Irène Némirosky – Suite francese

Némirosky, Irène (2005). Suite francese (Suite française. trad. di Laura Frausin Guarino). Milano: Adelphi. ISBN: 9788845972577. Pagine 415. 6,99 €.

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Solitamente diffido dei casi letterari. Quando sono pubblicati, li accompagnano commenti entusiastici: “Un capolavoro che si credeva perduto … a lungo ingiustamente dimenticato … che ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere la Francia | il romanzo di viaggio | la memorialistica | il romanzo di formazione”. Fate voi. Adelphi, poi è particolarmente versato in questa tecnica di marketing, che consiste nella capacità di montare a neve perfettamente gli albumi dell’ultimo volume edito. Ho sospettato per anni che Adelphi avesse un’intera squadra di redattori intenti a scrivere un ultimo romanzo di Joseph Roth (che, morto nel 1939, non poteva soddisfare la sete di bestseller dell’editore, al di là dei 17 romanzi pubblicati in vita) o, in via subordinata, di qualche altro oscuro scrittore della finis Austriae.

Se non ricordo male, Suite francese uscì in italiano verso fine del 2005. Mi sembra di ricordare che sotto le feste natalizie facesse bella mostra di sé in pile ordinate e odorose sul bancone dell’indimenticata libreria di Milano Libri in via Verdi, e di aver esitato se comprarlo per me o per regalarlo. Vinse la diffidenza.

Che cosa è cambiato ora, per farmelo leggere? Una specie di tormentone in Fedeltà di Marco Missiroli (che ho recensito qui): Suite francese è il libro che sta leggendo Margherita, una delle protagoniste, e i pochi accenni che Missiroli fa sono bastati a farmi venire voglia di leggerlo. Fedeltà, dunque, almeno qualche merito ce l’ha.

Per contro, l’essere citato in un altro libro (che peraltro ne cita molti, e non tutti a proposito) non è in sé un merito. Né, in sé, è un merito neppure l’essere nato in circostanze tragiche: Suite francese è l’insieme – la suite appunto, nell’accezione musicale del termine – dei primi due movimenti di un romanzo in cinque parti che Irène Némirosky stava febbrilmente scrivendo prima di essere arrestata e deportata ad Auschwitz, dove è stata uccisa all’arrivo. Merita, dunque, Suite francese?

Sì, è la mia risposta. Scritto in modo molto tradizionale (per quanto mi consente di giudicare la bella traduzione italiana), con un uso magistrale del discorso indiretto attraverso cui passa lo stream of consciousness dei protagonisti, molto “francese” nella sua delicatezza ma senza quell’ipertrofia dei periodi che caratterizza molti scrittori francesi, racconta con tenerezza e ferocia il primo anno della Seconda guerra mondiale in Francia, grosso modo dal giugno del 1940 al giugno del 1941.

Il tema è la reazione dei francesi all’invasione prima e all’occupazione tedesca poi. Ma – anche se Irène Némirosky ha una tesi – questa tesi non viene mai enunciata espressamente nel romanzo, ma solo nelle note di diario riportate in appendice al volume:

Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell’ambito di una certa classe sociale ha un solo movente: la paura. È stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la pace attuale. Il francese di questa casta non odia nessuno; non nutre gelosia né ambizione delusa, né un vero desiderio di vendetta. Ha una fifa blu. Chi gli farà meno male (non nel futuro, non in senso astratto, ma subito e sotto forma di ceffoni e calci nel sedere)? I tedeschi? Gli inglesi? I russi? I tedeschi lo hanno sconfitto, ma la punizione è presto dimenticata e i tedeschi possono difenderlo. Per questo lui è «per i tedeschi». A scuola, l’allievo più debole preferisce l’oppressione di un solo individuo all’indipendenza; il tiranno lo tartassa ma impedisce agli altri di rubargli le biglie, di picchiarlo. Se sfugge al tiranno, si ritrova solo, piantato in asso in mezzo alla mischia. (pos. 6017)

Piuttosto, viene fatta emergere dai pensieri e dalle azioni dei personaggi (è un romanzo corale) di cui narra le vicende. Nel primo romanzo, Temporale di giugno, lo sfondo è rappresentato dall’esodo di massa da Parigi dopo il primo bombardamento della città, nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche, e fino alla notizia dell’armistizio. Ma l’autrice non dipinge tanto le scene di massa (anche se a tratti lo fa), ma segue le peripezie di alcune famiglie e personaggi: i Péricand (borghesi ricchi, potenti e cattolici tradizionalisti), i Michaud (piccolo-borghesi, ingenui e “sfigati”), il cinico banchiere Corbin, lo scrittore affermato e dannunziano Gabriel Corte (con amante al seguito), l’esteta collezionista Langelet. I personaggi si incontrano e si incrociano. Lo faranno anche nel romanzo successivo, sullo sfondo; e dagli appunti lasciati da Irène Némirosky si comprende che avrebbero continuato a farlo anche nei tre romanzi mancanti: in questo modo si inaugura una tecnica che ci è diventata familiare nelle serie televisive, e che in letteratura costituisce una caratteristica della narrativa di David Mitchell (qui ho recensito Cloud Atlas qui avevo parlato del film che ne è stato tratto – e qui The Thousand Autumns of Jacob de Zoet). In questo modo si va componendo un grande affresco: in tutti la guerra fa emergere il peggio (per lo più, ma a volte anche il meglio), ma non li cambia radicalmente. Li estremizza, per così dire. Anche se vengono in mente alcuni scrittori e alcuni film italiani – in questo momento sto pensando a Una notte del ’43 (una delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani) e a La lunga notte del ’43, il bel film dell’esordiente Florestano Vancini (di entrambi ho parlato di sfuggita qui) – l’operazione di Irène Némirosky è di respiro ben più ampio.

Il secondo romanzo, Dolce, si muove su un registro più intimo: siamo in campagna, in un villaggio in cui si acquartierano i tedeschi. E nasce una delicatissima storia di amore tra una giovane signora francese (spostata per convenienza a un fedifrago che non ama, e che ora è prigioniero di guerra) e un ufficiale tedesco con la vocazione della musica. Un amore che proprio per il pudore dei protagonisti (non viene mai consumato, ma “il dono dell’anima […] precede quello del corpo”) ci appare ancora più tragico e impossibile, rivelatore dell’immane violenza che la guerra impone a tutti. Al di sotto le tensioni e le meschinità della provincia francese continuano ad emergere, tra acquiescenze collaborazionistiche, mercato nero e violenza rattenuta. Si accumulano nubi nere, ma il temporale non scoppia. Non ancora. La guarnigione tedesca parte per la Russia.

