Il vegano e il talebano: errori di scienza, di logica e di etica

Oggi mi è capitato di leggere (grazie a Facebook: e poi scrivono che il web e i social network ci fanno leggere e frequentare soltanto persone e idee eguali alle nostre!) un articolo che mi ha letteralmente fatto infuriare. Ma poi, dopo un bel respiro profondo, ho provato a pensare e adesso provo a condividere con voi le mie riflessioni.

Intanto, giusto per darvi un idea, il titolo e l’occhiello dell’articolo e il link alla pagina dove potete andarvelo a leggere per intero:

Terremoto in Emilia: “io il Parmigiano Reggiano non lo compro”

Il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia ha colpito anche i magazzini di Parmigiano Reggiano. Negli ultimi giorni si sono dunque moltiplicati gli appelli per salvare il formaggio ‘terremotato’ e sostenere i caseifici che producono il prestigioso parmigiano. Eppure c’è chi, come Filippo Schillaci, ha deciso di non rispondere a questo appello, in nome di “una solidarietà di ordine superiore”, quella verso il pianeta. (ilCambiamento.it)

Parmigiano

ilcambiamento.it

Non conosco Filippo Schillaci (e non ho neppure tanta fretta di conoscerlo, per la verità), ma l’ho googlato e posso condividere con voi quel poco di autobiografico che scrive qui:

È nato a Messina nel 1960. Lavora in part time alla seconda università di Roma. Dal 1996 vive in campagna nei dintorni di Roma autoproducendo buona parte del proprio cibo e utilizzando le risorse rinnovabili del luogo (acqua piovana, energia solare).
Collabora con il Movimento per la Decrescita Felice nel cui ambito si occupa di impatto ambientale dell’alimentazione. I suoi interessi teorici sono orientati prevalentemente sulla critica dell’antropocentrismo e sulla nonviolenza.

Il ragionamento che sviluppa Schillaci è abbastanza lineare (se non vi fidate del mio riassunto – che vi risparmia ad esempio la facile trappola emotiva che equipara il parmigiano-reggiano ai SUV – andate alla fonte):

  1. In nome della solidarietà con i produttori danneggiati dal terremoto vi si chiede di comprare e consumare il parmigiano-reggiano.
  2. La solidarietà verso i terremotati sarebbe anche una buona cosa, relativamente parlando.
  3. Ma non lo è più quando contrasta con una «solidarietà di ordine superiore», «quella verso il pianeta» [il grassetto è di Schillaci].
  4. «Il male, diceva Lanza del Vasto, consiste semplicemente nell’operare per il bene di una parte.» [se, come me fino a qualche minuto fa, avete le idee confuse sui detti di Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di Trabia-Branciforte vi invito a farvene almeno un’idea su wikipedia e sui link raggiungibili da lì].
  5. «Parliamo innanzi tutto di impatto ambientale: produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» [il grassetto è sempre di Schillaci].
  6. L’industria casearia «è fra tutte le attività umane una di quelle che più stanno devastando la Terra.»
  7. Per di più, il formaggio fa malissimo: «mangiare formaggio significa letteralmente sciogliere le ossa nelle urine.»
  8. Convertitevi al veganesimo, o comunque si chiami, e andate poi a predicarlo come sto facendo io adesso [lo ammetto, non sono le parole letterali di Schillaci, ma un riassunto di quello che scrive nella seconda metà dell’articolo. Hanno se non altro il vantaggio di parafrasare Marco 1, 20: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.»)
  9. La conclusione merita di essere riportata integralmente: «E cosa fare allora per i poveri caseificatori che hanno subito un così duro colpo? Ho una modesta proposta: potremmo fare una colletta per aiutarli a convertire le loro aziende in qualcosa di più sostenibile. Ad esempio una fabbrica di SUV. Sì, proprio quelle orrende, mastodontiche, grottesche cassapanche a motore che costituiscono la più recente, ridicola ed estrema degenerazione del consumismo su gomma. Faranno ancora danni producendo SUV, certamente, ma di meno.»

