Giuro che è vero. Lo dico sùbito, ma tanto so che non mi crederete.
Sono in vacanza. Prendo un volo low cost per Barcellona. Curiosamente il bagaglio viene riconsegnato in un terminal differente da quello di arrivo (gli aeroporti sono perennemente in costruzione, come una volta le cattedrali). Le spiegazioni non sono chiare e ci troviamo al di fuori della zona “di sicurezza”. Quindi ci tocca, per ritirare il bagaglio, sottoporci di nuovo ai controlli di polizia: via cintura orologio oggetti metallici telefonino; laptop e liquidi in bella vista eccetera. Una seccatura. Sbuffo.
“Stanco?”, mi fa in italiano il poliziotto.
“No, ma tutta questa trafila per recuperare il mio bagaglio è una scocciatura”.
“Sì” fa lui. “Ve la facciamo pagare perché avete votato Berlusconi”.
“Ma io non l’ho votato!” protesto.
“Dite tutti così. Nessuno ammette di averlo votato, ma ha avuto la maggioranza”.
Fine della storiella. E vi rigiuro: tutto vero, nei minimi dettagli.
Forse perché le famose corna le fece qui in Spagna?
Il segno, che si legge at, veniva e viene utilizzato per segnalare il prezzo unitario di un bene: ad esempio, “pomodori @ 2€ al kg” oppure “pizza @ 8€ l’una”. Ma naturalmente adesso è internazionalmente noto per essere, negli indirizzi di posta elettronica, il connettore tra il nome del conto (account name) e il nome del dominio (domain name).
Dal momento che in inglese @ significava qualcosa prima dell’avvento della posta elettronica, non ha altro nome che at, corrispondente al suo significato originario, anche nella seconda e postale accezione.
Non così nelle altre lingue. La fantasia si è sbizzarrita:
Olandese: apestaart “coda di scimmia”
Tedesco: Klammeraffe “atele, scimmia ragno”
Polacco: mal’pa “scimmia”
Serbo: majmun “scimmia”
Russo: sobachka “cagnolino”
Finlandese: kissanhäntä “coda di gatto”
Portoghese e spagnolo: arroba “unità di misura pari a 15 kg”
Ceco: zavinác “filetto d’aringa arrotolato”
Svedese: kanelbulle “dolce di cannella” o snabel-A “A con proboscide”
Francese: escargot “chiocciola”, come noi.
Il buffo segno viene dalla trascrizione francese di à (con lo stesso significato originario visto sopra: à 2 euros le kilo): in corsivo l’accento grave si è allungato in modo spropositato, fino a trasformarsi in un segno grafico a sé stante. Lo stesso processo ha portato da et a &.
Nato a Brooklyn (e dove se no?) il 26 settembre 1898, compirebbe oggi 110 anni. Invece morì giovanissimo, a meno di 40 anni, l’11 luglio 1937.
Ha scritto: “I like to think of music as an emotional science”.
Qui lo ascoltiamo al pianoforte eseguire la sua Rhapsody in blue (si tratta di un rullo per piano automatico, non di una registrazione fonografica):
Qui invece ascoltiamo Summertime (da Porgy and Bess), che se non ricordo male fu votata qualche tempo fa come la più bella canzone del XX secolo, in due interpretazioni: quella di Janis Joplin (dal vivo nel 1969, per i più rockettari)
e quella eseguita da Miles Davis in uno dei suoi ultimi concerti, a Montreaux nel 1991. L’orchestra è diretta da Quincy Jones.
Florestano Vancini, scomparso il 18 settembre a 82 anni (era nato a Ferrara il 24 agosto 1926), è stato uno di quei registi che ho conosciuto personalmente, grazie a Marco Ferronato, alla fine degli anni Sessanta.
Il miglior film di Vancini, o quantomeno quello che mi ha segnato di più, è La lunga notte del ’43, da un racconto di Giorgio Bassani (Una notte del ’43) comparso nel 1956 nelle Cinque storie ferraresi. Bassani è stato un altro autore che ha molto influenzato la mia adolescenza, più le storie ferraresi, appunto, e Gli occhiali d’oro, che Il giardino dei Finzi-Contini. Ricordo una gita a Ferrara fatta in solitudine, in treno d’estate, la passeggiata sulle mura, la visita al cimitero ebraico con un fazzoletto annodato in testa come kippah…
Purtroppo su YouTube non ne ho trovato traccia. Un bianco e nero nebbioso e angosciante, che fa sentire sulla pelle e capire con la testa quanto il fascismo fosse opprimente in tutti i significati della parola. Un cast clamoroso: Andrea Checchi, Belinda Lee, Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Gino Cervi, persino Raffaella Carrà. Pier Paolo Pasolini ed Ennio De Concini sceneggiatori. Cercatelo e vedetelo se vi capita.
