Neil Gaiman – The Ocean at the End of the Lane: A Novel

Gaiman, Neil (2013). The Ocean at the End of the Lane: A Novel. New York: William Morrow. 2013. ISBN 9780062255679. Pagine 259. 10,59 €

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Ho già avuto occasione di scrivere, in un post su questo blog, che Neil Gaiman è un autore di culto: o lo si ama, o lo si adora incondizionatamente. 

Questo è il suo primo romanzo “per adulti” (sì, perché nel mondo anglosassone – lo sappiamo per averne parlato qui – la letteratura YA, per giovani adulti, è classificata a parte) in quasi 10 anni, dopo Anansi Boys del 2005. Non delude le aspettative, e non sono certo l’unico a dirlo: sul Guardian/Observer l’hanno recensito sia Edward Docx il 26 giugno 2013 (The Ocean at the End of the Lane by Neil Gaiman – review – ma non leggetelo perché racconta tutta la storia!) sia Antonia S. Byatt (The Ocean at the End of the Lane by Neil Gaiman – review – che secondo me ha capito molto di più, ma che contiene comunque qualche spoiler), Mentre sul NYT l’ha fatto Benjamin Percy il 27 giugno 2013 (It All Floods Back – la recensione che secondo me ha colto meglio la cifra del romanzo).

The Ocean at the End of the Lane è un Bildungsroman alla rovescia, in almeno 2 accezioni.

La prima è efficacemente riassunta nella citazione di Maurice Sendak posta a epigrafe del romanzo:

I remember my own childhood vividly … I knew terrible things. But I knew I mustn’t let adults know I knew. It would scare them.

wikimedia.org/wikipedia

Essere bambini – e dunque tornare bambini – significa riaprire il libro delle possibilità, quello che si chiude a poco a poco, ogni giorno che viviamo. Il protagonista di questa storia lo sa benissimo («Adults follow paths. Children explore.»).

A questo proposito, con la sua storia Neil Gaiman affronta un tema che era stato di Douglas Coupland in The Gum Thief:

A few years ago it dawned on me that everybody past a certain age – regardless of how they look on the outside – pretty much constantly dreams of being able to escape from their lives. They don’t want to be who they are any more. they want out. […]
Do you want out? Do you often wish you could be somebody, anybody, other than who you are – the you who holds a job and feeds a family – the you who keeps a relatively okay place to live and who still tries to keep your friendships alive? In other words, the you who’s going to remain pretty much the same until the casket? […]
I used the phrase “a certain age”. What I mean by this is the age people are in their heads. It’s usually thirty to thirty-four. Nobody is forty in their head. When it comes to your internal age, chin wattles and relentless liver spots mean nothing (Douglas Coupland, The Gum Thief, pp.1-2).

La risposta di Gaiman è però diversa: noi siamo noi a 7 anni, come nel romanzo si adombra più volte – a partire dallo spartiacque della fallimentare festa di compleanno – fino alla considerazione che compare nell’ultimo capitolo, prima dell’epilogo:

A story only matters, I suspect, to the extent that the people in the story change. But I was seven when all of these things happened, and I was the same person at the end of it that I was at the beginning, wasn’t I? So was everyone else. They must have been. People don’t change. [2470: il riferimento è alle posizioni Kindle)

La seconda accezione in cui The Ocean at the End of the Lane è un Bildungsroman alla rovescia è molto più profonda, nel senso più vero e profondo è la ragione d’essere del romanzo, oltre che l’universo in cui esso si sviluppa.