Non la voglio fare troppo lunga e mi soffermerò su alcuni punti che, spero, contribuiranno a chiarire il titolo che ho voluto dare a questo post.

Errori di scienza. Scrive Schillaci: «produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» Qui si confondono 2 piani, che invece sarebbe meglio – per chiarezza – tenere distinti. Il primo è quello fisico, quello che Schillaci chiama piano della sottrazione di risorse alla biosfera. Su questo non c’è scampo. È scientificamente provato dal secondo principio della termodinamica (“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo” o, come diceva qualcuno, “è facile fare una frittata rompendo le uova, molto più difficile rifare le uova a partire dalla frittata”): la tendenza generale può essere invertita soltanto localmente, in contesti lontani dall’equilibrio, ma al costo comunque di un aumento dell’entropia complessiva del sistema. Questo è esattamente quello che fanno gli esseri viventi: nuotare per un po’ contro la corrente dell’entropia sottraendo risorse alla biosfera. Quando si smette di farlo si è tecnicamente morti. Quindi: anche i vegani vivi sottraggono risorse alla biosfera. Forse meno di me, questo lo posso ammettere (ma non concedere).

Dunque, quando si parla di termodinamica (cioè di pianeta, di risorse, di energia e di “biosfera”) il gioco non solo non è a somma nulla, ma è a somma negativa. Quando si parla di economia il discorso è diverso: la grande invenzione dell’economia, che ha cambiato la storia umana (e anche la storia della vita sulla terra) è che sono possibili giochi a somma positiva. Più esattamente, che alla radice dello scambio economico c’è un guadagno per entrambi i giocatori: se io so fabbricare gli ami ma sono una pippa a pescare, e tu sai pescare ma non sai fabbricare gli ami, piuttosto che farci ognuno gli ami e la pesca da sé (“producendo” tot ami e tot pesci), ci conviene scambiare ami contro pesci e staremo meglio entrambi (più ami e più pesci di prima da dividere tra noi). Questo, in sé e per sé, non c’entra nulla con la sottrazione di risorse alla biosfera (comunque inevitabile). Quello che misura il calcolo economico (la vituperata crescita e il vituperato PIL) è l’aumento di “cose consumabili” (pesci, ami, beni, servizi, tutto il cocuzzaro con cui anche Schillaci vive e prospera) reso possibile dal “combinato disposto” di divisione del lavoro e scambio.

Certo, nell’operare economico (divisione del lavoro + scambio) si consumano risorse (quello che Schillaci chiama sottrazione di risorse alla biosfera, e che è dizione imprecisa, perché anche la biosfera – come insieme dei viventi – sottrae risorse alla parte non-biosfera del “sistema isolato” Terra): ma questo è vero di qualunque processo biologico. Il problema, come ci hanno detto fino alla noia, è quello della sostenibilità: cioè il consumo di risorse deve trovare un limite nella capacità del sistema di riprodursi. Fin qui siamo, penso, tutti d’accordo. Il che non toglie che confondere questi 2 piani è un errore di logica.

OK. Andiamo avanti però. Il formaggio è una brutta cosa (oltre che perché scioglie «le ossa nelle urine») perché l’industria casearia, e quella zootecnica su cui si basa, sono attività umane tra le più devastanti per l’ambiente. Sono anche, però, tra le attività umane quelle – assieme all’agricoltura – che ci hanno permesso, quasi 10.000 anni fa, di passare da una specie di cacciatori-raccoglitori, a una specie di agricoltori-allevatori. Cosa evidentemente bruttissima, almeno per la metà allevatori, ma che ci ha dato la possibilità di crescere da qualche decina di migliaia di uomini del paleolitico ai 7 miliardi di oggi. E anche le città, la scrittura e – in ultima istanza – l’elettricità e il computer su cui Schillaci scrive. A meno che non abbia uno schiavo o un servo che gli trascriva tutto quello che pensa e detta. E non è una battuta: il progresso c’è stato, e non è solo quantitativo (la crescita demografica) ma anche qualitativo (oggi ci sono tante diseguaglianze di fatto, ma almeno in linea di principio siamo tutti eguali e dotati di pari opportunità; non così, nella maggior parte dei Paesi occidentali, ancora 200 anni fa: curioso che i nostalgici dell’arcadia del Settecento inglese si vedano sempre signorotti locali e mai contadini indentured).

