Buon compleanno, Charles Darwin [2]

Lo so che lo ho già festeggiato, ma questa è irresistibile.

La corretta manutenzione del maschio

Fo, Jacopo (2009). La corretta manutenzione del maschio. Parma: Guanda. 2009.

Jacopo Fo mi piace, e lo seguo da molti anni, da quando lavorava per Il Male.

Fo è (stato?) il cantore onesto e divertente, candido e disincantato, della liberazione sessuale, di quella poca che ci siamo potuti permettere.

Questo libro non è il suo migliore – ormai persino in lui, sarà l’età, c’è un sentore di riflusso. Ma almeno è pubblicato da un editore mainstream, e lo raccomando a chi non lo conosce ancora.

Breve storia del futuro

Attali, Jacques (2006). Breve storia del futuro (Une brève histoire de l’avenir). Roma: Fazi. 2007.

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Se dovessi periodizzare la mia vita di lettore, limitatamente alla saggistica (o dovrei dire piuttosto alla non-fiction, che mi sembra un termine più comprensivo), e in particolare a quella di autore non italiano (quella di autore italiano, con alti e bassi, direi che è una costante) dovrei fare riferimento a 3 periodi:

  • un periodo tedesco, grosso modo il primo, in cui ho letto soprattutto autori che scrivevamo in quella lingua (e che io ho letto in italiano, non conoscendola abbastanza): Marx ed Engels in primo luogo (avevo cominciato a leggere le opere complete, e prima di stancarmi ho fatto in tempo a leggerne parecchie, epistolario compreso), marxisti assortiti (con una preferenza per la scuola di Francoforte), ma anche Max Weber e un po’ di sociologi tedeschi, e poi i filosofi e sociologi del diritto (Hans Kelsen in testa)
  • un periodo francese: intanto i marxisti francesi (Althusser e Balibar in primis), e poi l’ubriacatura dei post-moderni e dei loro paraggi (Lyotard, Foucault, Deleuze e Guattari, Derrida …), anche questi letti in italiano
  • un periodo anglofono, in cui si conciliano i miei “nuovi” interessi e la voglia, se possibile, di leggere in originale.

Tutta questa premessa per dire che non sono più abituato a leggere i francesi e che dunque il modo “francese” di affrontare i problemi mi spiazza un po’, rispetto alle mie abitudini e alle mie aspettative. Anche se Attali è un francese anomalo, che rifugge dalle complessità linguistiche e semantiche caratteristiche di altri autori (ad esempio, di Bourdieu).

Questa “breve storia del futuro” è in realtà due libri in uno, il che giustifica il paradosso del titolo. La prima metà del libro ricostruisce la storia dell’umanità, dalle origini all’oggi, con una particolare attenzione alla fase “capitalistica” e “mercantile” sulla base di una “teoria” che tutto abbraccia. E già questo mi pare anacronistico, tardo-ottocentesco (alla Comte o alla Spencer, per capirsi). Il punto di partenza mi sembra essere quello della tripartizione funzionale delle civiltà indo-europee di Georges Dumézil (un autore affascinante ma reazionario!): scelta sorprendente per un autore socialista e con una forte ammirazione per Karl Marx.

Attali conta 9 “forme mercantili” (che individua con Bruges, Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra, Boston, New York e Los Angeles) ed esclude che ne possa sorgere una decima. Di mio, sono sempre diffidente verso questo tipo di previsioni e mi torna immediatamente la citazione attribuita a Niels Bohr (o a Piet Hein): “Prediction is very difficult, especially about the future”.

Quello che fa Attali nella seconda metà del libro è esplorare 3 “ondate” del futuro: l’iperimpero, l’iperconflitto e l’iperdemocrazia. E qui ho 3 problemi:

  • il primo è che non si capisce bene se (ed eventualmente come) i 3 scenari siano alternativi o da intendersi come una sequenza di fasi
  • il secondo è che le condizioni dell’avverarsi dei primi due è piuttosto convincente (a partire dall’estrapolazione di tendenze già esistenti e individuabili) ancorché agghiacciante, il realizzarsi del terzo mi sembra molto più legato a un wishful thinking dell’autore; soprattutto se consideriamo che la seconda ondata si conclude con una specie di Armageddon (“Tutte le armi di cui abbiamo parlato in precedenza verranno allora utilizzate. L’umanità, che dagli anni Sessanta dispone di mezzi nucleari tali da suicidarsi, li utilizzerà. Non ci sarà nessuno per scrivere la Storia, che è sempre la ragione del più forte. Non ci sarà niente di impossibile: la tragedia dell’uomo è che, quando può fare qualcosa, finisce sempre per farla.” [p. 202])
  • il terzo, per me il più importante, che quelli cui perviene Attali sono gli esiti inevitabili quando si procede per estrapolazione di tendenze esistenti: nell’estrapolazione si tende a dimenticare che stiamo parlando di sistemi complessi, che possiedono la caratteristica della resilienza (cioè, sostanzialmente, della capacità di autoripararsi dopo uno shock). In questo limite, anche se in misura minore, ricadono anche estrapolazioni che pure sono basate esplicitamente sulla dinamica dei sistemi, come quelle relative ai limiti dello sviluppo (nel rapporto originario e nei suoi aggiornamenti).

