Freedom

Berlusconi, 13 gennaio 2010:

Mi attaccano sul piano politico e, lo vedete, sul piano giudiziario le aggressioni sono parificabili a quelle di piazza del Duomo, se non peggio.

Ho letto stamattina su alcuni giornali che serviva un ‘blocca-processi’. Io dico invece che servirebbe un decreto blocca-calunnie… [con buona pace, suppongo, della libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione].

E allora, quando ce vò ce vò. Torniamo all’inizio di Woodstock, 50 anni fa…

Una fuga? Magari si potesse!

7 seconds

Nel remoto 1994, 16 anni fa (quando già Berlusconi prometteva la riforma fiscale con 2 aliquote entro la fine dell’anno, a beneficio dei suoi elettori) una canzone di Youssou N’Dour (senegalese) e Neneh Cherry (figlia del trombettista Don Cherry e svedese di cittadinanza, anche se piuttosto “abbronzata” anche lei) portavano questa canzone per settimane in cima alle classifiche di tutto il mondo: 1ª in Francia Svizzera e Italia (sì, anche in Italia!), 2ª nei Paesi Bassi, 3ª in Australia Irlanda Regno Unito Austria Germania Polonia, 4ª in Norvegia …

La canzone è bella e orecchiabile, e questo basterebbe a spiegarne il successo. Ma è il testo – cantato in wolof inglese e francese – ad attirare oggi la mia attenzione: è un po’ ermetico, ma ci pensa la stessa Neneh Cherry a chiarirne il messaggio: « “7 Seconds” parla dei primi 7 secondi positivi nella vita di un bambino appena nato che non conosce ancora i problemi e la violenza nel nostro mondo. »

Boul ma sene, boul ma guiss madi re nga fokni mane
Khamouma li neka thi sama souf ak thi guinaw
Beugouma kouma khol oaldine yaw li neka si yaw
Mo ne si man, li ne si mane moye dilene diapale

Roughneck and rudeness,
We should be using, on the ones who practice wicked charms
For the sword and the stone
Bad to the bone
Battle is not over
Even when it’s won
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in

It’s not a second
But 7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
I’ll be waiting
I’ll be waiting

J’assume les raisons qui nous poussent de changer tout,
J’aimerais qu’on oublie leur couleur pour qu’ils esperent
Beaucoup de sentiments de race qui font qu’ils desesperent
Je veux les portes grandements ouvertes,
Des amis pour parler de leur peine, de leur joie
Pour qu’ils leur filent des infos qui ne divisent pas
Changer

7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay

I’ll be waiting
I’ll be waiting
I’ll be waiting

And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in
And there’s a million voices
And there’s a million voices
To tell you what she should be thinking
So you better sober up for just a second

7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

Il video è stato diretto e girato in bianco e nero e da Stéphane Sednaoui. Sony ha tolto la possibilità di incorporare il video (lo potete comunque ascoltare qui): ma una cosa, una volta pubblicata sul web, c’è per sempre!

Avanti arditi (ma anche: Cattivi maestri)

Penso che l’articolo di Alessandro Robecchi su il Manifesto di oggi meriti la massima diffusione (e un’attenta riflessione).



VOI SIETE QUI

Avanti arditi!

Alessandro Robecchi

A Rosarno hanno fatto tesoro delle indicazioni del ministro dell’interno. Disse Maroni il primo febbraio 2009: «Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi, determinati». Ora suppongo che le squadracce di Rosarno si siano riunite, prima delle loro azioni. Siamo nel giusto?, si saranno chiesti gli arditi degli agrari. Poi, ricordate le parole del ministro, chissà, si saranno sentiti meglio. «Cattivi e determinati», ha detto lui. «La gente imbraccia i fucili», scrive il Corriere della Sera. Non fa una piega, e la prossima volta che qualcuno ci fa la solita lezioncina sui cattivi maestri sarà bene ricordarsene. Del resto, il ministro dell’Interno ha più volte ribadito il concetto. Disse a Pontida: «Noi vogliamo consentire ai cittadini di partecipare. Le abbiamo chiamate associazioni di volontari per la sicurezza. Ci hanno risposto che vogliamo le ronde. Ebbene sì, vogliamo le ronde! Chiamiamole col loro nome, non abbiamo paura delle parole». Ebbene sì, hanno detto anche a Rosarno. Ma anche noi siamo gente concreta, che non ha paura delle parole, e sappiamo chiamare le cose con il loro nome. Questa in italiano si chiama istigazione (traduco: istigasiùn).
Del resto il partito del ministro dell’interno ha tra le sue fila alcuni condannati per istigazione all’odio razziale, e questo rende come minimo inopportuno che quel ministero sia affidato alla Lega. Che poi i padani al governo vogliano difendere i cittadini calabresi è davvero strabiliante, visto il loro rispetto per la gente del sud. «Senti che puzza scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani», canta allegramente un deputato europeo leghista, tale Salvini, immortalato per i posteri (e i napoletani) su YouTube. Insomma, il linguaggio è da squadristi, gli arditi sul campo fanno parlare il sor randello, gli agrari e i terratenientes festeggiano la lezione impartita agli schiavi. Vi ricorda qualcosa? Mavalà! Benvenuti negli anni Dieci.

