J. M. Coetzee – The Childhood of Jesus

Coetzee, J. M. (2013). The Childhood of Jesus. London: Harvill Secker. 2013. ISBN: 9781448155866. Pagine 336. 7,84 €

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C’è un tipo di romanzo che mi provoca sempre la stessa reazione negativa. Dev’essere un problema mio, dal momento che spesso c’è una cosa soltanto che accomuna questi romanzi: la sensazione che l’autore ti stia imbrogliando con un trucco al di fuori delle regole del gioco. Eppure lo so che nei romanzi, in genere, non ci sono regole che non si possano violare (con l’eccezione, forse, della detective story).

In questo romanzo di Coetzee – un autore che mi piace molto, e che ha scritto libri che a me sono sembrati capolavori, non ultimo Diary of a Bad Year che ho recensito qui qualche anno fa – la mistificazione comincia dal titolo: secondo me (ma forse non ho capito niente, e se è così scusatemi voi e mi scusi Coetzee), Gesù non c’entra niente e il titolo serve soltanto a farci provare empatia e a farci trovare profondo David, il bambino di 6 anni che è uno dei personaggi principali del romanzo. Insomma, è la vecchia tecnica del framing, dell’inquadramento, quella tanto ben spiegata da George Lakoff in Non pensare all’elefante: ne ho parlato anch’io, anche se un po’ obliquamente e in un contesto diverso, in un post dedicato a I pilastri della pigrizia mentale.

Il romanzo di Coetzee, per la verità, comincia molto bene e si mantiene su un livello elevato in tutti i primi capitoli. Se proprio devo segnalare uno spartiacque, un punto dove inizia la discesa dalle aspettative crescenti alla delusione, direi che è l’ingresso nel romanzo della signora della Residencia. E dato che questo accade ai capitoli nono e decimo di un romanzo che ne ha trenta, direi che però il bilancio complessivo è decisamente negativo.

All’inizio del romanzo, troviamo un vecchio e un bambino davanti a un centro di reubicación. All’inizio non sappiamo niente: tutto quello che sappiamo lo veniamo a sapere a poco a poco. Il vecchio e il bambino, ci pare di capire, sono nella medesima nostra situazione di confusione e di ignoranza. Vengono da un posto di cui non sanno o non ricordano nulla: se qualche ricordo lo hanno, lo vivono come una specie di colpa, perché si suppone che debbano avere dimenticato tutto per affrontare questa vita nuova. Hanno fatto un lungo viaggio in nave e la città, Novilla (nessuna città o città nuova? nemmeno questo è dato sapere), è su un’isola. Durante il viaggio in nave, il bambino ha perso dei documenti che avrebbero dovuto consentire un ricongiungimento con la madre: per questo è stato affidato al vecchio (o è il vecchio che si è assunto volontariamente questa responsabilità, non si sa bene). Il vecchio non è un parente, però. Prima di arrivare in città, il vecchio e il bambino sono stati in un campo, Belstar, dove hanno imparato la lingua che si parla sull’isola – lo spagnolo – che non è la loro, e dove hanno dato loro nuovi documenti, e con i documenti un’età (5 e 45 anni, rispettivamente: il bambino è decisamente un bambino, ma il vecchio non è vecchio!) e un nome (David e Simón). Novilla è assolata e polverosa, come la lingua stessa di Coetzee. È anche sottilmente diversa dalla realtà che conosciamo: potrebbe essere la vecchiaia (così almeno ho pensato io nei primi capitoli), o la morte, o l’aldilà (non l’infermo o il paradiso, però, ma il purgatorio o più probabilmente il limbo). Comunque una terra straniera, come il passato.

[A parte. Digressione sulla relazione inversa tra popolarità e realtà storica. E digressione nella digressione sulla specularità letteratura-cinema. Il passato è una terra straniera i più lo ricordano (dovrei dire: i più tra quelli ai quali la frase «Il passato è una terra straniera» accende una qualche lampadina) come il titolo di un film di Daniele Vicari uscito nel 2008 e interpretato da Elio Germano e Michele Riondino. Ma il film era tratto da un romanzo dallo stesso nome di Gianrico Carofiglio, pubblicato nel 2004: molti lo sapranno, anche se forse meno di quelli che hanno visto il film; ancora meno persone, oltre a sapere che è il titolo di un romanzo, avranno anche letto il libro. Per quanto riguarda me, è stato il primo romanzo di Carofiglio che ho letto, ma era prima del blog e quindi non l’ho recensito, ma ne ho soltanto parlato di sfuggita, recensendo altri suoi libri, per esempio qui, qui, qui e qui. Meno persone – io stesso l’ho imparato da una quindicina di giorni – sanno che Il passato è una terra straniera è il celebre incipit del romanzo di Leslie P. Hartley The Go-Between (in italiano, Messaggero d’amore): «The past is a foreign country: they do things differently there». Non  ho letto il romanzo, e non so se lo farò. Ma ricordo di avere visto il film che ne trasse Joseph Losey nel 1971: ma non ricordo molto più delle interminabili partite a cricket (di cui non capivo nulla) e una bellissima Julie Christie. E il ciclo film-romanzo-romanzo-film si chiude.]

