Con un piede impigliato nella storia

Negri, Anna (2009). Con un piede impigliato nella storia. Milano: Feltrinelli. 2009.

Il libro mi ha attratto, oiginariamente, per un motivo un po’ morboso. Molti anni fa, più o meno i primi di cui il libro racconta, ho sfiorato – più o meno tangenzialmente – i protagonisti della storia: Toni Negri (chi non  lo conosceva? ma io l’ho conosciuto prima di tutto come professore di Dottrina dello Stato); sua moglie Paola Meo, per qualche mese collega alle 150 ore di Santa Maria la Rossa; lo stesso Virus, figlio di un’occupazione nel mio quartiere.

Il libro è interessante e fallito. Fallito perché Anna scrive in modo molto sciatto. Come se consultasse e riproducesse pagine e pagine del suo diario di allora. La scrittura è sciatta e infantile/adolescenziale. Onesta, senz’altro. Ma mi sarei aspettato un po’ più di distanza, o di prospettiva.

Resta, affascinate e inquietante, il tema di fondo: vivendo la nostra vita (i nostri sogni o i nostri incubi, non importa), che cosa imponiamo ai nostri figli? I miei figli mi guardano con lo stesso guardo spietato con cui Anna guarda ai suoi genitori? Mi disprezzano? Mi considerano “colpevole”? Pensano che abbia anteposto la mia ricerca o le mie ossessioni ai loro bisogni? Che le colpe dei padri ricadano sui figli?

Non lo so. Quello che so è che non ho trovato una risposta nel libro di Anna Negri.

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Traffic: Why We Drive the Way We Do (and What it Says About Us)

Vanderbilt, Tom (2008). Traffic: Why We Drive the Way We Do (and What it Says About Us). London: Allen Lane. 2008.

Ho la tentazione di scrivere che questo libro è un esempio pressoché perfetto di come non si dovrebbe fare divulgazione scientifica. È un libro documentatissimo: delle sue 400 e passa pagine, 110 sono di note. Ma, forse proprio per questo l’autore si disperde in una miriade di argomenti senza approfondirne nessuno, presenta decine di teorie e ci racconta dozzine di incontri con esperti di ogni materia e nazionalità. Un sacco di aneddoti, ma nessuna presa di posizione convincente. Troppa carne al fuoco e nemmeno cucinata troppo bene. Per di più, l’aneddotica è infarcita di luoghi comuni: basta vedere quello che si dice del traffico romano. E allora come fidarsi delle altre “evidenze aneddotiche” che ci presenta?

Bene. Fine della stroncatura. Passiamo ai lati positivi, che non possono non esserci in un libro così ricco e documentato. Alcune illustrazioni di teorie mi sono sembrate ben riuscite: ma si trattava in genere di cose che conoscevo già, e la mia ammirazione va soltanto a qualche esempio o spiegazione illuminante. Ad esempio, che il traffico non va modellato sul comportamento di un fluido, ma di una sostanza granulosa: versate in un imbuto alternativamente dell’acqua o del riso e capirete subito la differenza. E anche la storia del traffico a Pompei, ricostruito a partire dai solchi sul basolato, non è male.

Forse avrei imparato qualcosa di più se guidassi: ma non ho la patente. La cosa più divertente che ho imparato è che, contrariamente a quanto pensavo, è più razionale chi – di fronte a un cartello che segnala una riduzione di carreggiata in autostrada – non rientra subito ma aspetta l’ultimo momento. Questo comportamento non è vantaggioso soltanto per lui, ma anche per la fluidità del traffico nel suo insieme.

Ma forse sono troppo severo. fatevi un’idea da soli seguendo questo lungo intervento dell’autore alla “scuola” di Google a Mountain View.

Sonderkommando Auschwitz

Venezia, Schlomo (2007). Sonderkommando Auschwitz (Sonderkommando). Milano: Rizzoli. 2008.

