Educazione siberiana

Lilin, Nicolai (2009). Educazione siberiana. Torino: Einaudi. 2009.

Un romanzo autobiografico, o un’autobiografia romanzata, che si impone all’attenzione. L’autore è un giovane russo (è nato nel 1980), che vive in Italia e scrive in italiano.

Nicolai cresce a Bender, in Transnistria, unica città della regione a essere collocata sulla sponda destra del Dniestr e teatro, per la sua importanza strategica, della sanguinosa guerra del 1992. Nicolai all’epoca ha 12 anni. Ma Nicolai appartiene a una comunità siberiana, deportata a Bender in epoca staliniana, dedita ad attività criminali e governata da una propria legge. Questa è la sua “educazione siberiana”.

Difficile da definire, il libro ha pagine bellissime. Lo collocherei a metà strada tra il Bildungsroman criminale, una versione tragica e sanguinosa de I ragazzi della via Pál e Gomorra di Saviano. Con quest’ultimo, in particolare, ha in comune il taglio “antropologico”, la descizione di una comunità che vive di regole e tradizioni sue, diverse dalle nostre, terribili e anche ributtanti, ma coerenti al loro interno. Con la differenza che lo sguardo di Nicolai è ancora più “interno” di quello di Saviano.

Soprattutto, il libro fa scoprire un mondo a me del tutto sconosciuto e misterioso, quello delle comunità “nazionali” all’interno dell’ex impero sovietico, con radici e filoni che affondano nella storia della colonizzazione russa della Siberia (e del Caucaso, e dell’Asia centrale, e dell’Ucraina e della Moldavia), ulteriormente complicate dalle deportazioni di massa staliniane. Una realtà in cui, pare di capire, non c’è stato nessun melting pot, ma in cui al contrario culture e tradizioni si sono rimescolate mantenendo la loro identità come estrema forma di difesa dall’omologazione. E in cui la “criminalità onesta” è anche un’estrema forma di resistenza, che trova il suo spazio tra il totalitarismo irrazionale del sistema normativo (in cui l’omicidio è equiparato al dissenso e alla malattia mentale, e dunque non fa differenza quale norma si violi: il destino è sempre lo sterminato sistema carcerario) e l’inefficienza delle strutture dell’ordine costituito (che lascia quindi amplissimi spazi a strutture alternative di organizzazione sociale, anche all’interno delle carceri).

Le pagine più belle sono quelle sui tatuaggi, come iconografia e codice. Vorrei davvero saperne di più, impararne la lingua. Aspettiamo Lilin alla sua prossima prova.