Tornando a noi. Non so chi scriva le note che (in genere) accompagnano un libro e che (quando i libri erano di carta) erano stampate sulla quarta di copertina. Ho sempre sospettato (ma una volta almeno sono stato direttamente e apertamente smentito) che se le scrivesse l’autore, o che comunque l’autore avesse voce in capitolo, dovendole quanto meno approvare. In questo caso, mi sembrano anch’esse parte della mistificazione cui accennavo.

Vi faccio 2 esempi. Il primo è la sinossi che appare sul sito dell’editore inglese (Random House, o meglio il suo marchio Harvill Secker) ed è anche riportata all’inizio dell’edizione Kindle che ho letto io:

After crossing oceans, a man and a boy arrive in a new land. Here they are each assigned a name and an age, and held in a camp in the desert while they learn Spanish, the language of their new country. As Simón and David they make their way to the relocation centre in the city of Novilla, where officialdom treats them politely but not necessarily helpfully.
Simón finds a job in a grain wharf. The work is unfamiliar and backbreaking, but he soon warms to his stevedore comrades, who during breaks conduct philosophical dialogues on the dignity of labour, and generally take him to their hearts.
Now he must set about his task of locating the boy’s mother. Though like everyone else who arrives in this new country he seems to be washed clean of all traces of memory, he is convinced he will know her when he sees her. And indeed, while walking with the boy in the countryside Simón catches sight of a woman he is certain is the mother, and persuades her to assume the role.
David’s new mother comes to realise that he is an exceptional child, a bright, dreamy boy with highly unusual ideas about the world. But the school authorities detect a rebellious streak in him and insist he be sent to a special school far away. His mother refuses to yield him up, and it is Simón who must drive the car as the trio flees across the mountains.
The Childhood of Jesus is a profound, beautiful and continually surprising novel from a very great writer. [pos. Kindle 21]

Questo è invece quello che scrive Einaudi, la casa editrice della traduzione italiana:

Un uomo adulto, quasi anziano, e un bambino sbarcano a Novilla. Novilla non è la loro città, lo spagnolo non è la loro lingua: ma come tutti gli abitanti della città, con cui condividono il misterioso destino, vi sono giunti dopo un viaggio in mare e non conservano nessun ricordo delle loro vite precedenti. Non sanno da dove vengono, a chi erano legati, quale evento catastrofico li ha condotti fin lí come profughi; non lo sanno e sembra che nemmeno abbia piú importanza. C’è solo una cosa che Simón, l’uomo, sa: deve prendersi cura di questo bambino che ha conosciuto sulla nave, deve accudirlo anche se non è suo figlio, anche se nulla lo lega a lui. Anche se Davíd si dimostra presto un bambino molto particolare. E sa che deve aiutarlo a ricongiungersi con la «madre». Quando il romanzo sembra essere giunto ai limiti estremi del suo esaurimento, arrivano scrittori come J. M. Coetzee a mostrare che tutto è ancora possibile: è come se il Nobel sudafricano prolungasse la linea che da Kafka passa per Beckett e ne facesse gemmare le possibilità per il mondo del nuovo millennio e le sue inquietudini. L’infanzia di Gesú è allo stesso tempo una riflessione radicale e profondissima sul mistero dell’umano, sul conflitto tra desiderio e felicità, tra Storia e Salvezza, una perturbante interrogazione su come dobbiamo vivere e se mai saremmo in grado di riconoscere il Messia se arrivasse oggi. Ma è anche la storia struggente dell’amore di un «padre» per un bambino, quell’insieme di tenerezza e responsabilità che spinge un uomo a prendersi cura del futuro anche in un mondo che di futuro sembra privo. L’infanzia di Gesú è stato accolto in tutto il mondo come un capolavoro: eppure, o forse proprio per questo, non c’è praticamente critico o lettore che ne dia la stessa interpretazione, nessuna lettura che ne intacchi l’enigma. È come se ognuno di noi si trovasse di fronte a un libro diverso, a una domanda a cui dovrà dare una risposta assolutamente individuale. A un libro che parla solo a lui.

