Thomas Mann – La montagna magica [reprise]

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Qualche citazione tra quelle che mi hanno fatto pensare o divagare o sognare e delirare con Hans Castorp:

– Che cos’era dunque la vita? Era calore, il calore prodotto da un fenomeno che non aveva sostanza ma conservava la forma, una febbre della materia che accompagnava il processo incessante di dissoluzione e ricomposizione di molecole di albumina strutturate in maniera incredibilmente intricata e incredibilmente ingegnosa. Era l’essere di ciò che in verità era impossibilitato a essere, di ciò che solo in questo processo intricato e febbrile di disgregazione e rinnovamento, con lo sforzo dolce e doloroso ma esatto, si trovava in bilico sul crinale dell’essere. […] Ma pur se immateriale, era sensuale fino al piacere e al disgusto, l’impudenza della materia diventata eccitabile, sensibile a se stessa, la forma lasciva dell’essere. Era un’eccitazione segreta e voluttuosa nella fredda castità del tutto, un’impurità libidinosa e furtiva fatta di assunzione ed evacuazione del nutrimento, alito escretorio di acido carbonico e cattive sostanze, di natura e provenienze misteriose. Era il proliferare, il dispiegarsi e il prender forma di quel turgore fatto d’acqua, albumina, sale e grassi che fu chiamato carne, reso possibile dall’ipercompensazione della sua instabilità e costretto in leggi di formazione congenite, il quale si rendeva forma, nobile immagine, bellezza, restando comunque la quintessenza della sensualità e della bramosia. […]
Al giovane Hans Castorp, che sopra la valle scintillante riposava nel calore del suo corpo protetto dalla pelliccia e dalla lana, apparve, nella gelida notte rischiarata dal lume del morto astro, l’immagine della vita. Gli si mostrò, fluttuante, da qualche parte nello spazio, lontana eppure tangibile, la carne, il corpo biancastro e opaco, esalante vapore, vischioso, la pelle con tutte le impurità e le imperfezioni della sua natura, chiazze, papille, macule gialle, screpolature e zone umide e squamose, ricoperte dalle tenere e vorticose correnti della rudimentale lanuginosa peluria. Separata dal freddo della materia inanimata, avvolta nella sua sfera di vapori, quell’immagine si posò indolente, col capo incoronato da qualcosa di fresco, ispido e pigmentato che era un prodotto della sua stessa pelle, le mani intrecciate dietro la nuca, e con le palpebre abbassate guardò l’osservatore con occhi che una speciale varietà della conformazione della palpebra faceva apparire un po’ obliqui, le labbra semiaperte e appena sollevate, il corpo poggiato su una gamba sola così che l’osso iliaco sporgeva nettamente sotto la carne, mentre il ginocchio della gamba rilassata, leggermente piegato, col piede puntato sulle dita, si appoggiava contro la parte interna di quello gravato dal peso. Stava così, in piedi, voltata e sorridente, poggiata con grazia, i gomiti splendenti aperti e protesi in avanti, nell’armoniosa simmetria delle sue membra, dei segni del suo corpo. All’oscurità delle cavità ascellari dall’odore pungente corrispondeva, in un mistico triangolo, la notte del grembo, così come agli occhi corrispondeva il rosso epiteliale della bocca semiaperta e ai rossi boccioli del petto l’ombelico verticalmente allungato. [pp. 405-406]

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Nascita di Venere (1879)
wikipedia.org

Secondo la dottrina e la regola del fondatore e primo generale dell’Ordine, lo spagnolo Loyola, si spingevano oltre, rendevano un servizio più splendido di tutti coloro che agivano solamente in base al buon senso. Costoro compivano la loro opera «ex supererogatione», al di là del dovuto, in quanto non solo resistevano in tutto e per tutto all’insorgere della carne («rebellioni carnis»), cosa che ogni intelletto umano mediamente sano dovrebbe fare, ma lottavano altresì contro le inclinazioni dei sensi, dell’egoismo e dell’amore mondano anche in circostanze generalmente ammesse. [p. 660]

Giacché, aggiunse, la religione non ha nulla a che fare con la vita. La vita poggia su determinazioni e fondamenti che in parte riguardano la teoria della conoscenza e in parte la sfera della morale. I primi si chiamano tempo, spazio e causalità, i secondi moralità e ragione. Tutte queste cose sono non soltanto estranee e indifferenti alla religione, ma addirittura a essa contrapposte e ostili; giacché sono loro a costituire la vita […] [p. 681]

