Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria

Francesco Cevasco pubblica su Il club de La lettura del Corriere della sera un interessante articolo (Italo Calvino cantautore Indie Pop) sul Cantacronache di Sergio Liberovici, Michele Straniero e Fausto Amodei. Nell’invitarvi a leggerlo per conto vostro, mi vorrei soffermare su un aspetto marginale (ovviamente, non marginale per me).

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot / wikipedia.org

Ma prima, almeno qualche canzone di Fausto Amodei.

Cominciamo dalla mia preferita, Il tarlo (dedicata a Giovanni B., che ha compiuto 62 anni qualche giorno fa).

In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

 Avanzare con i denti
 per avere da mangiare
 e mangiare a due palmenti
 per avanzare.
 Il proverbio che il lavoro
 ti nobilita, nel farlo,
 non riguarda solo l'uomo,
 ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

 Farsi strada con i denti
 per mangiare, mal che vada,
 e mangiare a due palmenti
 per farsi strada.
 Quel che resta dietro a noi
 non importa che si perda:
 ci si accorge, prima o poi,
 ch'è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

 Avanzare, per mangiare
 qualche piccolo boccone,
 che dia forza di scavare
 per il padrone.
 L'altra parte del raccolto
 ch'è mangiato dal signore
 prende il nome di "maltolto"
 o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

 Lavorare a perdifiato,
 accorciare ancora i tempi,
 perché aumenti il fatturato
 e i dividendi.
 Ci si accorse poi ch'è bene,
 anziché restare soli,
 far d'accordo, tutti insieme,
 dei monopoli.

Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.

In ordine crescente di notorietà, Se non li conoscete:

LA sua più famosa, Per i morti di Reggio Emilia:

Ed ecco l’incipit dell’articolo di Cevasco:

Italo Calvino cantautore Indie Pop

Primo maggio 1958. Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore». Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette. Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici. È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra. E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.

De André, La guerra di Piero, 1964: «Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente».

Calvino, Dove vola l’avvoltoio, 1958: «Nella limpida corrente/ Ora scendon carpe e trote/ Non più i corpi dei soldati/ Che la fanno insanguinar».

Ecco, io non penso che sia una coincidenza. Penso, anzi so, anzi ho sempre saputo che De André non esitava a “copiare”. Quando, in quegli anni, ascoltavamo le canzoni di De André, i miei amici e io faticavamo a distinguere, in De André, le canzoni “originali” dalle traduzioni di Brassens, dalle riprese e dagli adattamenti di canzoni popolari o di melodie medievali o medievaleggianti. Ce ne importava ben poco. Alcune ci piacevano e altre no. Su molte avevamo dubbi musicali (a me, almeno, piaceva ben altra musica) ma le parole erano belle e si cantavano bene insieme. Poi de André ha cominciato a collaborare con altri, alla musica e agli arrangiamenti (da Piovani a Mauro Pagani). E non sono mai cessate le libere ispirazioni, da Dylan a Leonard Cohen. Poi è arrivata la santificazione, e l’impossibilità di dubitare di una singola nota o di una singola parola.

Soltanto adesso, forse , siamo abbastanza maturi per sapere che la creatività è sempre combinatoria: le spalle dei giganti e la fame di realtà.

Non sono riuscito a trovare Dove vola l’avvoltoio? (parole di italo Calvino, musica di Sergio Liberovici) cantata dallo stesso Calvino, e non so neppure se esista. In Cantacronache 2 la cantava Pietro Buttarelli:

Un giorno nel mondo
  finita fu l'ultima guerra,
  il cupo cannone si tacque
  e più non sparò,
  e privo del tristo suo cibo
  dall'arida terra,
  un branco di neri avvoltoi
  si levò.

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla terra mia,
 che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".

 Dove vola l'avvoltoio...

