Apologia della raccomandazione

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«Se tutti sono d’accordo su una questione socialmente rilevante, vuol dire o che non l’hanno capita veramente o che conviene a tutti, oppure entrambe le cose.»


Riprendo da libernazione.it

Postato da in società • 18 giu 2012
Negli ultimi anni si è scritto e detto fino alla nausea (mia) che una delle piaghe italiane, uno dei morbi da debellare, è l’assenza di meritocrazia.

Geniacci della carta stampata, politicanti di varia estrazione e sindacalisti di ogni sigla si sono dimostrati polifonicamente d’accordo e hanno ricondotto a questa mancanza fondamentale numerosi fenomeni, tra cui la fuga dei cervelli, l’incapacità dell’attuale classe politica e le esplosive carriere di giovani rampolli nel settore pubblico e privato.

Ebbene, una cosa credo d’averla imparata lungo il cammino: se tutti sono d’accordo su una questione socialmente rilevante, vuol dire o che non l’hanno capita veramente o che conviene a tutti, oppure entrambe le cose.
Nel nostro caso, mi pare che la storiella sia stata confezionata bene e resa commestibile e digeribile. È stata confezionata talmente bene che ha accontentato tutti: dai giovani precari, che hanno trovato una valida giustificazione alla loro precarietà, agli esclusi dai posti di rilievo, che hanno trovato una giustificazione alle loro carriere bloccate, fino ai giovani politici e sindacalisti, che si sono presentati come pronti a succedere ecologicamente ai vecchi trapani della Seconda Repubblica.

Ma il problema è davvero l’assenza di meritocrazia? Secondo il nuovo e pugnace Forum della Meritocrazia, ovviamente sì. Questi nuovi profeti del Merito con la emme maiuscola (ennesimi titolari di una giustezza quasi divina), sostengono che quest’ultimo riguardi nientepopodimeno che “ogni azione dell’uomo e non si fonda su risultati di breve periodo, ma è un valore che implica la persona nella sua interezza.”
Insomma, se uno è meritevole, è meritevole dalla testa ai piedi.

Il primo errore che commettono i novelli meritocratici è quello di attribuire al merito un carattere sempiterno (come ogni divinità che si rispetti, del resto), dimenticando che, come ogni cosa che riguarda la sfera dell’umano, anch’esso può svilupparsi, affermarsi e poi non esserci più.
La seconda fesseria è quella di trascurare la dimensione “tecnica” del merito a favore di quella strettamente valoriale.
Ebbene sì, perché il discorso intorno al merito non può fondarsi soltanto su una concezione condivisa, alla pari del bene e del male (moralisti!) ma deve seguire, a mio avviso inevitabilmente, la strada della formalizzazione, che è di natura tecnica: quali sono i parametri per stabilire se uno è meritevole oppure no? L’ha capito Roger Abravanel, che ha esposto nel suo libro “Meritocrazia” quattro proposte concrete per far sorgere il merito. Ma a loro non interessa perché è troppo complicato e non fa audience.

Tuttavia, oltre all’approccio moralistico, contesto pure il principio. Lasciando da parte che nel tempo è avvenuta una storpiatura bella e buona del termine “meritocrazia” (che sarebbe altra cosa dal semplice essere meritevoli), quel che proprio non mi piace è la natura totalizzante (sia concettualmente che socialmente) della questione, nonché la colpevole disattenzione verso l’individuo – sembra che siamo obbligati ad essere meritevoli nel senso comune. È chiaro che sia il singolo ad essere potenzialmente più o meno meritevole – questo gli va riconosciuto – ma chi può stabilire che lo sia per davvero? Allo stato dei fatti, cioè in un contesto che si disinteressa dell’aspetto “tecnico” e che predilige quello retorico-pubblicistico, nessuno. O, meglio, tutti. Perché non vi sono strumenti in grado di aiutare coloro che si trovano nella posizione di scegliere, per esempio in un colloquio di lavoro, a parità di titoli, chi sia il più meritevole.

Sebbene possa sembrarlo, non è una questione secondaria. Perché questi apostoli del merito diffondono il loro verbo, provando a convincerci tutti che coloro che si affidano ancora a strade alternative, come quella della raccomandazione, siano da fustigare pubblicamente, da scomunicare, da esiliare. Non meritano – scusate il gioco di parole – di far parte della vicenda storica collettiva, che è indubitabilmente pervasa dal loro spirito.

I cinesi utilizzano il termine guanxi per indicare il complesso gioco di relazioni sociali che aiutano l’individuo a superare gli ostacoli della pratica quotidiana (quindi, anche lavorativa). Qui in Italia si è parlato a lungo di clientelismo e familismo. Siamo stati abituati a sentirci dire che il nostro bel paese, che pure ha avuto un’economia interessante per quasi due decenni, si è fondato su un sistema moralmente deprecabile.

Ora, riconosco anch’io che un certo tipo di clientelismo ha condannato ampie zone del nostro paese all’immobilità; non sono ottuso. Ma voglio chiedervi: come pensate che si sia sviluppato il modello vincente della cosiddetta Terza Italia? Con la meritocrazia o con le reti sociali dei piccoli distretti industriali? Be’, sappiate che Renzo Rosso, patron della Diesel, negli anni ottanta andava a pescare nel bacino della provincia del nord-est, assumendo spesso parenti dei suoi dipendenti. Qualcuno ha il coraggio di parlare di mancanza di meritocrazia?

I modelli vincenti si costruiscono sulla base di variabili che non possono ricondursi esclusivamente al merito così come è inteso dai nostri scienziati della semplicità, e cioè come un “valore”. I modelli vincenti si fanno con le persone e le intelligenze e, talvolta, pure con le spintarelle.

Per questo, in assenza di criteri adeguati e di una discussione seria, che tenga conto della reale complessità delle cose, preferisco mille volte il vecchio sistema delle raccomandazioni. Per lo meno conosciamo il criterio e sappiamo cos’è che non funziona.

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