Men of Good Fortune

Una canzone triste per un giorno di pioggia, di malessere fisico e di malumore cosmico.” The rich son waits for his father to die, the poor just drink and cry. And me, I just don’t care at all.”

Questa versione è tratta dali concerti berlinesi del 2006, in cui Lou Reed eseguì per la prima volta dal vivo il famoso album Berlin del 1973. I concerti sono anche un film di Julian Schnabel, che trovate qui (il sito, non il film: il film ve lo dovete comprare…).

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

The rich son waits for his father to die
the poor just drink and cry
And me, I just don’t care at all

Men of good fortune
very often can’t do a thing
While men of poor beginnings
often can do anything

At heart they try to act like a man
handle things the best way they can
They have no rich, daddy to fall back on

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

It takes money to make money they say
look at the Fords, but didn’t they start that way
Anyway, it makes no difference to me

Men of good fortune
often wish that they could die
While men of poor beginnings
want what they have and to get it they’ll die

All those great things that life has to give
they wanna have money and live
But me, I just don’t care at all

Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings

A Christmas Carol

A Christmas Carol (2009), di Robert Zemeckis, con Jim Carrey.

Bah!  Humbug!

Pessimo film (e io che vado al cinema così di rado). Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait? Dice il saggio: It doesn’t mean you should just because you can.

Insomma – senza parlare di Carl Barks (di cui pure ci sarebbe da parlare a lungo) – c’era il cartone disneyano del 1983.

C’è anche questa bella versione del 1971, dell’inglese Richard Williams.

Anche se per me la cosa migliore resta rileggersi il classico di Charles Dickens, magari in inglese per fare un po’ d’esercizio.

L’anno dei dodici inverni reloaded

Un piccolo supplemento alla recensione di qualche giorno fa.

Intanto, anche senza rivelare troppo della vicenda, mi sembra di un certo interesse far notare che il romanzo può essere interpretato come il tentativo di dare una risposta all’interrogativo che in molti – penso – ci siamo posti al momento di un innamoramento tardivo: “Che cosa sarebbe stato della mia vita se ti avessi incontrato all’uscita di un giorno di scuola ai tempi del liceo?”.

Certo, una volta che ammetti che puoi viaggiare nel tempo, tutto diventa possibile. Ad esempio, rivivere l’amore di un’estate:

L’amore era quello. Era un gioco da ragazzi, un disegno privo di profondità. Uno scarabocchio colorato, rispetto alla complessa trama di un amore vero, al profondo chiaroscuro di un rapporto coniugale. Eppure era amore. [p. 23]

Ma anche – Avoledo non è uomo semplice – l’omaggio alla persistenza dell’amore (il profondo chiaroscuro del rapporto coniugale, appunto):

Ci abbracciammo sulla soglia. La stringo a me come se temessi di vederla sparire. Sento le lacrime sulle mie guance, ma non saprei dire se siano lacrime piante in questo tempo o nell’altro. Non ha importanza, non ne ha, perché alle mie si uniscono altre lacrime, le sue, e il nostro abbraccio diventa un nodo stretto per sempre, un nodo che niente e nessuno potrà più sciogliere. [p. 353]

Certo, nessuno potrà scioglierlo, soprattutto se lei non verrà mai a sapere che lui si è beatamente vissuto una storia intensa e distruttiva in un’altra dimensione temporale.

Perché questa è la cosa incredibile, dei viaggi nel tempo. Lo chiamano “paradosso del transito”. Fa sì che il viaggiatore che cambia il corso del tempo sia l’unica persona a ricordare il passato, il mondo com’era prima del suo intervento. Per gli altri il mondo nuovo, il mondo che lui ha creato modificando gli eventi del passato, è sempre stato così. Nessun altro si rende conto della differenza. [pp. 353-354]

Avoledo cita molte poesie, note e meno note. Una è Una notte di Constantinos Kavafis:

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!)
nella casa solinga inebriare.

Avoledo la pubblica in questa traduzione in endecasillabi, di cui m’è ignoto l’autore. Io ho quella di Nelo Risi e Margherita Dalmàti [Kavafis, Constantinos. Settantacinque poesie. Torino: Einaudi. 1992. pp. 138-139], che mi sembra molto più bella:

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(Ha proprio ragione Hofstadter, quanta differenza può fare una traduzione!)

