Io sono il Tenebroso

Vargas, Fred (1997). Io sono il Tenebroso (Sans feu ni lieu). Torino; Einaudi. 2006.

Confermo l’impressione positiva dei libri letti in precedenza (L’uomo a rovescio e Chi è morto alzi la mano): soprattutto per la brillantezza dei dialoghi e la “normalità” (sempre un po’ obliqua, naturalmente) dei crimini. Certo, alla lunga, i vezzi dell’autrice vengono a galla; ma non mi disturbano, per il momento.

È un po’ più fastidioso che Einaudi non stia pubblicando tutti i romanzi della Vargas (la leggenda dice che ne scrive uno all’anno, durante le ferie), e quindi ci privi – almeno a noi collezionisti, anzi completists, come si dice in inglese – del piacere di conoscere i personaggi dalla loro comparsa e nel loro sviluppo. E dato che evidentemente la Vargas costruisce le storie a partire dai personaggi, e non viceversa, questo mi sembra particolarmente grave. Ad esempio, avevamo conosciuto i 3 storici e il vecchio Vandoosler in Chi è morto alzi la mano: ma questo Louis-Ludwig Kehlweiler da dove viene fuori? Come ha conosciuto gli abitanti della topaia? Perché convive con il rospo Bufo?

Mi risulta (deduco da Wikipedia italiana e francese) questa sequenza:

  • 1986 – Les Jeux de l’amour et de la mort (forse non è un giallo e non appartiene alla serie, non ho ulteriori notizie; non è stato tradotto in italiano)
  • 1994 – Ceux qui vont mourir te saluent (scritto nel 1987; non è stato tradotto in italiano; ambientato nell’antica Roma)
  • 1995 – Chi è morto alzi la mano (Debout les morts) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 1996 – L’Homme aux cercles bleus (scritto in realtà nel 1990; non è stato tradotto in italiano; segna la comparsa di Jean-Baptiste Adamsberg, protagonista di molti dei romanzi successivi)
  • 1996 – Un peu plus loin sur la droite (non è stato tradotto in italiano; è qui che compare Louis-Ludwig Kehlweiler e collabora con gli abitanti della topaia)
  • 1997 – Io sono il Tenebroso (Sans feu ni lieu) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 1999 – L’uomo a rovescio (L’Homme à l’envers) (tradotto e pubblicato da Einaudi)
  • 2000 – Les quatre fleuves (è un graphic novel in collaborazione con Raphael Baudoin; con Adamsberg)
  • 2001 – Parti in fretta e non tornare (Pars vite et reviens tard) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)
  • 2001 – Petit traité de toutes vérités sur l’existence (non è un romanzo)
  • 2002 – Coule la Seine (raccolta di 3 racconti con Adamsberg)
  • 2003 – Critique de l’anxiété pure (non è un romanzo)
  • 2003 – Salut et liberté (non è un romanzo)
  • 2004 – Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)
  • 2004 – La Vérité sur Cesare Battisti (non è un romanzo)
  • 2006 – Nei boschi eterni (Dans les bois éternels) (tradotto e pubblicato da Einaudi; con Adamsberg)

Dato che sono un pignolo, continua a infastidirmi la traduzione di Maurizia Balmelli: qui “medievista” è finalmente corretto in “medievalista”, ma un albero, l’ailanto, viene storpiato in “alianto”.

Pubblicato su Recensioni. 6 Comments »

Manituana

Wu Ming (2007). Manituana. Torino: Einaudi. 2007.

Il nuovo romanzo di (o dei?) Wu Ming era molto atteso. Mi sono precipitato a comprarlo quando è uscito, anche se non l’ho letto subito. E non mi è piaciuto.

Wu Ming ci aveva abituato a esplorare pezzi e parti della storia poco note, e dalla parte dei perdenti: la Germania della Riforma e delle rivolte dei contadini, l’Italia del dopoguerra… Ne ho parlato in due occasioni su questo blog e vi invito ad andare a leggere i due post sul 7 maggio e su Cary Grant. Anche Manituana è un romanzo storico “dalla parte sbagliata della Storia”: soltanto che non funziona.

