Più equazioni, meno emozioni

DISCLAIMER: questo è il post di un vecchio pignolo puntiglioso e brontolone, irrimediabilmente e noiosamente razionalista.

Da una ventina di giorni, troneggiano nelle stazioni italiane (che sono costretto, controvoglia, a frequentare) dei grandi manifesti che fanno pubblicità alla nuova gamma Vespa. Nulla di particolarmente innovativo, anzi direi che siamo sul classico (qui sotto un esempio).

Insomma, niente a che vedere con la leggendaria campagna della fine degli anni ’60: vi ricordate?

Della campagna attuale, quello che a me irrita profondamente è il terzo manifesto, quello dedicato alla Vespa 50: un ragazzo e una ragazza si danno un bacio sotto la scritta “MENO EQUAZIONI PIÚ EMOZIONI”.

Pubblicità irresponsabile, sotto gli esami di maturità: chissà quante vittime ha fatto agli esami, quest’anno così più severi. Irresponsabile anche per il futuro dell’Italia, che spende molto meno della media europea per la ricerca scientifica (e, suppongo, più della media per gli scooter). Le competenze matematiche dei nostri studenti quindicenni (proprio quelli nell’età da Vespa) – secondo l’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta su un campione rappresentativo di 400.000 studenti quindicenni in 57 paesi – sono nettamente più basse di quelle della media OCSE (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 462, contro una media OCSE di 498). Se volete saperne di più, potete cominciare a documentarvi da qui.

So bene che le classifiche sono spesso criticate come irrilevanti, ma non mi sembra che questo sia il caso (stiamo parlando di una ricerca di un organismo internazionale importante, giunta ormai alla sua terza edizione, e seguita in Italia direttamente dall’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione). Ho ordinato la classifica per punteggio conseguito.

Taiwan-Cina 549
Finlandia 548
Corea 547
Hong Kong-Cina 547
Paesi Bassi 531
Svizzera 530
Canada 527
Liechtenstein 525
Macao-Cina 525
Giappone 523
Nuova Zelanda 522
Australia 520
Belgio 520
Estonia 515
Danimarca 513
Rep. Ceca 510
Islanda 506
Austria 505
Germania 504
Slovenia 504
Svezia 502
Irlanda 501
OCSE 498
Francia 496
Polonia 495
Regno Unito 495
Rep. Slovacca 492
Ungheria 491
Lussemburgo 490
Norvegia 490
Lettonia 486
Lituania 486
Spagna 480
Azerbaijan 476
Russia 476
Stati Uniti 474
Croazia 467
Portogallo 466
Italia 462
Grecia 459
Israele 442
Serbia 435
Uruguay 427
Turchia 424
Thailandia 417
Romania 415
Bulgaria 413
Cile 411
Messico 406
Montenegro 399
Indonesia 391
Giordania 384
Argentina 381
Brasile 370
Colombia 370
Tunisia 365
Qatar 318
Kyrgyzstan 311

I livelli di competenza sulla scala di matematica sono 6. Il primo attesta le competenze più elementari, il sesto le più elevate. Per quanto riguarda l’Italia, uno studente quindicenne su tre (per l’esattezza, il 32,8%) si colloca al di sotto del livello 2,  che attesta il minimo di competenza matematica in grado di consentire di confrontarsi in modo efficace con casi in cui la matematica è chiamata in causa in situazioni della vita quotidiana e lavorativa (nella media OCSE gli studenti a questo insufficiente livello di competenza sono il 21,3%). Per contro, soltanto il 6,3% degli studenti quindicenni italiani si colloca ai 2 livelli più elevati di competenza matematica (meno della metà della media OCSE, che si attesta al 13,3%).

Quindi, ragazzi, educatori, politici e pubblicitari: PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI. Del Vespino ne parliamo dopo.

E già che ci siamo, PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI, PIÚ RAZIONALITÀ MENO EMOZIONI anche nelle sc elte politiche, nel dibattito, nei mezzi di comunicazione.

PS: giacché se ne vantano pubblicamente nei CREDITS della campagna, esponiamoli al pubblico ludibrio questi signori:

CREDITS
Cliente: Gruppo Piaggio
Prodotto: Vespa
Responsabile Immagine e Pubblicità: Giuseppina Valente
Agenzia: TBWA\Italia
Titolo Campagna: Manifesto
Direttore Creativo Esecutivo: Geo Ceccarelli
Direttore Creativo Associato: Gina Ridenti
Art Director: Elena Pancotti
Copywriter: Lorenza Pellegri
Business Unit Director: Gabriele Carusi
Account Manager: Cabiria Granchelli
Account Executive: Filippo Miselli
Industrial Strange Head of tv Department: Alessandro Pancotti
Producer: Marianne Asciak
Fotografo: Adrian Samson
Centro Media: OMD
Mezzi: affissioni grandi stazioni
On air: 20 giugno 2009

Waste is Good – Scarcity vs. Abundance Management

Scarcity

Abundance

Rules

Everything is forbidden
unless it is permitted

Everything is permitted
unless it is forbidden

Social model

Paternalism
(«We know what’s best»)

Egalitarianism
(«You know what’s best»)

Profit plan

Business model

We’ll figure it out

Decision process

Top-down

Bottom-up

Organizational structure

Command and control

Out of control

Chris Anderson, su Wired 17.07

Qui tutto l’articolo.