Intanto accontentatevi di questa intervista in cui racconta come girò il film.
E questo discorso di Matteotti, che un po’ di memoria male non fa di questi tempi.
“Il giudizio universale” è un film del 1961 diretto da Vittorio De Sica, con soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini. Lo spunto (geniale e quintessenzialmente zavattiniano): al mattino di una normale giornata napoletana, una voce stentorea (il basso Nicola Rossi Lemeni) che sembra arrivare dall’alto dei cieli annuncia che “Alle 18 comincia il Giudizio Universale”. C’è chi si pente, chi non ci crede, chi sghignazza, poi comincia a piovere.
Reduci dal successo internazionale di La ciociara, De Sica e Zavattini hanno carta bianca da De Laurentiis per realizzare il film, con un international all stars cast sul libro-paga: Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Fernandel, Alberto Sordi, Melina Mercouri, Renato Rascel, Maria Pia Casilio, Giacomo Furia, Silvana Mangano, Alberto Bonucci, Andreina Pagnani, Giuseppe Porelli, Elisa Cegani, Agostino Salvietti, Regina Bianchi, Marisa Merlini, Mario Passante, Lamberto Maggiorani, Ugo D’Alessio, Nino Manfredi, Nando Angelini, Domenico Modugno, Carlo Taranto, Akim Tamiroff, Luigi Bonos, Pasquale Cennamo, Franco Franchi, Mike Bongiorno, Lino Ventura, Anouk Aimée, Georges Rivière, Ciccio Ingrassia, Eleonora Brown, Jack Palance, Ernest Borgnine, Lilly Lembo, Jimmy Durante.
Il film, deludente, si disperde in mille rivoli. Ma l’incipit è travolgente.
Una vecchia storiella racconta della rilevazione condotta a un congresso di sessuologia sulla frequenza dei rapporti dei delegati. Un solo delegato ammette di farlo una sola volta all’anno, ma con grande sorpresa di tutti lo afferma con esagerato entusiasmo. E poi spiega: “Ma è domani!”.
Domani potrebbe essere il giorno della fine del mondo se, come teme un professore di chimica di Tübingen, un esperimento condotto al CERN di Ginevra dovesse produrre un buco nero capace di inghiottire il pianeta. Ne è così convinto, il professore, da aver intrapreso una causa presso la Corte europea per violazione della Carta europea dei diritti umani, che garantisce il diritto alla vita (ma se il caso dovesse arrivare in un’aula di tribunale, vorrebbe dire che il professore aveva torto; e se avesse ragione, non ci saranno né aule né tribunali, non in quest’angolo di universo).
Certo, il pensiero che la fine del mondo abbia inizio a Ginevra…
Che fare nell’attesa? continuare con il tranquillo tran tran di ogni giorno, o dedicarsi a 24 ore di sesso droga e rock&roll come facevano alcune sette chiliastiche? Ognuno si regoli come crede…
Qui sotto l’articolo del Guardian comparso sull’edizione dell’8 settembre 2008.
Will the world end on Wednesday?
Jon Henley
The Guardian,
Monday September 8 2008
Purple haze shows dark matter flanking the ‘Bullet Cluster’. Photograph: AP.
Be a bit of a pain if it did, wouldn’t it? And the most frustrating thing is that we won’t know for sure either way until the European laboratory for particle physics (Cern) in Geneva switches on its Large Hadron Collider the day after tomorrow.
If you think it’s unlikely that we will all be sucked into a giant black hole that will swallow the world, as German chemistry professor Otto Rössler of the University of Tübingen posits, and so carry on with your life as normal, only to find out that it’s true, you’ll be a bit miffed, won’t you?
If, on the other hand, you disagree with theoretical physicist Prof Sir Chris Llewellyn Smith of the UK Atomic Energy Agency, who argues that fears of possible global self-ingestion have been exaggerated, and decide to live the next two days as if they were your last, and then nothing whatsoever happens, you’d feel a bit of a fool too.
Rössler apparently thinks it “quite plausible” that the “mini black holes” the Cern atom-smasher creates “will survive and grow exponentially and eat the planet from the inside”. So convinced is he that he has lodged an EU court lawsuit alleging that the project violates the right to life guaranteed under the European Convention of Human Rights.