Forse il problema è mio: non mi piacciono gli indiani d’America. Non mi piace, meglio, il culto che si è creato intorno a loro: saggi, taciturni, profondi, in armonia con l’ambiente (chiedevano scusa alle prede che cacciavano…), le prime vittime dell’imperialismo americano. Poteva andare diversamente da come è andata? Provo a spiegarmi. La controstoria di Contro-passato prossimo di Guido Morselli è plausibile: se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale – e l’avrebbe potuta vincere – come sarebbe cambiata l’Italia? Nell’ipotesi di Morselli, a guerra finita, morto Francesco Giuseppe e deposto il Kaiser tedesco, l’Europa si organizzava in una federazione di stampo socialdemocratico ed entrava in pacifica competizione economica e culturale con la neonata Unione Sovietica. Persino le ipotesi di una vittoria nazista nella seconda guerra mondiale, per quanto più dubbie, conservano una loro plausibilità: ho in mente La svastica sul sole (The Man in the High Castle) di Philip K. Dick e Vaterland di Robert Harris. Ma, ahimè, gli indiani non potevano vincere. Temo che la parola definitiva l’abbia detta Jared Diamond nel suo Armi, accaio e malattie (Guns, Germs, and Steel). Un altro caso di ergodicità! Come sarebbe potuta andare a finire? Gli indiani erano comunque condannati, ma potevano vincere gli inglesi? Ce lo saremmo dovuti augurare? Niente Dichiarazione d’indipendenza? Niente Jefferson? Niente rivoluzione francese? Tutto molto difficile da immaginare.

Sono troppo serio: il mio fastidio è anche più superficiale. Tra il western di John Wayne e quello di Soldato blu, mi chiamo fuori e scelgo Sergio Leone o Sam Peckinpah. E sugli indiani, il Manara di Un’estate indiana, recentemente in edicola con Il sole-24 ore.

Per di più, il romanzo è brutto (se mi concedete un giudizio estetico). La scrittura è a volte sciatta, a volte inutilmente “artistica”, a volte “sperimentale”, sempre compiaciuta. I Wu Ming se la tirano, e se la tirano per 600 e passa pagine. E poi il battage martellante, il sito web: andatevelo a vedere, da non credere (www.manituana.com); ma chi vi siete messi in testa di essere? sgonfiatevi, prima che sia troppo tardi!

Tra le poche cose buone: il romanzo di può scaricare legalmente qui.

Pubblicato su Recensioni. 10 Comments »

The Departed

The Departed, 2006, di Martin Scorsese, con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson (e tanti altri, bravissimi: Mark Wahlberg, Martin Sheen, Alec Baldwin, Vera Farmiga…).

Un bel film, recitato splendidamente, prima di tutti da DiCaprio (non perché sia il più bravo, ma perché era quello su cui nutrivamo più dubbi), e splendidamente girato. Lascia qualche dubbio il finale, in cui il “tutti morti” (in fin dei conti, questo evoca il titolo) è un po’ troppo freddo e seriale, senza lo humor nero di Quentin Tarantino, né l’epica di Sergio Leone. Ma questo è Martin Scorsese, asciutto, essenziale, documentaristico.

Quando sei un piccolo irlandese cresciuto nei quartieri poveri di Boston hai soltanto due strade davanti a te: poliziotto o criminale. Bill e Colin sono la stessa storia, addirittura la stessa persona, l’uno il doppelgänger dell’altro. Da questa dinamica si dipana tutta la storia, fatta di tradimenti e di doppi giochi: chi tradisce chi? si tradisce la legge o la propria storia? e la legge, poi, è al di sopra o fuori della storia? chi è corrotto e chi corruttore? Frank Costello è il male, certo, ma il bene dov’è?

Ma il film non si può cogliere se non lasciando andare fuori fuoco la vicenda, senza lasciare che Bill/Colin si fondano in un personaggio solo, senza lasciarsi trasportare da questo cupo Attraverso lo specchio (o anche: A Scanner Darkly di Philip K. Dick). Come dice il poeta: “era proprio il mio gemello, però ci volevo bene come fosse mio fratello. Stessa strada, stessa osteria, stessa donna, una sola, la mia”.

