Prostitute

Per la prima volta sono stato estratto nel campione di un’indagine statistica nazionale. Un’esperienza interessante e un’indagine importante.

Ma un quesito mi ha veramente sconcertato. Nella sezione Sicurezza dei cittadini, mi si chiede:

Nella zona in cui abita, con che frequenza le capita di vedere […] prostitute in cerca di clienti?

Prostitute in cerca di clienti? E infatti, il degrado della zona in cui si abita è correlato (insieme al consumo e allo spaccio di droga, agli atti di vandalismo contro il bene pubblico e alla presenza di vagabondi, secondo il questionario che mi è stato somministrato) alla presenza di prostitute in cerca di clienti.

Ma certo. Abbiamo tutti in mente la situazione: macchine che procedono a passo d’uomo – a bordo mignottone felliniane scosciate, transessuali brasiliane, minorenni balcaniche, procaci nigeriane – che si accostano a qualsiasi uomo fermo ai bordi della strada o anche semplicemente alla fermata dell’autobus, o che cammina per i fatti suoi, e gli propongono prestazioni sessuali di ogni genere a pagamento, secondo un tariffario altrettanto variegato. Con un premium se rinuncia all’uso del preservativo, che tanto non offre protezione contro l’AIDS …

Fuor d’ironia, che non tutti apprezzano o comprendono. Il modo con cui si formulano le domande in un questionario statistico non è neutro, come gli addetti ai lavori sanno benissimo: determina il contesto (il frame, come direbbe George Lakoff) e per questa via influenza preventivamente il pensiero (e dunque la risposta) dell’intervistato.  Qui il messaggio è chiaro: sono le prostitute che cercano i clienti, e non i clienti (maschi) che cercano soddisfazione sessuale “senza cerniere” (come diceva Erica Jong in Paura di volare) e dunque sono disposti a pagare. Sono le prostitute che cercano clienti, e non – come vediamo quasi quotidianamente – i clienti a cercare attivamente (online, nelle case per appuntamenti, nei club privé e anche per strada) donne disposte a scambiare prestazioni sessuali per denaro. Con lo sgradevole effetto secondario, per strada, e dal momento che le prostitute sono sempre presunte tali (ci si affida a “segnali” ambigui come l’abbigliamento, il trucco, la zona eccetera), che spesso a essere importunate sono donne che non praticano questa professione. E, se permettete, questa è l’insicurezza sociale: per una donna, non potersi vestire e truccare come vuole senza correre il rischio di essere affiancate da un tizio in macchina che tira giù il finestrino e ti chiede “quanto vuoi?”, in genere precisando la prestazione sessuale richiesta.

Ecco, il questionario – spero involontariamente – ignora questa realtà e propone un quadro diverso: quello, appunto, in cui sono le prostitute a cercare (attivamente) i clienti e, di conseguenza, a costituire una parte del problema dell’insicurezza sociale percepita.

E non consente in alcun modo all’intervistato – tirannia delle “risposte chiuse” – di eccepire che, semmai, è l’ossessiva e diffusa presenza dei clienti a rendere impossibile a una donna, soprattutto se giovane o straniera o appena appena appariscente, di sentirsi sicura quando esce per strada.