Sergio Luzzatto – Partigia

Luzzatto, Sergio (2013). «Partigia». Una storia della resistenza. Milano: Mondadori. 2013. ISBN 9788804629399. Pagine 373. 19,50 €

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Comprato d’istinto ad aprile in libreria (e dunque su carta), attratto dall’immagine in copertina, dal titolo e (lo confesso) dal riferimento a Primo Levi. Letto un po’ per volta, per lo più immerso nella vasca da bagno la domenica mattina (questa è la sorte ormai destinata ai libri di carta), infischiandomi bellamente – prima per ignoranza, e poi per testarda determinazione – delle polemiche che intorno al libro si andavano affollando, dividendo i critici tra favorevoli (capostipite Paolo Mieli sul Corriere) e contrari (Gad Lerner su Repubblica). Dirò subito, senza peraltro schierarmi troppo, che a me il libro è piaciuto e che non lo catalogherei nel filone del revisionismo.

Vorrei però soprattutto parlare d’altro, seguendo spunti che il libro mi ha ispirato.

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Nella prima metà degli anni Settanta – per me gli anni dell’Università, alla Statale di Milano sostanzialmente cogestita (oltre che dalle autorità accademiche) dal Movimento studentesco (poi MLS) di Mario Capanna – era diffuso nella sinistra, parlamentare ed extra-parlamentare, il timore di un colpo di Stato. Ossessione non del tutto peregrina: c’erano stati in Italia più tentativi, da quello di De Lorenzo a quello grottesco di Junio Valerio Borghese (fallito, si dice, per un acquazzone), la strategia della tensione era in pieno dispiegamento (ogni volta che passo un controllo in aeroporto non posso fare a meno di ricordare che in Italia sono saltati soprattutto treni e stazioni), c’era stato il colpo di stato cileno del settembre 1973. C’era gente che di tanto in tanto, avvertita di un pericolo, non dormiva a casa. Se volete avere idea del clima di cui stiamo parlando vi raccomando la bella biografia di Giangacomo Feltrinelli scritta dal figlio Carlo (Senior Service).

Io non ero certo ossessionato come Feltrinelli e dormivo a casa sonni più o meno sereni. Però pensavo di essere schedato (qualche anno dopo ebbi conferma che era vero) e che, in un’ipotesi cilena, prima o poi sarebbero venuti a prendermi. Ma soprattutto pensavo che, in un’ipotesi del genere, sarebbe stato mio dovere far parte della resistenza. E qui, per me, sorgevano i problemi e gli interrogativi. Miope, scartato alla visita militare, che tipo di resistenza avrei potuto fare? Mi avrebbero ammazzato alla prima azione militare? e, soprattutto, i compagni mi avrebbero voluto nella loro banda? quando era evidente che sarei stato una palla al piede? (e adesso potete smettere di ridere, per favore?)

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo leggendo il libro di Luzzatto: Primo Levi nel 1943 aveva grosso modo l’età che avevo io nei primi anni Settanta, era entrato da poco in contatto con gli ambienti dell’antifascismo senza aver avuto nessun contatto diretto con la resistenza armata (così mi pare d’aver capito), nell’agosto del 1943 era in vacanza a Cogne. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si trasferì con la madre e la sorella all’Albergo Ristoro di Amay, una frazione di Saint Vincent: sfollati ed ebrei che ritengono prudente stare alla larga dalle città ormai sotto il pieno controllo nazista e repubblichino. Qui Levi matura la sua scelta partigiana, che mi sembra così simile a quella che avrei fatto anch’io: una scelta politica e anche morale, accompagnata da un’esperienza militare nulla, e che quindi doveva mettere in conto l’elevata probabilità di restare ammazzato o di essere catturato alla prima azione.