E già che ci siamo a fare esercizi di ucronia distopica, vale forse la pena di accennare che – secondo alcune ricostruzioni accreditate dell’evoluzione umana (per una estremamente sintetica si può vedere il capitolo 5. di The Social Conquest of Earth di Edward O. Wilson) – il genere Homo si è separato dai suoi antenati come l’Ardipithecus quando la sua dieta è diventata parzialmente carnivora. Proprio perché la carne contiene più energia per grammo dei vegetali, una volta che un carnivoro ha individuato evoluzionisticamente una nicchia ecologica, mantenerla costa meno energia. E meno energia per sopravvivere significa più energia per “scoprire” quello che via via ci ha fatto umani: la cooperazione nella caccia, il gruppo plurigenerazionale, il fuoco e la cottura del cibo, il rifugio stabile e via via tutto quello che ci fa umani.

La nostra evoluzione sarebbe dunque basato su un “peccato originale”, quello di cominciare a consumare carne. Produrre carne, ci ricorda Schillaci, “costa di più in termini di sottrazione di risorse”. Ma attenzione, anche un vegano produce carne: la propria. Trasforma quello che mangia, al netto di quello che elimina con il metabolismo, in muscoli, ossa, tessuti animali. È un lavoro: costa tempo ed energia. Quello che fa il carnivoro è “esternalizzare” parte di questo processo produttivo: lo fa fare all’erbivoro e si appropria dei pregiati elementi nutritivi della sua carne, pregiati perché meno costosi per il carnivoro. Il che significa, per il carnivoro, risorse di tempo ed energie liberate dalla necessità di brucare dalla mattina alla sera (ecco perché le mucche ruminano dalla mattina alla sera e il vostro gatto passa il tempo a poltrire).

Si può tornare indietro e scegliere à la carte? Mi prendo l’evoluzione da Ardopithecus a Homo ma senza toccare carne? Mi prendo la vita di gruppo ma non le rivalità tribali sanguinose tra maschi e tra gruppi? Mi prendo l’agricoltura ma non l’allevamento? Mi prendo l’Arcadia ma non la scrofola e il rachitismo? Temo proprio di no. Temo che, ancorché non preordinata da nessun grande piano divino, la strada che abbiamo seguito nel “labirinto dell’evoluzione” (ancora Wilson) sia un processo ergodico.

E l’etica – dirà qualcuno – avevi promesso di giustificare il titolo del post. L’etica entra in gioco quando entra in gioco il proselitismo (di Schillaci, in questo caso, ma più in generale dei vegani, e dei vegetariani, e dei propugnatori più o meno felici della decrescita). Perché io sono tollerante, e chi non vuol mangiare la carne o il parmigiano è liberissimo di farlo. Ma quando mi dice che dovrei farlo anch’io e dovrebbero farlo tutti un po’ mi infastidisco. E penso alle conseguenze. Siamo 7 miliardi di Homo sapiens sapiens (OK, chi sta bene e chi sta male, chi ha e chi non ha, obesi e denutriti: qui stiamo parlando di una popolazione, non a rischio di estinzione e anzi in crescita) e lo siamo perché c’è stato quello che prima ho chiamato progresso economico. Compresa l’agricoltura intensiva (ancora di recente la rivoluzione verde) e la zootecnia intensiva. Facciamo un esperimento mentale. Diamo retta alla proposta di eliminare i metodi produttivi più costosi in termini di sottrazione delle risorse. Fatto. Meno produzione agricola e niente carne e formaggio ( e anche niente pesce). Fatto. Non c’è da mangiare per tutti. Chi si sacrifica? Facciamo una grande lotteria? O lasciamo che decida l’economia, che tanto si sa già chi perderebbe?