Certamente queste memorie di un ebreo greco di lingua italiana, deportato giovanissimo a Birkenau e trovatosi in modo pressoché fortuito a far parte del Sonderkommando, cioè del gruppo di prigionieri ebrei costretti a prestare servizio prima e dopo le uccisioni di massa (ad esempio, prima aiutando i morituri a spogliarsi e poi tagliando i capelli alle donne, strappando i denti d’oro e cremando i cadaveri) non può essere oggetto di una recensione “normale”. È una memoria orale trascritta, in cui sull’orrore prevale spesso lo stupore (in senso etimologico), l’incapacità di comprendere quello che sta accadendo. ma forse soltanto così si sopravvive a questo orrore. Mancano le riflessioni di Primo Levi o di Boris Pahor: qui c’è un quotidiano sospeso nel tempo e dal “giudizio” umano che aggiunge materia all’orrore.

Ho trovato molto fastidiosa, retorica e francamente brutta la prefazione di Walter Veltroni, con tutti i suoi tic linguistici e i suoi espedienti retorici.

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La forma della paura

De Cataldo, Giancarlo e Mimmo Rafele (2009). La forma della paura. Torino: Einaudi. 2009.

La forma della paura

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Un romanzo minore di De Cataldo, che ci aveva abituato bene, con Romanzo criminale e soprattutto con Nelle mani giuste (che ho recensito in questo post).

Chissà quali sono i misteri delle scelte editoriali. Chissà se anche autori come De Cataldo – che sappiamo approdati alla letteratura (esercita ancora il difficile mestiere di magistrato di corte d’assise?) mossi dall’impegno civile – subiscono le lusinghe delle case editrici.

O magari dell’industria dell’intrattenimento, dato che questo romanzo, scritto con uno sceneggiatore, sembra appunto una sceneggiatura. Del romanzo, cioè, ha tutti i tic, ma nessuna profondità. Soprattutto, mancano la profondità e la complessità cui i romanzi di De Cataldo ci avevano abituato. Manca quel rapporto melmoso, ma reso “chiaro” dall’autore nello stesso modo in cui certi intrecci erano rivelati dall’Io so di Pier Paolo Pasolini, tra l’anomia e il male della pratica criminale e la normalità dell’ordinata gestione della società e dello Stato. Qui ci sono soltanto un intreccio (piuttosto che una vicenda radicata nella storia di questi nostri anni e di questo Paese) e i suoi personaggi, abbozzati senza vero spessore. Insomma: la sceneggiatura di un film per la televisione o per il cinema.

Dato che però De Cataldo, anche quando scrive con la mano sinistra, è pur sempre De Cataldo, non mancano brani che fanno riflettere:

… a noi hanno insegnato che lo Stato si difende e si protegge nel segreto. Wisniaski diceva che erano tutte castronerie. I segreti meno sono tali e meglio si tutelano, diceva… […] Bisogna sempre dire la verità, ripeteva. Specie ai nemici.
Il trucco stava nella scelta del nemico al quale affidare il compito di rivelare la verità. Toccava al soggetto prescelto renderla manifesta. E più era variopinto, eccentrico, irregolare, inaffidabile il soggetto prescelto, minori chance aveva la rivelazione per imporsi per quel che era: una verità. Ecco. Depotenziare la verità, sino a trasformarla in una delle tante leggende che abitano il mondo contemporaneo. [p. 204]

Dire la cosa giusta nel modo sbagliato è molto peggio che dire la cosa sbagliata in modo giusto. [p. 207]

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Viaggio al centro della provincia

Marcoaldi, Franco (2009). Viaggio al centro della provincia. Torino: Einaudi. 2009.

Marcoaldi è essenzialmente un poeta, di cui non avevo letto nulla (e di cui non leggerò, penso, più nulla in futuro).

Sono stato ingannato dalla quarta di copertina (caveat emptor, direte voi), e non è certo la prima volta:

Mezzo secolo dopo il Viaggio in Italia di Piovene, un poeta-reporter cerca, nella provincia italiana, i segni, le storie, il profilo piú vero di un Paese «oscuro a se stesso». E racconta il carattere dei nuovi italiani.

Purtroppo, non è così. Il libro è una raccolta – molto discontinua – di articoli scritti per la Repubblica e forse rivisti.

