Quello che non si può misurare non esiste

Un articolo di Ahmed Elgammal e Babak Saleh descrive un algoritmo per confrontare opere d’arte visiva e misurarne la “creatività” o quanto meno l’originalità e la capacità di influenzare altri artisti.

Qui trovate l’articolo originario in .pdf: Quantifying Creativity in Art Networks.

 

Qui, invece, un estratto dell’articolo comparso su Quartz l’11 giugno 2015: Picasso = Genius: This algorithm can judge “creativity” in art as well as the experts.

Art is seen as unquantifiable. Great paintings are creative forces that transcend their brush strokes, colors, and compositions. They can’t be reduced to mere data, analyzed, and ranked by their creativity. Two computer scientists at Rutgers University respectfully disagree.

Ahmed Elgammal and Babak Saleh created an algorithm that they say measures the originality and influence of artworks by using sophisticated visual analysis to compare each piece to older and newer artwork. They worked from the premise that the most creative art was that which broke most from the past, and then inspired the greatest visual shifts in the works that followed.

They did it by looking specifically at qualities such as texture, color, lines, movement, harmony, and balance. “These artistic concepts can, more or less, be quantified by today’s computer vision technology,” they write in their paper “Quantifying Creativity in Art Networks” (pdf).

Their experiment—which involved two datasets totalling more than 62,000 paintings—was entirely automated. They gave the computer no information about art history. Yet what they found was that their algorithm often came to same conclusions as art experts. “In most cases the results of the algorithm are pieces of art that art historians indeed highlight as innovative and influential,” the authors wrote.

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Ornette Coleman Quartet – 8 maggio 2005

RIP, con affetto e gratitudine

Avatar di borislimpopoSbagliando s'impera

In una tiepida domenica sera di maggio, in una pausa di un lavoro che mi aveva impegnato per settimane senza pause nemmeno nei week-end e che avrebbe continuato a impegnarmi ancora per una quindicina di giorni, lo stacco di questo gioiello di concerto, cui sono andato, ancora una volta, con mio figlio. Auditorium Parco della musica, sala Santa Cecilia, Roma.

Il jazz, almeno per me, è stata una conquista lenta e graduale, una manovra d’accerchiamento a tenaglia, partita da un lato dal rock (via il Miles Davis della prima metà degli anni Settanta, per capirsi, e i Weather Report), dall’altro dal blues (via Il popolo del blues di LeRoj Jones – poi islamizzatosi come Amiri Baraka – e il blues-rock degli inglesi, tutti figli dei Bluesbreakers di John Mayall). Ornette Coleman, in questa metafora, è stata una delle roccaforti espugnate da ultimo: ho e ho molto amato…

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Un mercato per i rifugiati nell’Unione europea?

Peter H. Schuck, professore della Yale Law School e autore di Why Government Fails So Often, and How It Can Do Better, propone in un articolo sul New York Times di oggi 9 giugno 2015 [Creating a Market for Refugees in Europe – NYTimes.com] di creare un mercato per comprare e vendere le quote nazionali di rifugiati che l’Unione europea si accinge ad assegnare a ogni Stato membro, analogamente a quanto già avviene in materia ambientale.

Voi che ne pensate?

A scheme allocating protection burdens according to each state’s capacities, much as the European Union is likely to adopt, is essential. A regional authority should calculate each state’s fair share using objective criteria such as gross domestic product, population and land mass. (The formula might also grant credits for past protection efforts.) It should also estimate how many refugees need protection, temporary or permanent, and how many of those can legally qualify for it — mere economic migrants cannot.

Here’s my proposed innovation: The agency should create and regulate a market in which states can buy and sell all or part of their protection quota obligations. Both the agency and the selling state must enforce international standards to ensure that the receiving state protects the human rights of those it agrees to accept.

Just as cap-and-trade schemes enhance environmental protection, this market would maximize the number of refugees protected by exploiting differences in states’ resources, politics, geography and attitudes toward newcomers. A more ethnically homogeneous or xenophobic state might eagerly pay a high price (in cash, credit, commodities, political support, development assistance or some other valuable) to more refugee-friendly states to assume its burden, rather than having to bring them in-country.

Such payments already take place, in a way: The United States and other countries sometimes pay other states to harbor immigrants; Australia just agreed to give Cambodia $32 million to do so.

