Gas incondensabili

Non sapevo neppure che esistessero, fino a ieri. E oggi scopro che sono anche tassati! A quando l’accisa sulle flatulenze (vedi alla voce petardo)?

Il tutto ha a che fare con la raffinazione del petrolio greggio. Le raffinerie funzionano sulla base del principio della distillazione, e sono in pratica grandi alambicchi:

In una raffineria, si scalda progressivamente il greggio, che è essenzialmente una miscela di idrocarburi di diversa complessità (e quindi di diverso peso molecolare). Via via che la temperatura sale, i vapori delle diverse frazioni salgono lungo la colonna e vengono estratti per condensazione. Le frazioni più leggere sono già allo stato gassoso, e quindi salgono per prime e non condensano. Ecco i gas incondensabili: soprattutto idrogeno, metano ed etano.

La tassazione dei gas incondensabili è stata introdotta con il decreto-legge 24 novembre 1954, n. 1071 , convertito dalla legge 10 dicembre 1954, n. 1167 e legge 11 giugno 1959, n. 405 , concernenti “l’istituzione di una imposta di fabbricazione sui gas incondensabili delle raffinerie resi liquidi con la compressione”. Il gettito di quest’imposta si aggira intorno ai 40 milioni di euro al mese.

Petardo

Tutti sanno che cos’è un petardo: un piccolo oggetto esplosivo, che fa molto rumore ma (si spera) pochi danni, utilizzato a capodanno, a carnevale o alle partite di calcio. In meno sanno che – una volta almeno – era una cosa seria: uno strumento da minatori, un segnale ferroviario o un’arma (nella prima guerra mondiale l’esercito italiano usava, al posto delle bombe a mano, petardi offensivi e petardi incendiari).

L’aspetto più bello della parola è l’etimologia: da latino pedĭtum (peto, fragorosa scoréggia).

Fedeltà e costanza (Don Giovanni)

Quando ero più giovane e più irrequieto (o, meglio, diversamente irrequieto) citavo spesso un brano del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte e sostenevo di essere costante, ma non fedele.

Fedéle è, secondo me – e forzo un po’ le definizioni dei vocabolari – chi osserva la fede data ed è devoto a una persona (o a un ideale).

Costante è più affine a durevole o continuo (un dolore costante…) e dunque chi persevera nei propositi e nei sentimenti.

Sostenevo di essere costante, ma non fedele, nei miei affetti.

La citazione del Don Giovanni è questa:

DON GIOVANNI:
È tutto amore!
Chi a una sola è fedele,
verso l’altre è crudele:
io che in me sento
sì esteso sentimento,
vo’ bene a tutte quante.
Le donne, poiché calcolar non sanno,
il mio buon natural chiamano inganno. (Atto II, scena prima)

Corporation

An ingenious device for obtaining individual profit without individual responsibilty.

(Ambrose Bierce, The Devil’s Dictionary)

Letto

Sdraiato sotto le lenzuola, reggeva il libro con due mani.

– Vieni, facciamo qualcosa di meglio… – gli sussurrò la donna con voce un po’ roca.

– Non c’è niente di meglio da fare qui. – rispose. senza staccare gli occhi dalle pagine – Una ragione ci sarà, se si chiama letto, e non scopato.

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Pasqua e pacchia

Questa mattina mi sono sveglaito con la curiosità di sapere se le parole “pasqua” e “pacchia” fossero apparentate dall’etimologia.

L’origine di “pasqua” la sappiamo tutti, almeno tutti noi che abbiamo bazzicato a lungo i preti e la Bibbia: dall’ebraico pesah (passaggio), attraverso il greco páscha, con una poetica contaminazione con il latino pascua (pascoli).

E pacchia? Secondo il Vocabolario Treccani, l’etimologia è ignota. Però il significato originario è suggestivo: “condizione di vita, o di lavoro, facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza preoccupazioni materiali; anche, l’aver da mangiare e bere in abbondanza”. Il Dizionario etimologico online propone tre possibili origini – il barbaro latino pacho (porco ingrassato), il latino pàtulum (ampio, spazioso) e il latino pàbulum (pascolo) – di cui preferisce la seconda.

