24 giugno 1859 – Solferino e San Martino

Quando ero bambino io, le battaglie delle guerre d’indipendenza si studiavano come le litanie. Qualche accenno nel primo ciclo delle elementari. Poi di nuovo nel secondo. Poi ancora alle medie. Alla fine restava una specie di filastrocca: Monzambano Valeggio e Pastrengo. Curtatone e Montanara. Custoza. La fatal Novara. Magenta. E, appunto, San Martino e Solferino.

Le date si studiavano un po’ meno, o forse sono io che non le ricordo: curiosamente, ricordo un gita lì il 24 giugno 1961 (mi rimase molto impressa non per i luoghi risorgimentali, ma per la gita in sé e per sé, e per di più in macchina – una 600 – con uno zio adorato che mi viziava: su un rettilineo mi fece superare per la prima volta in vita mia i 100 all’ora proprio in quell’occasione), ma non mi pare sapessi allora che era l’anniversario della battaglia.

Né sapevo – ma questo la retorica risorgimentale non ce lo raccontava certo – che fu un’imponente carneficina. L’esercito austriaco era in fuga dopo la sconfitta di Magenta, l’imperatore Franceso Giuseppe (Cecco Beppe, nei racconti risorgimentali) aveva silurato il generale Gyulai (e qui mi riaffiora una canzone: “Bada Gyulai…” – ho trovato il testo, diverso da come lo ricordavo, e lo metto più sotto),  assunto personalmente il comando e ordinato un dietro-front per contrattaccare sul Chiese. Napoleone III e le truppe franco-piemontesi inseguivano ignare. I due eserciti si trovarono l’uno di fronte all’altro, entrambi sorpresi. Fu la battaglia dei record: il fronte si estendeva su oltre 15 km, i combattenti erano più di 200.000 (seconda battaglia ottocentesca per numero di partecipanti dopo quella napoleonica di Lipsia, nel 1813), durò dalle 12 alle 14 ore, lasciò sul campo 14.000 austriaci e 15.000 francesi e italiani (più che nella pur sanguinosa battaglia di Waterloo), 8.000 austriaci furono catturati (dall’altra parte, i prigionieri furono 2.000).

Difficile pensare a tutta questa ferocia percorrendo le bellissime colline moreniche del Garda, che non hanno nulla da invidiare ad altri e più celebri paesaggi collinari italiani.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Se guardaremm in cera
Coi bombol e i cannon.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettèm in caponera
A fa chicchirichì.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettaremm su l’era
A batt el formenton.