Resta comunque un libro che vale la pena di leggere.

Un’ultima notazione merita la sciatteria dell’edizione italiana (è un limite in cui l’editore Fazi cade spesso!): a pagina 51 Luca Pacioli (di Sansepolcro e operante a Siena, Venezia e Milano) diventa genovese; a pagina 112 è particolarmente permeabile ai flussi migratori clandestini la frontiera italo-libanese (italo-libica, suppongo!); a pagina 135 compare inaspettato il “drittofilo della Storia” (forse era un rettifilo? per il De Mauro online il drittofilo è un modo di tagliare i tessuti!: “filo della trama di un tessuto, anche in usi agg. e avv.: una stoffa d.; confezione d.: quella in cui la verticale del modello segue il filo della trama in modo da ottenere un appiombo perfetto; tagliare un tessuto d., in d.: seguendo il filo della trama”).

Concludo con 2 citazioni che mi sembrano interessanti, oltre che per i contenuti, come testimonianza del modo di procedere delle previsioni di Attali (e della sciatteria della traduzione).

Durante questi prossimi vent’anni, verosimilmente, l’Unione europea non sarà niente di più che un semplice spazio economico comune, allargato all’ex Jugoslavia, alla Bulgaria, alla Romania, alla Moldavia e all’Ucraina. Anche se la sua moneta rischia di essere sempre più utilizzata nel mondo, molto probabilmente l’Unione non riuscirà a dotarsi di istituzioni politiche, sociali e militari integrate: saranno necessarie serie minacce alla sua sicurezza, percepite solo in seguito, con l’irruzione della seconda ondata del futuro, di cui si parlerà oltre. Per mancanza di una modernizzazione del sistema di insegnamento superiore, della capacità di suscitare l’innovazione e di accogliere gli stranieri, l’Unione non riuscirà mai a radunare una nuova classe creativa né a richiamare i propri ricercatori e i propri imprenditori partiti oltreoceano. Per mancanza di un sufficiente dinamismo demografico, il ricambio generazionale non sarà più garantito, in particolare in Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Germania. Prolungando l’attuale tendenza, nel 2025 l’Unione rappresenterà soltanto il 15 per cento del PIL mondiale contro il 20 per cento di oggi. Il PIL per abitante europeo non sarà più della metà di quello americano, rispetto al 60 per cento e oltre di oggi. Cosa che si tradurrà anche con [sic!] un indebolimento della qualità dei servizi pubblici, dai trasporti all’educazione, dalla salute alla sicurezza. [pp. 94-95]

Attori d’avanguardia che chiamerò i “transumani” animeranno – animano già – “imprese relazionali” in cui il profitto non sarà nient’altro che un obbligo e non una finalità. Tutti i transumani saranno altruisti, cittadini del pianeta, nomadi e sedentari allo stesso tempo, uguali nei diritti e nei doveri verso i propri vicini, ospitali e rispettosi del mondo. Insieme, faranno nascere istituzioni planetarie e orienteranno le imprese industriali in una nuova direzione. Queste ultime svilupperanno, per il benessere di ciascun individuo, “beni essenziali” (il più importante sarà il “buon tempo”), e per il benessere di tutti un “bene comune” (la cui dimensione principale sarà l’ “intelligenza collettiva”).
Poi, anche al di là di un nuovo equilibrio mondiale tra mercato e democrazia, tra servizi pubblici e imprese, i transumani faranno sorgere un nuovo ordine di abbondanza, da cui il mercato sarà a poco a poco escluso a vantaggio dell’economia relazionale. [p. 207]

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Parònimo

“Nella grammatica classica, parola che presenta una lieve differenza formale rispetto a un’altra; parola derivata da un’altra; parola che è simile a un’altra nella forma, ma che ne differisce nel significato” [De Mauro online]

Deriva dal greco pará (“vicino”) e ónyma o ónoma (“nome”). Allo stesso modo, ma con diversi prefissi, sono costruite antinomìa, metonìmia, sinonimìa eccetera.