Molto bella la colonna sonora. Vi segnalo, in particolare, Comfortably Numb interpretata da Van Morrison, nella versione di The Wall dal vivo messa in scena da Roger Waters nella Potsdamer Platz di Berlino il 21 luglio 1990 davanti a 250.000 persone.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Tre sono le cose misteriose

Avoledo, Tullio (2005). Tre sono le cose misteriose. Torino: Einaudi. 2006.

Un Avoledo diverso e, secondo me, migliore. Certo, gli ingredienti di Avoledo ci sono tutti: l’inquietudine che attraversa la vita quotidiana, così difficile da definire e da precisare; un rapporto difficile con la moglie, ai limiti della rottura; una presenza infantile, cui è affidato il compito di farci vedere le cose con uno sguardo diverso; gli incontri, sempre obliqui e incompleti, sempre importanti, anche se spesso non riusciamo a capire perché; un protagonista – giovane, maschio, amante della musica e con problemi d’alcool – che si interroga sulla sua inadeguatezza.

La differenza è tutta nel tono della narrazione. Qui è volutamente alto, anche perché lo è il tema trattato: l’esercizio della giustizia internazionale ci mette in questione. Con il processo al Mostro espelliamo da noi le nostre responsabilità, l’incapacità e l’impotenza nel far rispettare i diritti umani, le libertà elementari, il diritto alla vita (altro che pursuit of happiness!). “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Non che gli altri romanzi di Avoledo siano disimpegnati: ma è scanzonato il tono e, a volte, il chiacchiericcio e l’intento satirico prevalgono su tutto il resto.

Purtroppo, non sempre il registro alto tiene: a tratti, emerge la fatica della scrittura (Avoledo ci aveva abituato alla leggerezza e alla “facilità”) e anche un po’ di retorica (sempre fastidiosa).

Dal punto di vista della struttura, è molto efficace che sia mantenuta l’unità di tempo e di spazio (i giorni e le ore che precedono la partenza per il processo) e che sia affidato al monologo interiore dell’io narrante il compito di spaziare tra i ricordi, gli antefatti e le aspettative.

Un bel libro.

CANZONE DEL MAGGIO

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

John Zorn: Complete Masada (3)

Un concerto memorabile. Tre modi diversi di intendere la musica in generale, e la musica di John Zorn in particolare. Alla fine, ben oltre la mezzanotte, eravamo tutti felici e convinti di aver partecipato (partecipato, non assistito) a qualcosa di speciale.

Uri Caine, pianoforte. Nonostante l’indubbia bravura di Uri Caine – o forse soprattutto perché, conoscendo altre operazioni talora discutibili, ma sempre di altissimo livello, le mie aspettative erano molto elevate – è stata la sezione più deludente del concerto di stasera (ma non certamente dell’insieme delle tre serate). A differenza di quanto accade per le Variazioni Goldberg, o per Mahler, o per Wagner, non mi è sembrato che Uri Caine sia entrato in sintonia con la musica di John Zorn. Forse sono troppo vicini culturalmente, forse a Caine serve un po’ più di distacco, di lontananza, di libertà, per misurarsi con un compositore. Non è la stessa cosa (qui su piano elettrico) ma comunque potete farvi un’idea.

Masada String Trio: Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso. John Zorn, seduto su un cuscino per terra, dirigeva. Un’interpretazione libera e attenta, acustica, “classica” con venature di musica antica, dei temi di Masada. A tratti assolutamente ipnotico. Mi ha fatto venire in mente, per le venature orientali e le sonorità arcaiche, il concerto di Sarband con i King’s Singers.

