La classe e lo stile

Trovo, su un libro che sto leggendo e di cui riferirò a tempo debito (2666 di Roberto Bolaño), un’interessante discussione sulla differenza tra classe e stile. Si sta parlando di abitazioni, ma penso che i concetti potrebbero essere agevolmente estesi.

Perché la mia casa le piaceva più della sua? Perché la mia aveva classe mentre la sua aveva solo stile, capisce la differenza? La casa di Kelly era bella, molto più comoda della mia, con più comfort, voglio dire, una casa luminosa, con un salone grande e piacevole, l’ideale per ricevere visite o dare feste, con un giardino moderno, con l’erba e il tagliaerba, una casa razionale, come si diceva in quegli anni. La mia, come può vedere, perché è questa, anche se naturalmente molto più trascurata di come è adesso, un palazzone che puzzava di mummie e di candele, più che una casa una gigantesca cappella, ma in cui erano presenti gli attributi della ricchezza e della continuità del Messico, ma di classe. E sa cosa vuol dire avere classe? Vuol dire essere, in ultima istanza, sovrano. Non dovere nulla a nessuno. Non dover dare spiegazioni di nulla a nessuno. [p. 643]

Casa messicana

casainterno.net

In modo abbastanza scontato, a me è sùbito venuto in mente il famoso saggio di Bourdieu sulla distinzione (La distinzione. Critica sociale del gusto), di cui abbiamo già parlato qui.

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Smacco

Secondo il Vocabolario Treccani:

Insuccesso, sconfitta materiale o morale, che comporta una diminuzione di prestigio o una vergogna e umiliazione in chi la subisce: il non essere stato rieletto alla presidenza è stato per lui un grave smacco; se la proposta di mediazione sarà respinta sarà un bello smacco per gli alleati; speriamo che la nostra squadra, dopo lo smacco subìto, si prepari con più impegno per il prossimo campionato; che smacco, per lui, essere bocciato per la seconda volta!

Parola di origine tedesca e quindi – massì, aderiamo per una volta ai luoghi comuni più corrivi – con un percorso del tutto prevedibile e lineare. Dalla radice *smahhan, legata all’antico alto tedesco smachi (“piccolo, basso”, ma al tempo stesso “vile, abietto”). Come dire che per gli antichi tedeschi piccolo è brutto. Ma l’onnipresente greco, uscito dalla porta, rientra dalla finestra della comune grande madre indoeuropea: la medesima radice ci ha dato infatti μικρός (“piccolo”). E se è per quello, anche il lituano mâzas (attraverso *mac-sas), con il medesimo significato (così, tanto per fare sfoggio d’erudizione).

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Empirico [2]

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. Nel linguaggio filosofico, di ciò che appartiene all’esperienza, opposto a innato, razionale, sistematico, puro. In particolare:
    a.
    In antitesi a razionale, che si riferisce alla metodologia di alcune scienze (per es. la fisica), le quali esigono il concorso attuale dell’esperienza (in questo senso è sinonimo di sperimentale).
    b.
    Nella filosofia kantiana, in antitesi a puro, di ciò che nel complesso della conoscenza non deriva allo spirito dalle sue stesse forme, ma perviene ad esso dal di fuori (in questo senso è sinonimo di a posteriori).
    c. In contrapposizione a sistematico, che risulta immediatamente dall’esperienza e non si deduce da altra legge o proprietà conosciuta: criterî empirici; norme empiriche; spiegazioni empiriche; con significato peggiorativo, che è il risultato di osservazione superficiale, priva di principî e norme metodiche: metodo empirico; medicina empirica; medico empirico (in questo senso anche sostantivo maschile: si è fatto curare da un empirico); rimedî empirici, tratti dalla comune esperienza, non scientifici.
  2. In botanica, diagramma empirico, la rappresentazione grafica di un fiore costruita in base a quanto si osserva effettivamente (in contrapposizione a diagramma teorico).
  3. In fisica, detto di relazione o legge descrivente un certo fenomeno, la quale derivi dall’esperienza diretta e, almeno inizialmente, non trovi esatta giustificazione nell’ambito di una teoria generale del fenomeno in questione. Grandezze empiriche, grandezze il cui valore e le cui relazioni con altre grandezze non possono essere valutate altrimenti che con l’esperienza.
  4. Nella tecnica, formule empiriche, le relazioni dedotte dall’esperienza con le quali si riesce a dimensionare con una certa approssimazione elementi strutturali di cui risulterebbe difficile, se non impossibile, il calcolo esatto.
  5. In chimica, formula empirica, sinonimo meno comune di formula bruta.