La paronimia, chiamata anche malapropismo (dal nome del personaggio di una commedia di Richard Sheridan, Mrs. Malaprop) è lo scambio – voluto o accidentale – di parole somiglianti nella forma, ma diverse nel significato: spiccicare-spiaccicare, infettare-infestare eccetera.

Malapropismo è termine derivato dall’inglese, dove malapropos (a sua volta derivato dal francese mal à propos) significa “inappropriato” (e”inappropriatamente”).

La paronimia “voluta” è da considerarsi un espediente retorico (come tale sfruttato in vari ambiti, tra cui ad esempio nel linguaggio della pubblicità e in quello della politica, oltre che nei testi comici).

Quella “involontaria”, in quanto solecismo, è indice di competenze linguistiche limitate, o quanto meno di scarso controllo dei registri linguistici “alti”. È quindi socio-linguisticamente stigmatizzata. Nell’evoluzione dell’italiano contemporaneo, in cui sempre più spesso i mass-media mettono i locutori a contatto con linguaggi specialistici e registri più o meno ricercati, il fenomeno del malapropismo involontario è sempre più diffuso. [adattato da Wikipedia]

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Autocalunnia [2]

La confessione (autocalunniosa) di Alexandru Isztoika Loyos, diffusa dalla Questura di Roma e pubblicata sul sito di Repubblica.

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I Advance Masked

Cose che piacciono soltanto a me. Il brano è bellissimo (ed è bello anche guardare come suonano i due!), ma il video è di raccapricciante bruttezza.

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Autocalunnia

“L’accusare sé stesso di colpa inesistente. In diritto, reato di autocalunnia, quello commesso da chi, mediante dichiarazione orale o scritta (anche se anonima o sotto falso nome) o mediante confessione all’autorità giudiziaria, incolpa sé stesso di un reato non commesso o commesso da altri.” [Vocabolario della lingua italiana, Istituto dell’enciclopedia italiana]

La calunnia è il reato previsto dall’articolo 368 del codice penale italiano:

Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.
La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato pel quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.
La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni, è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

L’autocalunnia è prevista dal successivo articolo 369 del codice penale:

Chiunque, mediante dichiarazione ad alcuna delle Autorità indicate nell’articolo precedente, anche se fatta con scritto anonimo o sotto falso nome, ovvero mediante confessione innanzi all’Autorità giudiziaria, incolpa se stesso di un reato che egli sa non avvenuto, o di un reato commesso da altri, è punito con la reclusione da uno a tre anni.

Per la calunnia non sono previsti né il fermo né l’arresto. Lo stesso, immagino (ma non sono in grado di controllare) avvenga per l’autocalunnia, reato meno grave e punito con una pena molto inferiore.

Fin qui l’astratto diritto. Adesso facciamo un esercizio d’empatia, e proviamo a metterci nei panni di Alexandru Isztoika Loyos, accusato dello “stupro di San Valentino” nel parco romano della Caffarella. Fuori, uno stuolo di cittadini d’ordine è pronto a linciarlo in piena tranquillità di coscienza, come in un film western. Dentro la polizia, convinta (in buona fede, speriamo) di avere per le mani il colpevole cerca di persuaderlo a confessare – prima è meglio è. Forse Alexandru Isztoika Loyos è un delinquente incallito e freddo. Forse è un ventenne spaventato. Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Gli inquisitori sono certamente corretti e professionali. Forse qualcuno alza la voce. Forse qualcuno alza le mani. Ma no, non facciamoci prendere dai pregiudizi, tutto sarà avvenuto senz’altro nella massima correttezza. A un certo punto, Alexandru Isztoika Loyos cede alla stanchezza e all’insistenza degli inquisitori e confessa; e già che c’è accusa un connazionale.

Passano i giorni. I giornali lodano l’efficienza e la tempestività degli inquisitori. Alexandru resta in cella. Finalmente fanno il test del DNA: non è il suo e nemmeno quello del connazionale. Spunta un supertestimone. Si rifanno i test: niente da fare, il DNA è incompatibile.

