real idealist could have thought it up.

But feel, to the very end, the triumph of being alive!

Jöns è anche portatore di una concezione dell’amore disincantata, anche se piuttosto di maniera:

Love is the blackest of all plagues… if one could die of it, there would be some pleasure in love, but you don’t die of it.

It’s hell with women, and hell without. Best to kill them all while the fun lasts.

Love is nothing but lust and cheating and lies.

Only fools die of love.

Love is as contagious as a cold. It eats away at your strength, morale… If everything is imperfect in this world, love is perfect in its imperfection.

Manifesto

Oggi (19 dicembre 2008) il quotidiano il manifesto costa 50 euro “per continuare a uscire”.

Io l’ho comprato, come quasi tutti i giorni da quel 28 aprile 1971, anche se un po’ stanco dopo quasi 40 anni di crisi editoriali e sottoscrizioni. E aggiungo di mio qualche contributo semiserio.

Quello che segue è il punto di vista di Giovanni De Mauro, da Internazionale del 19 dicembre 2008.

Giornalisti/3

Chiede un lettore: dal Manifesto a Primorski, quotidiano della minoranza slovena di Trieste, come farebbero i piccoli giornali a sopravvivere senza l’aiuto dello stato? In realtà un modo c’è. In tutti i paesi europei esiste un tetto massimo alla raccolta pubblicitaria delle televisioni. E la pubblicità che non riesce ad andare in tv, finisce sugli altri mezzi: la radio, internet e i giornali. È un sistema trasparente e condiviso che regola il mercato, libera risorse e contribuisce al pluralismo dell’informazione. Senza toccare i soldi dei contribuenti. Questo limite alla raccolta pubblicitaria, fissato da direttive europee, vale naturalmente anche per l’Italia. E naturalmente in Italia non viene applicato. O meglio: nessuno si preoccupa di farlo rispettare. Perché siamo il paese di Berlusconi. E perché, attraverso il finanziamento pubblico, la politica ha interesse a mantenere un controllo sui giornali. Ma è proprio questa la battaglia che tutti i giornali dovrebbero combattere. A cominciare dai più piccoli.

Quella che segue, invece, è la canzone che Paolo Pietrangeli dedicò al Manifesto (gruppo, non quotidiano) dopo l’allontanamento da Potere operaio, Lotta continua e dalle frange più radicali del movimento (divorzio che, se non ricordo male, si consumò nei giorni precedenti la manifestazione milanese dell’11 marzo 1972, quella dell’assalto al Corriere della sera e di Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio).

Nel video la canzone comincia a 5’22”.

Manifesto manifesto
manifesto per le strade
manifesto molto spesso
anche in piccole contrade.

Manifesto manifesto
meglio dir manifestavo
io son diventato bravo
e non manifesto più.

Che io sia partito un giorno
certo questo vuol dir molto
anche se non è risolto
dove noi si stia ad andar.

Conducente, scusi tanto,
dove andiamo, lei sa il nome?
Non lo so, ma è una frazione
di un comune non lontan.

Manifesto manifesto
manifesto per le strade
manifesto molto spesso
anche in piccole contrade

Manifesto manifesto
meglio dir manifestavo
io son diventato bravo
e non manifesto più

Manifesto
Manifesto
Manifesto

A margine del film di Bellocchio: nella sequenza iniziale della manifestazione della “Maggioranza silenziosa” tenutasi lo stesso 11 marzo a Piazzza Castello a Milano – un documentario, non una ricostruzione – l’oratore è il giovane Ignazio La Russa.

Credit Crunch – Una favola

L’ha pubblicata Tim Hartford (The Undercover Economist) sul Financial Times del 12 dicembre 2008 ed è tradotta su Internazionale del 19 dicembre.