(Dedicato ai vortici e allo stop management di tutte le organizzazioni con più di 15 persone)

Scarcity

Abundance

Rules

Everything is forbidden
unless it is permitted

Everything is permitted
unless it is forbidden

Social model

Paternalism
(«We know what’s best»)

Egalitarianism
(«You know what’s best»)

Profit plan

Business model

We’ll figure it out

Decision process

Top-down

Bottom-up

Organizational structure

Command and control

Out of control

Letame

“Concime organico prodotto dalla fermentazione degli escrementi del bestiame, mescolati con la paglia e le foglie secche che costituiscono la lettiera della stalla: spargere il letame negli orti. Per estensione: sporcizia, luridume: vivere nel letame. Figuratamente: corruzione morale, depravazione.” [De Mauro online]

Sull’etimologia c’è una certa concordanza di opinioni tra gli studiosi: il latino volgare lætamen sarebbe derivato dal verbo lætare (allietare) perché la concimazione rallegra i campi rendendoli fertili. Per onestà intellettuale, riporto anche l’opinione di altri, secondo i quali la parola deriverebbe dal celtico leter-am-en (in cui leter- significa paglia) che denota il letto di paglia posto sotto gli animali nella stalla  (da cui il francese litière e l’inglese litter). [In Lucchesia si dice letare per insudiciare di sterco, ma non c’entra nulla, perché deriva dal latino oletum, sterco umano].

Insomma, non c’è dubbio che la prima etimologia è molto più bella e, dato che tendo a credere che il bello è spesso anche vero (e viceversa), mi sembra anche più fondata. Anche perché l’idea che i campi lieti siano quelli fertili è ampiamente attestata nella letteratura latina. A cominciare dall’incipit del 1° libro delle Georgiche di Virgilio:

Quid faciat laetas segetes, quo sidere terram
vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis
conveniat, quae cura boum, qui cultus habendo
sit pecori, apibus quanta experientia parcis,
hinc canere incipiam. [Il corsivo è mio]

Lo stesso concetto lo riprende Columella, nel suo De re rustica, qualche decennio dopo:

XIII.[…] Nec tantum propter semina, quae sulcis aratri committuntur, verum etiam propter arbores ac virgulta, quae maiorem in modum laetantur eiusmodi alimento. Quare si est, ut videtur, agricolis utilissimum, diligentius de eo dicendum existimo, cum priscis auctoribus quamvis non omissa res, levi tamen admodum cura sit prodita.