Fuori con tante scuse? No. Cito da iltempo.it:

Non verrà scarcerato nessuno dei due accusati dello stupro di San Valentino, anche se il tribunale del riesame ha annullato le ordinanze di custodia per insufficienza degli indizi. Anche Alexandru Isztoika Loyos resterà infatti detenuto perché pochi minuti prima della notifica del provvedimento di scarcerazione del riesame inviato via fax alla direzione del carcere, la polizia ha consegnato a Loyos, nella sua cella, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Guglielmo Muntoni con le accuse di calunnia e autocalunnia.
Il nuovo ordine di cattura per la diversa accusa è stato «chiuso» in pochi minuti, subito dopo la decisione del riesame. Infatti se, come conclude il tribunale, non ci sono indizi per ritenere che i due romeni abbiano commesso la violenza sessuale, allora vuol dire che la confessione di Loyos si «trasforma» in autocalunnia per quanto riguarda la sua stessa posizione, e in calunnia in riferimento alla «chiamata di correo» nei confronti di Karol Racz.
L’ordinanza-bis è stata chiesta dallo stesso pm Vincenzo Barba il quale però, in questo modo, si è preclusa la possibilità di presentare ricorso contro la decisione del riesame. In pratica l’accusa ha «preso atto» del provvedimento dei giudici del tribunale del riesame e ha aperto un nuovo fascicolo per il reato di calunnia e autocalunnia. Dando quindi per accertato che quella confessione sia falsa e che dunque Loyos e Racz non abbiano nulla a che fare con la violenza sessuale. In sostanza, l’annullamento delle ordinanze di custodia disposto dal riesame non ha prodotto alcun effetto concreto sulla detenzione dei due accusati. Karol Racz resta detenuto per violenza sessuale – almeno fino ad una ulteriore decisione del riesame – per lo stupro di Primavalle il 21 gennaio.
Loyos resta detenuto per calunnia e autocalunnia. La conseguenza «processuale» però della decisione dei giudici del riesame è consistente: anche in base alla nuova ordinanza di custodia l’inchiesta sullo stupro alla Caffarella non potrà che concludersi con la richiesta di archiviazione nei confronti di Loyos e Racz. Il primo potrebbe essere processato invece per calunnia, mentre il secondo per un diverso caso di violenza sessuale.

Insomma, il giudice è convinto, straconvinto che Alexandru non sia colpevole dello stupro della Caffarella, e nemmeno di quello di Primavalle (per cui ci sono invece dubbi sul connazionale). Ne è convinto anche il pubblico ministero, così convinto da avere assunto una decisione che gli preclude la possibilità di ricorso. L’accusa di calunnia/autocalunnia si fonda infatti necessariamente sulla premessa che la confessione fosse falsa. Però Alexandru resta in carcere. Pericoloso? Inquinatore di prove? O un leggero sentore di demagogia? Di cedimento agli umori delle folle? Si dice fumus persecutionis anche per i rumeni o soltanto per i leader politici?

E c’è qualche giurista in grado di spiegarmi perché – se per il reato di calunnia non si può essere fermati nè arrestati – Loyos non è stato rilasciato?

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Qui è proibito parlare

Pahor, Boris (1963). Qui è proibito parlare. Roma: Fazi. 2009.

Sull’onda del successo (suppongo inatteso) di Necropoli, Fazi si è precipitato a tradurre e pubblicare questo, che è un romanzo di qualche anno precedente. Scrivo “precipitato” a ragion veduta: non sono in grado di giudicare la qualità della traduzione di Martina Clerici rispetto all’originale in sloveno (lingua che non conosco), ma osservo che l’italiano è a volte un po’ faticoso. Quello che sono in grado di giudicare sono gli svarioni: a pagina 146 la Gioventù Italiana del Littorio diventa Gioventù Italiana del Litorale. In appendice al romanzo, l’editore spiega il criterio adottato per la traduzione dei toponimi e ne riporta una lista nelle due lingue, ma con una certa sciattezza, tanto che per alcuni è riportata la sola denominazione slovena e altri sono ripetuti. Sempre in appendice, ci sono le note al testo (nel testo c’è il rinvio alla nota, ma nelle note non si dice a quale pagina la nota faccia riferimento, rendendo difficoltoso risalire al contesto). La seconda nota, in particolare, mi ha molto irritato:

“Questa similitudine prende origine dal volume di Sergio Salvi Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia (Milano, Rizzoli, 1975).”

Perfetto. Libro interessante, che ho letto a suo tempo. Ma la similitudine di chi? Non certo dell’autore, che scriveva il romanzo 12 anni prima del testo di Salvi. Allora della traduttrice? Impossibile, perché il brano cui fa riferimento la nota è questo:

D’Annunzio. Vede il viso col pizzetto, il cranio pelato e ii naso aquilino; aggiungendo corna e zoccoli, è così che nel secolo precedente sarebbe stato rappresentato il demonio. Alle lezioni di storia aveva dovuto studiare l’impresa di Fiume compiuta da D’Annunzio assieme ai suoi legionari. Nel libro di lettura, invece, avevano letto la storia del pastorello Toto, cui i ladri avevano tagliato la lingua e rubato una mucca; in seguito Toto aveva vagabondato per il paese, finché un bel giorno si era imbattuto in una ragazza cenciosa di nome Ninni. Questa si era spaventata quando lui, aprendo la bocca, aveva mostrato un moncherino nel posto solitamente occupato dalla lingua; poi, però, avevano finito col diventare amici e durante un inverno particolarmente rigido erano morti congelati, stretti in un abbraccio in mezzo alla neve. Già. Come Toto, anche il bambino sloveno ha la lingua tagliata. [p. 62]