Insomma, anche dal brevissimo excursus che un vocabolario può consentire si comprende che il termine empirico non ha sempre avuto la connotazione positiva che tendiamo ad attribuirgli ora. Ma questo lo dico per inciso, e del resto ne avevmo già parlato in un altro post.

Ci torno su perché vorrei diffondermi di più sugli strani percorsi e detour (sugli strani viaggi, come vedremo) che ci consente l’etimologia. La derivazione immediata è abbastanza lineare e comune a molte parole della nostra lingua: da latino dal empirĭcus, a sua volta ripreso dal greco ἐμπειρικός, che è l’aggettivo derivato dal sostantivo ἐμπειρία , “esperienza”. Qui le cose si fanno appena più interessanti, perché ἐμπειρία è una parola composta da ἐν, ἦν (“in, all’interno”) e πεῖρα (“prova”): come a dire che con l’esperienza siamo posti in grado di saggiare la realtà all’interno, dall’interno. La radice proto-indoeuropea di πεῖρα è  apparentata con significati che ruotano intorno a “tentare, rischiare” e ci ha dato parole come perito e perizia, esperto ed esperire, sperimentare, pratico, prova. Fin qui tutto bene, siamo pur sempre nel medesimo ambito semantico. Ma poi, anche in italiano, ci ha dato anche pericolo, e persino pirata. In inglese abbiamo fear (paura, strettamente collegata al pericolo, quindi) e in tedesco fahren (viaggiare). Viaggiare era e resta un’attività pericolosa, ma consente di accumulare esperienza: e il cerchio si chiude.

Da Psycho di Alfred Hitchcock

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Ctonio

Secondo il Vocabolario Treccani:

Sotterraneo. Nella mitologia greca, divinità ctonie, dèi ctonî, divinità sotterranee il cui mito era in qualche modo collegato con la vita terrestre o sotterranea; divinità ctonia per eccellenza fu Ade, signore degli Inferi, per i Greci, Dite per i Latini. Nella storia delle religioni il termine è riferito anche a divinità, figure mitiche e leggendarie, sempre connesse con la terra, di civiltà religiose diverse da quella greca.

Per me, ancora più di Ade (divinità abbastanza oscura, anche perché ovviamente non abitava con gli altri sull’Olimpo), la divinità ctonia per eccellenza è sua moglie Persefone (Proserpina nella tradizione latina), che almeno ha una bella storia. Persefone era figlia di Demetra, madre terra o la dispensatrice, dea delle messi e dell’agricoltura, peraltro anch’essa figlia di Crono e dunque sorella di Ade e di Zeus (e anche di Poseidone con cui era sposata, ma si sa che gli dei non ci andavano per il sottile). Un giorno che giocava con le ninfe sulle sponde del lago di Pergusa, in Sicilia, Ade – che la desiderava – la rapì con l’aiuto di Zeus (sempre in prima fila se si trattava di compiere malefatte, soprattutto se a sfondo sessuale). Demetra la cercò disperatamente per 9 giorni, e il decimo seppe del rapimento. Furiosa, scatenò una carestia che avrebbe estinto il genere umano e la stessa vita sulla terra (secondo altre versioni, la vita vegetale si arrestò nel momento stesso in cui Ade trascinò Persefone agli inferi). Fatto sta, che a fronte di una prospettiva così apocalittica, Zeus a questo punto cercò di far rappacificare i due. Convinse Ade a liberare Persefone, che sarebbe potuta tornare sulla terra perché si era astenuta dal nutrirsi di cibo ctonio. Ma Ade, con un sotterfugio, la indusse a mangiare alcuni semi di melograno, legandola in questo modo al mondo sotterraneo. Nuova ira di Demetra, e nuove minacce. Allora Zeus propose un compromesso: poiché Persefone non aveva mangiato un frutto intero, ma soltanto sei grani, la sua permanenza agli inferi sarebbe durata sei mesi (quelli autunnali e invernali, in cui la vita vegetativa si arresta), mentre nel resto dell’anno sarebbe rimasta con la madre, in un rigoglio di messi e di frutti.