***

Le consuete citazioni, che fanno riferimento alle posizioni Kindle:

La carità cristiana, la mitezza di secoli di civiltà le cadevano di dosso come vani orpelli rivelando un’anima arida e nuda. Lei e i suoi figli erano soli in un mondo ostile. Doveva nutrire e proteggere i suoi piccoli. Il resto non contava più. (pos. 885)

Purché tutta quella confusione si placasse al più presto! Che si stabilisse un modo di vivere, uno qualsiasi, giacché tutto quel pandemonio, quella guerra, quelle rivoluzioni, quei grandi rivolgimenti della storia potevano esaltare gli uomini, ma le donne… Ah, le donne ne provavano solo fastidio! (pos. 1639)

Come sempre quando lui non la contraddiceva e si dichiarava pienamente d’accordo con lei, Jeanne cambiò subito parere. (pos. 2815)

Gli eventi gravi, fasti o nefasti che siano, non cambiano la natura di un uomo ma permettono di definirla meglio […] (pos. 3007)

Un’esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera: «Altre ventiquattr’ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani». Tutti coloro che stavano intorno a Jean-Marie la pensavano così o quanto meno agivano come se pensassero così. Si occupavano delle bestie, del fieno, del burro, e non parlavano mai dell’indomani. Guardavano agli anni futuri, piantavano alberi che avrebbero dato i loro frutti a distanza di cinque o sei stagioni; ingrassavano il maiale che avrebbero mangiato di lì a due anni, ma non si soffermavano sull’immediato futuro. (pos. 3181)

E proprio mentre pensava così, il suo cuore, che era meno ragionevole di lei, cominciava a battere con tale violenza da soffocare tutti i rumori esterni, tanto che non sentiva più la voce di Benoît, gli strilli del bambino, il vento sotto la porta, e il tumulto del suo sangue la assordava come quando ci si tuffa sotto un’onda. (pos. 3712)

[…] «proibizione» non significava «impossibilità di superare l’ostacolo», semplicemente «difficoltà nel farlo»; una questione di tatto, di fortuna e di mezzi finanziari. (pos. 4318)

[…] poco interessato alle donne in generale e alla propria moglie in particolare. (pos. 4353)

[…] i pregiudizi sopravvivono alle passioni […] (pos. 4931)

[…] la buona educazione serve appunto a correggere le reazioni istintive della natura umana. (pos. 4937)

Dopo tutto, si giudicano gli altri solo in base al proprio cuore […] (pos. 4958)

Quello che divide o unisce gli individui non è la lingua, non sono le leggi, i costumi, i princìpi, ma il modo di tenere le posate! (pos. 5156)

[…] quell’urgenza di svelare il proprio cuore all’altro… un’urgenza da amante che è già un dono, il primo, il dono dell’anima che precede quello del corpo. (pos. 5295)

Tutto era meglio della musica, perché solo la musica abolisce le differenze di lingua o di abitudini fra due esseri e tocca fibre sensibilissime. (pos. 5461)

Emmanuel Carrére – La vita come un romanzo russo

Carrére, Emmanuel (2009). La vita come un romanzo russo (Un roman russe. trad. di Margherita Botto). Torino: Einaudi. ISBN: 9788858403488. Pagine 276. 7,99 €.

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A me Carrère piace, in genere. L’ho incontrato la prima volta con L’avversario: avevo visto il bel film omonimo di Nicole Garcia, con uno straordinario Daniel Auteuil. Il libro è – ma se ne può discutere – ancora più bello del film.

Poi ho letto Limonov, di cui ho scritto la recensione su questo blog alcuni anni fa (se volete leggerla, è qui). Ne ho letto anche altri, per la verità, ma vi sarete accorti che sono rimasto un po’ indietro con la promessa di recensire tutto quello che via via vado leggendo. Mi riprometto di rimediare.

Carrère ha il dono di una scrittura limpida, almeno per quello che posso giudicare io che leggo il francese in traduzione. Ma è un autore che può essere irritante: ha – come si dice – un ego smisurato. O forse è narcisista. Parla, in sostanza, sempre di sé. Scrive romanzi, o saggi, o una contaminazione dei due: comunque trova il modo di dare al tutto sempre un’impronta molto personale, autobiografica. Non c’è inquadratura in cui non sia in qualche modo presente: a volte da protagonista, a volte con un cameo di sfuggita (un po’ alla Hitchcock), a volte lasciandoci vedere un microfono o una giraffa come per distrazione (per continuare la metafora cinematografica). Il rischio, va da sé, è quello dell’autocompiacimento.

Da questo punto di vista, questo libro è il più estremo tra quelli di Carrère che ho letto. Mi aveva attratto il riferimento alla Russia (che a me affascina) e al romanzo russo (ma questo è senza dubbio un romanzo francese, anzi un romanzo di Carrère). Anzi, se non sbaglio, da nessuna parte l’autore scrive che questo è un romanzo. La chiama storia, e la conclude scrivendo:

Ho pensato: sono venuto ad allestire una tomba a un uomo la cui morte incerta ha pesato sulla mia vita, e mi ritrovo di fronte a un’altra tomba, di una donna e di un bambino che per me non erano niente, e adesso sono in lutto anche per loro.

Forse è questa, la storia. (pos. 3110)

Ma poi – c’è tutto Carrère in questo – scrive un settimo capitolo, in cui ripercorre gli avvenimenti occorsi dopo i due anni raccontati nel sei capitoli precedenti, e ci toglie ogni dubbio (o almeno intende toglierci ogni dubbio) sul fatto che stiamo parlando non di una storia qualunque, ma di un frammento di autobiografia.

Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia. Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi. (pos. 3113)

Kotel´nič, suo nonno e la lingua russa ci sono, ma (secondo me) non sono il centro del libro. Quanto a Sophie, in un certo senso lo è: deuteragonista, e vittima. Protagonista e carnefice è lo stesso Carrère che prima la mette in mezzo (narrativamente, ma si sospetta anche nella vita reale, fin dalla prima scena, del sogno erotico ambientato in treno) e poi la espone ancora, come vedremo.