  Ma chi delle guerre quel giorno
  aveva il rimpianto
  in un luogo deserto a complotto
  si radunò
  e vide nel cielo arrivare
  girando quel branco
  e scendere scendere finché
  qualcuno gridò:

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla testa mia...
 ma il rapace li sbranò.

Schumpeter: “Essere imprenditori vuol dire sfidare il guadagno facile”

Sul quotidiano online Linkiesta, lo “storico sociale delle idee” David Bidussa ripropone un intervento tenuto da Joseph Schumpeter a Bonn all’associazione degli industriali metallurgici tedeschi il 22 maggio 1929: “Essere imprenditori vuol dire sfidare il guadagno facile” | Linkiesta.it

Dalla presentazione di Bidussa:

Secondo Schumpeter la funzione imprenditoriale richiede capacità di leadership, intuizione, risolutezza, caratteristiche, queste, che connotano un tipo specifico di personalità e di condotta. Chi le rappresenta oggi?

Joseph Schumpeter

New York Review of Books

Ecco il testo pubblicato da Linkiesta:

Joseph Alois Schumpeter, Essere imprenditore

Se vogliamo afferrare il nocciolo della funzione dell’imprenditore, occorre fare una precisazione: definire quella che possiamo chiamare la gestione dell’industria, il management. Con questo termine s’intende la direzione tecnica, commerciale, organizzativa, rappresentativa, disciplinare delle aziende. Essenziale in tutti i comparti, è il momento della formazione ed esecuzione della decisione, anche se quasi ogni imprenditore, a seconda della sua formazione, svolge anche un lavoro corrente di natura tecnica, giuridica, ecc.. Tuttavia non sta qui il nocciolo della questione, sebbene queste cose riempiano normalmente la vita quotidiana dell’imprenditore. (…)

Il nocciolo della questione e la vera funzione dell’imprenditore consistono piuttosto nel tradurre in pratica nuove combinazioni tecniche e commerciali, ovvero per dirla in termini più accessibili, nell’essere egli il protagonista del progresso economico. A questa funzione di guida sono legati i profitti dell’imprenditore, spesso molto alti ma per la loro natura temporanei, che sono all’origine della maggior parte dei patrimoni industriali, quando non sono frutto di situazioni di monopolio di guadagni fortunosi. Quando si dice, e lo si fa spesso, che il progresso industriale è un atto dell’intero sistema sociale, si dice naturalmente una cosa esatta nella sua genericità, ma che non elimina il fatto che per aiutare il sistema sociale a compiere questo atto occorre una guida particolare e che le qualità necessarie ad esercitarla sono presenti soltanto in una piccola frazione della popolazione.

Quando inoltre si sostiene che il metodo capitalistico del progresso economico destina questo progresso a privato vantaggio di una piccola minoranza, occorre replicare che, anche prescindendo dall’importanza di questo metodo per la formazione del capitale e la reazione di risorse fiscali, è appunto questo collegamento tra profitto privato ed efficace applicazione di nuovi metodi di produzione – da distinguere nettamente dalla loro invenzione, che è funzione di tutt’altra specie – , rafforzato dalla responsabilità personale per le perdite in caso d’insuccesso, ad assicurare il perfetto funzionamento del meccanismo, e che in seguito i risultati del processo vanno automaticamente a vantaggio dell’intera collettività.

La domanda che dobbiamo porci a questo proposito è allora la seguente: L’imprenditore dà prova di essere, nella sua funzione amministrativa, l’amministratore scrupoloso delle forze produttive nazionali affidategli, e nella sua funzione di guida, un capo energico ed efficiente?

[Ökonomie und Psychologie des Unternehmers [1929], in Aufsätze zur Tagespolitik: Ökonomie und Psychologie des Unternehmers. Eds. Ch. Seidl, W. F. Stolper. J. C. B. Mohr. Tübingen 1993, pp. 193-204 (trad. it. “Economia e psicologia dell’imprenditore”, in J.A. Schumpeter, L’imprenditore e la storia dell’impresa, a cura di Alfredo Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 76-90. Il passo si trova a pp. 80-81)].

