Raspberry Pi e 3D printing

Questo è uno di quei post che una persona saggia e matura non scriverebbe mai. Ma io ho la maturità di un bambino di 3 anni ed eccomi qui a scrivere di una cosa soltanto perché sono contento di averla: ma non mi basta tenermela tutta per me e quindi lo devo sbandierare ai 4 venti. Forse anche, ma appena appena un po’, per farvi schiattare d’invidia.

Ho ricevuto in regalo un Raspberry Pi. Che cos’è? È un computerino, piccolo ma potente, progettato nel Regno Unito a fini didattici. Costa pochissimo (tipicamente 35$). Grande grosso modo come una carta di credito, ha tutto quello che deve avere: un processore ARM11 a 700 MHz, 512 mega di RAM, 2 porte USB, una porta mini-USB per l’alimentazione, un lettore di schede SD per la memoria di massa, uscite audio e video, incluso un’uscita ad alta risoluzione HDMI.

Prima di farvelo vedere, non posso resistere da una digressione. Perché il Raspberry Pi si chiama così? Tanto per cominciare, raspberry vuol dire lampone, come è evidente anche dal logo:

Pi significa π, cioè pi-greco. Ma si pronuncia (/p/), quasi allo stesso modo di pie. torta (/pʌɪ/). Un innocuo gioco di parole, adatto agli studenti cui il computerino è primariamente destinato, per lo studio della computer science nelle secondarie? Non tanto innocente, perché raspberry oltre a lampone significa pernacchia, e anche (e questo ovviamente entusiasma noi che abbiamo la testa di un bambino di 3 anni) scoreggia.

Sì, ma perché? che cosa c’entra il lampone? C’entra per la bellissima invenzione cockney del rhyming slang.

Il rhyming slang è difficilissimo per i non nativi. Funziona così. Si prende una parola (ad esempio, stairs, scale), la si sostituisce con una frase di 2 o 3 parole che faccia rima (apple and pears, mele e pere), si omette la parola che fa rima (nel nostro caso pears: questa perfidia si chiama hemiteleia) e si sostituisce stairs con apples: “salgo le scale” diventa “I’m going up the apples.” Altro esempio da Wikipedia: “It nearly knocked me off me plates — he was wearing a syrup! So I ran up the apples, got straight on the dog to me trouble and said I couldn’t believe me mincers.” Traduzione: “It nearly knocked me off me feet (plates of meat) — he was wearing a wig (syrup of figs)! So I ran up the stairs (apples and pears), got straight on the phone (dog-and-bone) to me wife (trouble and strife) and said I couldn’t believe me eyes (mince pies).”

A raspberry si arriva attraverso il processo fart raspberry tart. E da raspberry tart a raspberry pie a Raspberry Pi il passo è piuttosto breve.

Ecco l’oggetto;

raspberrypi.org / Image courtesy of Switched On Tech Design (www.sotechdesign.com.au)

raspberrypi.org

Che cosa me ne faccio? Ragazzi, è un computer vero: una volta che l’ho attaccato alla televisione e ci ho messo una tastiera e un mouse USB ci faccio quello che mi pare, no? Però – obietterete – tu non sei uno studente povero e hai in casa più di un computer: tutta roba da grandi e da ricchi con tastiere, memorie di massa, schermi ad alta risoluzione e, soprattutto, programmi commerciali che non ti costringano a smanettare (ammesso e non concesso che tu ne sia ancora capace).

OK, lo ammetto, l’ho attaccato allo schermo TV con un cavo HDMI e grazie al sw XBMC adesso ho un media center su cui posso eseguire immagini musica e filmati in un’infinità di formati. Davvero divertente.

Tanto per capirci, qualcosa di più e di più versatile del Chromecast annunciato il 24 luglio 2013 da Google:

google.com

Anche qui è facile immaginare l’obiezione: ma vuoi mettere l’elegante dongle progettato dai designer di Google (anche se non sono così bravi e raffinati come quelli di Apple, che l’avrebbero fatto minimalista e di alluminio) con quel bitorzoluto single-board computer?

Si, voglio mettere, perché chi mi ha regalato il Raspberry Pi mi ha anche regalato una custodia personalizzata, realizzata con una stampante 3D. Un pezzo unico, dunque. Un vero assoluto capolavoro, artisticamente filigranato …

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