Si usano spesso, metaforicamente, quando si parla di autocompiacimento, termini che fanno riferimento alla masturbazione. Lo si fa nel linguaggio corrente (“Sono pippe mentali”), e lo si fa pure in ambiti meno colloquiali, come in una recensione. Ma qui (e in altre opere di Carrère) non si tratta di una metafora. La masturbazione è forse il vero centro del romanzo: il verbo masturbare/masturbarsi, in diverse coniugazioni, compare nel romanzo dieci volte (questo è facile da fare con un ebook). I temi e le situazioni collegati al concetto sono molto più frequenti. L’episodio centrale del libro è il racconto erotico che Carrère pubblica su Le monde per un gioco con Sophie, la sua compagna dell’epoca, con la speranza di una complicità che ravvivi il loro rapporto, e che invece (prevedibilmente, verrebbe da dire) conduce alla sua fine. Anche perché poi, per la verità, è Carrère stesso a non reggere, a cadere dal gioco perverso nell’agitazione, nella gelosia, nell’agitazione scomposta.

Un inciso: non è invenzione. Carrère ha effettivamente pubblicato quel racconto, «L’Usage du “Monde”», sull’edizione datata 22 luglio 2002 (ma uscita in edicola il 20). Se siete curiosi, lo trovate online qui.

Non sono un moralista (lo so, suona un po’ come “non sono un razzista ma…”) ma leggere quelle pagine mi ha fatto sentire molto a disagio, per usare un termine forse troppo debole. Forse sarebbe più appropriato dire che quelle pagine mi hanno fatto sentire proprio male. Certo, se volete l’empatia per i personaggi di un romanzo è una parte di quella suspension of disbelief che al romanzesco e al narrativo è connaturata. Ma a me è risultato molto difficile non mettermi nei panni della povera Sophie. Mentre Carrère – almeno così è sembrato a me – continua a puntare lo sguardo su sé stesso, un po’ per giustificarsi (se non assolversi), un po’ per raccontarci che in fin dei conti la vittima è lui!

Il peggio che succede a Sophia, ben prima del giochetto erotico finito malamente, è che Carrère si considera superiore a Sophie per censo e cultura e la fa sentire non alla sua altezza. E che Sophie non ha la forza o l’ardire di mandarlo a quel paese (lo farà più tardi, ma non lo fa ancora, e forse non lo fa nemmeno per questo, che è il capo d’accusa più pesante che gli avrebbe dovuto imputare).

Alla nascita, dice lei, ho avuto tutto: la cultura, la disinvoltura sociale, la padronanza dei codici […] (pos. 575)

Ho fatto fatica a finire il libro lo confesso. E ho smesso di annotare i brani che mi erano piaciuti. Per questo le citazioni a un certo punto si interrompono:

Nella maggior parte dei documentari si finge che la troupe non esista. Bisognerebbe fare esattamente il contrario […] (pos. 433)

Ricordo una frase in particolare, a mio parere un capolavoro di economia descrittiva: le montagne, dice il narratore, sono cosí alte che per quanto alzi gli occhi, non vedi mai gli uccelli stagliarsi sullo sfondo del cielo. (pos. 541)

Ma non c’è solo questo nella passione per i peli sotto le ascelle, c’è anche, come dire?, una sorta di effetto metonimico, come quando si dice vela per dire barca, l’impressione che tu vada a spasso con due piccole fiche supplementari, due piccole fiche che la buona creanza autorizza a mostrare in pubblico benché facciano irresistibilmente pensare, o perlomeno a me fanno irresistibilmente pensare, a quella che hai tra le gambe. (pos. 1370)

Dan Brown – Origin

Brown, Dan (2017). Origin. Londra: Transworld. ISBN: 9781473543348. Pagine 456. 6,19 €.

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Ma non mi vergogno a leggere Dan Brown? Sì, mi vergogno, ma ci ricasco tutte le volte, come un adolescente con gli atti impuri commessi in solitudine, nonostante le sinistre profezie della cecità in questa vita e dell’inferno per l’eternità.

Dan Brown non è un grande scrittore, e neppure uno scrittore medio. Però – oltre a toccare temi à la page in grado di incuriosire un pubblico moderatamente colto e informato e a stupire, facendolo sembrare colto e informato, il resto dei lettori – è una gran guida di viaggio, ben documentato sui luoghi che ci fa visitare.

Confesso – tanto per restare nel clima penitenziale – di aver letto, oltre al Codice Da Vinci (che offriva l’alibi della curiosità per un fenomeno di costume, dato che tutti parlavano del libro e, un paio d’anni dopo, del brutto film che ne era stato tratto), anche Digital Fortress (in italiano Crypto, con l’alibi questa volta del mio interesse per la crittografia: ma se volete leggere un bel libro in tema, leggete piuttosto Criptonomicon di Neal Stephenson, se riuscite ancora a scovarlo nell’edizione italiana di Rizzoli) e Inferno (qui la scusa erano Dante e una mamma professoressa e dantista, che se avesse fatto invece la dentista oggi sarei più ricco. Inferno l’ho recensito qui). Dato che Dan Brown ha scritto in tutto sette romanzi, ne ho letti più della metà.

Non vi racconto niente della trama: è pur sempre un thriller, o meglio un romanzo a chiave, pieno di colpi di scena più o meno prevedibili. Sotto il profilo turistico, parliamo di Spagna. Se non mi ricordo male: si parte dal monastero di Montserrat:

Poi il museo Guggenheim di Bilbao:

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
Photograph taken by User: MykReeve [CC BY-SA 3.0]

C’è una puntata a Budapest e una alla cattedrale e al palazzo reale di Madrid. Ma il nostro autore non poteva farsi scappare la Barcellona di Gaudì. Prima fa andare il protagonista alla Pedrera:

E poi, naturalmente alla Sagrada Familia:

Dulcis in fundo, la Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos…

***

Pochissime le citazioni che meritano di essere ricordate:

‘Men plan, and God laughs.’ (p. 225)

In other words, Darwin’s theory described the survival of the fittest, but not the arrival of the fittest. (p. 386)

‘The price of greatness … is responsibility.’ (p. 412: è una citazione di Churchill)

Noi

Noi (Us), 2019, di Jordan Peele, con Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss.

