Professione: reporter

Professione: reporter, 1975, di Michelangelo Antonioni, con Jack Nicholson e Maria Schneider.

È  considerato, direi a ragione, un Antonioni minore. Completa, nel 1975, la trilogia “straniera”, iniziata nel 1966 con Blow-Up e proseguito nel 1970 con Zabriskie Point (e questo dovrebbe bastare a far capire quanto Antonioni covasse i suoi film).

La storia non è certo originale: un reporter, trovando un compatriota morto d’infarto in una camera d’albergo nel Sahara, ne assume l’identità (a chi, dico io, non è capitato?). Come spesso accade, la storia è un pretesto che avanza lentamente, in genere in silenzio. E per fortuna, perché spesso i dialoghi tra Jack Nicholson e Maria Schneider sono un’insopportabile mistura di irrilevanti sciocchezze travestite da pensieri profondi.

Ma le immagini… Che cosa non sa raccontare Antonioni con le immagini…

Il film è quasi tutto racchiuso tra le sabbie mosse dal vento del Sahara e la polvere abbacinante mossa dal vento del sud della Spagna. Sabbia, polvere, biancore ti opprimono con un senso di morte che ti toglie quasi letteralmente il fiato. Tutto il resto non conta: la sensazione è che Nicholson abbia un appuntamento con il suo destino, come nella famosa canzone di Roberto Vecchioni.

[Oltre agli inutili dialoghi con la Schneider, c’è la Barcellona di Gaudì: un po’ scontato adesso, ma nel 1975 era patrimonio degli happy few. Io stesso sono andato a Barcellona nel 1982, portando come guida un numero speciale di Abitare o di Casa Vogue, e non ho avuto nessuna difficoltà a salire sulla Pedrera e passeggiare tra i comignoli; ho persino suonato a un campanello per visitare la casa di una comune mortale che ci abitava pressoché ignara dei fasti di Gaudì. Adesso è un museo militarizzato a pagamento.]

Il culmine (virtuosistico) del film è il lungo piano-sequenza che lo conclude. Sufficiente a collocare Professione: reporter nella storia del cinema.

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