Brutto libro, che vi sconsiglio. Da una parte, Marcoaldi mi sembra attento soprattutto a compiacersi della sua “bella lingua” (che a me, inutile dirlo, non piace: insieme troppo “carica” di aggettivi e troppo ricercata). Dall’altra, mi sembra che i suoi incontri (sindaci, artisti, rettori universitari, imprenditori eccetera) siano orientati alle necessità di un giornalismo più di marketing territoriale che di inchiesta. Io, che pure mi picco di essere un cultore della materia dello sviluppo territoriale italiano, non sono stato arricchito dalla lettura di Marcoaldi. Forse ne sono stato persino un po’ impoverito, forse inquinato dai troppi luoghi comuni (i luoghi comuni sono tali perché sono la ripetizione acritica di un’opinione altrui, diffusa certo, ma non necessariamente nota: l’operazione di Marcoaldi dà risonanza nazionale ai luoghi comuni diffusi finora alla scala provinciale).

Certo fa impressione leggere in questi giorni l’incipit del capitolo dedicato a L’Aquila:

Se una città sceglie un determinato motto ci sarà pure una ragione. E la scritta Immota manet che compare sullo stendardo del capoluogo abruzzese in effetti dà da pensare, offrendo il destro a una duplice lettura: perché se da un lato rimanda alla tenacia di una città in grado di resistere ai ripetuti terremoti che hanno via via distrutto tante sue vestigia … [p. 108]

Hans Christian von Baeyer – Information: The New Language of Science.

Baeyer, Hans Christian von (2003). Information: The New Language of Science. London: Phoenix. 2003.

Non sono sicuro di aver capito tutto. Mentre sulla teoria classica dell’informazione mi sento abbastanza sicuro (in fin dei conti il mio Shannon l’ho letto), la parte dedicata alla Quantum Information mi mette in difficoltà. Ma apparentemente sono in buona compagnia:

If anybody says he can think about quantum physics without getting giddy, that only shows he has not understood the first thing about them. [Niels Bohr]

If quantum mechanics hasn’t profoundly shocked you, you haven’t understood it yet. [Niels Bohr]

If someone says that he can think or talk about quantum physics without becoming dizzy, that shows only that he has not understood anything whatever about it. [Murray Gell-Mann]

I think it is safe to say that no one understands quantum mechanics. Do not keep saying to yourself, if you can possibly avoid it, ‘But how can it possibly be like that?’ because you will go down the drain into a blind alley from which nobody has yet escaped. Nobody knows how it can be like that. [Richard Feynman]

Per non parlare dei dubbi di Einstein.

Il libro di von Baeyer è un tour de force, e mi sento di raccomandarlo vivamente, anche se non tutto mi sembra egualmente convincente. Ma è certo che von Baeyer ha il raro dono della divulgazione (quello che gli anglosassoni chiamano, capovolgendo la nostra prospettiva, public understanding of science), e sono rimasto impressionato dal modo fresco e nuovo di illustrare e far comprendere cose che già conoscevo. Basti per tutti la spiegazione del “problema di Monty Hall” [pp. 69-72].

Von Baeyer fa un uso ampio ed efficace di quelle che Daniel Dennett chiama intuition pumps.

Sotto il profilo filosofico (che è quello in cui, tutto considerato, mi sento più a mio agio), mi sembra che von Baeyer sia vicino al punto di vista di Bohr, che affermava:

“Our task is not to penetrate into the essence of things, the meaning of which we don’t know anyway, but rather to develop concepts which allow us to talk in a productive way about phenomena in nature.”
“There is no quantum world. There is only an abstract quantum physical description. It is wrong to think that the task of physics is to find out how nature is. Physics concerns what we can say about nature.” [citato a p. 65]

Von Baeyer aderisce apparentemente alla soluzione proposta da Anton Zeilinger:

Its crucial, underlying assumption is Bohr’s proclamation that physics in general, and quantum mechanics in particular, do not describe the world itself, only what we are able to say about it. Bohr demands that we wake up from the spell of Democritus – the illusion that we can come to grips with the objective material world, without acknowledging, or even trying to understand, the mediating role of information. We never see a chair, Bohr would say: we receive senso impressions that give us information which our brains somehow process into the idea (an Aristotelian ‘Form’) of chair. We don’t see, or detect, or measure an atom: we gather information about the atom and encode it in a mathematical construct called a wave function, which enables us to make predictions about information we may gather in future experiments. [p. 227]

Why does nature seem granular, discontinuous, quantized into discrete chunks like sand – instead of smooth and continuous like water? The answer is that while we have no idea how the world is really arranged, and shouldn’t even ask, we do know that knowledge of the world is information; and since information is naturally quantized into bits, the world also appears quantized. If it didn’t, we wouldn’t be able to understand it. It’s both as simple, and as profound, as that. [p. 229]

Ecco, io non so voi, ma a me questa spiegazione ha lasciato con un grande senso di pace interiore, “un grande senso di dolcezza…”. LA sensazione di essermi avvicinato un po’ a una verità.