Lupita Nyong'o in Us (2019)
imdb.com

Una cagata pazzesca (quando ce vò, ce vò). Girato male, sceneggiato male, tradotto male, doppiato male. Dialoghi inverosimili. Tutti i peggiori luoghi comuni del genere. Solo Lupita Nyong’o si salva, tra gli attori; gli altri dei cani, per quello che si può giudicare dall’irritante doppiaggio. La cosa migliore del film è la colonna sonora. State alla larga.

Ma allora perché sono andato a vederlo?

Questo è il punto: perché ingannato dalle recensioni. Pensate che me l’ero addirittura segnato, e aspettavo con ansia l’uscita italiana, dopo aver letto questa recensione sul Guardian dell’11 marzo 2019 (“Us review – Jordan Peele’s brash and brilliant beach holiday horror“, di Peter Bradshaw):

Peele’s follow-up to Get Out is a superb doppelganger satire of the American dream, with Lupita Nyong’o delivering a magnificent performance.

An almost erotic surge of dread powers this brash and spectacular new horror-comedy from Jordan Peele, right from its ineffably creepy opening. It’s a satirical doppelganger nightmare of the American way, a horrified double-take in the mirror of certainty, a realisation that the corroborative image of happiness and prosperity you hoped to see has turned its back, like something by Magritte.

Questo l’inizio, ma va avanti così per tutto il resto dell’articolo, che non riporto perché pieno di spoiler (ve l’ho già detto, di stare alla larga, ma non siete obbligati a credere al mio giudizio).

Vabbè, gli inglesi, appassionati del genere horror dai tempi di Mary Shelley…

Ma la critica americana non è da meno. Eccovi (anche qui evito gli spoiler) David Sims su The Atlantic del 19 marzo 2019 (“Jordan Peele’s ‘Us’ Is Worth Seeing Again and Again“):

In the opening sequence of Us, Jordan Peele gives the audience what it might be expecting after months of hype for his follow-up to Get Out: a perfectly taut piece of virtuoso horror filmmaking.

[…]

In its dread-suffused opening moments, Us is utterly serious. But as the plot moves forward, the film becomes more complicated, more outrageous, and in a lot of ways, more daringly funny and topical than its predecessor. Us is a glorious symphony of fear, to be sure, but it’s also an ambitious sci-fi allegory and a pitch-black comedy of the haves and have-nots.

[…]

Peele has such a gift for generating terror through blocking and simple camera movements that he never has to rely on lame jump scares to rack up the tension.

[…]

The movie is so rife with ideas that it should inspire multiple trips to the theater for its most devoted fans, because it ends not on a definitive answer but on a trenchant question for viewers to ponder on their way out. Us is a thrill ride, a somber parable, and a potential first chapter in a vast, encyclopedic sci-fi story; talented as ever, Peele has found a way to cram all of that into a gleeful blast of a film.

OK, gli americani sono propensi all’iperbole, si sa.

Vediamo allora la critica nostrana. Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 31 marzo 2019 (“«Noi», horror di Jordan Peele: uno specchio delle nostre paure”):

Se horror deve essere che lo sia fino in fondo, senza preoccuparsi troppo della logica e della razionalità. È un avvertimento che andrebbe tenuto presente prima di vedere Noi, il nuovo film di Jordan Peele che dopo l’esordio con Scappa – Get Out torna a misurarsi con gli incubi che si annidano nell’immaginario made in Usa. E che sono naturalmente legati al colore della pelle dei suoi abitanti (Peele è nero ed era diventato popolare imitando Obama in tv) ma che poi si allargano per scavare dentro paure più profonde e indefinite.
Senza dimenticare che nonostante Noi sia stato lanciato con l’etichetta del film horror, non è certo uno di quei titoli truculenti che vanno per la maggiore, con musiche tonitruanti e continui salti sulla poltrona, ma piuttosto un sottile gioco di allusioni e di svelamenti, con un po’ di sangue (più che altro sui vestiti) e molta tensione.

[…]

Il precedente Scappa – Get Out prendeva di petto le certezze della classe bianca e democratica per insinuare il dubbio che dietro certe apparenze si nascondessero ancora pregiudizi e anche peggio. Con Noi (il cui titolo originale — Us — gioca maggiormente sull’ambiguità tra il pronome personale e la sigla degli Stati Uniti) sembra divertirsi ad allargare il suo gioco al massacro, ricordandoci che dentro a ognuno di noi, bianco o nero poco importa, potrebbe esistere un doppio vendicativo e omicida. Disposto a tutto per ottenere il suo posto nel mondo.

Che dire di fronte a questa unanimità? Tre possibili conclusioni, in larga parte alternative:

  1. Non ci capisco niente di cinema. Anni di cineforum, libri e cineteca nazionale buttati al vento.
  2. I recensori si influenzano a vicenda e si basano in parte sulla reputazione del regista, e in parte sulle prime critiche che escono (non ho la voglia né la pazienza di ricostruire la storia delle recensioni, che parte negli Stati Uniti: comunque su IMDb nel momento in cui scrivo Noi ha un metascore di 81/100 sulla base di 55 recensioni).
  3. I recensori, almeno quelli dei quotidiani e delle riviste mainstream, non stroncano mai veramente nessuno, perché in caso contrario Hollywood gli taglierebbe la pubblicità e affonderebbe la testata.

Aridàtece il Goffredo Fofi dei Quaderni piacentini, che nel 1971 recensiva così Il conformista di Bernardo Bertolucci (lo trovate qui, grazie alla meritoria messa online della Biblioteca Gino Bianco):

Abbiamo di fronte un nuovo jou-jou della nostra borghesia. Il dubbio ci viene confermato da questo film, come anche dalle dichiarazioni più recenti di Bertolucci, nelle quali, oltre alla confusione dei propositi, sembra tuttavia chiaro l’essenziale: ricavarsi uno spazio di successo personale tra l’apparato (tv e cinema spettacolare), l’alibi (squalificatissimo) della tessera del partito e dei futuri circuiti alternativi e il plauso della «critica» vecchia e la compiacenza di una critica sedicente nuova e linguistica.

