La canzone più rilassante di sempre?

Gironzolando sulla rete, e grazie a servizi come Zite, trovo cose interessanti o curiose e, se mi punge vaghezza, le condivido sul mio blog.

Ieri ho trovato questa notizia, che mi sembrava sufficientemente originale, anche perché l’ho trovata su un sito abbastanza esoterico, Panic about Anxiety, curato da Summer Beretsky, che si presenta così:

In twelfth grade, I wrote an essay called “Thinking Too Deeply About Over-Analyzation”. The topic was pretty self-explanatory: I picked apart (or, rather, overanalyzed) the very manner in which I overanalyze.

I got an A on the essay. I also got a comment from Mr. Jones, my Writing Workshop teacher, inked in red pen on the cover page: “Summer, you’re going to get an ulcer one day.”

Hi Mr. Jones! I’ve decided to bypass the ulcer and exceed your expectations — like the overacheiver that I am — & go straight for an anxiety disorder.

I had my first panic attack in college and, roughly estimating, I’ve added over 400 more to my resume to date. After the first one, my family physician wrote me a script for Xanax — which worked well until I developed a tolerance for it. Then, he gave me a script for Paxil. For two years, the Paxil stopped my panic attacks, but they flat-lined my emotions, my creativity, and my liveliness. The best parts of my life — interacting with friends, writing, and studying communication — became bland. I tried and failed to withdraw from Paxil twice.

The third time was, indeed, the charm. Over a (long!) period of seven months, I withdrew from Paxil as I began grad school. My withdrawal story was published in the LA Times and recorded for an upcoming-yet-still-unnamed-documentary. I’ve been contributing to the World of Psychology blog here on PsychCentral since 2008.

Now officially diagnosed with panic disorder, I’m still trying to tame my panic attacks, my perfectionism, and my over-analytical tendencies.

I say “tame” and not “eradicate” because the perfectionism & analysis have certainly helped me academically and professionally. I have a B.A. in Communication from Lycoming College and an M.A. in Communication from the University of Delaware. I’ve been working in marketing, social media, and local search for three years during the day.

When I’m not staring at an endless series of emails and spreadsheets in my Dilbert-style cubicle, I’m probably at home writing, training my parrot to talk, or spending time with my fiancee — who I met when I was five years old.

Unless you catch a glimpse of me shaking during a bad panic attack, you can’t necessarily “see” the panic disorder in me. Nor can you visually see the stress-induced migraines I get regularly. Invisible illnesses are very real, and I’m a strong advocate of extending compassion and understanding toward those who are suffering from them.

And why am I sharing my story with the internet? Mental health disorders still carry a stigma — and the more we share our stories, the more quickly the stigma will fade away. I want to be a part of that.

I enjoy writing about panic, anxiety, agoraphobia, and my Paxil-withdrawal experience. I’m a fan of biofeedback, cognitive behavioral therapy techniques, and therapeutic uses for technology.

Summer Beretsky

blogs.psychcentral.com

Ecco il post che ha attratto la mia attenzione:

The ‘Most Relaxing Tune Ever’, According to…Science? | Panic About Anxiety

È la nostra amica Summer che scrive:

Can science give us the perfect sleep-inducing song?

I’ve been a bit of an insomniac lately. Somewhere in the depths of 2 a.m. last night (or this morning?), I Googled “most relaxing song ever”.

And what did I expect to find? Well, a bunch of songs esteemed Most Relaxing by the court of popular opinion.

But instead, I found … science. Maybe.

La cosa curiosa è che l’articolo cui si fa riferimento era stato pubblicato dal Telegraph il 16 ottobre 2011 e aveva suscitato già allora qualche curiosità, anche da parte di qualche blogger nostrano.

Intanto cominciate ad ascoltare il brano (dura 8 minuti) e dopo ne parliamo. Se siete ancora svegli, perché è soporifero davvero.

La “ricerca” di cui si parla è stata commissionata dalla Radox, una marca di sali da bagno e bagni schiuma diffusa nel Regno Unito e in altre parti dell’ex-impero britannico (Irlanda, Malaysia, Australia, Sud-Africa e Repubblica Ceca – lo so che non è mai stata parte dell’impero, ma i prodotti Radox si vedono anche lì). Acquistata dalla Unilever nel 2009, la Radox ha lanciato una campagna pubblicitaria di grande successo, Be Selfish, entro la quale si inserisce anche questa iniziativa.

Radox

wikipedia.org

Gli autori del brano sono un trio di Manchester, i Marconi Union (Richard Talbot, Jamie Crossley e Duncan Meadows), formatosi nel 2003 e (per un breve periodo) vicino alla casa discografica di Brian Eno.