Sulle spalle dei giganti: un aggiornamento

Grazie a Il barbarico re, ecco le vetrate della Cattedrale di Chartres di cui avevamo detto questo:

Nel transetto meridionale della Cattedrale di Chartres (ho cercato la foto ma non l’ho trovata), proprio sotto il rosone, quattro vetrate lunghe e strette rappresentano visivamente il concetto: i 4 evangelisti (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) sono seduti sulle spalle di 4 giganteschi profeti dell’Antico testamento (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) ma, per quanto più piccoli, hanno potuto vedere meglio e riconoscere il Messia grazie alle parole e profezie dei loro giganteschi predecessori.

Cattedrale di Chartres, vetrate del transetto sud

wikipedia.org

Vera Lynn

Does anybody here remember Vera Lynn?
Remember how she said that
We would meet again
Some sunny day?
Vera! Vera!
What has become of you?
Does anybody else in here
Feel the way I do?

Nessuno di noi ricordava, e nemmeno sapeva, scommetto. Certo non io, quando nel 1979 ascoltai per la prima volta ascoltai The Wall dei Pink Floyd.

Questa la versione nel concerto dal vivo di Roger Waters a Berlino, alla Potsdamer Platz dopo l’abbattimento del muro, nel 1990.

Subito dopo c’è il momento più emozionante del concerto, Comfortably Numb cantata da Van Morrison:

Un’altra versione (scusate la qualità acustica) con Waters al basso e Nick Mason (Pink Floyd storici) al basso e alla batteria, Paul Carrack al piano, Eric Clapton e Mike Rutherford (Genesis) alle chitarre.

 

Una tardiva reunion (Waters + Gilmour), 2011:

Ho divagato, come al solito. Era per fare gli auguri per il 95° compleanno di Vera Lynn, oggi 20 marzo 2011, e ascoltare il suo successo più noto (quello citato dai Pink Floyd, We’ll Meet Again).

Buon compleanno. E basta guerre, se possibile.

Vera Lynn

wikipedia.org

 

Distopìa

Secondo il Vocabolario Treccani, nella sua seconda, ma più frequente accezione (nel linguaggio medico, la distopia è lo spostamento – in genere per malformazione congenita – di un viscere o di un tessuto dalla sua normale sede):

Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le distopie della più recente letteratura fantascientifica.

Amo la fantascienza e di conseguenza adoro le distopie, e mentre parlo molti esempi mi si affollano nella mente, a partire da Erewhon di Samuel Butler, che mi sono trovato a raccomandare a un amico ignaro qualche giorno fa.

Secondo l’OED, il termine è stato inventato da John Stuart Mill nel 1868, ma già Jeremy Bentham nel 1816 aveva introdotto (con lo stesso significato) cacotopia: ci deve dunque essere un nesso profondo tra distopie a utilitarismo, ma al momento mi sfugge quale possa essere.

Wikipedia propone una lunga lista di opere narrative distopiche (tra cui, curiosamente, non c’è Erewhon), anche se ne sono citate molte altre che non io avrei messo: o perché non le ho lette, o perché non penso siano una distopia). Ecco la lista (tra parentesi quadra i miei commenti se ho letto il libro o, talora, visto il film):

Mah, lista molto discutibile, piena di buchi …

Ma adesso veniamo alla storia che volevo raccontarvi fin dall’inizio e che ho trovato qui:

Letters of Note: 1984 v. Brave New World

George Orwell

George Orwell / wikipedia.org

Ottobre 1949. 1984 è stato pubblicato da pochi mesi. George Orwell riceve una lettera da Aldous Huxley. Momento “forse non tutti sanno che …”: i due si conoscevano, perché oltre trent’anni prima, nel 1917, Huxley era stato per qualche tempo insegnante di francese di Orwell, a Eton. Huxley aveva pubblicato la sua distopia , Il mondo nuovo (Brave New World) 17 anni prima, nel 1932.