A proposito, se i vegani volessero chiudere un occhio, in questa fase di transizione in cui alcuni miliardi di umani sono destinati a morire d’inedia, ci sarebbe la soluzione del cannibalismo. È già successo, sapete, anche se soltanto su piccola scala, quando in alcune isole del Pacifico (come Mangaia) la produzione agricola e il pescato divennero insufficienti.

Quanto all’esperimento che Schillaci propone nella conclusione del suo articolo – trasformare i caseifici in fabbriche di SUV – sappiano i lettori che qualcosa di simile fu tentato, nella Cina maoista: costò, si stima, tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame. Sintetizzo da Wikipedia.

Grande balzo in avanti è anche il nome che in origine fu dato al secondo piano quinquennale, previsto per gli anni 1958-1963. Dopo il suo fallimento, il nome si riferisce ai primi tre anni del periodo. […]
L’idea centrale consisteva in uno sviluppo rapido e parallelo di agricoltura e industria, in modo da evitare l’importazione dall’estero di macchinari pesanti, finanziando il settore industriale attraverso uno sfruttamento di massa del lavoro a basso costo, garantito dall’enorme disponibilità di manodopera contadina.
Gli appezzamenti privati furono aboliti e furono introdotte mense collettive. Il Politburo si riunì ad agosto e stabilì che le comuni sarebbero diventate la nuova forma di organizzazione economica e politica della Cina rurale. Per la fine del 1958, furono create 25.000 comuni, ognuna delle quali contava in media 5.000 famiglie. Le retribuzioni in denaro furono sostituite con punti lavoro. Le comuni erano relativamente autosufficienti: a fianco dei campi agricoli, sorsero piccole industrie, scuole e organizzazioni militari.
Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra in 15 anni, nella produzione di acciaio. Il Politburo stabilì che la produzione di acciaio sarebbe dovuta raddoppiare in un anno, soprattutto grazie all’introduzione di piccole fornaci “da cortile”.
Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, mostrò a Mao nel settembre del 1958 una di queste fornaci presso Hefei. L’unità dichiarò che l’acciaio così prodotto era di elevata qualità (sebbene fosse stato probabilmente prodotto altrove). Mao incoraggiò la creazione di piccole fornaci in ogni comune e quartiere cittadino. Enormi sforzi furono richiesti a contadini, operai e singoli cittadini, al fine di produrre acciaio a partire da rifiuti e scarti di metallo. L’energia necessaria per alimentare le fornaci fu ricavata tagliando gli alberi.
Per raggiungere le quote di produzione stabilite, la pressione sulla popolazione fu molto elevata, soprattutto sui contadini: gli oggetti più svariati, dalle reti dei letti agli utensili da cucina (ritenuti ormai inutili a causa dell’obbligo di mangiare alla mensa comune) furono requisiti e destinati alla fusione, mobili, porte e finestre furono sottratti per essere bruciati. Decine di milioni di contadini (60 milioni secondo alcune fonti) furono allontanati dai lavori agricoli per produrre acciaio, così come gli operai, gli insegnanti e addirittura il personale degli ospedali.
Come avrebbe potuto prevedere un qualunque tecnico con minime nozioni di metallurgia, l’acciaio prodotto nelle fornaci “da cortile” si rivelò inutilizzabile. Ad ogni modo, la mancanza di fiducia negli intellettuali, allontanati nel 1957, e la fede ideologica nel “potere delle masse”, condussero Mao a spingere verso un progetto sconsiderato senza consultare tecnici ed esperti. L’esperienza della Campagna dei cento fiori impedì ogni accenno di dissenso.
[…] Secondo il suo medico privato, Li Zhisui, Mao visitò una tradizionale acciaieria in Manciuria nel gennaio del 1959 e constatò che solo una grande fabbrica alimentata a carbone è in grado di produrre acciaio di qualità. Egli decise comunque di non bloccare il progetto delle piccole fornaci per non soffocare l’”entusiasmo rivoluzionario delle masse”. […]
Fra il 1959 e il 1962 ebbe luogo una gravissima carestia che colpì l’intero paese provocando decine di milioni di morti. La cifra ufficiale riconosciuta in Cina è di 14 milioni, ma gli studiosi forniscono stime dai 20 ai 43 milioni. Nei primi anni ’80, Judith Banister, impiegata del Governo USA, pubblicò un influente articolo in “China Quarterly”, diffondendo fra i media statunitensi le sue stime di 30 milioni di morti.
Sia all’interno del Partito Comunista che fra gli studiosi cinesi e occidentali, esistono due linee di pensiero che attribuiscono la principale causa della carestia rispettivamente ai disastri naturali o alla politica del Grande Balzo.
Il periodo 1959-1962 fu inizialmente conosciuto come “I tre anni difficili” o “I tre anni di disastri naturali”, nome attribuito dal Partito per sottolineare l’attribuzione di responsabilità alle condizioni climatiche, assolvendo il Partito stesso. Numerosi ufficiali locali furono uccisi in esecuzioni pubbliche per aver diffuso informazioni errate. […]
Successivamente, numerosi autori hanno considerato l’errore umano come principale causa della carestia. Un articolo del Times pubblicato il primo dicembre 1961 attribuì le cause della carestia, così definita da molti giornali occidentali mentre Mao parlò di semplice “periodo di scarsità”, alla pianificazione politica invece che alle condizioni climatiche. Il 27 giugno 1981, il governo cinese ha precisato che la carestia fu dovuta “alla cattiva comprensione delle leggi dello sviluppo economico e dei fondamentali essenziali dell’economia cinese […] al fatto che il compagno Mao Zedong insieme a molti compagni dirigenti … avevano perso la testa per i successi riportati […] e volevano ottenere risultati immediati e portare all’estremo, il ruolo dei fattori soggettivi“.
La dislocazione di milioni di contadini per la produzione di acciaio e per le opere idrauliche, provocò in alcune aree l’abbandono dei raccolti. La campagna di eliminazione dei quattro flagelli e in particolare l’eliminazione dei passeri, causò lo sviluppo di parassiti che danneggiarono i raccolti.
Sebbene i raccolti si fossero ridotti, i quadri locali, sotto le forti pressioni dalle autorità centrali, affinché riportassero esiti positivi del Grande balzo, entrarono in competizione fra loro nell’annunciare raccolti eccezionali ed esagerati. […]
La razione alimentare giornaliera fu ridotta, sia nelle campagne che nelle città, ma fu nelle campagne che si raggiunse un livello di carestia gravissima. La distribuzione geografica della carestia fu sensibilmente diversa rispetto a quella delle carestie di origine naturale che storicamente colpivano la Cina. Nel 1960, furono colpite le province che adottarono le direttive di Mao con maggior enfasi (Anhui, Gansu, Henan); il Sichuan, una delle più popolose, conosciuta come “il granaio del cielo” per la sua fertilità e raramente colpita dalle carestie, soffrì il maggior numero di morti a causa dello zelo con cui il leader provinciale Li Jinquan promosse il Grande balzo.

Tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame.

Potremmo finire qui, ma ho un’ultima cosa, un ultimo sassolino da togliermi dalla scarpa: Quella frase di Lanza del Vasto, così isolata, non significa nulla. Se io, operando il bene di una parte, non ne danneggio nessun’altra, non faccio il male. Anzi, Nella vita reale, le situazioni in cui si può migliorare la condizione di una parte senza peggiorare quella di nessun altro sono da perseguire attivamente, finché si giunge a un’allocazione delle risorse tale che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di almeno un altro (noi economisti le chiamiamo di ottimo paretiano). Una fàcilata, sotto il profilo etico. I problemi cominciano, nell’imperfetta vita reale, quando si è costretti a scegliere tra un bene e un male, o tra due mali di diversa entità, o di diversa natura. Per questi casi, ogni aiuto è ben accetto. Come quello proposto nel 1939 da una coppia di economisti, Nicholas Kaldor e John Richard Hicks, con il loro criterio di efficienza (o di compensazione), che può essere applicato anche nei casi in cui un ottimo paretiano non esiste: una modificazione nell’allocazione delle risorse è efficiente se il benessere ottenuto da alcune componenti supera le perdite di benessere subite da altri componenti, ed essi sono compensati delle perdite subite da coloro che sono stati avvantaggiati dalla nuova allocazione.