Electric Masada: John Zorn, sassofono; Marc Ribot, chitarra; Jamie Saft, tastiere; Ikue Mori, elettronica; Trevor Dunn, basso; Cyro Baptista, percussioni; Joey Baron, batteria; Kenny Wollesen, batteria. La versione “corrente” del progetto Masada e, insieme, la sintesi di tutto quello che abbiamo sentito nelle tre serate. Immaginatevi la densità e la compattezza del suono di un organico che ha una sezione ritmica con basso elettrico, due batterie e percussioni. Immaginate il dialogo tra Ribot e Zorn, due pazzi. A tratti sembrava di sentire il Miles Davis del 1974-1975 (il primo pezzo che hanno fatto era, vi giuro, funky), a tratti (come già con Bar Kokhba) la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin (e anche le sue incisioni con Carlos Santana), a tratti stralunati boleri o habanere, a tratti puro klezmer… Sono uscito con la sensazione che questa sia la musica (non il jazz, la musica tout court) più eccitante del momento. All’uscita, Roma era piena di macchine e moto che tornavano dal concertone di Vasco: per quanto lo ami, mi sono sentito tra gli happy few che condividevano un segreto.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

John Zorn: Complete Masada (2)

Asmodeus: Marc Robot, chitarra; Trevor Dunn, basso; Calvin Weston, batteria. Un trio rock classico, chitarra basso e batteria. Come i Cream e, ancora di più, come Jimi Hendrix, più quello di Band of Gypsies che quello di Experience. Heavy Klezmer. A me è piaciuto moltissimo. Questa la presentazione dell’ultimo disco (Book of Angels Vol. 7):

Three of the most intense musicians on the planet come together in one of the most explosive and rockin’ ensembles around. An original member of the Masada family since its inception, no one is more keenly equipped to handle a rock trio interpretation of the Book of Angels than Marc Ribot. Joined here by the versatile Trevor Dunn (Fantomas, Moonchild) on bass and the legendary G.Calvin Weston (Ornette Coleman, James Blood Ulmer) on drums, Marc plays like never before, referencing Hendrix, Sharrock, McLaughlin, Ulmer and more. Masada music takes on a whole new dimension. Passionate and powerful, this is one of the most compelling installments in the entire Masada series and contains some of Ribot’s wildest and best playing ever. This CD will blow your mind.

Mark Feldman (violino) e Sylvie Courvoisier (pianoforte). Sperimentazione interessante, un po’ rarefatta. Bello, ma il pezzo debole della serata.

Masada Quartet: John Zorn, sassofono; Dave Douglas, tromba; Greg Cohen, contrabbasso; Joey Baron, batteria. La formazione storica del progetto Masada. John Zorn finalmente suona (con Bar Kokhba e Asmodeus aveva fatto il direttore d’orchestra a modo suo). Entusiasmante. IUl bel video qui sotto vale mille commenti.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

John Zorn: Complete Masada (1)

Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 26 giugno 2007.

3 serate in cui si esibiscono 9 (sotto)gruppi del progetto Masada di John Zorn.

Masada era una fortezza israelita che fu assediata per 2 anni dall’esercito romano: dopo la caduta di Gerusalemme, nel 70, vi si rifugiarono gli ultimi ribelli zeloti; al termine dell’assedio, caduta ogni speranza, si suicidarono tutti. Un simbolo della resistenza ebraica: ancora oggi, le reclute dell’esercito israeliano ci vanno a giurare “Mai più Masada cadrà”. Masada significa semplicemente “fortezza”.

John Zorn è un grande del jazz e della musica contemporanea. Uno di quelli che cambiano la musica definitivamente. Masada è un progetto musicale in corso da 14 anni, e si articola in diverse formazioni.

Non scriverò una vera recensione, ma vi darò la possibilità di vedere e ascoltare.

Erik Frielander, violoncello solo. Emozionante, molto bello.

Jamie Saft Trio: Jamie Saft, pianoforte; Greg Cohen, contrabbasso; Kenny Wollesen, batteria. Un po’ deludente. Non ho trovato video, qui un mp3.

Bar Kokhba: Marc Ribot, chitarra; Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso; Cyro Baptista, percussioni; Joey Baron, batteria. Straordinario.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Chi è morto alzi la mano

Vargas, Fred (1995). Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Torino: Einaudi. 2006.