Quindi semmai è il contrario, sarebbe Sergio Salvi a essersi ispirato al brano di Pahor (ammesso che conoscesse lo sloveno e avesse letto il romanzo). Oppure è semplicemente una sciocchezza…

Il romanzo non mi è sembrato un capolavoro. Certo, c’è una splendida ambientazione triestina, cui sono particolarmente sensibile (ne ho già parlato a proposito di L’amico delle donne di Diego Marani). C’è il monologo interiore di Ema, reso in modo tradizionale ma efficace. Ma il vero tema del romanzo è la “presa di coscienza” di Ema nell’immediata vigilia della 2ª guerra mondiale, che procede di pari passo con la sua storia d’amore per Danilo. Questa sovrapposizione tra passione politica e passione amorosa è tutt’altro che inedita, ma sempre efficace. Ecco, sembra di leggere un romanzo risorgimentale del nostro Ottocento (o l’affascinante “parodia” – in senso musicale – che ne fa Antonio Scurati in Una storia romantica).

In questo, naturalmente, risiede l’interesse che il romanzo ha per noi italiani oggi: la memoria della de-slovenizzazione della Venezia Giulia a opera del fascismo. Sintetizzo da Wikipedia:

All’inizio del Novecento la comunità slovena di Trieste superava le 57.000 unità, pari al 25% degli abitanti del comune. Le numerose società e organizzazioni slovene videro quindi la necessità di costruire un edificio che potesse ospitare le loro attività: fu seguito l’esempio di altre città con presenza di forti minoranze slovene dove tra fine Ottocento e inizio Novecento furono costruite le cosiddette “Case del popolo” o “Case nazionali” per ospitare attività culturali slovene. Questi edifici, chiamati in sloveno Narodni dom, avevano assunto anche un forte valore simbolico, in quanto dovevano rappresentare un simbolo visivo della crescente potenza numerica, economica e culturale delle comunità urbane slovene.
La sede unica del Narodni dom di Trieste fu collocata nel 1907 all’interno del Hotel Balkan, un imponente edificio realizzato tra il 1901 e 1904 secondo il progetto dell’architetto Max Fabiani. Si trattava di una costruzione moderna e plurifunzionale che – oltre ad un hotel – raccoglieva in sé una sala teatrale e diversi uffici.
Il 13 luglio 1920 esplosero in città tumulti di stampo anti-slavo a seguito di uno scontro tra le forze d’occupazione italiane e la popolazione croata di Spalato in Dalmazia, nel quale erano stati uccisi due militari italiani. Nel corso di un comizio organizzato dai fascisti triestini venne accoltellato mortalmente il cuoco dell’albergo Bonavia, Giovanni Nini. La responsabilità di questa uccisione viene ancor oggi attribuita alternativamente ai fascisti stessi – l’uccisione sarebbe quindi stata un errore – o ad un gruppo di sloveni – sembra che Nini avesse gridato frasi a sostegno dell’italianità della Dalmazia. La morte del giovane fu l’episodio che diede il via ai disordini, che compresero il danneggiamento di negozi gestiti da sloveni, l’assalto di alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste e la sassaiola contro la sede del consolato jugoslavo di via Mazzini. Le squadre fasciste – sotto la guida di Francesco Giunta – raggiunsero quindi il Narodni dom, che in quel momento era chiuso e circondato da oltre 400 fra soldati, carabinieri e guardie regie inviate a difesa dell’edificio dal vice-commissario generale, Francesco Crispo Moncada. All’appressarsi della folla, dal terzo piano dell’edificio vennero lanciate due bombe a mano, seguite da una scarica di colpi di fucile: fu ucciso l’ufficiale Luigi Casciana e ferite otto persone, al che i militari che circondavano l’edificio fecero fuoco verso di esso, mentre i dimostranti forzarono l’ingresso e appiccarono il fuoco. Tutti gli ospiti del Narodni Dom riuscirono a salvarsi, a esclusione di Hugen Roblek e di sua figlia, che per salvarsi si gettarono dalla finestra. L’incendio distrusse completamente l’edificio: per qualche testimone l’intervento dei vigili del fuoco fu impedito dagli squadristi; per altri invece l’intervento dei vigili del fuoco ci fu e riuscì ad impedire al fuoco di attaccare gli edifici circostanti.
Tra gli sloveni, il rogo divenne simbolo dell’inizio della persecuzione fascista.