Hans Castorp scoprì che un’abilità di cui si sente l’intimo bisogno si acquisisce in fretta. [p. 700]

«[…] Proporrei di ricordare in termini generali il divieto relativo al diverbio in oggetto e, per il resto, di chiudere un occhio.»
«Certo che lo chiudo. A furia di chiudere occhi mi verrà un blefarospasmo. […]» [p. 740]

«[…] Emina dunque, figlia mia, stammi a sentire, un po’ di pane, mia diletta. Alt! Un momento! Non voglio che tra noi si insinui un malinteso! Vedo dal tuo viso piuttosto grande che questo pericolo … pane, Renzina, ma non cotto al forno … di quello ne abbiamo in abbondanza e in tutte le forme. Distillato, angelo mio. Pane di Dio, pane trasparente, piccolo vezzeggiativo, che possa ristorarci. Non so se il significato di questa parola ti è … proporrei di sostituirla con “cordiale” se ancora una volta non si corresse il pericolo di banalizzare con superficialità … […] Un gin, mia diletta! … Per farmi contento, questo volevo dire. Un gin di Schiedam, Emerenzina. Spicciati e portamene uno!» [p. 819. Le note, a p. 1320, oltre ad accennare alla storia del genever di Schiedam, tracciano un interessante nesso tra questa scena a chiave e i misteri eleusini]

«[…] Sacre esigenze della vita, che è femmina […]» [p. 819. Ancora una volta, per capire il riferimento di Peeperkorn, occorre andare alla nota di p. 1325: “Peeperkorn pronuncia una massima che deriva dall’aforisma 339 della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche intitolato Vita femina: «Voglio dire che il mondo è stracolmo di cose belle, ma che ciò nonostante è povero, molto povero di attimi belli e disvelamenti di siffatte cose. E forse è questa la più potente magia della vita: c’è su di essa, intessuto d’oro, un velo di belle possibilità, colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, d’irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è una donna» (KSA III, p. 569; trad. it. p. 201).]

«[…] Ci sono tante diverse specie di stupidità, e l’assennatezza non è delle migliori … […]» [p. 866; è Hans Castorp che parla]

«[…] Passione è vivere per amore della vita. Tutti sanno che voi invece vivete per fare delle esperienze. Passione è dimenticare se stessi. A voi interessa invece arricchire voi stessi. C’est ça. […] [p. 884; è Clawdia Chauchat che parla, e si riferisce apparentemente agli uomini, o ai tedeschi, o agli uomini tedeschi, che finiranno per essere considerati “nemici dell’umanità”]

A nostro avviso ha un senso sotto il profilo analitico, ma – per riprendere l’espressione di Hans Castorp – sarebbe «estrememente goffo» e addiritttura ostile alla vita se volessimo distinguere «nettamente», quando si tratta di amore, tra amor sacro e passione. Che significa, poi, nettamente! Che significano oscillazione e ambiguità! Detto francamente, noi ce ne infischiamo. Non è forse cosa grande e giusta che la lingua possieda una sola parola per tutto ciò che si può definire amore, dalle cose più sacre a quelle più carnali e voluttuose? Vi è, nell’ambiguità, una perfetta univocità perché l’amore, anche nella devozione più estrema, non può essere incorporeo, e anche nella più estrema carnalità non può essere totalmente privo di devozione, l’amore non è altro che amore, come scaltro attaccamento alla vita o come la più elevata delle passioni, esso è simpatia per l’elemento organico, il commovente e voluttuoso stringere in un abbraccio ciò che è destinato a putrefarsi … e la charitas è certamente presente nella più mirabile non meno che nella più furiosa delle passioni. Oscillazione? Ma in nome di Dio, lasciate che il senso dell’amore resti oscillante! Se è oscillante è perché tali sono la vita e l’umanità, e preoccuparsi del suo essere oscillante equivale a una sconcertante mancanza di scaltrezza.
Mentre dunque le labbra di Hans Castorp e dela signora Chauchat si incontrano in un bacio russo […] [pp. 892-893]

[…] una forma orgiastica di libertà, aggiungiamo, nel mentre ci poniamo il quesito se la libertà possa avere altra forma o natura che non sia questa. [p.1055]

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