Nella mitologia moderna, ritengo che all’aggettivo ctonio (in inglese si scrive chthonic) abbia pensato, più meno consapevolmente, Howard Phillips Lovecraft per immaginare la creatura cosmica di Cthulhu, personificazione (secondo Wikipedia) della morte termica dell’universo. Anche se, come i suoi lettori ben sanno, Lovecraft non brilla per la precisione delle sue descrizioni, Wikipedia azzarda anche una sua “fotografia”:

Cthulhu

Wikimedia Commons

Per quanto riguarda l’etimologia, ctonio discende direttamente dal greco χϑόνιος, a sua volta derivato da χϑών -ονός “terra”. La radice proto-indoeuropea è *dhghem- e significa anch’essa “terra, suolo”. Molte le parole che ne sono derivate, per la maggio parte attraverso il greco. In primo luogo, autòctono (“aborigeno, indigeno”: ma detto, originariamente, di quelle popolazioni che, per essere stanziate in un determinato territorio da epoca assai remota, si ritenevano essere scaturite dalla terra medesima). Ma anche – attraverso il greco χαμαί “in basso, a terra” – camaleonte (“leone che striscia”!) e camomilla (“mela di terra”). In latino, la radice indoeuropea si trasforma in humus (terra) e ci porta a umido e umile, ma anche a uomo (homo): giusto per non montarci troppo la testa.

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Soccer

Vi siete mai chiesti perché gli americani chiamano soccer il gioco del calcio, che i britannici chiamano semplicemente football?

Io me lo sono chiesto molto sporadicamente, e la mia curiosità non è mai stata sufficiente ad andare a cercare attivamente la risposta. Ma oggi mi ci sono imbattuto fortuitamente e condivido la risposta con voi.

Tutto nasce dal fatto che ci sono molti football (ad esempio il football americano, ma anche quello gaelico …) e dove il football più diffuso non è quello che noi identifichiamo con il gioco del calcio era necessario un nome per distinguerlo. Poiché la standardizzazione delle regole (dapprima si giocava con regole diverse nelle diverse public schools e università: se siete abbastanza curiosi andatevi a leggere gli articoli su Wikipedia) fu intrapresa da The Football Association a partire dal 26 ottobre 1863, il gioco divenne noto come association football.

A partire da qui lo sviluppo è lineare: association football → assoc → assoccer → soccer.

Il che spiega anche la pronuncia con la c dura: sahk-ê(r)

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Farraginoso

Per il Sabatini-Coletti (per gentile concessione del corriere.it) sta per “confuso, macchinoso” ed è attestato dal secolo XVI.

Per il Vocabolario Treccani significa “fatto di tanti elementi accostati o ammassati insieme in modo disordinato, avviluppato, confuso: un racconto farraginoso; erudizione farraginosa; farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti (Beccaria). ” Sono attestati anche, oltre all’avverbio farraginosamente (“in modo farraginoso”), il sostantivo farràgine (il cui significato principale è: “moltitudine confusa di cose (o persone) disparate”) e il desueto verbo farraginare (“mescolare, confondere disordinatamente”).

Quello che non sapevo, e ho trovato abbastanza curioso da volerlo condividere con voi, è che questi termini derivano da farro, il cereale di cui sono appassionati i natural-chic. La latina farraginem (far, “farro” + aginem, suffisso che significa “correlato a”) era un miscuglio di biade diverse seminate a tutto campo e usate per alimentare il bestiame alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera. Il termine è attestato, con piccole varianti, anche in provenzale, catalano e portoghese. Il farro, a sua volta, è il più antico dei cereali per alimentazione umana e – nonostante la radice sia incerta – è apparentato con le parole italiane farina e fertile e l’inglese barley (“orzo”, dove la b- iniziale è caduta, ma l’etimologia è la stessa). E, anche se non ne ho trovato le prove e se la ricetta più comune si fa con l’avena e non con l’orzo, anche il porridge ha la stessa radice: mi sembra una pappetta abbastanza farraginosa, no?