Il fascismo seguiva una politica di italianizzazione forzata, fondato su un noto discorso di Mussolini a Pola, il 24 settembre 1920 (“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”). Pahor nel romanzo la racconta così:

Parlo degli anni successivi allo scioglimento di tutte le istituzioni slovene e croate. Ce n’erano oltre cinquecento. Cinquecento associazioni culturali, sportive e di altro genere. Oltre trecento cooperative. Quasi duecento istituti di credito. Tredici tra giornali e riviste. Si parla dei tempi in cui furono definitivamente soppresse tutte le cinquecento scuole che contavano ottantamila allievi, tante quante ne avevamo noi slavi residenti in Italia dopo la firma del trattato di Rapallo. Furono allontanati novecento tra professori e insegnanti, tanti quanti ne contavano il Litorale sloveno e l’Istria croata. Correva l’anno 1927. [p. 234]

Riassumo ancora da Wikipedia:

Con l’intento di collegare i due popoli slavi nella lotta contro il fascismo nel Litorale e in Istria, a metà settembre 1927 si radunò sul Monte Re un gruppo composto da Albert Rejec, Zorko Jelinčič, Dorče Sardoč , Jože Dekleva, Andrej Šavli e Jože Vadnjal. Così vennero gettate le basi dell’organizzazione TIGR (dalle iniziali di Trst/Trieste, Istra/Istria, Gorica/Gorizia e Reka/Rijeka/Fiume).
Le autorità italiane scoprirono l’organizzazione soltanto dopo l’attentato alla redazione del giornale triestino Il Popolo di Trieste, che causò la morte dello stenografo Guido Neri e il ferimento di altre tre persone. Gli accusati vennero processati dal Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato a Trieste; il processo durò dal 1 al 5 settembre 1930 e vi furono condannati a morte Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič, fucilati a Basovizza il 5 settembre 1930, mentre ad altri dodici imputati vennero comminate pene detentive.
Il processo convinse i tigri ad agire con più prudenza, ma anche con maggiore organizzazione e ampliando la rete dei collegamenti. Vennero quindi presi contatti con gli antifascisti italiani. Nel luglio del 1936 venne firmato a Parigi un patto tra il Partito Comunista Italiano e il TIGR con il quale il primo assicurava, in caso di presa del potere, tutti i diritti alle minoranze slovena e croata: dunque l’uso della lingua, la libertà di creare proprie associazioni e organizzazioni, e la fondazione di attività economiche. Tra gli anni 1938 e 1939 il TIGR diede vita a un contrabbando di armi dai depositi militari jugoslavi attraverso le zone di Ilirska Bistrica (Villa del Nevoso) e di Pivka (San Pietro del Carso), con l’intento di frenare le milizie italiane in caso di aggressione italiana alla Jugoslavia. In questi anni l’organizzazione si collegò anche con lo spionaggio britannico, cui forniva dati sugli armamenti degli italiani, sulla loro effettiva forza bellica e preparazione.
Nel 1938 quando Benito Mussolini visitò a Caporetto, alcuni tigri progettarono un attentato, ma non lo effettuarono in quanto le inevitabili vittime civili sarebbero state slovene.
Nel 1941 nove membri dell’organizzazione vennero accusati di terrorismo e spionaggio in periodo bellico, e cinque di loro (Pinko Tomažič, Viktor Bobek, Ivan Ivančič, Simon Kos e Ivan Vadnal) furono giustiziati a Opicina. Con ciò l’organizzazione fu definitivamente sgominata.

Per chi è interessato a conoscere lo stato attuale della tutela della minoranza slovena in Italia, riporto questo articolo pubblicato dall’Osservatorio Balcani il 28 ottobre 2008.

La minoranza slovena in Italia: una tutela incompiuta

28.10.2008

In Italia le minoranze autoctone dell’arco alpino godono di una forte protezione giuridica. Tra queste però quella slovena è la meno tutelata. Una lentezza nel garantirle determinati diritti dovuta a profonde origini storiche

Di Francesco Palermo e Giulia Predonzani *

Le ragioni di una “tutela diffidente”

