Fino all’ultimo respiro

Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), 1960, di Jean-Luc Godard, con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg.

Visto molti anni fa, al cineforum, lo ricordavo come un capolavoro assoluto. Rivisto dopo molti anni, confermo: è un capolavoro assoluto. Di più: uno di quei film, che mentre lo vedi ti rendi conto che stai assistendo all’inizio di qualcosa. In particolare: la nouvelle vague del cinema francese. Ancora di più: al di là della sua importanza storica, è un film che ancora oggi sprizza felicità d’invenzione, originalità, stato di grazia degli interpreti.

Il soggetto è di François Truffaut (poche paginette, racconta la leggenda; la sceneggiatura fu sostanzialmente improvvisata giorno per giorno, durante le riprese). Girato in poche settimane nella tarda estate del 1959, il film è pieno di innovazioni tecniche: girato in gran parte all’aperto, per le strade di Parigi o in stanze d’albergo, con la macchina a spalla, a bassissimo costo. Ma non vi voglio tediare con i dettagli tecnici che trovate in qualunque storia del cinema.

Tra gli attori compaiono lo stesso Godard (che fa il delatore) e Jean-Pierre Melville (che interpreta Parvulesco, l’autore intervistato da Jean Seberg all’aeroporto di Orly; la parte doveva essere originariamente interpretata da Roberto Rossellini).

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg sono più che bravi, sono commoventi.

Se lo volete vedere con i vostri occhi, il film è integralmente disponibile su Google video.

Un luogo incerto

Vargas, Fred (2008). Un luogo incerto (Un lieu incertain). Torino: Einaudi. 2009.

Einaudi continua a pubblicare i romanzi di Fred Vargas e io continuo a leggerli e a parlarne sul blog (per le altre recensioni, potete usare la funzione “cerca” nella barra sinistra). Oltre a pubblicare i romanzi nuovi (questo è uscito in Francia l’anno scorso), Einaudi sta “recuperando” quelli che non aveva tradotto prima, quando la Vargas non era ancora un caso letterario: perciò, l’ordine della pubblicazione delle traduzioni in italiano non corrisponde alla cronologia delle opere di Fred Vargas (la bibliografia quasi completa – manca ovviamente questo! – l’ho messa qui).

Anche questo è un libro che ho letto volentieri (anzi divorato), anche se il meccanismo giallo è artificioso e la storia settecentesca dei vampiri serbi mi è sembrata un po’ posticcia. Ma ognuno è libero di avere le passioni che ha, e di viverle a modo suo, e non mi offendo se l’interesse della Vargas per le storie di vampiri è apparentemente diverso dal mio (di cui ho parlato più volte e soprattutto qui).

In realtà, mi dicevo leggendo, quello che mi dà piacere nella lettura dei romanzi della Vargas non è tanto l’intreccio (e per questo le perdono i difetti che ho sottolineato prima), quanto per le arguzie di cui sono costellati i dialoghi e le descrizioni. Insomma, non apprezzo tanto la struttura architettonica, quanto le decorazioni. Ecco la solita piccola antologia:

Adamsberg andò ad aprire la finestra, posò lo sguardo sulla cima dei tigli. Erano fioriti da quattro giorni, il loro profilo di tisana entrò insieme con la corrente d’aria. [p. 61]
Non resisto a spiegare perché, secondo me, questa frase è memorabile: perché ha il coraggio e l’acutezza di mettere in chiaro che, per noi abitanti delle città occidentali del XXI secolo, non è la tisana a profumare di tiglio, ma il tiglio a profumare di tisana!

– […] Senta, – continuò Lamarre gettandosi un’occhiata alle spalle, – perché il bar si chiama Le billard, visto che non sono né giocatori né tavoli da biliardo?
– E perché la Brasserie des Philosophes si chiama così, se dentro non c’è nemmeno un filosofo?
– Ma questo non ci dà la risposta, ci dà solo un’altra domanda.
– Spesso succede così, brigadiere. [pp. 1543-154]

A dimostrazione, pensò, che non è la qualità a produrre il puro piacere, ma il benessere non scontato, di qualunque cosa sia fatto. [p. 230]

– […] Torno sulla retta via che, come sai, non esiste e che per altro non è retta. [p. 368]
Ma anche: “Torno sulla retta via che, come sai, non è retta e che per altro non esiste”.

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