Sono davvero disorientato. A me David non sembra «un bambino molto particolare», non certo nel senso dei vangeli apocrifi, quelli del Gesù bambino che fa gli uccellini di fango e poi li fa volare mentre il piccolo Giuda li spetascia senza pietà per malevolenza e purissima invidia. Meno che mai mi sembra «an exceptional child, a bright, dreamy boy with highly unusual ideas about the world». Proprio no, non ho trovato David un bambino eccezionale e non l’ho trovato nemmeno un ragazzo (un ragazzo? a 6 anni?) brillante e sognatore con idee molto originali. L’ho trovato un bambino testardo e viziato.

Ecco, mi sto avvicinando al punto. Suspension of disbelief: per godersi un romanzo o un film, il lettore o lo spettatore è disposto a sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia. Lo faccio persino io, anche se la mia peculiare miscela di autismo e di materialismo mi spingerebbe a prendere tutto alla lettera (me lo dico da solo, così vi risparmio la fatica di formulare l’obiezione ad personam). Quando dico che ho trovato David un bambino testardo e viziato non ho nessun elemento per affermarlo che non sia interno al testo che Coetzee ha scritto: David è un personaggio di fantasia che vive soltanto nelle pagine del romanzo e dalle pagine del romanzo io estraggo giocoforza tutta l’informazione che ho e posso sperare di avere su di lui. Sono disposto a sospendere l’incredulità, certamente: altrimenti non leggerei letteratura, ma solo opere scientifiche. Ma penso di avere il diritto a una certa coerenza da parte del narratore, nel mondo e nei personaggi che rappresenta. Un esempio, terra terra come sono io. Fino al capitolo 25 David non sa leggere e scrivere. Si rifiuta cocciutamente di imparare. Fa finta di leggere e inventa. Scrive degli scarabocchi e dice che per lui hanno un significato. Simón cerca inutilmente di fargli capire che la lettura, la scrittura e il far di conto hanno senso soltanto in un contesto sociale, di comunicazione. David è refrattario. Un caso raro, forse, ma credibile. Poi, improvvisamente, durante il capitolo 26 David dimostra di saper leggere e scrivere. Quanto al far di conto, la scena madre è questa (sempre nel capitolo 26, subito dopo):

‘Juan and Pablo go fishing,’ he [the teacher] says. ‘Juan catches five fish. Write that on the blackboard: five. Pablo catches three fish. Write that underneath the five: three. How many fish do they catch together, Juan and Pablo?’
The boy stands before the blackboard, his eyes screwed shut, as if listening for a far-off word to be spoken. The chalk does not move.
‘Count. Count one-two-three-four-five. Now count three more. How many does that give you?’
The boy shakes his head. ‘I can’t see them,’ he says in a tiny voice.
‘You can’t see what? You don’t need to see fish, you just need to see the numbers. Look at the numbers. Five and then three more. How many is that?’
‘This time . . . this time . . .’ says the boy in the same tiny, lifeless voice, ‘it is . . . eight.’
‘Good. Make a line below the three, and write eight. So you were pretending all the time you said you could not count. Now show us how you write. Write, Conviene que yo diga la verdad, I must tell the truth. Write it. Con-viene.’
Writing from left to right, forming the letters clearly if slowly, the boy writes: Yo soy la verdad, I am the truth. [3270-3272]

Voilà. Eccola qui la dossologia dell’infante Gesù. Io sono la via, la verità e la vita: non siete emozionati, quasi commossi? Io no, perché fino a poche pagine prima, David era un bambino testardo e immaturo per la sua età, che rifiutava di mettersi in quello stato di apertura mentale che è la premessa dell’apprendimento. Incoraggiato in questo da una madre, anzi da una “madre” (perché è una sconosciuta trovata su un campo da tennis, allo stesso modo in cui Totò il buono viene trovato sotto un cavolo) che non solo non vuole farlo crescere, ma lo fa regredire (David ha sempre più spesso il pollice in bocca). Coetzee è il signore e padrone assoluto della storia che racconta, e se ne approfitta. Cambia le carte in tavola come gli pare e tradisce il patto tacito alla base della mia sospensione dell’incredulità.