Prof Llewellyn Smith, however, has assured Radio 4’s Today programme that the LHC – designed to help solve fundamental questions about the structure of matter and, hopefully, arrive at a “theory of everything” – is completely safe and will not be doing anything that has not happened “100,000 times over” in nature since the earth has existed. “The chances of us producing a black hole are minuscule,” he said, “and even if we do, it can’t swallow up the earth.” So, folks, who do you believe?
Il 3 settembre 1803 – esattamente 205 anni fa – John Dalton scrisse nel suo diario di lavoro un’annotazione intitolata Observations on the Ultimate Particles of Bodies and their Combinations, in cui per la prima volta utilizzò dei simboli alfabetici per rappresentare gli elementi della chimica moderna.
John Dalton, inglese, nato il 6 settembre 1766 e morto il 27 luglio 1844, è forse più famoso per le sue scoperte sull’incapacità di distinguere i colori: il daltonismo, per l’appunto. Ma Dalton è forse ancora più importante per i progressi nella teoria atomica: l’unità di peso atomico (di massa atomica, più correttamente) ha il su nome, Dalton (Da), e corrisponde approssimativamente alla massa di un atomo di idrogeno (o a un protone, o a un neutrone – lo so che qui il barbarico re avrà da ridire):
1 u = 1/NA g = 1/ (1000 NA) kg (dove NA è il numero di Avogadro)
1 u = 1.660538782(83)×10−27 kg = 931.494027(23) MeV/c2
Dalton individuò dapprima 21 elementi, e poi giunse a identificarne 37. Nella sua opera fondamentale, A New System of Chemical Philosophy, Dalton propone i 5 fondamenti della sua teoria atomica:
Gli elementi chimici sono fatti di atomi.
Tutti gli atomi di un elemento hanno identica massa.
Gli atomi di elementi diversi hanno masse diverse.
Gli atomi si combinano soltanto in piccoli rapporti interi (1:1, 1:2, 2:3 eccetera).
Gli atomi non possono essere né creati né distrutti.
Dieci anni dopo Dalton, il chimico svedese Jöns Jakob Berzelius semplificò il sistema. Metà dei simboli di Dalton rappresentavano gli elementi con una lettera iscritta in un circolo. Berzelius designò 47 elementi con lettere o coppie di lettere, utilizzando i nomi latini invece di quelli inglesi usati da Dalton (il latino era ancora la lingua franca degli scienziati dell’epoca). Quasi tutti i simboli proposti da Berzelius sono ancora in uso.
Questa notazione semplificata aprì la strada al chimico britannico John Alexander Reina Newlands, che nel 1863-1865 formulò la “legge delle ottave” e la prima tavola periodica degli elementi. La stessa idea l’ebbe, indipendentemente, il russo Dmitri Mendeleev, che nel 1869 dispose sulla sua tavola periodica 63 elementi. Entrambe erano basate sul peso atomico, piuttosto che sul numero atomico, come quelle in uso oggi, che furono proposte dal fisico inglese Henry Moseley nel 1913.
L’esterno, un parallelepipedo un po’ sprofondato e sormontato da cupole, non dà l’idea dell’interno: l’idea che un ragazzino delle medie può avere della reggia di Nerone, filtrata attraverso Quo Vadis e il Caesar’s Palace di Las Vegas.
Il velodromo olimpico di Roma è stato fatto saltare con la dinamite (evento rarissimo in Italia) il 24 luglio 2008.
Questa volta non stiamo parlando di un ecomostro, ma di un capolavoro dell’architettura italiana.
Ma una cosa per volta. Cominciamo dalle immagini spettacolari della demolizione:
Il velodromo – dicono quelli che hanno deciso la demolizione (la giunta Veltroni, ahimè, che evidentemente pensava che con le demolizioni si risolvano i problemi di degrado, come illustra anche l’abbattimento di 3 “ponti” al quartiere Laurentino) – era pericolante, abbandonato da anni, rifugio di senzatetto tossici giovinastri prostitute e tutto l’elenco degli “indesiderabili”. È vero, in parte, ma non immaginatevi una favela sudamericana: erano presenze ben nascoste in un’area sterminata. E convivevano con alcune strutture attive del CONI (ad esempio, la Federazione del ciclismo, e anche i miei figli ci hanno fatto attività sportiva in ere non remote) e con un bel po’ di vegetazione e fauna urbana (quella vera: animali selvatici o inselvatichiti).