XIV. Tria igitur stercoris genera sunt praecipue, quod ex avibus, quod ex hominibus, quod ex pecudibus confit. Avium primum habetur, quod ex columbariis egeritur. Deinde quod gallinae ceteraeque volucres edunt: exceptis tamen palustribus ac nantibus, ut anatis et anseris; nam id noxium quoque est. Maxime tamen columbinum probamus, quod modice sparsum terram fermentare comperimus. Secundum deinde, quod homines faciunt, si et aliis villae purgamentis immisceatur, quoniam ferventioris naturae est, et idcirco terram perurit. Aptior est tamen surculis hominis urina, quam sex mensibus passus veterascere si vitibus aut pomorum arboribus adhibeas, nullo alio magis fructus exuberat; nec solum ea res maiorem facit proventum, sed etiam saporem et odorem vini pomorumque reddit meliorem. Potest et vetus amurca, quae salem non habet, permixta huic commode frugiferas arbores et praecipue oleas rigare. Nam per se quoque adhibita multum iuvat. Sed usus utriusque maxime per hiemem est, et adhuc vere ante aestivos vapores, dum etiam vites et arbores oblaqueatae sunt. Tertium locum obtinet pecudum stercus, atque in eo quoque discrimen est: nam optimum existimatur, quod asinus facit; quoniam id animal lentissime mandit, ideoque facilius concoquit, et bene confectum atque idoneum protinus arvo fimum reddit. Post haec quae diximus, ovillum, et ab hoc caprinum est, mox ceterorum iumentorum armentorumque. Deterrimum ex omnibus suillum habetur. Quin etiam satis profuit cineris usus et favillae. Frutex vero lupini succisus optimi stercoris vim praebet. Nec ignoro, quoddam esse ruris genus, in quo neque pecora, neque aves haberi possint; attamen inertis est rustici eo quoque loco defici stercore. Licet enim quamlibet frondem, licet e vepribus et e viis compitisque congesta colligere; licet filicem sine iniuria vicini etiam cum officio decidere, et permiscere cum purgamentis cortis; licet depressa fossa, qualem stercori reponendo primo volumine fieri praecepimus, cinerem caenumque cloacarum et culmos ceteraque quae everruntur, in unum congerere. Sed eodem medio loco robustam materiam defigere convenit. Namque ea res serpentem noxiam latere in stercore prohibet. Haec ubi viduus pecudibus ager. Nam ubi greges quadrupedum versantur, quaedam cotidie, ut culina et caprile, quaedam pluviis diebus, ut bubilia et ovilia debent emundari. Ac si tantum frumentarius ager est, nihil refert genera stercoris separari; sin autem surculo et segetibus atque etiam pratis fundus est dispositus, generatim quodque reponendum est, sicut caprarum et avium. Reliqua deinde in praedictum locum concavum congerenda, et assiduo humore satianda sunt, ut herbarum semina culmis ceterisque rebus immixta putrescant. Aestivis deinde mensibus non aliter ac si repastines, totum sterquilinium rastris permisceri oportet, quo facilius putrescat et sit arvis idoneum. Parum autem diligentes existimo esse agricolas apud quos minores singulae pecudes tricenis diebus minus quam singulas itemque maiores denas vehes stercoris efficiunt, totidemque singuli homines, qui non solum ea purgamenta, quae ipsi corporibus edunt, sed et quae colluvies cortis et aedificii cotidie gignit, contrahere et congerere possunt. Illud quoque praecipiendum habeo, stercus omne quod tempestive repositum anno requieverit, segetibus esse maxime utile; nam et vires adhuc solidas habet, et herbas non creat; quanto autem vetustius sit, minus prodesse, quoniam minus valeat. Itaque pratis quam recentissimum debere inici, quod plus herbarum progeneret; idque mense Februario luna crescente fieri oportere. Nam ea quoque res aliquantum foeni fructum adiuvat. De cetero usus stercoris qualis in quaque re debeat esse, tum dicemus, cum singula persequemur.

XV. Interim qui frumentis arva praeparare volet, si autumno sementem facturus est, mense Septembri; si vere, qualibet hiemis parte modicos acervos luna decrescente disponat, ita ut plani loci iugerum duodeviginti, clivosi quattuor et viginti vehes stercoris teneant; et, ut paulo prius dixi, non antea dissipet cumulos, quam erit araturus. Si tamen aliqua causa tempestivam stercorationem facere prohibuerit, secunda ratio est, ante quam seras more seminantis ex aviariis pulverem stercoris per segetem spargere. Si et is non erit, caprinum manu iacere, atque ita terram sarculis permiscere. Ea res laetas segetes reddit. Nec ignorare colonos oportet, sicuti refrigescere agrum, qui non stercoretur, ita peruri, si nimium stercoretur; magisque conducere agricolae, frequenter id potius, quam immodice facere. Nec dubium quin aquosus ager maiorem eius copiam, siccus minorem desideret. Alter, quod assiduis humoribus rigens hoc adhibito regelatur; alter, quod per se tepens siccitatibus, hoc assumpto largiore, torretur; propter quod nec deesse ei talem materiam nec superesse oportet. Si tamen nullum genus stercoris suppetet, ei multum proderit fecisse, quod M. Columellam patruum meum doctissimum et diligentissimum agricolam saepenumero usurpasse memoria repeto, ut sabulosis locis cretam ingereret, cretosis ac nimium densis sabulum, atque ita non solum segetes laetas excitaret, verum etiam pulcherrimas vineas efficeret. Nam idem negabat stercus vitibus ingerendum, quod saporem vini corrumperet; melioremque censebat esse materiam vindemiis exuberandis, congesticiam vel de vepribus vel denique aliam quamlibet arcessitam et advectam humum. Iam vero et ego reor, si deficiatur omnibus rebus agricola, lupini certe expeditissimum praesidium non deesse; quod cum exili solo circa Idus Septembris sparserit et inaraverit, vim optimae stercorationis exhibebit. Succidi autem lupinum sabulosis locis oportet, cum secundum florem, rubricosis, cum tertium egerit. Illic dum tenerum est convertitur, ut celeriter ipsum putrescat, permisceaturque gracili solo; hic iam robustius, quod solidiores glaebas diutius sustineat et suspendat, ut eae solibus aestivis vaporatae resolvantur.