Quella che inizia come una lettera di lode diventa ben presto un confronto tra le prospettive presentate nelle due opere, e (prevedibilmente) Huxley resta convinto che la sua previsione sia più realistica. Ne sono convinto anch’io, dopo 80 anni, e resto anche convinto che Brave New World sia più bello di 1984.

Aldous Huxley

Wrightwood. Cal.
21 October, 1949

Dear Mr. Orwell,

It was very kind of you to tell your publishers to send me a copy of your book. It arrived as I was in the midst of a piece of work that required much reading and consulting of references; and since poor sight makes it necessary for me to ration my reading, I had to wait a long time before being able to embark on Nineteen Eighty-Four.

Agreeing with all that the critics have written of it, I need not tell you, yet once more, how fine and how profoundly important the book is. May I speak instead of the thing with which the book deals — the ultimate revolution? The first hints of a philosophy of the ultimate revolution — the revolution which lies beyond politics and economics, and which aims at total subversion of the individual’s psychology and physiology — are to be found in the Marquis de Sade, who regarded himself as the continuator, the consummator, of Robespierre and Babeuf. The philosophy of the ruling minority in Nineteen Eighty-Four is a sadism which has been carried to its logical conclusion by going beyond sex and denying it. Whether in actual fact the policy of the boot-on-the-face can go on indefinitely seems doubtful. My own belief is that the ruling oligarchy will find less arduous and wasteful ways of governing and of satisfying its lust for power, and these ways will resemble those which I described in Brave New World. I have had occasion recently to look into the history of animal magnetism and hypnotism, and have been greatly struck by the way in which, for a hundred and fifty years, the world has refused to take serious cognizance of the discoveries of Mesmer, Braid, Esdaile, and the rest.

Partly because of the prevailing materialism and partly because of prevailing respectability, nineteenth-century philosophers and men of science were not willing to investigate the odder facts of psychology for practical men, such as politicians, soldiers and policemen, to apply in the field of government. Thanks to the voluntary ignorance of our fathers, the advent of the ultimate revolution was delayed for five or six generations. Another lucky accident was Freud’s inability to hypnotize successfully and his consequent disparagement of hypnotism. This delayed the general application of hypnotism to psychiatry for at least forty years. But now psycho-analysis is being combined with hypnosis; and hypnosis has been made easy and indefinitely extensible through the use of barbiturates, which induce a hypnoid and suggestible state in even the most recalcitrant subjects.

Within the next generation I believe that the world’s rulers will discover that infant conditioning and narco-hypnosis are more efficient, as instruments of government, than clubs and prisons, and that the lust for power can be just as completely satisfied by suggesting people into loving their servitude as by flogging and kicking them into obedience. In other words, I feel that the nightmare of Nineteen Eighty-Four is destined to modulate into the nightmare of a world having more resemblance to that which I imagined in Brave New World. The change will be brought about as a result of a felt need for increased efficiency. Meanwhile, of course, there may be a large scale biological and atomic war — in which case we shall have nightmares of other and scarcely imaginable kinds.

Thank you once again for the book.

Yours sincerely,

Aldous Huxley

(Source: Letters of Aldous Huxley)

Sulle spalle dei giganti

Come molti (immagino) attribuivo la frase “sulle spalle dei giganti” (“on the shoulders of giants”) a Isaac Newton che, in una lettera a Robert Hooke del 5 febbraio 1676 (per l’esattezza, Newton ha scritto “If I have seen further it is by standing on ye sholders of Giants” e c’è il fondato sospetto che stesse prendendo Hooke per i fondelli a proposito della loro diatriba sull’ottica e la teoria dei colori, tant’è vero che i due non si parlarono né corrisposero mai più).