L’Italia è il Paese delle velocità variabili, e lo è anche in riferimento al trattamento giuridico delle minoranze. Delle dodici minoranze linguistiche autoctone riconosciute dall’ordinamento, quelle insediate nell’arco alpino godono di una protezione giuridica assai maggiore delle altre. Tra queste minoranze “superprotette”, quella slovena è di gran lunga la più “debole”. Non è tanto un fatto di numeri: gli sloveni italiani sono quasi 100.000, molti più dei ladini e poco meno dei valdostani. La lentezza con cui si sono garantiti i diritti della minoranza slovena, e il tortuoso e ancora incompleto percorso per la loro attuazione, hanno profonde origini storiche. Non pare un caso che la garanzia dei diritti degli sloveni sia andato di pari passo con le relazioni tra l’Italia e il loro Paese di riferimento (la Jugoslavia prima, la Slovenia poi), passando da una fase di conflitto e di guerra fredda ad una progressiva distensione, fino ai rapporti amichevoli dati dalla comune appartenenza alla casa europea.

La realizzazione di forme di tutela della minoranza slovena fu affidata anzitutto al Trattato di pace firmato dall’Italia con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e poi al Memorandum d’Intesa firmato a Londra nel 1954, che disciplinava il regime da riservare agli abitanti delle due aree già attribuite al Territorio Libero di Trieste. Il Memorandum prevedeva che la tutela della minoranza slovena nell’ex Zona A rimanesse affidata ai principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, ai suoi artt. 3 e 6, all’art. 5 del Trattato di pace ed in seguito alla sua approvazione nel 1963, all’art. 3 dello Statuto regionale del Friuli Venezia Giulia. Si trattava di principi piuttosto generali, anche se il Memorandum conteneva un catalogo più preciso di regole concernenti l’uso della lingua materna nei settori dell’istruzione, del pubblico impiego, davanti all’autorità amministrativa e giudiziaria, il bilinguismo nella redazione degli atti pubblici e nella toponomastica, la partecipazione allo sviluppo economico e alle attività culturali della regione.

Il suo è stato un punto di vista privilegiato sui grandi cambiamenti che hanno caratterizzato quest’area di confine negli ultimi quindici anni …

Il passo successivo, verso una maggiore, sia pur controllata, distensione, fu compiuto col Trattato di Osimo del 1975, relativo ai rapporti bilaterali tra l’Italia e la Jugoslavia. Erano gli anni delle aperture alla collaborazione con la Jugoslavia titina e in particolare con le sue repubbliche settentrionali, attraverso le comunità di lavoro Arge Alp (1972) e Alpe Adria (1978). Il Trattato attribuiva definitivamente la Zona B dell’ex Territorio libero di Trieste alla Jugoslavia, demandando ai due Paesi la tutela delle rispettive minoranze, mostrando una fiducia forse eccessiva nella capacità degli Stati di garantire i diritti delle popolazioni minoritarie. A seguito della dissoluzione della Jugoslavia, la Slovenia (e la Croazia) le sono succedute nel Trattato.

Le garanzie restavano affidate a disposizioni di carattere generale e di limitata applicazione, a garanzia del rispetto formale degli standard internazionali, ma consentendo, nel contempo, una tutela “sorvegliata” dei diritti della minoranza, politicamente condizionata dall’evolvere delle relazioni bilaterali. Una prima, forte spinta verso il superamento di questa situazione di stallo venne dalla Corte costituzionale, che, dopo diversi richiami, riconobbe nel 1982 la diretta applicabilità dei disposti programmatici degli artt. 6 Cost. e 3 statuto del Friuli Venezia Giulia, facendone discendere una tutela minima che consentiva agli appartenenti a tale minoranza di essere interrogati a richiesta nella loro lingua madre e di ricevere risposta in tale lingua nei rapporti con le autorità giurisdizionali.

Iniziava intanto anche una sia pur timida attività normativa della Regione Friuli Venezia Giulia, che veniva dotandosi di apposite normative per ciascuna delle minoranze linguistiche presenti sul suo territorio (in particolare con la legge regionale 46/1991 per la minoranza slovena), dando così un contenuto più concreto ai principi di tutela contenuti nello statuto regionale. La disarticolata normativa di protezione, derivante dall’intreccio di accordi internazionali, atti legislativi o amministrativi statali, regionali o statutari, rimaneva limitata alle province di Trieste e di Gorizia, mentre nessuna forma di tutela, salvo quelle previste dalle leggi regionali, si riferiva al nucleo udinese, provincia estranea alle vicende dell’immediato dopoguerra e alle questioni inerenti la sovranità di Trieste.

