Shan Carter su statistica e story-telling

Shan Carter è responsabile della grafica interattiva sulla versione online del New York Times. La sua presentazione è intitolata: “Come ho tentato per anni di trovare la forma perfetta per la grafica interattiva, come ho fallito e perché – ammesso che una forma perfetta esista – ho smesso di cercarla”.

C’è un equilibrio tra analisi statistica e story-telling? La visualizzazione è una forma di comunicazione a sé stante?

L’articolo da cui sono partito l’ho trovato qui:

Shan Carter on data storytelling

Shan Carter, who makes interactive graphics for The New York Times, talks telling stories with data in his aptly named presentation, “How I tried for years to find the perfect form for interactive graphics, how I failed, and why, whether a perfect form exists or not, I’ve stopped my desperate pursuit.”

He starts with finding a balance between statistical analysis and story, and then finishes with the kicker that visualization is a form of communication just like a movie or a book. And that carries with it its own implications

La psicologia della nudità

La mente umana vede altre menti dappertutto: è il motivo che ci induce ad attribuire comportamenti coscienti e volontà al nostro computer o al cellulare, per non parlare del gatto.

Questa capacità innata di attribuire ad altri “agenzia” (cioè la capacità di pianificare, agire, esercitare auto-controllo) passa attraverso il nostro sistema sensoriale. Se vediamo un altro essere strizzare gli occhi e muovere i muscoli della faccia in un certo modo, è immediato pensare che sta sorridendo e dunque è felice: da una percezione sensoriale alla nostra  “teoria della mente” in un batter di ciglia.

Il problema è che attraverso le percezioni sensoriali non passa soltanto questo, ma molto altro: ad esempio, gli stimoli sessuali. Un esperimento molto inquietante mostra che quando gli uomini vedono un’immagine di una donna “sessualizzata” attivano meno le aree del cervello coinvolte nell’attribuzione di stati mentali. Questo accade anche, tipicamente, quando vediamo l’immagine di qualcuno “diverso” da noi (di un altro gruppo etnico o semplicemente vestito in modo diverso): gli attribuiamo automaticamente meno umanità, cioè meno capacità di agire, pianificare, esercitare auto-controllo di quella che attribuiamo a noi stessi. Sembra che noi maschi, quando vediamo in una donna un potenziale ancorché remoto partner sessuale, le attribuiamo meno “agenzia”, cioè la percepiamo più come oggetto.

A questo risultato sono arrivati i ricercatori che hanno pubblicato l’articolo From Agents to Objects: Sexist Attitudes and Neural Responses to Sexualized Targets.

In un secondo affascinante esperimento (More Than a Body: Mind Perception and the Nature of Objectification), un altro gruppo di psicologi mostra che la mente umana attribuisce agli “altri” due differenti dimensioni di quella che abbiamo chiamato “teoria della mente”: quella della “agenzia” (capacità di agire, pianificare, esercitare auto-controllo) e dì quella della “esperienza” (cioè della capacità di avere percezioni sensoriali e di elaborarle). Queste dimensioni, sulla base dell’esperimento, sono effettivamente un dualismo, sono cioè legate da un trade-off, secondo il quale se attribuiamo a un “altro” molta “esperienza” (cioè ne facciamo oggetto di investimento emotivo) al tempo stesso gli attribuiamo anche meno “agenzia”, e viceversa. Un gioco a somma zero, insomma.

L’esperimento è consistito nel mostrare ai soggetti sperimentali fotografie delle stesse persone (Erin e Aaron) in primo piano o a mezzobusto, e poi interrogarli sulle qualità mentali percepite in Erin e Aaron. A questo punto, non dovreste essere sorpresi di sapere che è stata loro attribuita molta più “agenzia” quando era visibile soltanto il volto.

Erin e Aaron

wired.com

L’articolo di Wired da cui ho tratto queste informazioni, se volete leggerlo, è questo:

The Psychology of Nakedness | Wired Science | Wired.com

In general, people assess minds – and it doesn’t matter if it’s the “mind” of a pet, iPhone or deity – along two distinct dimensions. First, we grade these minds in terms of agency. (Human beings have lots of agency; goldfish less so.) But we also think of minds in terms of the ability to have experience, to feel and perceive. The psychologists suggest that these dual dimensions are actually a duality, and that there’s a direct tradeoff between the ability to have agency and experience. If we endow someone with lots of feeling, then they probably have less agency. And if someone has lots of agency, then they probably are less sensitive to experience. In other words, we automatically assume that the capacity to think and the capacity to feel are in opposition. It’s a zero sum game.

What does all this have to do with nakedness? The psychologists demonstrated it’s quite easy to shift our perceptions of other people from having a mind full of agency to having a mind interested in experience: all they have to do is take off their clothes.

Gene Gnocchi – L’invenzione del balcone

Gnocchi, Gene (2011). L’invenzione del balcone. Milano: Bompiani. 2011.

L'invenzione del balcone

bompiani.rcslibri.corriere.it

Sono grato a chi mi ha regalato questo libro, ma i motivi della mia gratitudine sono affettivi e non letterari: il libro strappa qualche sorriso, ma non è memorabile. Anche se a me Gene Gnocchi sta simpatico.

Leggendo, mi sono trovato a fare una riflessione. A un certo punto della storia della televisione sono arrivati anche in Italia i talk-show. Si dice comunemente che il genere da noi sia stato importato/re-inventato da Maurizio Costanzo e non ho motivo di dubitarne. Sono uno spettatore molto saltuario e per molti anni non ho posseduto neppure il necessario ricevitore.

Con il talk-show è arrivato lo scrittore in tournée promozionale della sua opera: ne sono un esempio attuale i passaggi a Che tempo che fa di Fabio Fazio, dove tutti i libri sono “straordinari” (come minimo). Ma agli albori del genere c’è stato qualche cosa di più: il tentativo di fare dello scrittore, se non una celebrità, un personaggio, il frequentatore abituale di talk-show. In questo Maurizio Costanzo era un maestro: a differenza del modello Fazio (sì, lo so, che si dice format), in cui lo show è fatto di interviste sequenziali faccia a faccia, quello di Costanzo prevedeva un “salotto” di 4-5 persone con il conduttore che saltabeccava dall’una all’altra. La maestria del conduttore non stava soltanto nel far parlare (e tacere) gli ospiti durante il programma, ma anche nello sceglierli, alternando novità e habitué in modo da garantire insieme continuità e combinazioni sempre nuove.Tra gli habitué di Costanzo c’erano anche gli scrittori, indipendentemente dalla circostanza che avessere un libro in promozione. Gli scrittori erano chiamati per la loro presenza scenica e per quello che avevano da dire nella “bottega del caffè” virtuale del Maurizio Costanzo Show (o comunque si chiamasse nelle sue successive incarnazioni).

[Ricordo peraltro soltanto Alberto Bevilacqua, ma non penso sia stato il solo; ritengo piuttosto di essere stato uno spettatore troppo distratto e saltuario].

Poi, a un certo punto, la situazione si è capovolta. La celebrità televisiva, comunque acquisita, è diventata condizione sufficiente (anche se, per fortuna, non ancora necessaria) per diventare autore di best-seller premiati dalle vendite e qualche volta persino dalla critica. Fabio Volo, Giorgio Faletti. Adesso Gene Gnocchi.

Meditate, gente, meditate.