Naturalmente, basta fermarsi a riflettere per capire che il punto non è questo. Ma l’abitudine di riflettere l’abbiamo persa. Basta dire che c’era una “emergenza Velodromo” e si agisce prima di pensare.
Di fronte a una struttura abbandonata o pericolante, propongo di iniziare chiedendosi: conviene rimetterla in sesto o demolirla? Come rispondere a questa domanda? Valutando i costi e i benefici delle due alternative e – trattandosi di una struttura pubblica – assumendo il punto di vista della collettività degli abitanti del quartiere e di Roma e non soltanto quello di un eventuale investitore privato.
Tra i benefici della conservazione, secondo me, si devono mettere la funzione svolta dalla struttura e il suo pregio architettonico. Sul primo punto, mi limito a osservare che a Roma non ci sono altri velodromi comparabili a questo (tanto che si è previsto di realizzarne uno a Tor Vergata, nell’estrema periferia sud-est) e che all’Eur (quartiere piuttosto privilegiato, peraltro, proprio grazie all’eredità olimpica del 1960, ma che svolge un ruolo di richiamo e di servizio per tutta la zona tra San Paolo e Ostia) una struttura di questo tipo sarebbe stata molto utile.
Per quanto riguarda il pregio architettonico lascio parlare la scheda che ho trovato qui.
Dati
Superficie; mq 55.500
Progettisti: C. Ligini, D. Ortensi e S. Ricci
Inizio e fine lavori: Progettato nel 1958, completato per le Olimpiadi del 1960
Destinazione attuale: Recentemente è stato riconsegnato dal CONI all’EUR SpA (che l’ha prontamente abbattuto!)
Il progetto
Costruito per le Olimpiadi di Roma, è stato ufficialmente inaugurato il 30 aprile del 1960. Ubicato a nord ovest del comprensorio dell’EUR, il velodromo occupa una superfice di 55.500 mq di proprietà dell’EUR SpA.
Il velodromo ha una struttura di cemento armato in corrispondenza della tribuna principale. Le altre tribune sono appoggiate su riporti di terra stabilizzata meccanicamente. Le gradinate consentono una perfetta visibilità da ogni ordine di posti: hanno infatti un andamento variabile non solo in senso trasversale ma anche longitudinale. La pista ha uno sviluppo di 400 metri, una larghezza costante di 7,5 metri, oltre la fascia azzurra di 0,75 metri.
L’impianto dispone di una capienza di 17.660 spettatori suddivisa in tre ordini di posti: in piedi in corrispondenza delle curve; seduti, nella gradinata principale di calcestruzzo armato, coperta parzialmente da una pensilina metallica; seduti, nella gradinata dei distinti.
Sulla pista del velodromo si sono svolte le gare ciclistiche delle Olimpiadi del 1960, i Campionati del mondo del 1968 e, nel 1967, vi è stato battuto il record dell’ora.
L’ultima manifestazione svoltasi al velodromo con la partecipazione di pubblico è stata quella dei mondiali del 1968. In seguito, essendosi verificati fenomeni di assestamento delle strutture e delle tribune del pubblico, si è limitato l’uso dell’impianto ai soli allenamenti del ciclismo e dell’ hockey su prato.
L’abbandono del Velodromo dell’Eur, dunque, data dal 1968, dopo soltanto 8 anni dalla sua inaugurazione in occasione delle Olimpiadi romane. E va attribuito non all’azione di poche decine di “indesiderabili”, ma all’inerzia degli amministratori (ma attenzione, anche l’inerzia in questo caso è una scelta politica). Un’inerzia durata 40 anni, che ha avuto come protagonisti le amministrazioni di diverso colore che si sono succedute in Comune, all’Ente Eur e al CONI.
Il risultato lo leggete e lo vedete qua sotto, nella testimonianza di un romano che ha visitato il sito poco più d’un anno fa.
Seguendo le indicazioni sui commenti di questo post di Archiwatch, sono andato a vedere la condizione del velodromo olimpico dell’Eur. Per entrare, a vostro rischio e pericolo, dato che in ogni angolo campeggiano minatori cartelli di divieto, si deve alzare una grata della rete di recinzione nell’ingresso di via del ciclismo. Questo ingresso è usato da alcune persone che vivono sotto la tribuna minore, non so chi siano, se migranti o chi altro, dato che ho solo visto uscire una persona quando stavo per arrivare.