Per chi si fosse perso il clip di Salvini, eccolo qui:

Men of Good Fortune

Una canzone triste per un giorno di pioggia, di malessere fisico e di malumore cosmico.” The rich son waits for his father to die, the poor just drink and cry. And me, I just don’t care at all.”

Questa versione è tratta dali concerti berlinesi del 2006, in cui Lou Reed eseguì per la prima volta dal vivo il famoso album Berlin del 1973. I concerti sono anche un film di Julian Schnabel, che trovate qui (il sito, non il film: il film ve lo dovete comprare…).

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

The rich son waits for his father to die
the poor just drink and cry
And me, I just don’t care at all

Men of good fortune
very often can’t do a thing
While men of poor beginnings
often can do anything

At heart they try to act like a man
handle things the best way they can
They have no rich, daddy to fall back on

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

It takes money to make money they say
look at the Fords, but didn’t they start that way
Anyway, it makes no difference to me

Men of good fortune
often wish that they could die
While men of poor beginnings
want what they have and to get it they’ll die

All those great things that life has to give
they wanna have money and live
But me, I just don’t care at all

Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings

A Christmas Carol

A Christmas Carol (2009), di Robert Zemeckis, con Jim Carrey.

Bah!  Humbug!

Pessimo film (e io che vado al cinema così di rado). Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait? Dice il saggio: It doesn’t mean you should just because you can.

Insomma – senza parlare di Carl Barks (di cui pure ci sarebbe da parlare a lungo) – c’era il cartone disneyano del 1983.

C’è anche questa bella versione del 1971, dell’inglese Richard Williams.

Anche se per me la cosa migliore resta rileggersi il classico di Charles Dickens, magari in inglese per fare un po’ d’esercizio.

L’anno dei dodici inverni reloaded

Un piccolo supplemento alla recensione di qualche giorno fa.

Intanto, anche senza rivelare troppo della vicenda, mi sembra di un certo interesse far notare che il romanzo può essere interpretato come il tentativo di dare una risposta all’interrogativo che in molti – penso – ci siamo posti al momento di un innamoramento tardivo: “Che cosa sarebbe stato della mia vita se ti avessi incontrato all’uscita di un giorno di scuola ai tempi del liceo?”.

Certo, una volta che ammetti che puoi viaggiare nel tempo, tutto diventa possibile. Ad esempio, rivivere l’amore di un’estate:

L’amore era quello. Era un gioco da ragazzi, un disegno privo di profondità. Uno scarabocchio colorato, rispetto alla complessa trama di un amore vero, al profondo chiaroscuro di un rapporto coniugale. Eppure era amore. [p. 23]

Ma anche – Avoledo non è uomo semplice – l’omaggio alla persistenza dell’amore (il profondo chiaroscuro del rapporto coniugale, appunto):

Ci abbracciammo sulla soglia. La stringo a me come se temessi di vederla sparire. Sento le lacrime sulle mie guance, ma non saprei dire se siano lacrime piante in questo tempo o nell’altro. Non ha importanza, non ne ha, perché alle mie si uniscono altre lacrime, le sue, e il nostro abbraccio diventa un nodo stretto per sempre, un nodo che niente e nessuno potrà più sciogliere. [p. 353]

Certo, nessuno potrà scioglierlo, soprattutto se lei non verrà mai a sapere che lui si è beatamente vissuto una storia intensa e distruttiva in un’altra dimensione temporale.

Perché questa è la cosa incredibile, dei viaggi nel tempo. Lo chiamano “paradosso del transito”. Fa sì che il viaggiatore che cambia il corso del tempo sia l’unica persona a ricordare il passato, il mondo com’era prima del suo intervento. Per gli altri il mondo nuovo, il mondo che lui ha creato modificando gli eventi del passato, è sempre stato così. Nessun altro si rende conto della differenza. [pp. 353-354]

Avoledo cita molte poesie, note e meno note. Una è Una notte di Constantinos Kavafis:

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!)
nella casa solinga inebriare.

Avoledo la pubblica in questa traduzione in endecasillabi, di cui m’è ignoto l’autore. Io ho quella di Nelo Risi e Margherita Dalmàti [Kavafis, Constantinos. Settantacinque poesie. Torino: Einaudi. 1992. pp. 138-139], che mi sembra molto più bella:

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(Ha proprio ragione Hofstadter, quanta differenza può fare una traduzione!)

La seconda poesia è di Thomas Stearns Eliot, nella traduzione di Eugenio Montale [Montale, Eugenio. Tutte le poesie. Milano: Mondadori. 1990. p. 880]

Signora, tre bianchi leopardi giacevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, s’eran saziati
sulle mie gambe il cuore il fegato e ciò che parte era stato
del mio cranio. E Dio disse:
Vivranno queste ossa? Queste ossa
vivranno? E ciò che parte era stato contenuto
dell’ossa (che già secche erano) susurrò:
per la bontà di questa Signora,
per la sua grazia e perché
in meditazione ella onora la Vergine,
rifulgiamo di splendore.

La poesia di Eliot è intitolata Ash Wednesday (Montale traduce soltanto l’incipit della seconda parte):

Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness.

Il testo completo (e vi raccomando di andarlo a leggere) lo trovate qui.

Did You Know?

[Ringraziando l’amico che me l’ha segnalato.]