Sono stato scalzato dalla mia convinzione, alcuni anni fa, da un mio coltissimo collega (vorrei ringraziarlo pubblicamente, ma poiché è un giurista e un esperto di privacy mi limiterò a darne le iniziali: grazie, R. T.) che mi ha fatto presente che la metafora è medievale, se non più antica.

L’immagine è derivata dalla mitologia greco-romana: il gigante Orione (così detto perché nato dall’orina di Giove, Nettuno e Mercurio) durante un periodo della sua vita era stato accecato ma Efesto, impietositosi, lo affidò alla guida Cedalione, che gli si sedette sulle spalle e lo guidò a est, dove Eos, dea dell’aurora, gli ridonò la vista.

Orione

wikipedia.org

Il primo a utilizzare la metafora sarebbe stato Bernardo di Chartres. Scrive Giovanni da Salisbury nel suo Metalogicon del 1159:

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos, gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvenimur et extollimur magnitudine gigantea.

Diceva Bernardo di Chartres che siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca.

Nel transetto meridionale della Cattedrale di Chartres (ho cercato la foto ma non l’ho trovata), proprio sotto il rosone, quattro vetrate lunghe e strette rappresentano visivamente il concetto: i 4 evangelisti (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) sono seduti sulle spalle di 4 giganteschi profeti dell’Antico testamento (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) ma, per quanto più piccoli, hanno potuto vedere meglio e riconoscere il Messia grazie alle parole e profezie dei loro giganteschi predecessori.

La porta occidentale della Cattedrale di Chartres

bluffton.edu

In realtà, è altrettanto probabile che Bernardo di Chartres facesse riferimento alla sintesi tra rivelazione delle scritture e pensiero greco (che proprio in quel XII secolo veniva riscoperto, tradotto dalle fonti arabe e studiato): sulla porta occidentale della Cattedrale sono rappresentate le 7 arti liberali, all’interno di un vertiginoso gioco di rimandi a suo tempo esplorato da Titus Burckhardt [“The Seven Liberal Arts and the West Door of Chartres Cathedral“, Studies in Comparative Religion, Vol. 3, No. 3 (Summer, 1969)]

Le 7 arti liberali

Sia come sia, la metafora doveva essere una specie di luogo comune nel Medioevo, se la usa anche Isaia di Trani, un commentatore del Talmud vissuto tra il 1180 e il 1250:

Non ho mai dichiarato arrogantemente “La mia saggezza mi ha servito. Ho invece applicato a me stesso la parabola che ho sentito narrare dei filosofi. Il più saggio dei filosofi chiese: “Ammettiamo che i nostri predecessori erano più saggi di noi. E tuttavia critichiamo i loro commenti, rigettandoli e sostenendo che abbiamo ragione noi. Come è possibile?” Il saggio filosofo rispose: “Chi vede più lontano, un nano o un gigante? Di certo un gigante, perché i suoi occhi sono a un livello più alto di quelli del nano. Ma se il nano è seduto sulle spalle del gigante, che vede più lontano? … Anche noi siamo nani a cavalcioni sulle spalle di giganti. Possediamo tutta la loro saggezza e poi proseguiamo oltre. Diventiamo saggi e siamo in grado di affermare quanto affermiamo grazie alla loro saggezza, non perché siamo più grandi di loro.

Nonostante la popolarità medievale, il detto scompare per qualche centinaio d’anni. Riaffiora nel XVII secolo: Robert Burton, nella sua Anatomia della melancolia del 1621, l’attribuisce al mistico spagnolo Diego de Estella o Didacus Stella (“I say with Didacus Stella, a dwarf standing on the shoulders of a giant may see farther than a giant himself”) e i commentatori più tardi confondono il riferimento di Diego al Vangelo di Luca con un commento alla Pharsalia di Lucano (ma nessuno dei due testi è pertinente).

