David Wolman – The End of Money

Wolman, David (2012). The End of Money: Counterfeiters, Preachers, Techies, Dreamers – and the Coming Cashless Society. Boston: Da Capo Press. 2012. ISBN 9780306819469. Pagine 240. 12,83 €

The End of Money

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Una delle prime cose da dire su questo libro, è che il titolo è un po’ fuorviante. Non si dovrebbe chiamare The End of Money, ma The End of Cash – Non La fine del denaro, ma La fine del contante: questo è quello che l’autore ha fatto (con successo quasi totale) per un anno intero, e questo è il tema che sviluppa nei diversi capitoli.

C’è un sentore di gonzo journalism nel libro: ogni capitolo è segnato dall’incontro con un personaggio, spesso (ma non sempre) un estremista fanatico, detrattore o profeta di un futuro senza contante. A tratti, David Wolman sembra un Hunter S. Thompson senza additivi chimici.

Direi che è piuttosto chiaro che a Wolman il contante non piace – è proprio la fisicità del danaro che gli fa un po’ schifo. A me fa venire in mente un carissimo zio, morto ahimè da quasi vent’anni, che faceva il farmacista in un paese della bassa, che raccontava che la sera del martedì, giorno di mercato, giorno dunque di massimo affollamento della farmacia e dunque di maggiore incasso, gli piaceva prendere dal cassetto le banconote stropicciate e aspirarne l’odore. «Puzzano proprio di merda,» mi diceva, tutto compiaciuto (perché a lui i soldi piacevano anche nella loro materialità). E non pensava certo a Freud (che sicuramente non aveva letto) e nemmeno alla ragione più ovvia (quelle mani di allevatori che le avevano toccate mandavano un inesorabile odore di merda di vacca e concime, che non andava via neppure dopo accurati lavacri): pensava piuttosto a un mistico richiamo allo “sterco del diavolo” della tradizione cristiana (anche se mi sembra che sia una definizione di Martin Lutero).

Scrooge McDuck

wikipedia.org

Il libro di Wolman è piacevole e si fa leggere volentieri (qualche momento di stanchezza e qualche ripetizione c’è, a ricordarti che l’industria culturale statunitense ha delle regole inesorabili).

L’elemento di maggior interesse, per noi, è che contribuisce a chiarire i termini del dibattito che in Italia si è aperto quando il governo Monti ha (re)introdotto un tetto alle transazioni in contanti, che il governo Berlusconi aveva invece innalzato (una dei primissimi provvedimenti dopo essere tornato al potere nel 2008 dopo la breve parentesi di Prodi). Naturalmente – in Italia come negli Stati Uniti – un cavallo di battaglia della destra è che il contante è libertà economica (e anzi libertà tout court, quanto meno nell’accezione di “libertà di fare quello che ci pare e piace”) e che gli altri mezzi di pagamento, più agevolmente “tracciabili”, sono un gravame sul libero scambio e soprattutto un’incarnazione tra le più odiose del “grande fratello” nella sua versione stalinista. [Dave Birch, direttore di Hyperion Consulting ed evangelista delle transazioni elettroniche, dice la parola definitiva sull’argomento: «People say anonymity is an advantage of cash, but what they really want is privacy.»]

[Va da sé che stiamo anche sommersi dalla fuffa e dalle lacrime di coccodrillo: tutto per farci credere che le vere vittime delle restrizioni nell’uso del contante erano i pensionati. Mentre Wolfan ci illustra molto chiaramente che in realtà il contante è un nemico dei poveri – lo chiarisce molto bene nella video-intervista che riporto sotto.]

Una seconda, apparentemente più meditata, linea di opposizione a ogni limitazione delle transazioni in contanti faceva leva sull’argomentazione che i mezzi di pagamento digitali costano: il riferimento era, per esempio, alle commissioni bancarie e a quelle applicate alle transazioni con le carte di credito. E naturalmente, la confusione (e non si sa mai se creata ad arte, per influenzare il popolo bue e ignorante, o se veramente i nostri giornalisti e politici sono così sprovveduti) era tra i costi e i benefici economici, e tra chi li pagava e ne godeva. Perché il costo delle commissioni è il risultato della forza contrattuale relativa della banca o dell’operatore finanziario, da una parte, e del cittadino o dell’impresa, dall’altra. Mentre il costo “reale” dell’uso del contante sopportato dall’economia e dalla società nel loro complesso è molto elevato. Wolman lo spiega molto bene in questa conversazione pubblicata da Gizmodo (Let’s Kill Cash: Q&A With Author David Wolman on Our Moneyless Future):