Almost by definition, such a market would produce more protection than the status quo does, while ensuring that each state does its share in one form or another and that human rights are respected.

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I quaranta giorni del Mussa Dagh

I quaranta giorni del Mussa Dagh.

Per tenere viva la memoria

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Essere sicuri di sé non è essere convinti di farcela, ma saper convivere con i propri limiti

Detta così, è un’enorme banalità, ma l’articolo che segnalo (The one thing all confident people know – Quartz) va un po’ più in là.

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Non dàtevi obiettivi, costruite abitudini e sistemi, piuttosto

Tutte le bibbie aziendali e i loro profeti sostengono che dare (o darsi) degli obiettivi e poi realizzarli sia la ricetta sicura per il successo.

Contrordine, compagni. Adesso pare che darsi un obiettivo sia la ricetta sicura per l’insuccesso.

Non lo dico io. Lo sostiene Scott Adams, il creatore di Dilbert:

Goals are for losers. [Scott Adams. How to Fail at Almost Everything and Still Win Big: Kind of the Story of My Life]

… you will spend every moment until you reach the goal — if you reach it at all — feeling as if you were short of your goal. In other words, goal-oriented people exist in a state of nearly continuous failure that they hope will be temporary.

Per di più, fissare un obiettivo significa (ovviamente) non averlo ancora raggiunto e, quindi, conferma la sensazione di essere inadeguati. Tipico della mentalità da perdenti:

When you’re working toward a goal, you are essentially saying, ‘I’m not good enough yet, but I will be when I reach my goal’. [James Clear]

Se – come spesso accade – l’obiettivo è fuori dal tuo controllo, in tutto o in parte, ecco garantita la frustrazione.

Che fare allora? Questo articolo [Goals Suck: Why Building Habits and Systems Makes Sense] suggerisce di puntare su abitudini e sistemi.

Un sistema è un processo da seguire. Si può ripetere e ogni volta porta allo stesso risultato (o a un risultato simile). Naturalmente, per costruire un sistema ci vogliono tempo e fatica. Ma mentre lo costruisci, impari tantissimo sul risultato che vuoi ottenere e su come ottenerlo.

Sono sistemi in questa accezione il tuo programma di esercizio fisico, la tua routine di lavoro, il tuo progetto di auto-apprendimento.

Un’abitudine è un’azione ripetibile. È qualcosa che fai senza pensarci. In questo è diversa da un sistema, che è una sequenza di azioni consapevoli (nell’esempio che abbiamo fatto poco fa, il tuo programma di esercizio fisico è un sistema fatto di un alternarsi di corsa, ginnastica e riposo).

Sono esempi di abitudini quella di mangiare il frutta a colazione, di correre tutti i giorni di bel tempo, di leggere prima di addormentarsi.

Sistemi e abitudini hanno in comune la ripetizione. Per costruirli, si deve prendere una piccola decisione ogni giorno, non fissarsi su una meta lontana. Ci vorrà del tempo (tipicamente un paio di mesi, secondo l’articolo che sto citando), ma alla fine sarà diventata una seconda natura.

Roma: anche il Festival delle scienze è farlocco

A Roma da qualche anno (siamo ormai alla decima edizione) si tiene un Festival delle scienze, forse meno famoso e meno importante di quello che si svolge a ottobre a Genova, ma comunque costruito attorno a una calendario fitto di eventi, che spaziano dagli incontri con scienziati (lectio magistralis e dialoghi) agli spettacoli, ai concerti, alle installazioni, ai laboratori per le scuole, alle presentazioni di libri. C’è persino una lezione di cucina.

Quest’anno il programma era interessante e il tema (La scienza e l’importanza di non sapere) piuttosto accattivante. È un periodo in cui sono molto impegnato su una ricerca mia e poiché non lavoro da Google (dove il 20% dell’orario di lavoro può essere dedicato ai propri progetti personali) questa attività tende ad assorbire tutto il mio tempo libero. Però uno degli incontri era per me imperdibile: quello con Daniel Dennett di cui – come i lettori di questo blog ben sanno – sono un appassionato lettore (ne ho parlato da ultimo qui, ma anche qui e qui e, anche se per inciso, molte altre volte).