XVI. Atque haec arator exsequi poterit, si non solum, quae rettuli, genera pabulorum providerit, verum etiam copiam foeni, quo melius armenta tueatur, sine quibus terram commode moliri difficile est; et ideo necessarius ei cultus est etiam prati, cui veteres Romani primas in agricolatione tribuerunt. Nomen quoque indiderunt ab eo, quod protinus esset paratum, nec magnum laborem desideraret. M. quidem Porcius et illa commemoravit, quod nec tempestatibus affligeretur, ut aliae partes ruris, minimique sumptus egens, per omnes annos praeberet reditum, neque eum simplicem, cum etiam in pabulo non minus redderet, quam in foeno. Eius igitur animadvertimus duo genera, quorum alterum est siccaneum, alterum riguum. Laeto pinguique campo non desideratur influens rivus, meliusque habetur foenum, quod suapte natura succoso gignitur solo, quam quod irrigatum aquis elicitur, quae tamen sunt necessariae, si macies terrae postulat. Nam et in densa et resoluta humo quamvis exili pratum fieri potest, cum facultas irrigandi datur. Ac nec campus concavae positionis esse neque collis praeruptae debet; ille, ne collectam diutius contineat aquam; hic, ne statim praecipitem fundat. Potest tamen mediocriter acclivis, si aut pinguis est aut riguus ager, pratum fieri. At planities maxime talis probatur, quae exigue prona non patitur diutius imbres aut influentes rivos immorari, sed ut quis eam supervenit humor, lente prorepit. Itaque si palus in aliqua parte subsidens restagnat, sulcis derivanda est. Quippe aquarum abundantia atque penuria graminibus aeque est exitio.

XVII. Cultus autem pratorum magis curae quam laboris est. Primum, ne stirpes aut spinas validioris incrementi herbas inesse patiamur; atque alias ante hiemem, et per autumnum exstirpemus, ut rubos, virgulta, iuncos; alias per ver evellamus, ut intuba ac solstitiales spinas; ac neque suem velimus impasci, quoniam rostro suffodiat et cespites excitet; neque pecora maiora, nisi cum siccissimum solum est, quia udo demergunt ungulas, et atterunt scinduntque radices herbarum. Tum deinde macriora et pendula loca mense Februario luna crescente fimo iuvanda sunt. Omnesque lapides et siqua obiacent falcibus noxia, colligi debent, ac longius exportari, submittique pro natura locorum aut temporius aut serius. Sunt etiam quaedam prata situ vetustatis obducta, quibus mederi solent agricolae veteri eraso musco seminibusque de tabulato superiectis, vel ingesto stercore. Quorum neutrum tantum prodest, quantum si cinerem saepius ingeras. Ea res muscum enecat. Attamen pigriora sunt ista remedia, cum sit efficacissimum de integro locum exarare. Sed hoc, si prata accepimus, facere debemus. Sin autem nova fuerint instituenda, vel antiqua renovanda, (nam multa sunt, ut dixi, quae negligentia exolescant, et fiant sterilia) ea expedit interdum etiam frumenti causa exarare, quia talis ager post longam desidiam laetas segetes affert. Igitur eum locum, quem prato destinaverimus, aestate proscissum subactumque saepius per autumnum rapis vel napo vel etiam faba conseremus; insequente deinde anno, frumento; tertio diligenter arabimus, omnesque validiores herbas et rubos et arbores, quae interveniunt radicibus, exstirpabimus, nisi si fructus arbusti id facere nos prohibuerit. Deinde viciam permixtam seminibus foeni seremus. Tum glaebas sarculis resolvemus, et inducta crate coaequabimus, grumosque, quos ad versuram plerumque tractae faciunt crates, dissipabimus ita, <ut> necubi ferramentum foenisecis possit offendere. Sed eam viciam non convenit ante desecare, quam permaturuerit, et aliqua semina subiacenti solo iecerit. Tum foenisecas oportet inducere et desectam herbam religare et exportare; deinde locum rigare, si fuerit facultas aquae; si tamen terra densior est. Nam in resoluta humo non expedit inducere maiorem vim rivorum, prius quam conspissatum et herbis colligatum sit solum: quoniam impetus aquarum proluit terram, nudatisque radicibus gramina non patitur coalescere. Propter quod ne pecora quidem oportet teneris adhuc et subsidentibus pratis immittere, sed quotiens herba prosiluerit, falcibus desecare. Nam pecudes, ut ante iam dixi, molli solo infigunt ungulas, atque interruptas non sinunt herbarum radices serpere et condensari. Altero tamen anno minora pecora post foenisicia permittemus admitti, si modo siccitas et conditio loci patietur. Tertio deinde cum pratum solidius ac durius erit, poterit etiam maiores recipere pecudes. Sed in totum curandum est, ut secundum Favonii exortum mense Februario circa Idus immixtis seminibus foeni macriora loca et utique celsiora stercorentur. Nam editior clivus praebet etiam subiectis alimentum, cum superveniens imber aut manu rivus perductus succum stercoris in inferiorem partem secum trahit. Atque ideo fere prudentes agricolae etiam in aratis collem magis, quam vallem stercorant, quoniam, ut dixi, pluviae semper omnem pinguiorem materiam in ima deducunt. [Liber II, XIII-XVII – corsivi miei]

E, naturalmente, Fabrizio De Andrè:

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.