Everyone always thinks cash is cheap and fast and safe. It’s not cheap, and it’s not fast, and it’s not safe!
It can seem to be fast. If I owe you a ten dollars lunch and we’re sitting right there, and I give you the ten dollar bill, that is fast. But if you unpack that a little, to do that you have to make that ten available in an ATM from which you withdrew it, you have to secure the building that has that ATM and to make sure that money is circulating back to a place where it can be inspected so ensure it’s not deteriorated too much and has to be pulled from circulation. Every concentric circle outward, there are all these greater and greater costs. Distributing, inspecting, securing, reinspecting, threading, reissuing. And then eight years later, say we need some souped up security features. So let’s redesign and then we can reissue and reprint and reinspect and ship it all out again in our Belgian cash trucks. It’s one of those things—and that was why I wanted to do this project and the kind of writing I’m excited about—that’s staring you in the face and hiding in plain sight.

E per chi vuole approfondire l’argomento, segnalo l’articolo del 2004 di Daniel D. Garcia Swartz, Robert W. Hahn e Anne Layne-Ferrar, The Economics of a Cashless Society: An Analysis of the Costs and Benefits of Payment Instruments.

Se volete vedere che faccia ha David Wolman, ecco una sua intervista di presentazione del libro:

* * *

Qualche citazione. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

In God we better trust. [399]

Cash is a black hole for tax revenue. [854]

Noncompliance, or taxes not paid, can result from underreporting (accidental or intentional), underpayment (accidental or intentional), and nonfiling (accidental or intentional […] [876]

The Wall Street Journal reported in July 2010: “Gangsters, drug dealers and money launderers appear to be playing their part in helping shore up the financial stability of the euro zone. That is thanks to their demand, according to European authorities, for high-denomination euro bank notes, in particular the €200 and €500 bills. The European Central Bank issues these notes for a hefty profit that is welcome at a time when its response to the financial crisis has called its financial strength into question.” Banking executives as mainstream as Citigroup’s chief economist have taken note of the euro’s role as “currency of choice for underground and black economies.” [922]

One such forger was William Chaloner, an enterprising seventeenth-century British charlatan and sex-toy salesman. After his capture and conviction by Sir Isaac Newton, then head of the Royal Mint, Chaloner was hanged, drawn, and quartered. [1009]

That warring countries try to exploit paper money’s fragile worth is a reminder that without a supply of authentic cash—and trust in it—countries fall apart. Most money may be digital nowadays, but I don’t think anyone wants to run the experiment of obliterating the integrity of the greenback with a massive flood of fakes to see just how uncritical paper money’s trustworthiness has become. Do we really want to eliminate one of the last remaining tactile symbols that ties us together as one nation, under God, transacting peacefully? [1042]

The technology quest must be fun for the engineers, but I feel sorry for the cops and central bankers who have to spend their careers speaking out of both sides of their mouths. They have to make us simultaneously vigilant about counterfeits and ignorant of them. Put another way: Please keep a sharp eye out for this threat, even though it isn’t a threat because we have everything under control. Our currency is totally trustworthy. [1284]

A tax incorporated into a price tag on supermarket shelves makes us more frugal, whereas an equivalent tax added at checkout is virtually ignored. [1431]

Cash and electronic money may both be liquid, but they differ in their degree of slipperiness […] [1453]

Words, a dictionary editor once told me, are a palimpsest. Their etymologies contain the shadows of words and people from ages past. [1707]

Money and currency don’t discriminate between what we might describe as real versus virtual currencies, the way an online avatar is virtual but a hole in your roof is real. Currency is simply that which is accepted as payment, and its legitimacy and global reach is only limited by the extent of that acceptability. [2199]

[…] money is really more like a verb than a noun […] [2249]

People say anonymity is an advantage of cash, but what they really want is privacy. [2915]

There is no perfect equilibrium between the individual need for privacy and government interest in information. The best we can do is try to engineer systems that are as fair as possible and chockablock with checks and balances. [2932]

C’è anche qualche buffo errore (Caucuses per Caucasus [1655]) e qualche curiosità che fa sorridere (i figli di Bernard von NotHaus si chiamano Random e Xtra! [1981]), ma anche qualche errore un po’ più grave: “100 kWh is how much energy you need – exactly – to keep a 100-watt light bulb illuminated for 100 hours.” [2123: spiacente, per 1000 ore!]

* * *

Anche in questo caso ho “curato” una pagina di recensioni del libro su Scoop.it – The End of Money.

Una Risposta to “David Wolman – The End of Money”

  1. Italo Calvino – Perché leggere i classici « Sbagliando s'impera Says:

    […] il denaro è gioco di specchi, vertigine del vuoto. [2996: un utile complemento/collegamento a The End of Money di David Wolman] Contro alle più diffuse analisi negative dello stalinismo, che partono […]


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