Once upon a time, there was a blameless girl called Consumerella, who didn’t have enough money to buy all the lovely things she wanted. She went to her Fairy Godmother, who called a man called Rumpelstiltskin who lived on Wall Street and claimed to be able to spin straw into gold. Rumpelstiltskin sent the Fairy Godmother the recipe for this magic spell. It was written in tiny, tiny writing, so she did not read it but hoped the Sorcerers’ Exchange Commission had checked it.

The Fairy Godmother carried away armfuls of glistening straw-derivative at a bargain price. Emboldened by the deal, she lent Consumerella – who had a big party to go to – 125 per cent of the money she needed. Consumerella bought a bling-bedizened gown, a palace and a Mercedes – and spent the rest on champagne. The first payment was due at midnight.

At midnight, Consumerella missed the first payment on her loan. (The result of overindulgence, although some blamed the pronouncements of the Toastmaster, a man called Peston.) Consumerella’s credit rating turned into a pumpkin and Rumpelstiltskin’s spell was broken. He and the Fairy Godmother discovered that their vaults were not full of gold, but ordinary straw.

All seemed lost until Santa Claus and his helpers, men with implausible fairy-tale names such as Darling and Bernanke, began handing out presents. It was only in January that Consumerella’s credit card statement arrived and she discovered that Santa Claus had paid for the gifts by taking out a loan in her name. They all lived miserably ever after. The End.

Every Colour You Are – David Sylvian e Robert Fripp

Finalmente l’ho trovato su YouTube. Una delle più belle canzoni di David Sylvian (originariamente scritta per Rain Tree Crow, ma qui nella versione dal vivo con Robert Fripp). Dal disco live del 1994.

I touched his hand
Burned like coal
Put pay to the devil
And saw the mountain fall

Feel like crying
The jokes gone to far
You can be anything you want
Every colour you are

Family man
His patience tried
Put a torch to his home
And warmed his hands by the fire
The greed of desire

My roads uncrossed
White lined and tarred
By believing in you
Every colour you are

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The Fire Gospel

Faber, Michel (2008). The Fire Gospel. Edinburgh: Canongate. 2008.

Michel Faber è un virtuoso della parola scritta. Non un virtuoso nel senso peggiorativo del termine (in cui il virtuosismo della tecnica nasconde il vuoto della sostanza), ma nel senso in cui è un virtuoso Liszt. Liszt è raramente vuoto e fine a se stesso; l’innovazione nella grande tecnica (Liszt è uno degli “inventori” del pianoforte, secondo Rattalino) permette di trasmettere con apparente facilità i contenuti che si vogliono comunicare. La difficoltà della tecnica virtuosistica si traduce cioè in immediatezza della comunicazione di quello che si voleva dire, in facilità per il lettore, che non deve lottare con il testo, ma abbandonarsi alle sensazioni e alle idee che ci stanno sotto. Si apre (forse illusoriamente) un contatto diretto con l’autore e le sue storie, non mediato dalla fatica del leggere (o dell’ascoltare).

Faber è famoso, anche in Italia, soprattutto per Il petalo cremisi e il bianco, un tour de force vittoriano di quasi 1000 pagine, con un bellissimo personaggio (Sugar, puttana e alfiera del brave new world a venire) e un lavoro certosino di documentazione e ricerca che soltanto raramente affiora sotto la maestria della prosa e della trama.

Io penso però che Faber sia soprattutto un maestro della piccola forma. La sua abilità è quella di saper tratteggiare con poche frasi i suoi personaggi a tutto tondo. Tra i suoi libri che ho letto, è Under the Skin, il più feroce, quello che mi è piaciuto di più. Anche in questo caso Isserley, la protagonista, è un’eroina indimenticabile.

Apparentemente, The Fire Gospel fa parte della lunga serie di opere letterarie che riscrivono e reinterpretano il mito di Cristo e del Vangelo. Ma la sua storia, e il suo punto di vista (di cui non posso dire nulla senza guastarvi la lettura – non come in un giallo, ma come in un racconto di idee), sono sufficientemente complessi e ambigui e contemporanei da dare al tutto un sapore nuovo.