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La montagna sacra – Alejandro Jodorowsky

La montagna sacra (La montaña sagrada), 1973, di Alejandro Jodorowsky, con Alejandro Jodorowsky e Horácio Salinas.

Un orgia visiva, che alla fine mi ha lasciato freddo e un po’ deluso.

Sarà che a distanza di oltre 35 anni lo scandalo non dà più scandalo, sarà che anche sotto il profilo visivo siamo abituati a ben altra vividezza delle immagini, sarà che il surrealismo ha fatto il suo tempo e si è rivelato per quello che è (un’avanguardia piccolo-borghese con poca reale capacità eversiva), sarà che sono stufo di vedere film con reinterpretazioni di comodo e gratuitamente provocatorie delle immagini della cultura cattolica, sarà che la visionarietà di Jodorowsky si esprime meglio nei suoi fumetti … Per ognuno di questi aspetti sarei in grado di di citare almeno un altro film o un altro autore che ha fatto più e meglio di Jodorowsky …

Mah. Ieri sera, guardando il film, mi veniva da pensare: nani e ballerine ormai sono usciti dalla finzione cinematografica ed entrati nella cronaca politica italiana … Il surrealismo è diventato sottorealismo …

Eccovi il trailer (ma non ditemi poi che non via avevo avvertiti).

Se poi lo volete vedere tutto, lo trovate qui.

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Ships in the Night – Jack Bruce

Mi sono già interrogato altre volte su come nasce una canzone capolavoro (ancora non me la sento di cimentarmi con elucubrazioni su come nasca un capolavoro in generale). Me lo sono chiesto, ad esempio, a proposito di Grace di Jeff Buckley che, per quanto bravo, non ha mai fatto, né prima né dopo, una cosa così bella. Anche Two Step di Dave Matthews – che invece è un capitano di lungo corso con molta buona musica al suo attivo – è così: una supernova in una galassia di stelle di tutte le grandezze. la cui luminosità impallidisce in presenza di un brano dolce e trascinante.

Ancor più di Dave Matthews, Jack Bruce è un musicista di lunghissimo corso. Attivo dal 1962 (bassista del Blues Incorporated di Alexis Korner), è famoso soprattutto per essere stato il bassista, la voce e il compositore dei Cream, con Eric Clapton e Ginger Baker. Nei 2 anni in cui i Cream esistettero, Bruce scrisse brani come White Room e Sunshine of Your Love. Negli anni successivi, e fino a oggi, Jack Bruce ha inanellato collaborazioni e buona musica. Seguito da pochi fan e in una relativa oscurità. Ma per me questa Ships in the Night è una delle canzoni più belle e “classiche” che io conosca. La voce femminile è quella di Maggie Reilly e l’assolo di chitarra (bellissimo) che inizia intorno a 3’20” è di Eric Clapton (che suona insieme a Bruce anche in un altro paio di brani dell’album, SomethinELS, per la prima volta dopo gli anni dei Cream).

Ships in the night
Searching for day
Beckoning lips
So far away
Shadows adrift
Hiding from light
Ships in the night
Sometimes you feel
Then again you can’t
Morning comes down
Soon after the dance
Time slowly drowns
Streets so unreal
Needing to heal

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Into the rain
Again . . .
Ships in the night
Riding the waves
Yesterday slips
Into the haze
Memories ripped
Sliding from sight
Ships in the night

Maybe you win,
Maybe you lose
Future seems like
Just another ruse
Sirens invite
Us to begin
Come right on in

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Out of the sun
Into the rain
Again . . .

Questa è una versione dal vivo, incisa nel 1993. L’assolo di chitarra, che inizia intorno a 3’40”, più “sofferto” di quello della versione in studio ma (secondo me) altrettanto bello, è di David “Clem” Clempson (ex Colosseum e Humble Pie: ma qualcuno se ne ricorda ancora, di questi gruppi di blues-rock inglese? Forse Mauro Pagani e il suo amico Sonny …).