Il poeta gallese George Herbert, più o meno nello stesso periodo, introduce nella sua raccolta di proverbi Jacula Prudentium del 1651 il detto: “A dwarf on a giant’s shoulders sees farther of the two.”

Dopo la citazione newtoniana, che abbiamo già ricordato, la metafora diventa luogo comune.

  • La riprende Samuel Taylor Coleridge, in The Friend (1828): “The dwarf sees farther than the giant, when he has the giant’s shoulder to mount on.”
  • La contesta (e che altro v’aspettavate) Friedrich Nietzsche, opinando che un nano (cioè un accademico) non può che portare al suo livello di comprensione persino i più elevati pensieri. Nel capitolo di Così parlò Zarathustra intitolato “Della visione e dell’enigma”, Zarathustra scala una montagna con un nano sulle spalle (“Verso l’alto: – sebbene mi stesse addosso, quello spirito, metà nano, metà talpa; storpio, storpiante; facendo gocciolare piombo nelle mie orecchie, e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello”). Giunti in vetta, il nano con capisce nulla e Zarathustra si imbufalisce: “O spirito della gravità – dissi con ira. – Non prender con leggerezza la cosa! Se no ti abbandono sul tuo sasso, o sciancato – e pure ti portai ben in alto!” D’altra parte, una decina d’anni prima, ne La filosofia nell’epoca tragica dei Greci (1873) Nietzsche aveva affermato che se nella storia della filosofia c’era qualche cosa che assomigliasse al progresso, non poteva che venire dai rari giganti, ognuno dei quali chiamava il suo fratello attraverso i desolati intervalli del tempo.
  • La usa Umberto Eco ne Il nome della rosa, per la risposta di Guglielmo da Baskerville alla lamentela di Nicola da Morimondo, il vetraio, sulla perdita della sapienza degli antichi e la fine dell’era dei giganti,
  • La parafrasa il Dr. Ian Malcom in Jurassic Park: “I’ll tell you the problem with the scientific power you’re using here: it didn’t require any discipline to attain it. You read what others had done, and you took the next step. You didn’t earn the knowledge for yourselves, so you don’t take any responsibility for it. You stood on the shoulders of geniuses to accomplish something as fast as you could, and before you even knew what you had, you, you’ve patented it, and packaged it, you’ve slapped it on a plastic lunchbox, and now [pounds table with fists] you’re selling it. [pounds table again] You want to sell it, well… […] your scientists were so preoccupied with whether they could that they didn’t stop to think if they should.”
  • È inscritta (STANDING ON THE SHOULDERS OF GIANTS) sul bordo della moneta bimetallica da 2 sterline del 1997, come implicito omaggio a Newton che fu, negli ultimi anni della sua vita, Warden e Master della Royal Mint).
    2 pounds
  • È il titolo di un libro curato da Stephen Hawking: On The Shoulders of Giants. The Great Works of Physics and Astronomy.
  • I R.E.M. usano la frase “Standing on the shoulders of giants leaves me cold” (circa 0:30 nel video) nella canzone King of Birds:

Tutta questa fatica (che mi è costata quasi un’intera domenica di lavoro, in cui però ho imparato molte cose) per dirvi che ho scoperto un blog/rivista online/fiera delle delizie dedicato alla storia della scienza che si chiama The Giant’s Shoulders. Qui di seguito il link al numero più recente, il 45. Buon divertimento.

Carisma: Mara Carfagna

Seduce se tace, seduce se dice.

Grazie Makkox:

Idrogeno | Makkox

Mara Carfagna

ilpost.it / makkox

Obituary: Buon viaggio, Moebius

Obituary: Elio Pagliarani (1927-2012) è morto, i coniglipolli restano per sempre

È morto ieri (8 marzo 2012) Elio Pagliarani, poeta. Era nato a Viserba, sulla riviera romagnola, il 25 maggio 1927.