Ecco come il sito dell’Auditorium di Renzo piano presentava l’evento (un dialogo, badate bene):

25/01/2015 Sala Petrassi ore 19:00

Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Codice. Idee per la Cultura presenta

Daniel Dennett, Erin Kelly
“(In)certezze su libertà e responsabilità”
Dialogo

Daniel Dennett, Erin Kelly

introduce Mario De Caro

Penetrare l’ignoto è da sempre la grande sfida del conoscere umano. La natura del procedere verso ciò che non sappiamo è però fondamentale. La scienza nel suo essere un sapere intrinsecamente provvisorio ci insegna a muoverci attraverso la porta dell’ignoto rispettando la nostra ignoranza e coltivando, e persino amando, i nostri dubbi e incer tezze. Il metodo scientifico stesso, si fonda infatti sul lasciare la porta aperta al dubbio. Ciò che ignoriamo diventa così spinta propulsiva a domande sempre nuove, sulla base di risposte che sono solidamente basate sulle nostre migliori evidenze ma che sono, al tempo stesso per loro natura potenzialmente errate. D’altronde, come dice il fisico Stephen Hawking, “il piu grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione di sapere.” Dobbiamo rispettare quindi ciò che non sappiamo e non solo, dobbiamo persino imparare a essere a nostro agio nell’incertezza. Il poeta John Keat la chiamava “negative capability”: l’essere capaci di restare nell’incertezza e nel dubbio, senza cercare frettolosamente fatti e ragioni e la indicava come strumento fondamentale per il progredire della conoscenza. Questa decima edizione del Festival delle Scienze di Roma vuole essere, dunque, una celebrazione del dubbio, dell’incertezza e dell’ignoto e del modo di penetrarlo che è proprio del metodo scientifico. Il programma del Festival si concentrerà attorno a domande tra fisica, biologia, psicologia e linguistica: che rapporto c’è tra incertezza e indeterminatezza? Tra incertezza e caso? Cosa si nasconde in ciò che chiamiamo materia oscura o nei buchi neri? Cosa nel concetto di infinito? E poi ancora come ci rapportiamo cognitivamente con l’incertezza e l’ignoto e quale linguaggio usiamo per parlarne? Come calcoliamo con precisione l’incertezza? Come usiamo la segretezza nella politica? Come sempre la prospettiva sarà quella della ricerca più avanzata, riunendo i grandi nomi della ricerca scientifica italiana e internazionale, ma anche filosofi e storici della scienza, giornalisti ed esperti per capire e discutere quali domande guidano oggi il nostro cammino verso la conoscenza, lasciando “socchiusa la porta verso l’ignoto”.

Biglietti: Posto unico 2.00€

Non mancava questa bella foto:

Quell’errore così marchiano (il riferimento al tema della negative capability nel poeta John Keat, scritto così, senza la s finale: e dire che è morto e sepolto qui a Roma!) mi avrebbe dovuto insospettire. Mi avrebbe anche dovuto insospettire che il testo si ripeteva tal quale per molti degli eventi in programma.

E invece no. Mi sono precipitato a comprare il biglietto: che cosa sono 2 euro di fronte alla possibilità di ascoltare dal vivo un filosofo che ti interessa molto discutere con un’altro (che purtroppo non conoscevo) temi così interessanti? Potere seguire dal vivo, da pochi metri, il suo modo di reagire agli stimoli di Erin Kelly e agli umori del pubblico? seguirne il modo di argomentare e di parlare, ma anche il linguaggio del corpo? E anche se poi si scopre che gli euro sono 3, perché Listicket si fa pagare un altro euro per una fantomatica “Commissione di servizio” (dev’essere per il privilegio di interagire con il suo sito web, peraltro piuttosto malfatto)?

E dunque la sera di domenica 25 gennaio 2015 ho attraversato Roma (l’Auditorium non è precisamente al centro della città), ho cercato un parcheggio, ho atteso che il dialogo iniziasse con 15-20 minuti di ritardo (siamo a Roma: le cose non cominciano alle sette, ma verso le sette, il che significa ben dopo le sette). Solo allora, spentesi le luci, Mario De Caro ci ha spiegato che era presente la sola Erin Kelly, e che Daniel Dennett si sarebbe collegato via skype.