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The Origin of Wealth

Beinhocker, Eric D. (2006). The Origin of Wealth: Evolution, Complexity, and the Radical Remaking of Economics. Boston: The Harvard Business School Press. 2007.

L’autore lavora alla McKinsey e il libro è pubblicato dalla Business School della pur prestigiosa università di Harvard: abbastanza da far storcere il naso a un economista “puro e duro” (oddio…) come me. Ma una rapida scorsa all’indice è stata sufficiente a farmi correre il rischio, e non me ne sono pentito.

Beinhocker è fondamentalmente un divulgatore e – direi – un divulgatore bravo ed efficace. Il libro è molto documentato e, soprattutto nelle prime 3 parti, arriva al punto essenziale senza perdersi in prediche e raccomandazioni. Molte cadute, però, nella quarta e ultima parte.

Insomma, andiamo con ordine.

Partiamo dalle ambizioni che, come potete giudicare voi stessi, non sono per nulla modeste:

What is wealth? How is it created? And how can we create more of it for the benefit of individuals, businesses, and societies? In The Origin of Wealth, Eric Beinhocker provides provocative new answers to these fundamental questions.

Beinhocker surveys the cutting-edge ideas of economists and scientists and brings their work alive for a broad audience. These researchers, he explains, are revolutionizing economics by showing how the economy is an evolutionary system, much like a biological system. It is economic evolution that creates wealth and has taken us from the Stone Age to the $36.5 trillion global economy of today.

By better understanding economic evolution, Beinhocker writes, we can better understand how to create more wealth. The author shows how complexity economics is turning conventional wisdom on its head in areas ranging from business strategy and organizational design to investment strategy and public policy. As sweeping in scope as its title, The Origin of Wealth will rewire our thinking about the workings of the global economy and where it is going. [dalla quarta di copertina]

Per tre quarti del libro, per quanto elevate le ambizioni, le promesse sono sostanzialmente mantenute. Beinhocker parte da una constatazione: che la scienza economica, soprattutto all’epoca della formalizzazione neo-classica, è stata fortemente debitrice delle idee e degli strumenti della fisica classica, e soprattutto della termodinamica. Per questo è diventata una scienza dei sistemi in equilibrio, da una parte, e una scienza che osserva i fenomeni “macro”, dall’altra. Mancavano, semplicemente, gli strumenti matematici e il paradigma scientifico per operare diversamente. Secondo Beinhocker (e io sono, per quello che conta, molto d’accordo) l’approccio micro, basato sull’interazione di molti agenti e sull’affiorare di pattern emergenti, consente di esplorare più fruttuosamente le situazioni lontane dall’equilibrio, di raccordare in modo fondato il livello micro con quello macro e di consentire l’analisi di situazioni lontane dall’equilibrio (come peraltro sono quelle che si osservano nella realtà). E, sopprattutto, a spiegare con fondamento la crescita economica. Inevitabilmente, queste riflessioni portano a cercare le spiegazioni fondamentali dei fenomeni economici nel paradigma evoluzionistico.

La terza parte del volume, quella dedicata a corroborare la tesi “How Evolution Creates Wealth”, è la migliore del libro. La cosa importante, e assolutamente condivisibile (o, almeno, assolutamente condivisa da me) è questa: il rapporto tra teoria darwiniana dell’evoluzione biologica ed economia non è semplicemente metaforico, ma reale:

As mentioned earlier in the book, evolution and economics have a mutually intertwined history stretching back to Darwin’s time some 160 years ago. Although many of the great minds of economics, from Alfred Marshall to Friedrich Hayek, wrestled with incorporating evolution into economics, they were ultimately limited by two things. First, they struggled with trying to map an understanding of biological evolution onto economic evolution, raising questions as, What is the economic equivalent of a gene? Is a group of companies a population? What constitutes a parent and an offspring in economic systems? Often, these early efforts were just as guilty of metaphorical reasoning as Walras, Jevons, and the other Marginalists. Instead of biology, our starting point in part 3 will be the generic, algorithmic view of evolution that we just discussed. The claim of the modern algorithmic view of evolution is that evolutionary systems are a universal class with universal laws. We can then ask whether the economy is a part of that class and subject to those laws. If the answer is yes, then the economic and biological worlds are both members of that universal class. They may be very different in their implementations of the algorithm, and thus asking what a parent and an offspring are in economics may make no sense. Nionetheless, the two worlds are still subject to the same general laws of evolutionary systems, thus explaining the strong (pardon the metaphor) family resemblance. [pp. 216-217 – il corsivo è mio]

I capitoli in cui si articola la terza parte argomentano la tesi che l’economia si evolva applicando l’algoritmo darwiniano (variazione, selezione, replicazione) in modo piano e convincente, tanto da far venire voglia di utilizzarlo in un corso introduttivo di economia. Personalmente, ho trovato particolarmente interessante l’idea che il processo evolutivo in economia ricerchi “soluzioni” all’interno di 3 spazi (quello strettamente economico dei business plan, ma anche in quelli delle tecnologie fisiche e delle tecnologie sociali).