Io invece preferisco la terza, perché la parentela tra pascua e pabulum conferma la mia ipotesi (noi ricercatori siamo fatti tutti così: cerchiamo soprattutto conferme; non credete a quelli che si dicono spassionati e popperiani puri!). In fin dei conti, la scorpacciata è quintessenziale alla pasqua (soprattutto per chi aveva digiunato per tutta la quaresima), a partire dalla tradizione della monumentale colazione pasquale.

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Scare quotes

Se esiste una traduzione italiana, io non la conosco. Se qualcuno la sa, si faccia avanti e l’impariamo tutti. Se non esiste, vorrà dire che è uno dei pochi casi in cui siamo giustificati a usare un termine inglese.

Le scare quotes (letteralmente: “virgolette della paura”) fanno riferimento a un uso delle virgolette che non serve tanto a introdurre una citazione, a segnalare un termine tecnico, a riportare la traduzione di un termine straniero (come ho fatto qui sopra) o a fare riferimento al significante piuttosto che al significato (come faccio nel prossimo capoverso), quanto piuttosto a prendere le distanze dal termine usato. La presa di distanza può, volta per volta, segnalare il disaccordo implicito di chi scrive con la parola usata (Aspettami un “attimino”) o con il suo uso corrente (ad esempio, perché fortemente ideologico: Alla manifestazione sull’Iraq, i “pacifisti” hanno messo a ferro e fuoco il centro della città e i “benpensanti” ne hanno approfittato per scaricare la responsabilità sul governo), oppure semplicemente manifestare l’incapacità di trovare un termine migliore (Ti va di “chattare” con me?) o un uso inconsueto o ironico del termine (Marzano e Brunetta, con le rispettive consorti, hanno partecipato a un festino di sesso e cocaina su uno yacht in Costa Smeralda: d’altronde, non sono forse “liberoscambisti”?).

Spesso, nel linguaggio scritto e soprattutto parlato otteniamo lo stesso effetto aggiungendo “cosiddetto” o “tra virgolette”. Sta però entrando anche nel gesticolare italiano un gesto originariamente americano, che consiste nel mimare con due dita nell’aria, ai due lati della faccia, le virgolette. Così:

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Pseudonimo, eteronimo, avatar

Un pseudònimo (dal greco pseudo – falso – e ónoma – nome) è il “nome, diverso da quello reale, usato da uno scrittore, un poeta, un giornalista, un artista e simili che non voglia o non possa firmare le proprie opere con il vero nome” (Vocabolario Treccani).

Avatàr (dal sanscrito avatāra) è “in senso proprio, nel brahmanesimo e nell’induismo, la discesa di una divinità sulla terra, e in particolare ciascuna delle dieci incarnazioni del dio Visnù. Per estensione, nell’uso letterario, reincarnazione, ritorno, trasformazione e simili” (Vocabolario Treccani). La parola è molto utilizzata nel mondo virtuale (web, chat, giochi di ruolo): in molte ambientazioni, saghe e giochi del filone fantasy, avatar ha “ereditato” il significato originale, indicando l’incarnazione fisica di esseri celesti o trascendentali; nella realtà virtuale come nei videogiochi (e soprattutto nei giochi di ruolo), l’avatar identifica il personaggio controllato dal giocatore o una immagine che lo identifica; nei programmi di instant messaging, nei forum e nelle chat, l’avatar indica un’immagine (come una foto o un disegno) che identifica un utente insieme al proprio pseudonimo (nick-name) (Wikipedia)

Eterònimo (dal greco étero – altro – e ónoma – nome) è il “nome d’altro autore sotto cui si cela l’autore vero” (Vocabolario Treccani). Il termine è assurto a notorietà grazie all’opera dell0 scrittore e poeta portoghese Fernando Pessoa, che creò numerose identità per scrivere poesie e romanzi. La differenza tra uno pseudonimo e un eteronimo è questa: lo pseudonimo sostituisce il vero nome dell’autore, che rimane sconosciuto; l’eteronimo coesiste con l’autore, formandone una sorta di estensione del carattere, vevendo apparentemente di vita propria, con uno stile spesso diverso da quello dell’ortonimo (Wikipedia).

A questo punto, il significato di ortònimo dovrebbe essere facile.