3 Risposte to “Il vegano e il talebano: errori di scienza, di logica e di etica”

  1. Claudia Says:

    Gentile borislimpopo,
    trovo il suo articolo scritto in modo colto e acuto. Tuttavia, lei, nel guardare da un profilo economico e etico la “vicenda umana”, tralascia di considerare che tutti gli animali hanno il diritto a vivere e non morire sfruttati per la sopravvivenza della “razza superiore” umana. C’è differenza dall’avere proprie idee e screditare quelle degli altri. Lei dice di essere tollerante nei confronti di chi ha scelto di non mangiare carne e formaggi, proprio per questo, secondo il mio parere, questo articolo è un controsenso. Il signor Schillaci non sta dicendo a lei o ad altri che il parmigiano non va mangiato, spiega solo i motivi per i quali, secondo lui, è meglio non comprarlo e non consumarlo.

    Inoltre, seppure anche un vegano produca carne (nelle sue parole, “la propria”), un onnivoro oltre a produrre la propria carne, spreca litri d’acqua e chilometri quadrati di foresta pluviale abbattuti ogni anno per diventare pascoli! E’ ovvio che il vegano impatti meno sull’ambiente, tra l’altro, senza uccidere nessuno! E poi, il processo da lei definito di “esternalizzazione” non fa altro che dipingere il “carnivoro umano” come niente più che un parassita ambientale, che vive tranquillo sfruttando le giornate di un animale che impiega il proprio tempo e le proprie energie a brucare l’erba da mattina a sera. A suo dire, mi sembra di intendere, gli umani dovrebbero vivere come i gatti, lì a poltrire e ronfare, mentre qualcun’altro produce le proteine necessarie al loro sostentamento.

    Sarà pure che l’essere umano, per essere tale, abbia avuto bisogno di proteine animali, ma ciò non spiega l’eccessivo sfruttamento odierno degli “animali da macello”, non spiega i pulcini maschi triturati vivi perchè inutili, non spiega i piccoli bufali ammazzati neonati perchè non richiesti dal mercato, non spiega tutto il sangue dei tori di Pamplona, non spiega le mattanze dei tonni, o peggio, le stragi dei delfini balena, la cattiveria gratuita dell’uomo nei confronti della Terra, La Terra sulla quale noi Siamo Ospiti e Non Padroni, senza della quale non solo non ci sarebbe Vita, ma non ci sarebbe la Nostra Vita, La Terra dal quale equilibrio dipendiamo in modo più che profondo.

    Allora, anziché pensare sempre in termini di economia monetaria, pensiamo a quanto più costa (a tutti: onnivori, carnivori, vegani e Bambini – perchè tutto quello che noi facciamo oggi alla Terra lo erediteranno i nostri figli e peggio facciamo e peggio vivranno) la vita onnivora in termini di “economia della vita” e “gestione delle risorse della natura”.

    Trovo anche io il paragone con il SUV del tutto fuori luogo, ma forse il sig. Schillaci ha voluto enfatizzare la cosa per smuovere un po’ di coscienze. In alcuni casi, come nel suo forse, non ha smosso altro che un po’ di ferocia, tipico della razza umana e, del resto, l’unico sentimento che in questi casi ci si può aspettare da chi non è così sensibile al prossimo (notare che il prossimo più prossimo sono i propri figli) e a esseri viventi di forma diversa da quella umana.

    Lungi da me l’intento di screditare quanto da lei affermato, spero mi sia concesso solo il diritto di ribattere a ciò che ho trovato di impreciso nella sua argomentazione.

    Saluti,
    Claudia M.

  2. Donato Says:

    l’articolo sarà acuto, ma senza dubbio non colto. Mancano numerosissime informazioni di carattere ambientale, sociale ed etico a sostegno della tesi vegana. Informazioni che un vegano alle prime armi normalmente possiede


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