Elio Pagliarani

rainews24.it

Perdonatemi se nel rendergli omaggio con la sua famosa poesia dei coniglipolli non riesco a riprodurne l’andamento grafico alla Majakovskij, che potete però vedere nelle immagini qui sotto.

dittico della merce: la merce esclusa
a Ferruccio Rossi-Landi

Uso e scambi linguistici b) L’equazione di valore linguistico Consideriamo l’equazione x merce A =
y merce B
e applichiamola al linguaggio
Dio è l’essere onnipotente

Qui la quantità (x,y) per entrambi i termini è ridotta a uno
c’è un solo Dio ed egli è l’unico essere onnipotente Sarebbe facile
quantificare, dicendo per esempio che gli dei
sono esseri onnipotenti
seguendo l’analisi marxiana
finì con centodieci a un pelo dalla lode, i corsi in medicina
una scelta ragionata: è mondana ed è sociale
quel rapporto con il corpo
coscienza fisica non basta
non è ancora conoscenza
nuovi allori in giurisprudenza
se i rapporti offuscassero le cose ne violassero l’essenza se fosse troppo empirica la scienza
dell’espressione Dio
Dio assume il valore di scambio
relativamente a essere onnipotente
e può essere immerso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile Conta
18 teste e 56 zampe
quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie animale
a sei zampe e due teste: il conigliopollo; ci sono nel cortile 56 zampe : 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9×2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo la sua testa
avrebbero potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9×6, 54 zampe allora 56–54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato Si sottrae
un pollo da un coniglio l’animale che avanza è il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero
attraverso la forma di valore totale o dispiegato che Marx esprime con l’equazione plurima
passiamo alla forma generale di valore nella quale un certo numero di merci
esprime il proprio valore per mezzo di un’unica merce esclusa
ridono le ragazze

Non mi rinvengo ben, pensa e ripensa
che barzelletta è questa: io non l’ho ‘ntesa
se non confusamente
Questa si chiama ‘l Pettine. E perché?
Perché le rime paion fatte a denti,
e mostra pettinar vari costumi.
Egli era gaio e festoso
e si mise a raccontare una delle sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove
e allora sorrideva anche sussultando.
La merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
quello là con tre lauree lo presero l’autunno 43
spiegò le barzellette a San Vittore
mica credettero subito che gli appunti nel taccuino
fossero per figurare
con capuffici e donne
la merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
di tutte le altre merci quali tempo di lavoro oggettivato
corrisponde linguisticamente al termine noto di una serie definitoria.

La merce esclusa

Seconda pagina

Terza pagina

Avrei forse ignorato per sempre l’esistenza di Elio Pagliarani se non fosse stato per il mio fortuito e fortunato incontro, nel fatale 1977, con Andrea Ciullo, curiosa figura di laureato in statistica e autore teatrale, che di Pagliarani era “vice” come critico di teatro sul Paese sera. Penso che Andrea Ciullo abbia mantenuto i suoi rapporti con il maestro, dal momento che sul web circola una composizione scritta ed eseguita per il compleanno di Pagliarani.

Riccardi: politica da schifo. E’ bufera – Il Messaggero

«Politica da schifo», avrebbe detto Andrea Riccardi.

Andrea Riccardi

adnkronos.com

Ma è stato frainteso. Lui non si esprime così.

Voleva dire: «Politica di merda»

Salta il vertice, attrito Monti-maggioranza Riccardi: politica da schifo. E’ bufera – Il Messaggero

I giornalisti captano una frase sfuggita al ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi, che conversava con la Severino. Riccardi avrebbe detto: «Vogliono solo strumentalizzare, è lo schifo della politica..». Si alza il fuoco di fila del Pdl, da Fabrizio Cicchitto a Maurizio Gasparri, da Osvaldo Napoli a Renato Brunetta. Alcuni chiedono le dimissioni di Riccardi che però fa subito le scuse «se qualcuno si è sentito offeso» per battute prese fuori contesto.