Ve lo raccomando vivamente.

Dalla parte del torto – Claudio Lolli

Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me, e che anzi (temo) non conosce nessuno!

E quando proverete a ridere del vostro dolore
con quei denti bellissimi che vostra madre vi ha dato
Quando avrete bisogno di trattenere il fiato
per qualche miracolo o un disastro di più.
E quando riuscirete a piangere per uno stupido amore
con quegli occhi bellissimi che il mio amore vi ha dato
quando avrete una valigia con un bel sogno sciupato
da uno sguardo cattivo, una cattiveria di più.
Venitemi a trovare correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando avrete voglia di ascoltare una storia
con quelle orecchie bellissime che vostra madre vi ha dato
una storia che forse io ho dimenticato
ma è lo stesso comunque io la racconterò
E’ la storia dell’uomo che scriveva il suo amore
con quelle dita bellissime che il mio amore vi ha dato
la scriveva nel mondo come una canzone
con quell’unica voce, quella voce che c’è.
Rimanete con me non scappate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
rimanete con me nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando proverete a stare dalla parte del torto
con quella voce bellissima che vostra madre vi ha dato
insieme a tutti quelli che non hanno giocato
neanche la prima mano né una mano di più.
E quando graffierete come cuccioli ribelli
con quelle unghie bellissime che il mio amore vi ha dato
In un giorno dorato, in un giorno fatato
leccando una ferita, una ferita di più.
Venitemi a trovare, correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando vi siederete dalla parte del torto
perché ogni altro posto sarà già stato occupato
con quel culo bellissimo che la mia donna vi ha dato
con quel culo che io non ho mai visto di più
Venitemi a svegliare e bussate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
forse malinconico ma mai rassegnato
una carezza alla luna alle stelle
e un pallone sul prato.

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Emissioni

Irresistibile Vauro!

Necropoli

Pahor, Boris (1966). Necropoli. Roma: Fazi. 2008.

Ho letto, come quasi tutti i miei coetanei (almeno spero), molti libri sui campi nazisti: a partire da Primo Levi, naturalmente. Questo di Pahor è molto bello, anche sotto il profilo letterario, se è lecito applicare una categoria di questo genere a un libro dal contenuto tanto orribile, raggelante. Letteralmente. Ma sono in buona compagnia: la pensa così anche Claudio Magris, anche chi ha proposto più volte l’autore per il Nobel della letteratura, anche gli ascoltatori di Fahrenheit che proprio ieri l’hanno votato libro dell’anno.

Eppure questo libro ha dovuto attendere quasi 40 anni per essere tradotto in italiano (Pahor, nato a Trieste, è di lingua e cultura slovena) in un’edizione locale e qualche anno ancora per essere ripreso e diffuso da un editore nazionale. Perché? Presto detto. Gli italiani, noi italiani, siamo responsabili di 25 anni di repressione anti-slovena a Trieste e in Venezia Giulia. Di italianizzazione forzata. Ancora oggi non riconosciamo agli sloveni nella sostanza la dignità linguistica e culturale che riconosciamo ad altre minoranze. Pahor, e tanti come lui, sono finiti in campo di concentramento come diretta conseguenza della nostra politica anti-slovena. I più non sono tornati.

Certo, questo non giustifica le fòibe. Nel mio caso non aiuta nemmeno a capirle, perché penso che orrore non scaccia orrore. Ma spiega, almeno, perché mi ripugna che a Trieste ci sia chi (e sono molti) chiama sciavi (schiavi) gli slavi, senza sapere o senza ricordare che è un epiteto che gronda sangue, e sangue innocente. E spiega anche il mio fastidio per la retorica nazionale che riempie le pagine dei giornali (non soltanto di quelli fascisti, anche di quelli indipendenti) quando cercano di “bilanciare” l’orrore e la scientifico-burocratica distruzione della vita nei campi di concentramento e annientamento (Vernichtung, parola tedesca, quasi hegeliana, che mi fa sempre venire la pelle d’oca), contrapponendo alla giornata della memoria del 27 gennaio una giornata del ricordo (delle fòibe) celebrata il 10 febbraio.