Una decisione politica e morale che distingue e distinguerà per sempre chi scelse la clandestinità e la resistenza rispetto ai “ragazzi di Salò”, come ha egregiamente notato Giorgio Bocca su Micromega rispondendo al famoso (e imperdonabile) discorso di Luciano Violante al suo insediamento come presidente della Camera dei deputati:

[Capire i ragazzi di Salo? S]ono cinquant’anni che noi non ecumenisti cerchiamo di farlo, percorrendo tutte le ramificazioni della psicologia umana: quelli che andarono a Salò perché ignoravano la storia, compresa quella del fascismo, quelli che per l’onore, per il mussolinismo, perché orfani di fascisti, per un ritorno al diciannovismo, per il Duce tradito, anche quelli che erano più nazisti che fascisti. Ma cercar di capire i moventi e le pulsioni personali o di gruppo non significa cancellare, stravolgere quella che fu la storia di Salò in quei venti mesi, la storia di uno Stato fantoccio, tenuto in piedi dagli occupanti nazisti, e subìto per sopravvivere o alimentato dalla speranza che i tedeschi vincessero, che cioè si attuasse il mondo della rigenerazione razziale, dei popoli eletti pronti a praticare una nuova schiavitù mondiale.
Anche noi della montagna eravamo giovani e ignoranti e mossi dai più svariati motivi personali e dalle casualità, ma una cosa ci era molto chiara: se vincevano i nazisti finivamo impiccati o in fuga verso remoti rifugi. Non ci venga a dire, onorevole Violante, che i «ragazzi di Salò» queste cose non le sapevano.

Seconda considerazione, a proposito dei 2 ragazzi che – secondo la ricostruzione di Luzzatto – furono giustiziati dalla banda cui apparteneva Primo Levi nel dicembre del 1943: sono caduti della resistenza o no? il loro nome deve degnamente stare sui monumenti? devono essere loro dedicate strade?

Io penso di sì, e provo a spiegare il perché. A questo punto, dopo le figuracce fatte prima, posso anche confessare di un essere un pacifista quasi estremo. Penso che la guerra, in qualunque sua forma e quali che siano le sue giustificazioni morali (che citavo prima) sia una cosa brutta sporca e cattiva, da cui tutti, tutti, escono malissimo. E che però, proprio per questo, non può e non deve andare troppo per il sottile nel decidere chi merita di essere definito eroe e chi no. Quei due ragazzi sono caduti – anche se per mano amica – dopo avere fatto, come i loro compagni, la scelta partigiana: scelta partigiana che poteva avere e aveva, come abbiamo visto anche nel caso di Primo Levi, mille singole motivazioni personali, ma trovava il comune denominatore nella scelta etica del prendere posizione, costi quel che costi.

So ben poco più di quello che racconta Luzzatto sulla vicenda di quei due. Ma so qualche cosa di più – anche se non ho fatto uno studio storiografici e se i dubbi sono molti – su una storia più vicina a me. Nel borgo selvaggio ma non propriamente natio, non lontano dalla casa sul confine dei ricordi che oscura e silenziosa se ne sta, c’è una via che l’odonomastica resistenziale del Comune ha dedicato a un giovanissimo martire della resistenza. La versione ufficiale vuole che il giovane, insieme a 2 altrettanto giovani compagni, sia morto su un argine del fiume, il giorno dopo la liberazione del centro principale, in uno scontro con una sacca di tedeschi sbandati. Gira da anni un’altra versione, di cui ignoro la fonte, che insinua che invece il ragazzo morì sì a liberazione avvenuta, ma per un tragico incidente occorsogli armeggiando una bomba a mano.

Ammettiamo per un attimo che questa seconda versione sia quella più vicina alla verità. Cambierebbe lo status di martire della resistenza di questo ragazzo? la cosa dovrebbe indurre il Comune a revocare la dedicazione della strada, per votarla magari a un ragazzo di Salò? Io penso proprio di no, perché qualunque sia stata la causa prossima della sua morte, questa circostanza nulla toglie alla scelta di questo ragazzo di entrare, non ancora ventenne, nelle Brigate Garibaldi.

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