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Saracinesca

La settimana scorsa sono stato a Palermo per lavoro, ma ho trovato anche il tempo di fermarmi il sabato e fare il turista. Poiché fin da bambino adoro perversamente le guide – e più sono becere e approssimative più mi piacciono (credetemi, mi fanno letteralmente venire i brividi lungo la schiena, un piacere quasi inconfessabile) – sono salito su uno di quei pullman scoperti dove ti infili una cuffietta nelle orecchie e loro ti raccontano cose sui posti che puoi vedere dal tuo posto. A un certo punto, costeggiando il mare nel tratto che va da piazza Marina verso l’orto botanico, hanno attirato la nostra attenzione verso l’unica antica porta a mare della città e ci hanno spiegato che, per chiuderla più rapidamente in caso di incursione dei pirati saraceni, avevano inventato un sistema di chiusura con tronchi d’albero che scendevano dall’alto, guidati da apposite scanalature, al taglio di una fune.

Di qui, “saracinesca”. Vero o falso? – mi sono chiesto.

Partiamo come al solito dal Vocabolario Treccani online:

Saracinésca s. f. [femm. sostantivato dell’agg. saracinesco, prob. perché ritenute di provenienza saracena, o perché messe alle porte dei paesi costieri per proteggersi dalle scorrerie dei saraceni].

  1. In epoca medievale e rinascimentale, porta di città, castelli, edifici fortificati (detta anche cateratta), formata da un cancello di ferro o da un pesante tavolato che, sostenuto da corde o catene avvolte a un verricello, s’alzava o si abbassava a seconda che dovesse consentire il passaggio o impedirlo.
  2. a. Serramento metallico di sicurezza che serve a chiudere vani di porte, in partic. nei locali a piano stradale, oggi detto comunem. anche serranda; la saracinesca, formata da lamiera ondulata continua o da elementi rigidi uniti a snodo, scorre verticalmente su guide laterali e si avvolge in alto su di un rullo alloggiato in apposito vano, manovrata a mano o con motore elettrico. Con riferimento alle serrande di questo tipo e al sign. fig. attribuito in questi ultimi decennî all’agg. selvaggio, è stata usata nel linguaggio giornalistico la locuz. saracinesca selvaggia per indicare scioperi improvvisi dei negozianti e commercianti, oppure la chiusura massiccia e in più casi arbitraria di pubblici esercizî e negozî (soprattutto quelli di generi alimentari), nel periodo delle ferie estive.
    b. Serramento avvolgibile delle finestre, più comunem. detto persiana avvolgibile o semplicem. avvolgibile (v.), meno spesso serranda.
    c. Come locuz. agg. a saracinesca, detto di meccanismo che funziona scorrendo verticalmente su due guide laterali: porta, tenda a saracinesca. In partic., nella tecnica idraulica, valvola a s. (o anche semplicem. saracinesca), organo di regolazione e di intercettazione del flusso di un fluido in una condotta a pressione, costituito da un corpo piano che, collegato a una vite azionata da un motore o da un sistema di comando manuale, funziona da otturatore.
  3. In araldica, figura, comune nell’araldica inglese, formata da sei pali (si deve blasonare il numero se sono più o meno di sei), scorciati e aguzzati in basso, e da cinque traverse inchiodate con un anello nel mezzo della traversa superiore.

Sull’etimologia, il Vocabolario Treccani non si sbilancia molto: sì, è parola derivata dall’aggettivo saraceno, ma non si sa se perché inventata dai Saraceni nell’epoca d’oro dell’espansione islamica e poi diffusasi in Europa, o se inventata dalle popolazioni costiere del Mediterraneo per difendersi dalla incursioni saracine (magari erano meno colti di Avicenna e Averroè, quei pescatori e i popolani, ma è noto che la necessità aguzza l’ingegno). Se poi siano stati proprio i palermitani a inventarlo, questo non si sa proprio…

Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (la versione online è qui) non prende nemmeno in considerazione l’invenzione popolare, e si schiera decisamente per quella saracena. Ma poi rileva che questo sistema di chiusura era già noto ai Romani (non sarebbe il primo caso di un’invenzione che dal mondo classico torna in Europa passando dalla civiltà islamica e superando così gli “anni bui” dell’Alto medioevo), e che in latino sĕra è il catenaccio della porta, e che nei testi antichi si incontra più di frequente seracinesca … addio Saraceni. Peccato.