Ma sentiamo la pacata voce di Boris Pahor, prima dal libro e poi in 2 interviste:

Già in gioventù ogni illusione ci era stata spaz­zata via dalla coscienza a colpi di manganello e ci erava­mo gradualmente abituati all’attesa di un male sempre più radicale, più apocalittico. Al bambino a cui era capi­tato in sorte di partecipare all’angoscia della propria co­munità che veniva rinnegata e che assisteva passivamente alle fiamme che nel 1920 distruggevano il suo teatro nel centro di Trieste, a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro. Il cielo color sangue sopra il porto, i fascisti che, dopo aver cosparso di benzina quelle mura aristocratiche, danzavano come selvaggi attorno al grande rogo: tutto ciò si era impresso nel suo animo infantile, traumatlzzandolo. E quello era stato soltanto l’inizio, perché in seguito il ragazzo si ri­trovò a essere considerato colpevole, senza sapere contro chi o che cosa avesse peccato. Non poteva capire che lo si condannasse per l’uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i genitori e cominciato a conoscere il mondo. Tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cogno­me e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abi­tanti dei cimiteri. Ed ecco che quella soppressione, du­rata un quarto di secolo, raggiungeva lì nel campo il suo limite estremo, riducendo l’individuo a un numero. [pp. 42-43]

Anathem [2]

Sul NewScientist del 15 novembre 2008 trovo questa recensione di Elisabeth Sourbut ad Anathem che mi sembra interessante.

Mysterious world

Anathem reviewed by Elizabeth Sourbut

NEAL STEPHENSON’s latest novel is a smorgasbord of high adventure, quantum physics and musings on the nature of consciousness.
On the planet Arbre, young Fraa Erasmas is a member of one of the many enclosed communities of intellectuals who are only allowed contact with the rest of the world once every decade or century. This arrangement was set up thousands of years before after a series of unspecified Terrible Events. Back then, theoreticians, computer scientists and practical engineers worked together to produce the fearsome Everything Killers, and now the three groups are kept strictly apart. The theoreticians, or “avout”, live in walled “concents” and pursue theoretical research and astronomical observation, while the outer world ebbs and flows around them in waves of civilisation and decadence.
Erasmas’s settled life is shattered when access to the concent’s observatory is barred and his mentor, Orolo, is banished to the “saecular” world outside the concent walls. Afterwards, a number of avout, including Erasmas, are summoned to an unprecedented gathering by the saecular powers. There seems to be a global crisis. Erasmas is sure it is connected with something Orolo saw through his telescope, so he defies the authorities to search for his mentor and find answers to the mystery.
What follows is a fascinating combination of adventure-quest and scholarly dialogue. Even in adversity, the avout have a habit of pausing to dispute the finer points of philosophy. Over millennia, many different sects of avout have arisen, and the adherents of mutually contradictory philosophies love nothing more than to argue with one another. The events that have catapulted Erasmas and his friends out into the world are about to prove that these age-old disputes are anything but academic.
This is a thoughtful, challenging and extremely well-written work that uses science fiction to explore complex philosophical and scientific ideas. It is well worth persevering through the opening section, with its unfamiliar vocabulary, and there is a glossary to help with all the witty neologisms scattered through the text. The highly readable prose carries the weight of ideas and, above all, it is a lot of fun to read.

To view an exclusive interview with Stephenson about this book, visit our sci-fi webpage: www.newscientist. com/article/dn14757

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Le ceneri di Gramsci

Non conosco personalmente Mario Dellacqua e so poco di lui (so che è un sindacalista, che è grosso modo mio coetaneo e che ha scritto alcune cose su alcuni protagonisti del sindacalismo italiano). Ma ho trovato questa sua lettera sulla rivista online di critica sociale Eguaglianza & Libertà (approfitto dell’occasione per segnalarvela).