La nuova fase: la legislazione dell’ultimo decennio

Con l’approvazione della legge quadro per la “tutela delle minoranze linguistiche storiche” (l. 482/1999), alla minoranza slovena vengono attribuite una serie di prerogative che ricalcano l’elenco e la struttura dei diritti della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa, in particolare riferibili agli ambiti dell’istruzione e dell’insegnamento delle lingue minoritarie, all’uso pubblico della lingua, alla toponomastica e ai media, aumentando sensibilmente il coinvolgimento delle Regioni e degli enti locali nella tutela e promozione delle minoranze linguistiche presenti nei loro territori. Di lì a poco viene poi approvata una legge specifica per la minoranza slovena (l. 38/2001), che contiene provvedimenti “globali” ad essa puntualmente rivolti, e per la prima volta se ne sancisce la presenza anche nella provincia di Udine. In particolare la legge garantisce il diritto al nome o al suo ripristino in lingua slovena, sviluppa il diritto all’uso della lingua nei rapporti con l’amministrazione, nella toponomastica e nella scuola, istituisce un Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena e promuove la collaborazione tra le popolazioni di confine e la minoranza e le sue istituzioni culturali, in un clima di mutuo confronto, per promuovere ed implementare politiche unitarie sui territori contigui.

Nel breve volgere di un paio d’anni, insomma, il quadro normativo si è sviluppato più di quanto sia avvenuto in mezzo secolo. Non solo. Più recentemente, una legge regionale (26/2007) ha ulteriormente integrato la normativa nazionale, definendo le linee fondamentali delle politiche d’intervento della Regione a favore delle diversità culturali e idiomatiche presenti nel proprio territorio. Si prevedono forme di collaborazione tra le identità linguistiche regionali, viene istituito l’Albo regionale delle organizzazioni della minoranza linguistica slovena, s’indicano i requisiti per le organizzazioni di riferimento della minoranza e viene creata un’apposita Commissione regionale consultiva, nonché una segreteria del Comitato istituzionale paritetico. Si dispongono poi specifiche azioni di settore, volte a facilitare la tutela, promozione e conoscenza della cultura della quale la minoranza è espressione, attraverso l’indicazione di appositi stanziamenti finanziari.

Nonostante un significativo sviluppo del quadro normativo, la sua attuazione, tuttavia, procede con lentezza, come se la lunga fase del “sospetto” verso la minoranza slovena continuasse ancora a proiettare la sua ombra. La proposta di nuovo statuto della Regione, che (magari forzatamente) ne indicava la natura plurilingue e multiculturale, è stata affossata nel corso dell’esame parlamentare dopo essere stata approvata dal Consiglio regionale. Solo nel dicembre del 2007 è entrato in vigore lo sportello unico statale per gli sloveni, previsto dalla legge 38/2001, per far convergere in un unico punto i servizi in lingua slovena da parte degli uffici statali, ed è iniziata la stampa dei documenti di identità bilingui. Inoltre, il frazionamento territoriale (ma anche politico e culturale) della minoranza all’interno della Regione pone degli ostacoli alla diffusione dello sloveno come lingua comune per l’insieme delle comunità, in particolare dei gruppi della provincia di Udine (Slavia Friulana), che spingono per un’esaltazione delle peculiarità culturali e storiche locali.

La tutela della minoranza slovena sembra insomma continuare ad essere il prodotto risultante dalla combinazione di aspetti diversi e non direttamente collegati, e il suo sviluppo, per quanto molto marcato negli ultimi anni, è sempre a traino di qualcosa d’altro. Talvolta anche della sua stessa ombra.

* Francesco Palermo è professore di diritto costituzionale comparato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Verona e Direttore dell’Istituto per lo studio del federalismo e del regionalismo, Accademia europea di Bolzano.
Giulia Predonzani è laureanda in studi giuridici europei, internazionali e comparati, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Trieste

Lascivo

“Di qualcuno, che è incline alla sensualità licenziosa e dissoluta; di atteggiamento, comportamento e simili, che rivela lascivia, propensione alla dissolutezza, alla licenziosità: comportamento, sguardo lascivo; che ha per soggetto argomenti sensuali e licenziosi: un film, un racconto lascivo.” [De Mauro online]

Ci arriva da radice indoeuropea dal latino lascivus, che è una variante di lascus (allentato), che ha seguito il curioso percorso laxus → lacsus → lascus. La radice indoeuropea las- è alla base del sanscrito lasati (bramare, desiderare, abbracciare, ma anche giocare), del greco lesis (volontà), del tedesco Lust (voglia) e dell’inglese love (amore). Una combinazione di significati che dà da pensare, no?

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Ornette Coleman

Nato il 9 marzo 1930 a Fort Worth, Texas. Grande innovatore, uno dei maggiori jazzisti viventi.

Buon compleanno, grande vecchio.

Qui lo ascoltiamo suonare Lonely Woman, a Perugia (Umbria Jazz) nel 2007.