Purtroppo, nella quarta parte, dove Beinhocker cerca di tradurre le idee della terza in indicazioni operative per le imprese (“What It Means for Business and Society”), gli interessi dell’autore (che viene da una grande società di consulenza aziendale) smettono di coincidere con i miei e, per la verità, trovo i suggerimenti in materia di strategia, organizzazione, finanza e policy fastidiosamente predicatori (oltre che banali). Ma forse è un problema mio: in genere, quando mi imbatto nelle pompose omelie dei consulenti aziendali, smetto di leggere immediatamente, e qui mi sono sorbito 130 pagine francamente inutili nell’incredulità che un autore che aveva scritto tante cose interessanti nelle 300 pagine precedenti potesse propinarmi un lungo elenco di luoghi comuni e buonsenso (o poco più, o poco meno).

Nonostante questi difetti (ma forse sono troppo ingeneroso), questo resta un ottimo libro, e le due parti centrali sarebbero più che sufficienti a raccomandarne la lettura.

Se volete farlo in modo economico (non mi risulta che il libro sia stato tradotto in italiano), su Google Libri potete leggerlo sul vostro schermo (lo trovate qui).

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Foto di gruppo con chitarrista

Pagani, Mauro (2009). Foto di gruppo con chitarrista. Milano: Rizzoli. 2009.

È forte la tentazione di essere tranchant: Mauro Pagani è un grandissimo musicista. Non è un romanziere.

Ma forse Pagani e il libro meritano un po’ di più. Certo. La storia è abbastanza convenzionale e la scrittura, ancorché corretta, non ha grandi slanci. Però Pagani ha il coraggio di mettersi in gioco, e l’espediente narrativo di essere un comprimario della storia, anziché il protagonista, depone a suo favore: in fin dei conti, ci immaginiamo tutti che le rockstar (e Pagani lo è, o quanto meno lo è stata) siano smisuratamente narcisistiche.

Il romanzo racconta quasi esattamente un decennio, dall’inaugurazione della stagione della Scala il 7 dicembre 1969 ai funerali di Demetrio Stratos a metà giugno del 1979. In quegli anni, esclusi gli ultimi due e mezzo, ero anch’io a Milano. Certamente non ero una rockstar (anche se ero un frequentatore di concerti, e ne ricordo uno al Vigorelli in cui la PFM suonava prima di Emerson Lake & Palmer, e un altro nel 1973 a Milano Marittima in cui la PFM suonava presentata da Carlo Massarini). In parte, i ricordi di Mauro Pagani – di 6-7 anni più grande di me – coincidono con i miei. Ma in gran parte no, sia perché la differenza d’età a quell’età pesa e parecchio; sia perché, appunto, lui era un musicista dapprima e una rockstar subito dopo, e io uno studente di sinistra ma piuttosto studioso; sia perché, soprattutto, sospetto che Pagani si sia a tratti fatto prendere dalle licenze dell’epica. Ad esempio, tanto per pignoleggiare, a pagina 86, un amico del protagonista “cercava di intonare qualcosa che somigliava vagamente a Let it be.” È la notte del 10 dicembre 1969. Vabbè che il tipo era strafatto di acido, ma non mi risulta che tra gli effetti dell’LSD ci sia il dono della profezia: Let it be è stata pubblicata il 6 marzo 1970.

In definitiva. Una lettura piacevole, che però lascia poco. Un’occasione, per i miei coetanei milanesi, per qualche ricordo. Probabilmente sincero, ma non del tutto veritiero.

Ma a Mauro Pagani perdoniamo tutto, per aver fatto cose come questa (giusto per ricordare Demetrio Stratos, con cui Mauro Pagani stava per iniziare una collaborazione):

o questo:

o questo

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Professione: reporter

Professione: reporter, 1975, di Michelangelo Antonioni, con Jack Nicholson e Maria Schneider.

È  considerato, direi a ragione, un Antonioni minore. Completa, nel 1975, la trilogia “straniera”, iniziata nel 1966 con Blow-Up e proseguito nel 1970 con Zabriskie Point (e questo dovrebbe bastare a far capire quanto Antonioni covasse i suoi film).

La storia non è certo originale: un reporter, trovando un compatriota morto d’infarto in una camera d’albergo nel Sahara, ne assume l’identità (a chi, dico io, non è capitato?). Come spesso accade, la storia è un pretesto che avanza lentamente, in genere in silenzio. E per fortuna, perché spesso i dialoghi tra Jack Nicholson e Maria Schneider sono un’insopportabile mistura di irrilevanti sciocchezze travestite da pensieri profondi.