Tutti sono rimasti. Io me ne sono andato, con la precisa sensazione di essere stato truffato (Dennett insegna a Boston e sono sicuro che giovedì 22, quando ho acquistato il biglietto, era noto agli organizzatori che non sarebbe venuto a Roma).

Forse non tutti troveranno calzante l’esempio, ma se Musica per Roma avesse venduto i biglietti per un concerto di St. Vincent e poi si fosse scoperto che la musicista era collegata via skype da New York si sarebbe alzato minaccioso e unanime il grido:

ARIDATECE LI SORDI!

Io mi sono rassegnato,  ma voglio almeno additare al pubblico ludibrio i nomi dei responsabili (che traggo da un articolo trionfalistico di Giulia Felici pubblicato da repubblica.it il 25 gennaio 2015: «Auditorium, in 20 mila al Festival della Scienza
Il tema dell’Ignoto porta il sold out per tutti gli appuntamenti della rassegna»):

“L’evento meritatamente più longevo dell’Auditorium” afferma l’amministratore delegato della Fondazione Musica per Roma, Carlo Fuortes. “Una volta di più – continua Fuortes – la sua formula ha conquistato il nostro pubblico che ha potuto condividere il piacere della conoscenza scientifica con grandi scienziati capaci di divulgare contenuti complessi in maniera semplice”. Questa celebrazione della Scienza è stata prodotta dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Codice, Idee per la Cultura, e la direzione scientifica di Vittorio Bo e Jacopo Romoli.

La teologia di Charlie Hebdo è più solida di quella dei jihadisti, scrive Giles Fraser sul Guardian

A più di una settimana dalla strage compiuta nella redazione di Charlie Hebdo si può forse cominciare a fare qualche riflessione più articolata, superando quell’urgenza di schierarsi che ha caratterizzato, inevitabilmente, le prime reazioni.

Tra i primi a cimentarsi su un terreno di analisi è stato The Guardian con un articolo pubblicato venerdì 9 gennaio 2015 e firmato da Giles Fraser, parroco (anglicano) della chiesa di St Mary’s, Newington a Londra e visiting professor di antropologia alla London School of Economics.

“Giles Fraser Levellers Day Burford 20080517” by Kaihsu Tai – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg#mediaviewer/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg

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L’uomo sulla luna: complottisti nella merda?

Cari amici complottisti, che sostenete che le missioni Apollo non hanno mai portato astronauti sulla luna e che la NASA ha filmato falsi sbarchi in qualche studio cinematografico utilizzando effetti speciali, ora il modo per risolvere una volta per tutte la diatriba è a portata di mano: basta tornare sulla luna e recuperare tutta la monnezza che gli astronauti hanno lasciato lassù, comprese 96 sacche sigillate piene di cacca, pipì e vomito.

Sì, perché il modulo lunare aveva poco carburante e una capacità molto limitata di tornare nell’orbita lunare: quindi, se gli astronauti volevano riportare a terra reperti lunari (rocce, polvere e così via) dovevano lasciare giù un peso equivalente di scarti: residui organici, in primo luogo, ma anche chiavi inglesi, utensili, eccetera. Persino palle da golf.

La storia – in tutti i suoi sordidi dettagli – è raccontata qui.

Il 2014 di Sbagliando s’impera

Come tutti gli anni WordPress.com mi ha mandato un rapporto annuale sulle attività di questo blog nel 2014. Lo condivido volentieri con voi..

In sintesi:

Nel 2014 il blog è stato visto 63.000 volte, contro le 71.000 dell’anno precedente e le 89.000 del 2012. In sostanza, siamo tornati ai livelli del 2011. Il fenomeno è comune a molti blog, che sono passati di moda rispetto ad altri social media: io stesso mi rendo conto che scrivo meno articoli sul blog, perché spesso mi limito a rilanciare su Facebook, con un breve commento, le notizie che trovo interessanti e che in passato mi avrebbero indotto a scrivere un post. Nel 2014, ho pubblicato 98 articoli (nel 2013 erano stati 152, e l’anno precedente 389, in media più di uno al giorno). Dall’inizio del blog (marzo 2007) gli articoli sono stati in tutto 1.860.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato il 17 marzo 2014 con 491 pagine lette.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.