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Esùvia (o exuvia)

1. In zoologia, strato superficiale del tegumento che in alcuni animali (rettili, crostacei, insetti) si stacca periodicamente sotto forma di membrana continua (comunemente detta buccia o spoglia).

2. Al plurale, con latinismo dell’uso letterario (anche nella variante exuvie), le spoglie tolte al nemico.

Wikimedia Commons

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A me, naturalmente, delle spoglie del nemico interessa ben poco. M’interessa, e molto, incontrare una parola nuova (chissà poi se è veramente nuova, per me, o se semplicemente è la mia memoria che comincia a vacillare).

Più di tutto mi interessano le esuvie del comune granchio verde Carcinus moenas: al momento della muta, quando la sua corazza viene abbandonata e diventa perciò un’esuvia, solerti pescatori della laguna veneta lo catturano e, friggendolo in pastella, lo trasformano nella prelibata moeca.

bomas.it

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Cimici rossonere

Quest’estate, i muri esterni della vecchia casa di famiglia in campagna erano letteralmente infestati da piccoli insetti dalla curiosa livrea.

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Questo curioso insetto porta il nome scientifico Pyrrhocoris apterus e si chiama in italiano “cimice rossonera” (immagino che i motivi siano ovvi) e in inglese “firebug”. Si nutre della linfa delle piante, facendo anche danni seri, ma è innocua per l’uomo. Come dice il suo nome latino, è priva di ali.

Quella che vedete qui è la forma adulta. Da piccolo ha una forma diversa (e meno vistosa), detta neanide, tutta rossa con un’unica macchia nera vicino alla testa. Non è raro (come sui muri di casa mia) vederne grandi concentrazioni.

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Una peculiarità della cimice rossonera è l’accoppiamento, che dura dalle 12 ore ai 7 giorni. Insomma, sarebbero insetti tantrici, come disse di esserlo qualche anno fa Sting (ma poi mi pare abbia smentito). Poiché i due restano attaccati coda a coda (per così dire), uno dei due è il capo e l’altro è costretto ad andare all’indietro per tutto il tempo: non so onestamente se sia il maschio o la femmina o se facciano i turni. Ma questi tandem sono abbastanza curiosi …

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Naturalmente non posso resistere alla tentazione di chiamare cimici rossonere, d’ora in poi,  anche gli odiati cugini calcistici: cui auguro, a proposito, che Ibrahimović dia un apporto comparabile a quello che, in un frangente simile, diede alla squadra Ronaldo.

Arie territoriali

Non avete letto male. Mutuando il termine dalle “acque territoriali” propongo il neologismo “arie territoriali”.

Cito dalla voce di Wikipedia:

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi e che permetteva l’uso delle acque in via generale a tutti senza la possibilità di poter bloccare commerci e transiti altrui.

La disciplina e la regolamentazione delle acque territoriali, prima rimessa quasi esclusivamente alle consuetudini internazionali, è stata poi regolata da alcune convenzioni, come la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua del 1958 e la Convenzione di Montego Bay del 1982, quest’ultima attualmente in vigore.

Analogamente, potremmo definire “arie territoriali” quella porzione di atmosfera adiacente o prossima a un edificio; su questa parte di atmosfera il proprietario (pubblico o privato che sia) esercita il proprio diritto di proprietà in modo del tutto analogo agli spazi interni dell’edificio.

L’avevo già visto a New York di recente, ma qui in Svezia è praticamente onnipresente.

E a me provoca molto fastidio e qualche preoccupazione. Fastidio perché sono allergico ai proibizionismi di qualunque tipo. Preoccupazione perché mi sembra una cosa abbastanza liberticida (nel suo piccolo, d’accordo). Provo a spiegarmi.

Fin da bambino mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Principio all’apparenza facile, ma difficile da applicare. Non elencherò i tanti grotteschi paradossi cui un’applicazione sconsiderata del principio può condurre (come accade quasi sempre quando si trasformano semplici regole di comportamento e di buon senso in principî assoluti). Limitiamoci al caso in questione: dove finisce la mia libertà di fumatore di auto-avvelenarmi e dove inizia la preferenza dei non-fumatori di non aspirare nemmeno una traccia minuscola del mio fumo? Oppure in realtà mi si vuole imporre una visione del mondo salutistica a suon di proibizioni e sanzioni, come si faceva una volta con le fedi religiose?