Ma le immagini… Che cosa non sa raccontare Antonioni con le immagini…

Il film è quasi tutto racchiuso tra le sabbie mosse dal vento del Sahara e la polvere abbacinante mossa dal vento del sud della Spagna. Sabbia, polvere, biancore ti opprimono con un senso di morte che ti toglie quasi letteralmente il fiato. Tutto il resto non conta: la sensazione è che Nicholson abbia un appuntamento con il suo destino, come nella famosa canzone di Roberto Vecchioni.

[Oltre agli inutili dialoghi con la Schneider, c’è la Barcellona di Gaudì: un po’ scontato adesso, ma nel 1975 era patrimonio degli happy few. Io stesso sono andato a Barcellona nel 1982, portando come guida un numero speciale di Abitare o di Casa Vogue, e non ho avuto nessuna difficoltà a salire sulla Pedrera e passeggiare tra i comignoli; ho persino suonato a un campanello per visitare la casa di una comune mortale che ci abitava pressoché ignara dei fasti di Gaudì. Adesso è un museo militarizzato a pagamento.]

Il culmine (virtuosistico) del film è il lungo piano-sequenza che lo conclude. Sufficiente a collocare Professione: reporter nella storia del cinema.

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Io la conoscevo bene

Io la conoscevo bene, 1965, di Antonio Pietrangeli, con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Robert Hoffmann, Jean-Claude Brialy, Mario Adorf, Franco Fabrizi, Enrico Maria Salerno, Turi Ferro e Franco Nero.

Il film è un capolavoro, e non sono certo il primo a dirlo. Stefania Sandrelli un miracolo di freschezza e di bravura (ed è anche bellissima): nemmeno questo lo scopro io per primo. In più, per me che ci abito e lo amo (anche se di un amore molto contrastato), il fascino dell’Eur di quegli anni.

Quello che fa più impressione, rivedendo il film in questi giorni, è come l’Italia di oggi ci fosse già tutta, almeno in nuce, nella ricerca del successo della bella Adriana. Soltanto che ai tempi di Adriana la strada era una sola, quella del cinema e delle sue starlette, e adesso invece abbiamo 7 televisioni nazionali, moltissime emittenti locali, decine di riviste dedicate al gossip, veline, meteorine, letterine, letteronze e così via. Facile vedere il film e indignarsi, non solo per la sorte di Adriana, ma anche per quella sua capacità di farsi scorrere tutto sulla pelle, perché niente è poi importante, se non difendere un’apparenza di rispettabilità.

Oggi un’esperienza singolare, da segnare a parte. Incontrata Milena, ragazza bella e eccitante. […] Il fatto è che le va tutto bene, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente; eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni, zero; morale, nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana. […] Per lei, ieri e domani non esistono. Non vive neppure giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto… prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività… per il resto… è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai. [lo scrittore, interpretato da Joachim Fuchsberger]

Ma Adriana non è una deficiente, è una vittima; ma una vittima coerente con se stessa fino alla fine, a suo modo consapevole, tutt’altro che sprovveduta e incapace di autocoscienza (alla frase precedente, che trova su un foglio inserito nella macchina da scrivere dello scrittore, risponde: “Milena sono io, vero? Sono così… una specie di deficiente?”).

Basta cambiare il finale per avere un’opinione diversa sulla storia di Adriana e su quelle delle protagoniste delle vicende d’oggi? Se Adriana avesse poi raggiunto il successo, come succederebbe nel remake hollywoodiano, ce ne usciremmo dal cinema sorridenti invece che turbati? E se una velina di successo, invece di incontrare un calciatore o un presidente che la copre di gioielli si buttasse dalla finestra con chi ce la piglieremmo? Con lei, vaccinata e maggiorenne (o magari minorenne “legale”)? Con un malfunzionamento del patronage (eh già, perché che altro sono, secondo i criteri di oggi, gli ambigui Cianfanna e Roberto)?

Certo, Pietrangeli (e Scola, e Maccari): moralisti. Si indignano. Ma possono farlo soltanto perché quell’Italia di allora  sembrava (a loro e agli spettatori) un’Italia marginale, rispetto a quella degli emigranti e dei lavoratori. La commedia all’italiana ce l’additava moralisticamente come una deviazione minoritaria, della Roma borghese corrotta e dei suoi parassiti e tirapiedi. E invece è quello, mi pare, il modello che ha vinto. Ed è chi cerca di lavorare seriamente che viene additato al disprezzo, e il moralista ci fa la figura del coglione (“Maddài, non sarai un moralista!”).