Se proviamo a leggere il romanzo non come una fantasia fantasy (anche se un po’  horror) ma come una storia coerente in un universo alternativo al nostro ma coerente. ci troviamo in quella che Benjamin Percy chiama «a kind of quantum physics school of magic» (ve l’avevo detto che è il recensore che, secondo me, ha meglio compreso le correnti sotterranee del Gaiman-pensiero). Il romanzo vi accenna obliquamente, presentandoci la capacità degli Hempstock di tagliare e cucire il continuum spazio-temporale, di incanalare l’energia, di ricordare il big bang. Particolarmente rivelatrice è l’esperienza del protagonista nell’oceano del titolo:

I saw the world I had walked since my birth and I understood how fragile it was, that the reality I knew was a thin layer of icing on a great dark birthday cake writhing with grubs and nightmares and hunger. I saw the world from above and below. I saw that there were patterns and gates and paths beyond the real. I saw all these things and understood them and they filled me, just as the waters of the ocean filled me.
[…]
Could there be candle flames burning under the water? There could. I knew that, when I was in the ocean, and I even knew how. I understood it just as I understood Dark Matter, the material of the universe that makes up everything that must be there but we cannot find. I found myself thinking of an ocean running beneath the whole universe, like the dark seawater that laps beneath the wooden boards of an old pier: an ocean that stretches from forever to forever and is still small enough to fit inside a bucket, if you have Old Mrs. Hempstock to help you get it in there, and you ask nicely. [2084-2095]

Oltre alle Hempstock, che ne sono le guardiane e le vestali, soltanto un bambino di 7 anni ha accesso al continuum spazio-temporale che sottende l’universo, alla sua materia oscura (qualche connessione con i mondi paralleli di Philip Pullman?) che sostanzia tutto quello che deve esserci ma non riusciamo a trovare (che gli adulti non riescono a trovare). Soltanto il ritorno, ancorché fugace e subito dimenticato, alla condizione infantile, soltanto la destrutturazione del sé adulto, consente di tornare a quello stadio staminale totipotente che permette di comprendere profondamente la realtà e, soprattutto, le altre persone.

Ultima notazione: sono un vecchio duro, capace di affrontare tutto (quasi tutto, ma questa è un’altra storia) a ciglio asciutto. Ma le ultime pagine di questo romanzo mi hanno commosso.

Correte a leggerlo.

* * *

Qualche piccolo assaggio  (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

Books were safer than other people anyway. [133]

[…] money, just money, and nothing more. Little tokens-of-work. [609: questa definizione del danaro come token-of-work è una notazione preziosa e profonda, che sembra uscita dal Marx del Manoscritti economico-filosofici del 1844]

“That’s the trouble with living things. Don’t last very long. Kittens one day, old cats the next. And then just memories. And the memories fade and blend and smudge together …” [663]

“Men!” hooted Old Mrs. Hempstock. “I dunno what blessed good a man would be! Nothing a man could do around this farm that I can’t do twice as fast and five times as well.” [1348]

“It’s always too late for sorries […] [1504]

“Nobody actually looks like what they really are on the inside. You don’t. I don’t. People are much more complicated than that. It’s true of everybody.” [1620]

“[…] Never enough of you all together in one place, so there wouldn’t be anything left that would think of itself as an ‘I.’ No point of view any longer, because you’d be an infinite sequence of views and of points …” [2111: bella spiegazione materialistica del sé o, se volete, dell’anima]

“There are pacts, and there are laws and there are treaties, and you have violated all of them.” [2302]

3 Risposte to “Neil Gaiman – The Ocean at the End of the Lane: A Novel”

  1. Antonia Byatt – Ragnarok: the End of the Gods | Sbagliando s'impera Says:

    […] Neil Gaiman – The Ocean at the End of the Lane: A Novel […]

  2. Neil Gaiman – Anansi Boys | Sbagliando s'impera Says:

    […] l’inquietudine e la molteplicità. A proposito di quello strano Bildungsroman che è The Ocean at the End of the Lane («Adults follow paths. Children explore.» «A story only matters, I suspect, to the extent that […]

  3. Neil Gaiman – Don’t Panic | Sbagliando s'impera Says:

    […] Gaiman, di cui ho parlato più volte su questo blog (soprattutto recensendo suoi romanzi, come qui, qui e qui). Mi aspettavo che fosse una guida, informata e piena di curiosità, con qualche chicca […]


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