E mi è venuta in mente una cosa molto personale. Io sono molto miope, pochi possono immaginare quanto. E fin da bambino, senza occhiali, nella penombra, quello che vedevo (e vedo) mi appariva granulare, come dipinto da Seurat. La spiegazione di von Baeyer– nell’unificare teoria quantistica e teoria dell’informazione – risuona in me con questa sensazione consueta.

Blade Runner

Blade Runner, 1982 (1997), di Ridley Scott, con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Daryl Hannah, Joanna Cassidy eccetera.

Rivisto ieri sera, dopo anni. Un film troppo noto (è al 109° posto nella classifica di IMDb) per fare una vera recensione. Mi limiterò a qualche (irrilevante) notazione personale.

Avevo letto il libro (Do Androids Dream of Electric Sheep?) molto prima che ne facessero un film: mi pare sia stato il secondo che ho letto di Philip K. Dick, ma sicuramente è venuto per me dopo We Can Build You, anch’esso dedicato al tema dickiano dei simulacri.

Blade Runner appartiene in realtà alla tradizione hard-boiled: Rick Deckard è una reincarnazione di Philip Marlowe e di Sam Spade.

Il film è girato in parte al Million Dollar Theatre (307 S. Broadway, Downtown Los Angeles) che non è – contrariamente a quanto pensavo io – la stessa cosa del Million Dollar Hotel dell’omonimo film di Wim Wenders.

Rick Deckard porta l’orologio al polso (lo si vede bene nella famosa scena sul tetto: ormai siamo vicini al 2019 in cui è ambientato il film. Già ora l’orologio è diventato un elemento decorativo, che nessuno dei miei figli porta. A che serve l’orologio quando il cellulare ti dà l’ora esatta, scaricandola dal provider di telefonia? Un’altra previsione sbagliata!

Nella celebre scena qui sotto, all’inizio,  lo si vede abbastanza bene al polso sinistro di Deckard (soprattutto quando è appeso alla trave del tetto – un classico cliff-hanger – viene inquadrato più volte).

Nel sonoro originale, il famoso monologo di Roy Batty (Rutger Hauer) suona così:

I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the darkness at Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time like tears in rain. Time to die.

Attiro anche la vostra attenzione su quello che dice Gaff (il galoppino di Bryant), proprio alla fine dello spezzone:

It’s too bad she won’t live. But then again, who does?

Quest for Kim

Hopkirk, Peter (1996). Quest for Kim. In Search of Kipling’s Great Game. London: John Murray. 2006.

L’idea è geniale: cercare quello che resta, ammesso sia mai esistito, delle persone e degli eventi che hanno ispirato uno dei capolavori di Kipling. L’autore è un giornalista del Times in pensione (è nato nel 1930 e ha scritto questo libro dopo i 60), con al suo attivo un certo numero di libri di carattere storico sull’Asia centrale, dove è stato corrispondente per oltre 20 anni. Hopkirk parte per un viaggio alla ricerca di Kim, ripercorrendo per quanto possibile l’itinerario narrato nel romanzo.

Non poteva non farsi tentare chi, come me, ama Kipling in generale (ne ho parlato più volte su questo blog, quiqui, qui, qui e più di recente qui) e Kim in particolare (lo ho letto da bambino, ovviamente in italiano; sempre in italiano, l’ho letto ad alta voce ai miei figli; ma l’ho riletto anche in inglese per puro egoistico piacere mio …).