Sto mantenendo la promessa. Me li sono comprati tutti (quelli pubblicati in italiano, per lo meno – il mio francese non è abbastanza buono da leggerli in originale) e vado in ordine di pubblicazione.

Prima delusione: la traduttrice non è la bravissima Yasmina Melaouah, ma una più grigia Maurizia Balmelli che, oltre a essere meno brillante e scorrevole, incappa in qualche errore: “medievista” (in italiano è più comune “medievalista”). E a Ginevra non c’è la Commissione europea (la Svizzera non fa parte dell’Unione europea!), ma la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni unite (UN-ECE).

Il libro, però – fatte salve tutte le mie riserve sul genere (che non sono per nulla smentite, anzi! ma non posso raccontarvi nulla per non rovinarvi il piacere della lettura) – è molto godibile e si legge d’un fiato. L’idea del terzetto di storici (più lo zio/padrino) disposti sui piani di una casa come strati archeologici è divertente, come i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Forse restano un po’ sottili, più fotografie che ologrammi, ma non si può pretendere troppo.

Mi piace molto la normalità del delitto raccontato nel romanzo. Proprio in questi giorni (20 giugno 2006), il Ministero dell’interno ha pubblicato il Rapporto sulla criminalità in Italia – Analisi, Prevenzione, Contrasto. “Un dato impressionante che emerge dal rapporto – afferma il comunicato-stampa del Ministero – è l’aumento dei reati ‘familiari’, a fronte della significativa riduzione degli omicidi volontari, a partire dal 1992, e di quelli ad opera della criminalità organizzata. Il fenomeno denota, ha osservato Amato, una situazione molto brutta, ‘di cui qualcuno si deve occupare’. ‘Sono assolutamente sconvolto dal capitolo della violenza sulle donne, non solo sessuale’, ha proseguito il ministro a proposito dell’aumento dei reati commessi nei confronti delle sole donne, come lesioni e maltrattamenti, il 62% dei quali commessi dal partner.

Qualche citazione dalla Sintesi del Rapporto:

Negli ultimi anni il numero di omicidi commessi in Italia è notevolmente diminuito. Dal 1991, anno in cui si registra il picco più alto con 1.901 omicidi, la parabola discende fino a registrare nel 2005 il minimo storico di 601 unità, per poi attestarsi a 621 nel 2006, un livello comunque più basso del 2004 e di tutti gli anni precedenti. […] Gli omicidi scaturiti in ambito familiare o per passioni amorose sono invece aumentati drasticamente negli ultimi anni, registrando la massima frequenza negli anni 2002 e 2003, rispettivamente con 211 e 207 omicidi.

Sono 6 milioni 743 mila, pari al 31,9% della classe di età considerata, le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita […]. Tre milioni 961 mila donne, pari al
18,8%, sono state vittime di violenze fisiche, 5 milioni (il 23,7%) hanno subito violenze sessuali. Più in particolare, nell’ambito delle violenze sessuali, 482 mila donne sono state vittime di stupro e 703 mila di tentato stupro nel corso della loro vita. Complessivamente, circa 1 milione di donne (il 4,8%), quindi, ha subito stupri o tentati stupri.

Negli ultimi dodici mesi sono 1 milione 150 mila le donne che hanno subito violenza, pari al 5,4% delle donne dai 16 ai 70 anni. In particolare il 2,7% delle donne ha subito violenza fisica, il 3,5% violenza sessuale e lo 0,3% stupri o tentati stupri.

Spingere, strattonare, afferrare, storcere un braccio o tirare i capelli sono i comportamenti subiti dalla maggioranza delle vittime di violenza fisica (dal 56,7%); una quota quasi altrettanto elevata, il 52%, ha subito minacce di essere colpita, il 36,1% è stata schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi, il 24,6% è stata colpita con oggetti. Appaiono, invece, meno diffuse alcune forme più gravi, comunque presenti, come l’uso o la minaccia di usare una pistola o il coltello (8,1%) o il tentativo di strangolamento, di soffocamento o di ustione (5,3%).