Richard Powers – The Time of Our Singing

Powers, Richard (2004). The Time of Our Singing. New York: Farrar, Straus and Giroux. ISBN: 9780374706418. Pagine 632. 9,67 €.

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Romanzo ambizioso, ma non del tutto riuscito. Impegnato e impegnativo (632 pagine, di cui molte non sarebbero sopravvissute a un editor sufficientemente spietato). Eppure interessante, non privo di meriti, con alcune pagine memorabili.

C’è una versione italiana, tradotta da Giulio Caraci e pubblicata da Mondadori nel 2007 (Il tempo di una canzone, traduzione insensata e più avanti capirete perché).

L’impressione è che Richard Powers ci abbia voluto mettere un po’ tutto quello che lo appassiona: un po’ come faccio io in queste pagine, soltanto che io non pretendo di essere un romanziere e le mie elucubrazioni sono messe a disposizione di chi vuole leggere senza pretesa di retribuzione né in danaro né in fama.

Richard Powers, che oggi ha 62 anni e quando ha pubblicato il romanzo ne aveva meno di 50, è laureato in fisica, appassionato di canto e musica (secondo Wikipedia suona violoncello, chitarra, sassofono e clarinetto) e ha insegnato inglese all’università.

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Phoebe [CC BY-SA 4.0]

Il romanzo racconta – con la voce narrante di Joey, il secondogenito – una storia familiare. E fin qui nulla di straordinario. Anzi, l’inserirsi in un filone così tradizionale, quello della saga familiare, in qualche modo nuoce al libro, sia perché ne sminuisce l’originalità (same old same old), sia perché costringe l’autore ad attenersi ai canoni di quella forma, raccontando gli eventi in modo lineare e completo (e questo gli costa pagine e pagine che forse si sarebbero potuto risparmiare con un po’ più di coraggio nel forzare la forma della saga).

La famiglia, però, è una famiglia sui generis. Non soltanto nel senso universalmente noto dell’incipit di Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), che fa sì che il lettore non sia interessato a leggere la storia di una famiglia felice, e dunque il narratore non sia incentivato a raccontarla. La ragion d’essere stessa del romanzo è l’eccezionalità di questa famiglia.

David Strom (un fisico ebreo fuggito dalla Germania – la sua famiglia sterminata nella Shoah) e Delia Daley (un’aspirante cantante, figlia più grande di una famiglia della borghesia nera di Philadelphia – il padre è un medico) si incontrano il giorno di pasqua del 1939 a Washington, al concerto di Marian Anderson, cui era stato impedito di cantare nella Constitution Hall perché afro-americana. Musica, fisica relativistica, problema razziale: ecco i tre temi del romanzo (ed ecco perché il titolo originale è un titolo a chiave, mentre la traduzione italiana è semplicemente banale).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/40/MarianAndersonLincolnMemorial.png
By U.S. Information Agency – NARA image 306-NT-965B-4 / ARC 595378
Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2517831

Delia e Davis si sposano, nonostante l’opposizione della famiglia di lei e benché i matrimoni misti siano vietati in gran parte degli Stati, e generano tre figli di straordinario talento: il maggiore, Jonah, diventerà un tenore di fama internazionale, ma nel 1992 resterà vittima dei disordini seguiti alla sentenza di assoluzione dei 4 poliziotti che avevano massacrato di botte Rodney King (63 morti, 2.383 feriti, oltre 12.000 arresti); Joseph detto Joey, la voce narrante, diventerà pianista e accompagnerà a lungo il fratello in tournée, prima di diverntare insegnante di musica nella scuola della sorella a Oakland; Ruth, anche lei dotata di talento e bella voce, entrerà nelle Black Panthers con il marito, poi ucciso dalla polizia.

Dei tre temi, quello della musica è quello cui è dedicato nel romanzo lo spazio maggiore, per lo meno sotto il profilo quantitativo. Ma nonostante la straordinaria capacità di catturare l’esperienza musicale con le parole (per questo un recensore ha accostato questo romanzo di Powers al Doctor Faustus di Thomas Mann), ho trovato questo aspetto il più debole. Certo, è memorabile il racconto delle serate musicali a casa Strom quando i bambini sono piccoli (i genitori hanno deciso di occuparsi personalmente della loro istruzione, fino a quando Einstein – nientemeno – li convince a mandarli a una scuola musicale): il gioco delle crazed quotations, in cui i cinque improvvisano contrappunti improvvisati mescolando tutti i generi musicali, più che un riferimento alla mixité della famiglia, è una celebrazione della libertà creativa e dell’improvvisazione. Questo primo passo si rispecchia in quello sul saggio scolastico che, verso la fine del libro, Joey presenta a Jonah in visita alla scuola di Oakland dove insegna. Powers cita, a un certo punto, il Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo (che io personalmente aborro) e Sketches of Spain di Miles Davis e Gil Evans (una delle cose che amo meno di Miles Davis), ma a me viene in mente soprattutto il quodlibet alla fine delle Variazioni Goldberg di Bach, che mischiano al tema le melodie popolari Ich bin so lange nicht bei dir g’west, ruck her e Kraut und Rüben haben mich vertrieben (Non sono stato con te per così tanto tempo, vieni qui e Cavoli e rape rosse mi hanno disturbato).

Glenn Gould, piano

Peccato che in mezzo a questo due momenti memorabili ci siano decine di pagine in cui Powers, per il tramite del narratore e testimone Joey, descrive minuziosamente gli exploit musicali di Jonah…

E le lungaggini del romanzo non sono solo queste, come dicevo: ci sono intere vicende ed episodi che si sarebbero potuti tralasciare senza che il racconto ne soffrisse: cito per tutti – ma ce ne sono anche altri – la storia d’amore infantile tra Jonah e Kimberly Monera.

Il secondo tema del romanzo è la razza. Forse il tema principale. Certamente quello più interessante per chi – come me e la maggioranza degli europei – è stato indotto a pensare che tra l’emancipazione dalla schiavitù dopo la guerra civile e Lincoln e l’elezione di Barack Obama come primo presidente afro-americano nel 2008 ci sia stato un percorso tutto sommato lineare, anche se interrotto da un bel po’ di “incidenti di percorso” (linciaggi, assassini, disordini – gravi, certo, ma semplici battute d’arresto nell’inesorabile cammino del progresso). Come ci ha ricordato anche Green Book (di cui abbiamo parlato qui), è andata tutt’altro che così. E Powers ricorda doverosamente (ma, ancora una volta, minuziosamente) gli eventi che hanno punteggiato la storia del conflitto razziale negli Stati Uniti: dall’episodio del concerto di Marian Anderson (di cui abbiamo già parlato), al linciaggio di Emmett Till, ai disordini di Watts, Newark e Detroit; al pestaggio di Rodney King e agli scontri di Los Angeles ; alle marce su Washington di Martin Luther King nel 1963 (I have a dream) e di Louis Farrakhan nel 1995.