Il libro, tuttavia, è un po’ una delusione, e lo consiglio soltanto agli appassionati come me. Hopkirk, in realtà, non fa nessuna scoperta sconvolgente, ma questo non è colpa sua. La sua scrittura è un po’ sciatta, forse troppo “giornalistica” in senso deteriore (la narrazione è un po’ sopra le righe e piena di luoghi comuni). Ho il sospetto, infine, che Hopkirk sia un po’ nostalgico del colonialismo, pensi in realtà che gli indiani e i pakistani se la sarebbero cavata meglio sotto il governo inglese, e condivida di Kipling le opinioni più retrive (The White Man’s Burden!).

Kipling scrisse questa famosa poesia nel 1899, per celebrare la conquista delle Filippine da parte degli Stati uniti dopo la guerra ispano-americana.

Take up the White Man’s burden–
Send forth the best ye breed–
Go bind your sons to exile
To serve your captives’ need;
To wait in heavy harness,
On fluttered folk and wild–
Your new-caught, sullen peoples,
Half-devil and half-child.

Take up the White Man’s burden–
In patience to abide,
To veil the threat of terror
And check the show of pride;
By open speech and simple,
An hundred times made plain
To seek another’s profit,
And work another’s gain.

Take up the White Man’s burden–
The savage wars of peace–
Fill full the mouth of Famine
And bid the sickness cease;
And when your goal is nearest
The end for others sought,
Watch sloth and heathen Folly
Bring all your hopes to nought.

Take up the White Man’s burden–
No tawdry rule of kings,
But toil of serf and sweeper–
The tale of common things.
The ports ye shall not enter,
The roads ye shall not tread,
Go mark them with your living,
And mark them with your dead.

Take up the White Man’s burden–
And reap his old reward:
The blame of those ye better,
The hate of those ye guard–
The cry of hosts ye humour
(Ah, slowly!) toward the light:–
“Why brought he us from bondage,
Our loved Egyptian night?”

Take up the White Man’s burden–
Ye dare not stoop to less–
Nor call too loud on Freedom
To cloke your weariness;
By all ye cry or whisper,
By all ye leave or do,
The silent, sullen peoples
Shall weigh your gods and you.

Take up the White Man’s burden–
Have done with childish days–
The lightly proferred laurel,
The easy, ungrudged praise.
Comes now, to search your manhood
Through all the thankless years
Cold, edged with dear-bought wisdom,
The judgment of your peers!

Exit Ghost

Roth, Philip (2007). Exit Ghost. London: Vintage Books. 2008.

In questi tempi di crisi finanziaria e di incertezza economica, siamo più che mai avidi di previsioni. L’incertezza ci dà ansia, ci atterrisce, ci spinge tra le braccia degli equivalenti moderni dei lettori del volo degli uccelli, delle viscere fumanti degli animali sacrificati, dei fondi di caffè.

Su una cosa, paradossalmente, non chiediamo ci sia rivelato il futuro: sul futuro più certo (insieme alle tasse, secondo Benjamin Franklin), sulla nostra morte (o sulla fine della vita, per usare un eufemismo tutto sommato recente). La nostra morte la teniamo, di norma, al di fuori dell’orizzonte delle nostre speranze e dei nostri timori, che sono invece il regno dell’incertezza. E anche la morte altrui la esorcizziamo finché ci è possibile, e quando non possiamo più negarla, non possiamo fare a meno di riconoscerla – perché colpisce un nostro affetto, uno di famiglia, un amico, un collega di lavoro che magari conoscevamo a stento – allora reagiamo con l’incredulità (spesso con un’incredulità e un dolore in qualche misura socialmente ostentati, e sproporzionati al nostro legame affettivo con la persona scomparsa). Parlare di morte è un tabù, che spesso produce negli altri reazioni scandalizzate; non è di buon gusto; è riprovato certamente più che parlare di sesso o di deiezioni corporee.