Entrati nel recinto si salgono le scale, facendo attenzione a dove si mettono i piedi, si arriva sino all’anello che gira tutto intorno alle tribune. Lo spettacolo è senza dubbio affascinante, la forma sinuosa del bordo superiore che dialoga con quello che rimane della pista, la tribuna centrale con la sua copertura metallica appare lontana e senza una scala dimensionale precisa.
La storia di quest’architettura, sfortunata sin dall’inizio per problemi statici, ora ci lascia solo un rudere e un’opaca immagine del suo antico splendore, le immagini in bianco e nero ci riportano contrasti bicromatici e quasi metallici di questa dinamica forma.
La decisione, alla fine, non è stata quella di ripristinare, eventualmente ricostruendo fedelmente, una struttura bella e utile, conservandone la funzione. È stata invece di abbatterla, costruendo al suo posto una “Cittadella dell’acqua”: cioè una bella miscela di pubblico e privato, come va di moda adesso, sottraendo l’area all’uso pubblico, e destinandola ad attività tutte commerciali e soltanto in parte sportive (per il resto, naturalmente, i soliti usi commerciali con cui si pretende di fare qualità urbana!).
08/05/2006 – Entro il 2009 l’ex velodromo olimpico di Roma lascerà il posto alla “Cittadella dell’acqua, dello sport e del benessere”. Ad annunciarlo è il sindaco Veltroni, che informa inoltre dell’imminente lancio del bando per il concorso internazionale di progettazione.
Chiusa dal 1968, la struttura in cemento armato progettata da Cesare Ligini per le Olimpiadi del 1960 diventerà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo dedicato soprattutto agli sport acquatici e ad attività indoor e fitness. L’area ospiterà inoltre un polo medico per la riabilitazione sportiva e per le persone con ridotta capacità motoria.
L’intervento comporterà una spesa complessiva di 130 milioni di euro. A breve Eur Spa e Comune di Roma bandiranno un concorso internazionale di architettura finalizzato all’individuazione del progetto per la nuova cittadella dell’acqua. A confermare la procedura è la delibera del 3 aprile 2006 con la quale il Consiglio comunale ha approvato il programma di interventi “per il recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico e nuova edificazione dell’area denominata Oceano Pacifico”.
Il progetto di rifunzionalizzazione dell’area è stato presentato nei giorni scorsi dal sindaco Walter Veltroni, dall’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut, dal presidente e dall’amministratore delegato di Eur S.p.A.
L’area dell’ex velodromo ospiterà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo che si estenderà su una superficie di 32.500 metri quadrati. La struttura sarà dotata di spazi per attività di supporto: spazi commerciali, uffici, ristorazioni ed attrezzature ricettive/mediche. In particolare, è prevista la realizzazione di:
– un centro acquatico e di benessere per 9.000 mq, con piscina olimpica omologata per gare internazionali di nuoto e pallanuoto (12.000 mq);
– un albergo;
– un centro medico di diagnostica e riabilitazione motoria;
– uffici per la promozione e la gestione della struttura (per altri 13.500 mq);
– negozi e attività sportive esterne per ulteriori 7.000 mq.
Ho tratto queste informazioni da qui. Attiro la vostra attenzione su 3 punti, così impariamo insieme a leggere criticamente e decifrare il linguaggio della politica:
Il costo dell’operazione: 130 milioni di euro!
Il concorso internazionale di architettura non è ancora stato bandito. Prima si demolisce, poi si vedrà. Questa, verosimilmente, è una responsabilità della nuova giunta Alemanno, che ha fretta di mettersi in mostra.
La delibera della Giunta comunale è intitolata “recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico”: scrivi recupero, leggi demolizione! Così funzionano gli eufemismi della politica. Direte: ma è un uso del linguaggio volto a ingannare! Giusto, ma siamo noi che leggiamo distrattamente una notizia sul giornale e ci facciamo prendere in giro. Caveat emptor! Tra delibera e abbattimento sono passati più di 2 anni!
L’area del Velodromo è di 55.500 mq. Gli interventi previsti riguardano 32.500 mq (e già in quelli, oltre agli impianti sportivi, sono previsti negozi, alberghi e uffici). E gli altri 20.000 mq? Si accettano scommesse. Abitazioni private di lusso? L’area è pregiata.
Dell’accordo fanno parte anche altre opere pubbliche “in compensazione”, suppongo, del regalo alla speculazione: ma saranno realizzate altrove.
Che cosa resta adesso del Velodromo? Il rammarico per l’occasione perduta e la solita rabbia e la voglia di andarsene.