Attenti a non confondere l’eteronimìa con l’eteronomia (che è il contrario dell’autonomia!).

Boris Limpopo è uno pseudonimo che aspira a diventare eteronimo.

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Credo

Non so se l’avete notato. Non si dice più “penso”, “opino” (OK, non s’era mai detto…), e neppure “secondo me”, “a parer mio”, “dal mio punto di vista”. Si dice sempre e soltanto: “credo” – anzi, “io credo”. Ormai è inflazionato, come il famigerato “attimino” e l’altrettanto insopportabile “quantaltro”.

Adesso, io sono ateo (anzi, in questo frangente storico, un ateo militante e un po’ settario). Mi arrogo anche un po’ il diritto di essere un ateo con cognizione di causa, essendo andato a scuola dai gesuiti (e ne vado orgoglioso), avendo frequentato preti e laici credenti di grande levatura morale e culturale (e ritengo un privilegio avera avuto queste occasioni d’incontro), avendo bazzicato gruppi e gruppetti variamente catto-comunisti (sono stato persino iscritto – oltre che al Manifesto-Pdup nei lontani anni Settanta – ai Cristiano-sociali di Carniti e Gorrieri in tempi più recenti). Ma penso che quello che sto per dire dovrebbe essere condiviso anche dai credenti – se, appunto, il mio ateismo non mi fa velo e la mia cognizione di causa mi soccorre: il verbo “credere” dovrebbe essere utilizzato propriamente per le questioni di fede, e non per l’espressione di qualsivoglia opinione, frivola e serissima che sia.

Il testo di riferimento, naturalmente, è Palombella rossa di Nanni Moretti.

Il dialogo tra la giornalista e Michele Apicella:

– No… io non lo so, però senz’altro lei ha un matrimonio alle spalle a pezzi…
– Ma che dice?!
– Scusi forse ho toccato un argomento…
– Non è l’argomento, è l’espressione!… “Matrimonio a pezzi”…
– Preferisce “rapporto in crisi”? Però è così kitsch!…
– [si tocca il cuore] Dove l’è andata a prendere quest’espressione, dove l’è andata a prendere?!…
– Io non sono alle prime armi…
– “Alle prime armi”?! Ma come parla?!
– Anche se il mio ambiente è molto cheap
– Il suo ambiente è molto … ?
CHEAP!
– [sberla] Ma come parla?!
– Senta ma lei è fuori di testa!!
– [sberla] E due! Come parla?! Come parla?! Le parole sono importanti! Come parla?!

Michele si arrabbia ancora per le espressioni:

Michele [rivolto a Mario l’allenatore]: “Pane per i loro denti”?! Ma come parli?!
Un avversario [lo “tira” sott’acqua]: Non è uno sport per signorine!
Michele [gli tira un cazzotto]: Gli ho dato un pugno. Gli ho dato un pugno… Saranno trent’anni che sento quest’espressione… “Non è uno sport per signorine”… Non è il contenuto, è l’espressione…
[viene espulso]

Michele rilegge la bozza dell’articolo scritto dalla giornalista e si infuria:

– Lei la deve cambiare questa espressione! “Trend negativo”… Io non l’ho mai detto! Io non l’ho mai pensato! Io non parlo così!

La “summa” della filosofia di Michele (e di Nanni Moretti)

– Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!

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Catottrofobia

O “catoptrofobia”. La paura degli specchi. Dal greco kátoptron (specchio) e phobía (paura, avversione, ripugnanza).

La parola non compare nemmeno sul Vocabolario Treccani (dove ci sono, però, catòttrica, catòttrico e catottromanzìa), ma è compresa nella lista ufficiale delle fobie.

Naturalmente, è una condizione di cui soffrono i vampiri (sia quelli del mito, sia – apparentemente – le persone nelle condizioni cliniche assimilate al vampirismo). Ammesso che si possa scherzare su questo argomento, voi vi sentite vampiri? se sì, vi invito a rispondere a un’indagine scientifica sul fenomeno. Fate in fretta: la deadline (!) è il 31 marzo 2007 a mezzanotte.

Ringrazio Il barbarico re (che l’aria da vampiro ce l’ha!) per la segnalazione.

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