Ne condivido in gran parte contenuti e argomentazioni, e quindi la riporto integralmente.

Ha baciato l’immagine di Gesù bambino e una statuetta di Santa Teresa. Non bastava la testimonianza di monsignor Luigi De Magistris, di don Giuseppe Della Vedova, di sua zia suor Piera Collino e di Giulio Andreotti. Si è aggiunto don Ennio Innocenti. E padre Virginio Rotondi, il gesuita che convertì anche Giuseppe Saragat e Curzio Malaparte, svela che il leader comunista non volle rimuovere il crocefisso dalle pareti della sua camera e chiese ad una suora di pregare per lui sentendosi vicino alla fine.

Subito dopo le clamorose rivelazioni, il mondo politico e giornalistico si è spaccato in due. Ma resta in ombra la parte meno nobile della polemica. Poco importa stabilire se ha ragione chi respinge con sdegno l’ipotesi della conversione o chi invece la afferma con entusiasmo. Importa notare che “Avvenire” gongola. Non perde un colpo. Non riesce a trattenere la soddisfazione per l’insano risarcimento: anche la più prestigiosa icona del comunismo italiano alla fine è tornata all’ovile del cattolicesimo.

Pertanto, noi altri anarchici, socialisti e comunisti, amanti del libero pensiero, ostili alla religione quando diventa vincolo e allo Stato quando diventa costrizione, dovremmo metterci l’anima in pace. Possiamo scorrazzare, durante la nostra esistenza terrena, nelle praterie ribelli della libertà contro l’autorità, dell’uguaglianza contro la proprietà, della trasgressione contro il dovere di obbedire e di stare dalla parte giusta (del più forte e del vincitore, si intende). Ma poveretti noi, la nostra traiettoria è inesorabilmente segnata. Al redde rationem del fatale appuntamento, siamo destinati a reclinare il capo e a gettarci tra le braccia paterne del Dio che non abbiamo scelto in vita. Dunque, abbiamo poco da fare i furbi. Verrà anche per noi il momento di consegnarci disarmati e di reclinare il capo.

È precisamente questa pretesa violenta di tenere tutti in pugno ad indignarmi, non l’accertamento della verità sugli ultimi atti di Gramsci o di tutti i condannati a morte. Mi indigna la crudele disinvoltura con cui si adopera la morte per scagliarla contro la vita, per imporre alle persone un’identità e un’appartenenza che non hanno voluto, per estendere la sovranità della propria fede anche su quelli che l’hanno rifiutata con la consapevolezza della loro scelta libera e discutibile. Certi ambienti ecclesiastici, certe correnti di opinione, certe gerarchie, certe istituzioni, certi partiti (anche di sinistra) pretendono troppo quando vogliono tutto, cioè reclutare forzosamente nelle proprie file anche i morti: ultimo ripugnante esempio l’on. Oliviero Diliberto, che ha arruolato dalla parte dell’arcobaleno Berlinguer e dalla parte dei comunisti Vittorio Foa.

Quando dialogano con i non credenti, i credenti dovrebbero rispettare la loro visione del mondo e della vita, non tradire la segreta persuasione che la morte arriverà a fare i conti con la loro libertà.

Ogni persona è ciò che ha fatto, pensato, scritto, lavorato, realizzato nelle sue opere. Volergli attribuire la propria fede scommettendo sul delirio degli agonizzanti è un atto che gli spiriti religiosi per primi dovrebbero rigettare. Proponeteci la luce della vostra fede, se ritenete che essa renda più acuta la vostra vista, ma fatelo in nome della vita e lasciate ai prepotenti la minaccia o il ricatto della morte.

Mario Dellacqua