Vorrei però evitare il terreno delle ideologie e pormi su quello, a me più congeniale, del ragionamento quantitativo. Fumando la mia sigaretta aspiro una certa quantità di fumo, direttamente, perché “tirando” ravvivo la combustione e aspiro direttamente nelle mie vie respiratorie il fumo prodotto. Non importa quanto, ragioniamo in termini relativi e diciamo che il fumo totale che aspiro godendomi la mia sigaretta è pari a 100. Quando non aspiro, e tengo la sigaretta in mano, la combustione è molto più lenta (una sigaretta lasciata in posizione verticale, brace in alto, si spegne da sé!) e produce molto meno fumo.

Il fumo si disperde nell’atmosfera e si diluisce: la sua concentrazione, cioè, diminuisce rapidamente. Tanto più rapidamente quanto più l’atmosfera è turbolenta: più all’esterno che in un ambiente chiuso (dove mantiene una certa concentrazione, ma di molti ordini di grandezza inferiore a quella che riesco a produrre nelle mie vie respiratorie), e più se tira vento che se l’aria è ferma. Pensate a una goccia d’inchiostro stilografico in un bicchiere d’acqua: ne faccio cadere una goccia e dopo un po’ si disperde, tingendo un po’ l’acqua. Avrete notato che nel corso del processo le volute d’inchiostro assomigliano a volute di fumo: non è una coincidenza, è proprio lo stesso processo!

Naturalmente, se mescolo l’acqua con un cucchiaino, l’inchiostro si disperde prima (questa è la turbolenza). E tanto più il recipiente è grande, tanto minore sarà la sua concentrazione finale. Se metto una goccia di un millilitro in un bicchiere di 20 centilitri, la concentrazione finale sarà di una parte su 200; se la metto in una bottiglia da un litro, 1 su 1000; se la metto in un secchio da 10 litri, 1 su 10.000. Torniamo al mio fumo. Supponiamo che il fumo disperso nell’atmosfera sia la metà di quello che aspiro (sto largheggiando, perché nessun fumatore sprecherebbe così un terzo della sua sigaretta). Consideriamo un cubo d’aria della dimensione richiesta da cartello, 10 metri di spigolo: sono 1000 metri cubi d’aria, cioè 1 milione di litri! Supponiamo ancora – ma sto proprio esagerando – che io abbia rilasciato nell’atmosfera 10 litri di fumo: fa una parte su 100.000. Questo nell’immediato, perché dopo un tempo variabile tra i secondi (se c’è vento) e i minuti (se l’aria è “ferma” – ma ferma ferma in realtà non è mai) il fumo si disperde nell’atmosfera, che ai fini dei nostri calcoli possiamo considerare di volume pressoché infinito. E la concentrazione di fumo è, dopo un po’, praticamente infinitesima. Cioè, la composizione dell’atmosfera che voi non-fumatori respirate resta pressoché invariata prima e dopo la mia sigaretta: questo per ricordarvi che anche senza di me respirate particolati benzene monossido di carbonio ossidi d’azoto eccetera, sostanze nocive presenti nel fumo della sigaretta e nell’atmosfera delle nostre città e delle nostre strade.

Ma allora, vi sento già obiettare, perché sento il puzzo della tua sigaretta e mi da fastidio? Perché il nostro naso è una macchina meravigliosa, i cui percettori si legano a una singola molecola e trasmettono un segnale elettrico che viene elaborato dal nostro cervello. E perché il puzzo della tua sigaretta lo sento e quello del benzene degli scarichi della automobili no? Perché il nostro cervello elabora le novità, le differenze, anche negli odori: il fumo della mia sigaretta si sovrappone, per un attimo, al “brusio di fondo” di tutti gli altri odori urbani e viene percepito, come quando riconosciamo una voce amica (o nemica, nell’analogia con il fumo) in un ambiente rumoroso.

Quanto al mio fumo, alle poche molecole che hanno toccato le vostre mucose nasali, vi chiedo scusa per il disturbo. Consolatevi con l’idea che nel tempo che ci avete messo a leggere questo post, la probabilità che abbiate inalato almeno una molecola di ossigeno a suo tempo respirata da Leonardo da Vinci è praticamente una certezza: non vi sentite già più intelligenti? E magari più tolleranti?