La seconda poesia è di Thomas Stearns Eliot, nella traduzione di Eugenio Montale [Montale, Eugenio. Tutte le poesie. Milano: Mondadori. 1990. p. 880]

Signora, tre bianchi leopardi giacevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, s’eran saziati
sulle mie gambe il cuore il fegato e ciò che parte era stato
del mio cranio. E Dio disse:
Vivranno queste ossa? Queste ossa
vivranno? E ciò che parte era stato contenuto
dell’ossa (che già secche erano) susurrò:
per la bontà di questa Signora,
per la sua grazia e perché
in meditazione ella onora la Vergine,
rifulgiamo di splendore.

La poesia di Eliot è intitolata Ash Wednesday (Montale traduce soltanto l’incipit della seconda parte):

Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness.

Il testo completo (e vi raccomando di andarlo a leggere) lo trovate qui.

Did You Know?

[Ringraziando l’amico che me l’ha segnalato.]

L’anno dei dodici inverni

Avoledo, Tullio (2009). L’anno dei dodici inverni. Torino: Einaudi. 2009.

Ho parlato più volte di Tullio Avoledo, un autore italiano che mi piace. I suoi libri tendo a divorarli, sia perché in genere ti “prendono” dalle prime pagine, sia perché Avoledo ha quella che si usa chiamare “grande facilità di scrittura”. Ma, spesso, sono rimasto deluso dalla sua capacità di chiudere le storie che ha intessuto.

Tullio Avoledo ha più di un registro.

Ne ha uno – quello per il quale l’abbiamo conosciuto con L’elenco telefonico di Atlantide che ho definito “satirico” recensendo Breve storia di lunghi tradimenti. Nei romanzi di questo registro (ci metterei anche Lo stato dell’unione e Mare di Bering), la storia è sostanzialmente sempre la stessa, come ho già scritto: “il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro).”

Il secondo registro è quello di Tre sono le cose misteriose: lo stile e molti degli ingredienti e delle inquietudini del “primo” Avoledo sono messi al servizio di una storia più impegnata (qui si parla di giustizia penale internazionale e di crimini contro l’umanità e la leggerezza brillante cui Avoledo ci aveva abituati lascia spazio a una scrittura a tratti più faticosa e non sempre risolta).

La ragazza di Vajont era, a mio parere, una sintesi dei due registri che toccava i vertici del capolavoro. Il tema restava alto, ma era trattato all’interno di una vicenda e di una scrittura nervosa e leggera, in cui non sentivi mai la stanchezza della lettura, in cui non c’erano parti di “bassa marea” nella narrazione. I temi erano veramente inquietanti e attuali, quelli di un fascismo nuovo che aveva preso il potere prima che ce ne fossimo potuti nemmeno rendere conto, senza che potessimo nemmeno abbozzare una reazione o una resistenza. In più, elementi di fantascienza, di ucronia, di giustificata paranoia e di riflessione sull’ergodicità per nulla gratuiti, ma assolutamente giustificati ed essenziali allo svolgimento della storia.

L’anno dei dodici inverni continua su questa strada – almeno in parte: come era già avvenuto con il “ciclo” Atlantide-Unione-Bering-Tradimenti, Avoledo evidentemente fatica a chiudere in un solo romanzo o in una sola narrazione un nodo di temi che gli sta a cuore. Soltanto che qui il capolavoro non è riuscito. Qui il debito con Philip K. Dick (evidentemente uno dei numi tutelari di Avoledo) è pagato esplicitamente, e i temi della paranoia, dell’ucronia, dell’ergodicità, della controstoria sono tutti sviluppati. Ma la maionese impazzisce. Lo si capisce dalle prime pagine, quando il racconto non ci cattura come ci eravamo abituati a esserlo: si procede con fatica, il tono è discontinuo (l’artificio dei capitoli in tondo e in corsivo non salva l’autore!), i personaggi non decollano, le tre parti della storia restano macchinose come una scenografia teatrale…

Avrei dovuto capirlo dalla copertina, veramente brutta.

Un libro da leggere, comunque, sulla stima. Aspettando Avoledo a una prova migliore.

Tre sono le cose misteriose

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