Exit Ghost – come, ma diversamente da Diary of a Bad Year di J. M. Coetzee – è la meditazione di uno scrittore anziano sulla propria morte, attesa e temuta (Roth è del 1933, Coetzee del 1940). I due romanzi, al di là di questi punti di contatto, sono molto diversi. Quello che Roth ci racconta è che la morte non è un istante, non è l’attraversare una porta (anche se questa immagine è presente nel libro), ma è un lungo e doloroso processo. È la decadenza fisica, la perdita di funzioni corporali che diamo quotidianamente per scontate: nel caso di Nathan Zuckerman, l’impotenza e l’incontinenza. È la perdita non della capacità d’innamorarsi e d’amare, ma di essere creduti nella “verità” del proprio innamorarsi e amare: Zuckerman scopre di non essere percepito più come un possibile oggetto d’amore, ma ancora più di non essere percepito come un possibile soggetto d’amore. Ma più di tutto, è la perdita delle capacità intellettive, della capacità di dare un ordine coerente, una narrazione alla propria esistenza a segnare la fine dell’esistenza di Zuckerman (“I vecchi subiscon le ingiurie degli anni, / non sanno distinguere il vero dai sogni, / i vecchi non sanno, nel loro pensiero, / distinguer nei sogni il falso dal vero…”, canta Guccini). Zuckerman non muore, si dissipa con il perdere di coerenza del proprio sé.

La paura della morte come evento – evento che percepiamo sempre come traumatico, anche quando non lo è, perché nella nostra cultura che nega la morte, la morte è sempre percepita come traumatica e prematura – è sostituita dalla paura del processo di progressivo annientamento che la precede. In questo, Exit Ghost prosegue la riflessione di Everyman: invecchiare è un massacro (“Old age isn’t a battle; old age is a massacre”), la morte una liberazione.

Non è certo un libro consolatorio, questo (Everyman, dedicato alla morte del padre, in qualche modo lo era: la delicatezza ne attenuava la lucida spietatezza): quando comincia questo processo di perdità di sé? Zuckerman non è “vecchio” secondo i parametri di oggi: ha 71 anni, 2 meno di Berlusconi che proprio qualche giorno fa si è dichiarato “giovane”; è diventato impotente e incontinente a 62 anni, dopo una prostatectomia. Quando ha cominciato a perdere la memoria, e poi la capacità di “distinguer nei sogni il falso dal vero”, non lo sa neppure lui. La sua capacità d’amare è apparentemente intatta, sia che si tratti della devastata Amy Bellette che ritorna dal passato remoto, sia che si tratti dell’amante immaginaria Jamie Logan: ma Zuckerman attraversa le vite delle persone ormai come un fantasma (“muti i suoi occhi all’altrui core”, per parafrasare Leopardi).

Inevitabile pensare, e chiedersi: e noi? da quando è cominciato questo processo per noi, che non siamo più giovani e ci percepiamo sempre adolescenti (la verità universale scoperta da Douglas Coupland in The Gum Thief)? dobbiamo smettere di innamorarci per non sembrare ridicoli o patetici?

La risposta di Roth/Zuckerman è questa:

Rapture. Yes, I remember rapture. It comes at a very high price. [p. 152]

Fino all’ultimo respiro

Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), 1960, di Jean-Luc Godard, con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg.

Visto molti anni fa, al cineforum, lo ricordavo come un capolavoro assoluto. Rivisto dopo molti anni, confermo: è un capolavoro assoluto. Di più: uno di quei film, che mentre lo vedi ti rendi conto che stai assistendo all’inizio di qualcosa. In particolare: la nouvelle vague del cinema francese. Ancora di più: al di là della sua importanza storica, è un film che ancora oggi sprizza felicità d’invenzione, originalità, stato di grazia degli interpreti.

Il soggetto è di François Truffaut (poche paginette, racconta la leggenda; la sceneggiatura fu sostanzialmente improvvisata giorno per giorno, durante le riprese). Girato in poche settimane nella tarda estate del 1959, il film è pieno di innovazioni tecniche: girato in gran parte all’aperto, per le strade di Parigi o in stanze d’albergo, con la macchina a spalla, a bassissimo costo. Ma non vi voglio tediare con i dettagli tecnici che trovate in qualunque storia del cinema.

Tra gli attori compaiono lo stesso Godard (che fa il delatore) e Jean-Pierre Melville (che interpreta Parvulesco, l’autore intervistato da Jean Seberg all’aeroporto di Orly; la parte doveva essere originariamente interpretata da Roberto Rossellini).

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg sono più che bravi, sono commoventi.

Se lo volete vedere con i vostri occhi, il film è integralmente disponibile su Google video.