L’un per cento svedese, quello americano e quello italiano

Nel suo blog sul New York Times, il 10 marzo 2012 Paul Krugman (premio Nobel per l’economia, editorialista del NYT e liberal militante) interviene in una polemica sulla distribuzione del reddito negli Stati Uniti: The Swedish One Percent – NYTimes.com.

Premessa che potete saltare se siete persone informate sui fatti. Il movimento Occupy Wall Street (OWS) con lo slogan “We are the 99%” ha attirato l’attenzione sul tema delle crescenti diseguaglianze in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza negli Stati Uniti tra l’1% più ricco e il resto della popolazione.

Recentemente (9 marzo 2012) è intervenuto sul tema Allan Meltzer sul Wall Street Journal (A Look at the Global One Percent) sostenendo che l’andamento di lungo periodo delle diseguaglianze è simile in tutti i principali paesi sviluppati e dunque non può essere attribuito alle politiche economiche (che sono state diverse da Paese a Paese e da epoca a epoca).

The remarkable similarity in income distribution across countries over the past century means domestic policy has less effect than many believe on who gets what.

Meltzer basa la sua argomentazione su un paper di due economisti svedesi (Roine, Jesper e Daniel Waldenström. “The Evolution of Top Incomes in an Egalitarian Society; Sweden, 1903-2004“. Journal of Public Economics, Vol. 92, Nos. 1-2, 2008 ) e ne trae queste conclusioni:

[…] an examination of changes in income distribution over nearly 100 years, not just in the United States but elsewhere in the developed world, does not bear this out. […] Jesper Roine and Daniel Waldenström compared the income share of the top 1% of earners in seven countries from the early 1900s to 2004. Those countries — the U.S., Sweden, France, Australia, Britain, Canada and the Netherlands—all practice some type of democratic capitalism but also a fair amount of redistribution.
As the nearby chart from the Roine and Waldenström study shows, the share of income for the top 1% in these seven countries generally follows the same trend line. That means domestic policy can’t be the principal reason for the current spread between high earners and others. Since the 1980s, that spread has increased in nearly all seven countries. The U.S. and Sweden, countries with very different systems of redistribution, along with the U.K. and Canada show the largest increase in the share of income for the top 1%.
The main reasons for these increases are not hard to find. Adding a few hundred million Chinese and Indians to the world’s productive labor force after 1980 slowed the rise in income for workers all over the developed world. That’s the most important factor at work. The top 1% gain relatively because they are less affected by the hordes of newly productive workers.
But the top 1% have another advantage. Many of them have unique skills that are difficult to replicate.

Roine Waldenstrom

wsj.net / Roine Waldenstrom

Prima di tutto, Krugman contrappone a queste tesi quelle di Daron Acemoglu e James Robinson – due economisti che stanno per andare in libreria con un volume intitolato Why Nations Fail e che sul loro blog hanno pubblicato il 9 marzo 2012 una risposta a Meltzer (Is the one percent the same everywhere?) articolata in 3 punti:

  1. Non è vero che l’andamento della quota di reddito dell’1% più ricco è andato crescendo nella stessa misura in tutti i Paesi sviluppati. Il lavoro di riferimento in materia è quello di Anthony Atkinson, Thomas Piketty ed Emmanuel Saez (“Top Incomes in the Long Run of History“. Journal of Economic Literature2011, 49:1, 3–71), che mostrano come gli Stati Uniti (e in misura minore il Regno Unito) si discostino nettamente dagli altri Paesi per andamento della quota di reddito dell’1% più ricco.

    Top 1%

    whynationsfail.com

  2. Nel periodo considerato i salari mediani negli Stati Uniti hanno ristagnato, negli altri Paesi sviluppati no.

    Salari mediani

    whynationsfail.com

  3. Non è chiaro come i cambiamenti della domanda di lavoro per le professioni a elevata qualificazione possa avere spinto così verso l’alto le retribuzioni del top 1%. Anche ammesso che ci sia un crescente premio retributivo per l’istruzione, questo non spiega come esso sia andato a vantaggio di una frazione così sparuta della popolazione a elevata istruzione.

Anche la critica di Krugman muove dalla critica delle fonti statistisiche e del loro uso e rinvia al poderoso database messo in piedi dai citati Atkinson, Piketty e Saez:

And you have no business talking about international income distribution if you don’t know about the invaluable World Top Incomes Database. What does this database tell us about Sweden versus America?, addresses the growing income inequality and wealth distribution in the U.S. between the wealthiest 1% and the rest of the population.

USA e Svezia

nytimes.com

Il grafico presentato da Krugman gli permette di concludere sarcasticamente:

Hey, it looks just the same — or, actually, not.
Yes, the top one percent has risen a bit in Sweden. But how anyone could look at this and see the story as similar boggles the mind.

E l’Italia?

La medesima fonte permette di collocare l’andamento della quota di reddito detenuta dall’1% più ricco a metà strada tra quello statunitense e quello svedese. Nel 1978 il top 1% deteneva il 6,71% del reddito (contro il 4,47% della Svezia e il 7,95% degli Stati Uniti), mentre nel 2009 la quota era salita al 9,38% (nello stesso periodo, in Svezia sale al 6.72% e gli Stati Uniti al 16,68%). In altre parole, nel periodo d’osservazione negli Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione – che pure partiva da una quota di reddito a sua disposizione più elevata – è riuscita ad appropriarsi di una quota doppia di quella iniziale, con dinamiche particolarmente sostenute nei periodo 1986-1988 e 2002-2007; in Svezia, che partiva da una situazione relativamente più equilibrata, il guadagno di quote è stato dell’ordine del 50%; in Italia, infine, dove la situazione iniziale era più diseguale (è da notare che soltanto nel 2009, alla fine del periodo, il top 1% svedese giunge ad appropriarsi della quota di reddito che caratterizzava l’Italia all’inizio del periodo), la crescita è stata particolarmente lenta (+40%) anche con riferimento a questo particolare fenomeno.

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