Verrebbe da sbottare: “ma se avessi voluto leggere un libro di storia, me lo sarei comprato, invece di acquistare un romanzo”. Ma sarebbe ingiusto, perché Powers fa un lavoro onesto e scrupoloso per inserire questo sfondo storico nel suo racconto, anche se non sempre con successo. E a volte riesce a offrirci un punto di vista originale, che stimola a riconsiderare cose che davamo per scontate: ad esempio, non mi era mai passato per la mente che le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki potessero essere lette come atti di razzismo. Eppure è proprio su questo che il padre di Delia, il dottor William Daley, rompe con David Strom e tutta la famiglia della figlia, con una lettera che dice, tra l’altro:

I have no trouble in accepting the first explosion. It seems to me politically necessary, scientifically triumphant, and morally expedient. But this second blast is little more than barbaric. What civilized people could defend such action? We have taken tens of thousands more lives, without even giving that country a chance to absorb the fact of what hit it. And for what? Merely, it seems, to project a final superiority, the same world dominance I thought we were fighting this war to end …

[…]

This country must know what it’s in danger of pursuing. Surely it sees how this act will look to history. Would this country have been willing to drop this bomb on Germany, on the country of your beloved Bach and Beethoven? Would we have used it to annihilate a European capital? Or was this mass civilian death meant, from the beginning, to be used only against the darker races?

[…]

I had in mind a different victor, a different peace, one that would put an end to supremacy forever. We were fighting against fascism, genocide, all the evils of power. Now we’ve leveled two cities of bewildered brown civilians … You may not understand my racializing these blasts. (pp. 415-416).

Uno dei leitmotiv del romanzo è in un proverbio yiddish citato più volte – la prima quando David e Delia s’incontrano:

“The bird and the fish can fall in love. But where they gonna build their nest?” (p. 630)

Per tutto il libro, la domanda non trova una risposta soddisfacente, e il tentativo di David e Delia di dare ai loro figli un’esistenza al di là della razza si scontra più volte con il fallimento, con la frustrazione e con la morte (della stessa Delia, di Robert Rider il marito di Ruth, di Jonah). Soltanto alla fine il piccolo Robert, figlio minore di Ruth, abbozza una risposta:

“The bird and the fish can make a bish. The fish and the bird can make a fird.”

[…] “The bird can make a nest on the water.” (p. 631)

Il terzo tema, quello che a me appassiona di più, come testimonia un libro che ho letto di recente (Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time, che ho recensito qui), è quello del tempo nella fisica. David è uno scienziato – come Richard Powers – ed è ossessionato dal tempo, o meglio dalla sua illusorietà. Le cose che David Strom ci fa intuire, a volte parlando con la moglie e soprattutto con i figli, a volte in un apparente delirio, fino in punto di morte.

“Do you know what time is?” His voice is so soft, I think I’m making it up. “Time is our way of keeping everything from happening at once.”

I reply as he taught me, long ago, the year my voice broke. “You know what time is? Time is just one damn thing after another. (p. 95)

Sotto troverete molte altre citazioni. Alcune veramente illuminanti.

L’attenzione al tempo struttura anche il romanzo, nei frequenti flashback che interrompono la narrazione lineare di Joseph. E, infine, everything happens at once, quando nell’illusione del tempo, il cerchio si chiude intorno a David e Delia nel 1939 e a Robert nel 1995.

***

Avevo pensato di strutturare le molte citazioni dal romanzo che vi propongo intorno ai tre temi della musica, della razza e del tempo. Ma poi mi sono accorto che molte delle citazioni trattano insieme più di un tema (e, inoltre, il lavoro di riclassificazione è una fatica improba, rispetto all’ordine di pagina).

“A near Polack. A counterfactual Polack.”

“A Polack in one of many alternate universes?” (p. 7)

[…] the soul’s eye color. (p. 14)

[…] halfway between food and feces. (p. 19: a proposito dell’odore del vomito)

The world was not a madrigal. The world was a howl. (p. 50)

Music itself, like its own rhythms, played out in time. A piece was what it was only because of all the pieces written before and after it. Every song sang the moment that brought it into being. Music talked endlessly to itself. (p. 58)

Three-quarters of all American Negroes have white blood—and very few of them as a matter of choice. (p. 72: ne ho parlato qui recensendo Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past)

“Growing disorder: This is how we must tell time. Lunch is not only never free; it gets, every day, a little more expensive. This is the only sure rule in our cosmos. Every other fact, you will one day exchange. But bet against the Second Law, and you are doomed. The name isn’t strong enough. Not second anything. Not a law of nature. It is nature.” (p. 88)

Like loose lips sink ships, a law I will never quite get until long after all my ships have sailed. (pp. 88-89)

Music, as his hero Leibniz says, is an exercise in occult mathematics by a soul that doesn’t even know it’s counting. (p. 91)

“We have no access to the past. All our past is contained in the present. We have nothing but records. Nothing but the next set of histories.” (p. 92)

Happy, or at least busy, […] (p. 109)

“Okay?” our father echoes. Empirical reductionist. Okay has no measurement. Okay is a meter stick that shrinks with the speed of the measurer. (p. 130)

“Every twin has his own tempo. The universe has as many metronomes as it has moving things.” (pp. 151-152)

Mechanical stairs, to lift us up to Overlook without moving. Visual telephones on your wrist. Floating buildings. Pellets that change into any food you want—just add water. Dial-up music, everywhere on demand. This brick and iron city is something I’ll remember in old age, with the same head-wagging smile of bewilderment my father resorts to, here in this foreign country, in this false now. (p. 152)

“That, too, is true! But only because our reason was created at very slow speeds.” (p. 235)

Learning each other was steady work, but no harder than the work of being. (p. 286)

His sons will not be his. Every census will divide them. Every numbering. (p. 344)