Tra le violenze sessuali, invece, sono le molestie fisiche sessuali a rappresentare la forma decisamente più frequente (per il 79,5% delle vittime di violenze sessuali), seguite dai rapporti sessuali non desiderati (19,0%), dai tentati stupri (14,0%), dagli stupri (9,6%) e dai rapporti sessuali vissuti dalla donna come degradanti ed umilianti (6,1%).

Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4% dei casi, le violenze sessuali, senza considerare la molestia, nel 68,3% dei casi e gli stupri nel 69,7% dei casi. I partner sono dunque responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e delle forme più gravi di violenza sessuale.

Un milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale e fisica prima dei 16 anni in famiglia. Complessivamente, i parenti sono responsabili del 23,8% delle violenze sessuali subite prima dei 16 anni.

Due milioni 77 mila donne, il 18,8% delle donne che hanno avuto un partner in passato e che si sono separate da lui, al momento della separazione e/o dopo di essa hanno subito forme di stalking, cioè di persecuzione che le hanno particolarmente spaventate.

Agghiacciante, vero? Family Day, una bella festa! Un inferno gli altri 364 giorni!

Il labirinto del fauno

Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), 2006, di Guillermo del Toro, con Ivana Baquero.

Una favola cupa e disperata, che rivela tutto l’orrore e il vuoto del fascismo.

Un film tecnicamente perfetto, e molto di più.

L’ossessione del tempo accomuna i due mondi. La tragedia del reale è così intollerabile che il mondo dell’oltretomba è meglio. Alla fine, Ofelia-Proserpina sceglie, e non sbaglia.

La nuova Europa è morta prima di nascere. E ce lo doveva dire un messicano.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Decoding the Universe

Seife, Charles (2006). Decoding the Universe: How the New Science of Information Is Explaining Everything in the Cosmos, from Our Brains to Black Holes. London: Penguin Books. 2007.

Non sono convinto per niente.

Sono dell’opinione – anche se non ho maturato del tutto una teoria, che sarebbe comunque troppo lunga e complessa per dettagliarla qui – che l’informazione sia una (forse, la) chiave per comprendere meglio l’agire economico, il surplus, il “progresso”, probabilmente la stessa evoluzione. Questo è quello che mi ha spinto a comprare e leggere questo libro in primo luogo.

Il problema è che per me informazione significa dato + significato (informazione semantica). L’informazione senza significato, cioè l’informazione che non risponde a una domanda, è – appunto – soltanto dato. In questo quadro, la teoria dell’informazione di Shannon – quella che lega informazione ed entropia (la prima parte del libro di Seife, quella che illustra il percorso da Boltzmann a Shannon, è senz’altro la migliore) – è più propriamente una teoria della trasmissione/comunicazione di dati: non a caso Shannon intitolò il suo articolo A Mathematical Theory of Communication. Nella famosa formulazione di Shannon (H = – ∑ P log P) e nell’ipotesi (teorica) di un canale senza rumore, H può essere interpretata come l’ammontare medio di informazione per simbolo prodotta dall’informatore, l’ammontare medio di incertezza (data deficit) del destinatario prima dell’analisi del messaggio oppure il potenziale informativo della fonte (entropia). In quest’ultimo senso, H è una quantità fisica come la massa e l’energia – sono d’accordo con Seife. Ma stiamo parlando di dati, non di informazione (semantica).

Da qui in avanti il problema è: come possono i dati assumere significato? esiste informazione (semantica) al di fuori dei sistemi di riferimento dell’informatore e dell’informato? esiste informazione “là fuori”, indipendentemente dall’esistenza di entità in grado di coglierla? esiste informazione “ambientale”, senza rappresentazione cognitiva o processo computazionale?

Domande enormi. Seife non risponde. Se la cava mettendo la maiuscola a Natura e ipostatizzandola! Troppo facile!

Ovviamente, non so rispondere neppure io. Ma mi sembra utile questo schemino proposto da Luciano Floridi, uno dei nostri “cervelli in fuga”.