E dunque, per quanto riguarda me, e me soltanto, l’incredulità non è più sospesa. Mi sento libero di chiedermi di nuovo: perché? E anche di essere sospettoso, perché mi sembra strano che tutto questo edificio narrativo venga messo in piedi soltanto per riproporci il sospetto che – quand’anche il Messia ritornasse sulla terra come aveva promesso – noi non lo riconosceremmo. E se questo fosse stato veramente l’intento di Coetzee, non sarebbe stato più efficace rappresentare il second coming in un mondo quanto più possibile normale e simile al nostro, invece che nell’estraniata Novilla?

Perché naturalmente, in un mondo di fantasia, come il Mondo del Fiume di Philip José Farmer, tutto può succedere e, senza che la nostra sospensione dell’incredulità sia neppure incrinata, possono coesistere personaggi reali e immaginari di ogni epoca e cultura (Sir Richard Burton, Peter Jairus Frigate, Alice Pleasance Liddell Hargreaves, Hermann Göring,Mark Twain, Giovanni Senzaterra, l’arturiano Monat Graatut, Aphra Behn, Cyrano de Bergerac, Tom Turpin, Li Po, Georges Guynemer, Werner Voss, William George Barker, Marcelin de Marbot, Erik il Sanguinario, Jack London, Tom Mix e chi più ne ha più ne metta). Ma proprio perché tutto può succedere – secondo me – non si possono tirare colpi bassi al lettore, come suggerire una conclusione filosofica profonda e potenzialmente di portata universale da premesse costruite ad arte nel toy world del romanzo.

* * *

Oppure – dato che tutti si sono cimentati in interpretazioni di quale sia il vero significato del romanzo, dirò anch’io la mia – questo è davvero un romanzo di fantascienza, ambientato in universo talmente diverso dal nostro che neppure le leggi della matematica vi conservano la loro validità. Un universo, cioè, in cui non si applica la famosa considerazione che Galileo Galilei fa nel 6° capitolo de Il saggiatore:

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.

Alcune citazioni del romanzo, mi pare, vadano in quella direzione (riferimenti, come di consueto, alle posizioni sul Kindle). Se così fosse, David sarebbe il protomatematico di quel nuovo universo, non il suo Messia, e il romanzo dovrebbe chiamarsi The Childhood of Pithagoras.

‘[…] All is for the best in this best of all possible worlds.’
Álvaro frowns. ‘This isn’t a possible world,’ he says. ‘It is the only world. Whether that makes it the best is not for you or for me to decide. [656]

‘One comes before two, David, and two before three. Inés can make promises until she is blue in the face but she can’t change that. One-two-three. It’s a law even stronger than a law of nature. It is called the law of numbers. […]’ [2156]

‘A gap is not the same thing as a crack, my boy. Gaps are part of nature, part of the way things are. You can’t fall down a gap and disappear. It just doesn’t happen. A crack is quite different. A crack is a break in the order of nature. It is like cutting yourself with a knife, or tearing a page in two. You keep saying we must watch out for cracks, but where are these cracks? Where do you see a crack between you and me? Show me.’
The boy is silent.
‘The twins in the sky are like twins on earth. They are also like numbers.’ Is this all too difficult for a child? Perhaps. But the boy will absorb his words, he must hope for that – absorb them and mull over them and perhaps begin to see the sense in them. ‘Like One and Two. One and Two are not the same, there is a difference between them which is a gap but not a crack. That is what makes it possible for us to count, to get from One to Two without worrying about falling.’ [2577]

‘[…] If the rules are true for you and for me and for everyone else, how can they not be true for him? And why do you call them man-made rules?’
‘Because two and two could just as well equal three or five or ninety-nine if we so decided.’
‘But two and two do equal four. Unless you give some strange, special meaning to equal. You can count it off for yourself: one two three four. If two and two really equalled three then everything would collapse into chaos. We would be in another universe, with other physical laws. In the existing universe two and two equal four. It is a universal rule, independent of us, not man-made at all. Even if you and I were to cease to be, two and two would go on equalling four.’
‘Yes, but which two and which two make four? Most of the time, Eugenio, I think the child simply doesn’t understand numbers, the way a cat or dog doesn’t understand them. But now and then I have to ask myself: Is there anyone on earth to whom numbers are more real? […]’ [3621]

* * *

Due ultime citazioni, residue e scompagnate:

Perhaps there is wisdom in the law of nature which says that, before it can emerge into the world as a living soul, the embryonic being, the being-to-be, must for a term be borne in its mother’s womb. Perhaps, like the weeks of inwardness that the mother bird spends sitting on her eggs, a period of seclusion and self-absorption is necessary not only for an animalcule to turn into a human being but also for a woman to turn from virgin into mother. [1347]

‘[…] Inner voices! People lose their savings at the horse races obeying inner voices. […]’ [1540]

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