Start a little fish, end a little fish, only eaten. (p. 389)

“The ones without talent can’t be taught. The ones with talent need not to be taught.” (p. 410)

“You must learn to listen,” he says. If particles, forces, and fields obey the curve that binds the flow of numbers, then they must sound like harmonies in time. “You think with your eyes; this is your problem. No one can see four independent variables mapping out a surface in five or more dimensions. But the tuned ear can hear chords.” (p. 411)

“[…] They are taking shortcuts in the steps of their deductions. They do not see the case, but only make bets on the basis of what they think likelihood tells them. Category. This is how thought proceeds. We cannot alter that. But we must change their categories.” (p. 422)

Music had always been his celebration of the unlikelihood of escape, his Kaddish for those who’d suffered the fate meant for him. (pp. 461-462)

[…] the kind of motorized bed that can be set to every position except comfortable. (p. 466)

The bird and the fish can fall in love, but their only working nest will be the grave. (p. 470)

‘There’s another wavelength everyplace you point your telescope.’ (p. 471)

All things that are possible must exist. […] Whatever the numbers permitted must happen, somewhen. (p. 476)

They called him “effortless,” Europe’s highest compliment. (p. 497)

There are only four profound measures in the piece; the rest is mostly note spinning. (p. 501: a proposito della sonata a 4 mani di Mozart, K 381)

Time is how we know which way the world runs: ever downward, from crazed to numb. (p. 513)

And later, when Einstein comes by the house for music night, playing his violin with the other physicist musicians, he needs give only the slightest push to shame my parents into sending their boy away. “This child has a gift. You don’t hear how big. You are too close. It’s unforgivable that you do nothing for him.” (p. 522)

For if prophecy is just the sound of memory rejoining the fixed record, memory must already hold all prophecies yet to come home. (p. 525)

How much work it took to find the effortless. (p. 530)

Everything I knew about singing was wrong. Fortunately, I knew nothing. (p. 531)

Soloists play without music all the time. But if they lose themselves, they can swim up alongside their own fingers, and no one but the fellow in row four with the pocket score is the wiser. With ensembles, each mind’s memory map must be identical. Lose yourself and there’s no return. Written music is like nothing in the world—an index of time. The idea is so bizarre, it’s almost miraculous: fixed instructions on how to recreate the simultaneous. (p. 537)

[…] at-one-ment […] (p. 537)

“All music is contemporary” (p. 539)

“The man didn’t die from complications, Joey. He died from simplifications. Simplified to death.” (p. 559)

They wanted a place with as many categories as there were cases. (p. 562)

“All music’s religious music. All the good parts anyway.” (p. 573)

Their identity? Identical to what? Only thing you’re identical to is yourself, and that only on good days. (p. 600)

I have seen the future, and it is mongrel. (p. 624)

Border – Creature di confine

Border – Creature di confine (Gräns), 2018, di Ali Abbasi, con Eva Melander, Eero Milonoff, Jörgen Thorsson.

Eero Milonoff and Eva Melander in Gräns (2018)
imdb.com

Diciamolo sùbito, è un film molto bello, originale, fa riflettere senza essere didascalico. Vi consiglio vivamente di andarlo a vedere.

Ma cominciamo con una divagazione.

Dio si muove per vie misteriose, secondo la tradizione e un inno scritto dall’inglese William Cowper nel 1773.

God moves in a mysterious way
His wonders to perform;
He plants His footsteps in the sea
And rides upon the storm.

Congregational singing (Michael Mahoney) Grace Community Church – Sun Valley, California Text: William Cowper / K. Jason French

Anche la luna e le donne lo fanno, secondo gli U2:

She’s the wave
She turns the tide
She sees the man inside the child, yeah
It’s alright, it’s alright, it’s alright
She moves in mysterious ways

Anche il marketing si muove per vie altrettanto misteriose: altrimenti, come spiegare che un titolo in svedese (Gräns, che significa “confine”, come persino la mia limitata conoscenza del tedesco Grenz e un minimo di intuito mi permettono di inferire) è stato tradotto nell’inglese Border, non solo in Italia, ma sugli schermi di quasi tutto il mondo? Comprese Francia e Germania, di solito così gelose della loro lingua (ma esclusi portoghese, basco, turco, malese, russo, bielorusso e ucraino, secondo Wikipedia)? Forse per mantenere quel modicum di ambiguità consentito dalla polisemia (il tedesco Grenz, e quindi forse anche lo svedese Gräns, significano sia “confine” sia “frontiera”, come l’inglese border)?

Tina, infatti, lavora ai controlli di frontiera, alla dogana di un porto. Ha un’abilità straordinaria: ha fiuto. Letteralmente. Fiutando l’aria individua le persone che cercano di far entrare illegalmente in Svezia cose proibite, dall’alcool a una scheda di memoria piena di immagini di pedofilia…

Di più non posso raccontarvi perché – anche se il film non è un thriller – ve ne guasterei la visione.

La frontiera di cui si parla, però (e questo ve lo posso dire), non è soltanto la linea di demarcazione tra Stati: è anche quella che utilizziamo per separare le categorie che strutturano il nostro modo di pensare, e soprattutto quelle che hanno a che vedere con l’identità.

Chi è come noi, e chi è diverso da noi? Che cosa concorre a definirlo?

L’aspetto fisico, innanzitutto. E poi certe regolarità di comportamento, come le abitudini alimentari. Troviamo disgustoso che un umano si nutra di insetti vivi e di lombrichi; e ancora più disgustoso che gli piacciano, che li mangi con evidente delizia. Ma lo troviamo normale, e dunque non ci disgusta, che lo faccia un formichiere o un uccello. Quanto all’aspetto fisico, applichiamo agli animali e agli umani canoni di bellezza diversi: un umano che si discosta da questi canoni è brutto, se se ne discosta poco (chi di noi non lo ha detto o pensato vedendo una ragazza o un ragazzo brutto? quanto del bullismo che dilaga soprattutto tra gli adolescenti – a scuola per esempio – si fonda su un giudizio estetico? è brutto/a, è grasso/a, è brufoloso/a?). e se se ne discosta molto è un mostro (e le parole sono pietre: un mostro sotto l’aspetto fisico lo è certo, almeno implicitamente, per un automatismo mentale, anche sotto quello morale). Dentro o dietro a questo giudizio c’è insicurezza sulla nostra identità: io non sono così, vero? E la sicurezza ce l’offre il gruppo dei pari, o sarebbe meglio dire, degli eguali. Mi omologo (pensiamo ancora agli adolescenti) negli outfit, nella musica che sento, nelle opinioni (cento anni fa il fascismo, cinquanta anni fa il comunismo, oggi…) e il gruppo mi considera uno dei suoi membri; non lo faccio, perché non voglio (raramente) o non posso (quasi sempre) e allora non sono soltanto escluso, ma anche (spesso) attivamente perseguitato.

Non lo facciamo con gli animali: loro sono abbastanza diversi da non mettere in questione la nostra identità. Se e quando li perseguitiamo è perché li percepiamo come sporchi (i piccioni, i topi, gli scarafaggi, le mosche) o dannosi (a suo tempo i lupi e gli orsi, ma anche le donnole e le volpi). A volte li troviamo anche brutti, ma come specie o sottospecie (gli gnu, i mandrilli, certe razze di cani): ma non ci viene in mente di dire di un singolo esemplare di scimpanzé “ma quanto è brutto quello”; né di una coppia di bonobo intenti a copulare “che abitudini disgustose” (anche se una mia collega, una ventina di anni fa, lo disse vedendo una coppia di lontre di mare che lo facevano all’Oceanário di Lisbona).

E già, dimenticavo. Tra le abitudini, oltre a quelle alimentari, ci sono quelle sessuali: i nostri tabù in materia sono ancora più forti. Il sesso si fa tra maschio e femmina, adulti, fuori dalla vista di spettatori anche casuali (quante tende alle nostre finestre!), e secondo i promotori del Congresso mondiale delle famiglie esclusivamente a fini riproduttivi. Tutto il resto è perversione, anzi fa schifo (“Schifosi!”, è il commento delle comari benpensanti). È la forza del tabù sessuale che indusse quella mia collega, per quanto laureata e dirigente in un istituto di ricerca, a stigmatizzare i giochi erotici delle lontre di mare.

La frontiera tra uomini e animali è quindi abbastanza netta. Poco problematica, quanto meno (anche se le immagini di Border sono lì a mostrarci che – tra addomesticarli e allontanarli dalla nostra vista in un loro regno selvaggio – un diverso rapporto con gli animali è possibile). E se ci fosse una terra di mezzo che ci mette in difficoltà, rispetto alla quale non sappiamo come comportarci? Se esistessero dei “quasi umani”, mitici o reali? I Neanderthal con cui i nostri antenati Homo sapiens si mescolarono, riproducendosi, anche se alla fine ne causarono l’estinzione? O le antiche popolazioni europee che le migrazioni degli Yamnaya soppiantarono (ne abbiamo parlato qui)?

Border, senza essere didascalico, ci fa riflettere su questo, presentandoci tutte le possibili “strategie” a nostra disposizione, che abbiamo applicato e applichiamo ai selvaggi, ai nativi, ai pellirosse, ai musi gialli, ai negri, agli ebrei, ai rom: ieri che colonizzavamo le loro terre e oggi che paventiamo un’invasione. Strategie che vanno dallo sterminio, all’istituzionalizzazione (galere, campi o manicomi, non importa poi tanto, come insegna Foucault), all’assimilazione forzata (dalla mutilazione alla stiratura dei capelli, all’imposizione di vestiti “decenti” e della “posizione del missionario”…). Ci invita (anche qui senza forzature) a chiederci dove passano questi confini, e se sono proprio necessari, e a quale scopo. Ed evita la scorciatoia “buonista” di farci pensare che i diversi sono, per il solo fatto di essere diversi, anche benevoli o comunque irresponsabili delle loro azioni.

Non dà risposte. E infatti io, che il film l’ho visto ieri sera, sono ancora qui a pormi le domande. Mi spiego meglio: non solo non ho tutte le risposte, non ho ancora neppure tutte le domande. E questo – credetemi – in un libro, in un film, in uno spettacolo teatrale, per me è un segno certo di grandezza.

Lazzaro felice

Lazzaro felice, 2018, di Alice Rohrwacher, con Alba Rohrwacher, David Bennent, Sergi López.

Lazzaro felice (2018)
imdb.com

Film strampalato e autocompiaciuto, che non mi è garbato per niente.

Favoletta balorda, il cui messaggio è “meglio il medioevo artificiosamente mantenuto da una nobildonna cattiva (la matrigna di Biancaneve) a danno di una bizzarra famiglia contadina allargata (i sette nani) che l’emarginazione urbana dei giorni nostri (in cui i cattivi sono – e te pareva! – le banche)”.

Al posto di Biancaneve c’è Lazzaro del titolo, l’ultimo dei contadini, sempre pronto a dare una mano a tutti e a farsi carico dei lavori più gravosi, un sempliciotto che (per fare onore al nome, suppongo) resuscita, una, forse due volte. Forse è anche immortale. Forse è un dio minore. Forse un personaggio del folklore, come lo stolto in cristo della tradizione russa (penso al Boris Godunov di Puškin e di Musorgskij), cui l’impertinente Salomon Volkov equipara lo stesso Šostakovič («Gli jurodivye erano noti per il loro modo di parlare bofonchiando, le frasi corte, nervose, balbettanti, con parole ripetute. Nel Boris Godunov di Puškin, il folle santo insiste: “Dammi, dammi un copeco”. In questo c’era tutto Šostakovič: chiunque gli avesse mai parlato conosceva il suo modo di “impigliarsi” in una parola o in una frase, ripetendola più volte. Gli psicologi hanno notato che questo è caratteristico della creatività dei bambini, confronto che si addice a Šostakovič». Volkov, Salomon. Stalin e Šostakovič. Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista. Milano: Garzanti. 2006. Le incertezze, le ripetizioni e i balbettii di Šostakovič sono ben rappresentati in Europe Central).

Lazzaro richiama anche piuttosto esplicitamente (il film è pieno di omaggi e citazioni, a proposito e sproposito) il Totò il buono protagonista di Miracolo a Milano. Ma, secondo me, Cesare Zavattini si rivolta nella sua tomba nell’amata Luzzara.

La cosa migliore del film sono i fantastici paesaggi della Tuscia.