Weightless, lanciata il 16 ottobre 2011 insieme allo “studio” che la caratterizza come “la canzone più rilassante di sempre”, è stata composta in collaborazione con la British Academy of Sound Therapy (di cui ho trovato ben poco sul web, salvo che è stata fondata ed è diretta da Lyz Cooper, la signora roscia che vedremo nel video qui sotto).

La “ricerca” finanziata dalla Radox è stata condotta dalla Mindlab, un’impresa privata di neuromarketing (non chiedetemi che cos’è il neuromarketing), su 40 donne. Alle cavie sono stati fatti risolvere dei problemi per far salire il livello di stress e, dopo averle collegate a una serie di sensori, è stata fatta ascoltare Weightless e altri brani rilassanti (per dare l’impressione che si trattassse di un disegno sperimentale “scientifico” e controllato, suppongo). Weightless sarebbe risultato dell’11% più rilassante di ogni altro brano, con effetti comparabili a quelli di un massaggio, di una passeggiata o di una tazza di te (ma non era un eccitante, il te?) e avrebbe ridotto del 65% il livello d’ansia (misurato come?). Basta così. Se siete creduloni ve lo raccontano il Dr David Lewis-Hodgson e Duncan Smith della Mindlab International:

Ancora due cose mi incuriosiscono.

Primo. Weightless e tutta la connessa campagna Radox hanno una data d’inizio precisa, il 16 ottobre 2011. Quella è anche la data dell’articolo del Telegraph e della pubblicazione del clip di Weightless su YouTube (a oggi è stato visto poco meno di 800.000 volte, con un andamento di crescita abbastanza regolare). Io, come dicevo, l’ho trovato citato su un blog di nicchia. Come si spiega allora che un altro blogger italiano abbia fatto un post in cui racconta la storia e traduce in gran parte l’articolo del Telegraph proprio l’altroieri, il 9 febbraio 2012?

Secondo. Alla fine dell’articolo del Telegraph è riportata la classifica dei 10 brani più rilassanti. Non è chiaro chi l’ha stilata, forse gli “scienziati” della Mindlab sulla base dei risultati dei loro test. Ad ogni buon conto, eccola qui:

  1. Marconi Union – Weightless
  2. Airstream – Electra
  3. DJ Shah – Mellomaniac (Chill Out Mix)
  4. Enya – Watermark
  5. Coldplay – Strawberry Swing
  6. Barcelona – Please Don’t Go
  7. All Saints – Pure Shores
  8. Adele – Someone Like You
  9. Mozart – Canzonetta Sull’aria
  10. Cafe Del Mar – We Can Fly

Per fortuna un altro valoroso blogger italiano mi ha risparmiato la fatica di andarmi a cercare tutti i brani su YouTube. Li trovate qui.

Traffic – No Face, No Name, No Number

È tanto che non faccio il gioco delle canzoni che piacciono soltanto a me.

Del resto questa non è una canzone di che piace soltanto a me, ne sono sicuro; quanto meno, sono sicuro che piace (o almeno piaceva) a Carlo Massarini. Inoltre, è un pezzo di storia.

No face no name no number

chartstats.com

La canzone è del 1967 ed era sull’album Mr. Fantasy.

I’m looking for a girl who has no face
She has no name, or number
And so I search within his lonely place
Knowing that I won’t find her
Well, I can’t stop this feeling deep in inside me
Ruling my mind

I feel no sound
Don’t know where I’m bound

The scenery is all the same to me
Nothing has changed or faded
I’m a part of it, some part of me
Painted cool green, and shaded
So, try to find myself must be the only way
To feel free

Un anno

45mania.it

L’Equipe 84 ne fece una cover (all’epoca non si chiamava così, ma “versione italiana”). Trovo apprezzabile l’arrangiamento baroccamente sinfonico e con chiare influenze beatlesiane. Il testo (che non ha nulla a che fare con l’originale, come accadeva di frequente) è di Mogol. Il 45 giri fu un fiasco e arrivò soltanto al 20° posto della Hit Parade.

Mi sveglio e la mia mano cerca te
ma dove sei, da un anno?
Mi alzo e in quello specchio vedo che
è lungo, sai, un anno.
Mi siedo e la mia mente se ne va con te,
vola con te.

Tu entri in me
ma non sei realtà

e cammino ed è già notte
cerco un bar
è un anno ormai
che ho sete
Mi siedo e la mia mente se ne va con te,
vola con te.

Mi sveglio e la mia mano cerca te
è troppo tempo sai, un anno.

Thomas Mann – La montagna magica

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.

Dunque, eccomi qui. Me la caverò menando il can per l’aia: non recensendo il libro, ma parlandone un po’ in relazione a me e alle vicende che mi riguardano personalmente.

Il primo romanzo di Thomas Mann che ho letto fu I Buddenbrook, su suggerimento di mio padre: a casa mia – privilegio di cui non smetterò mai di essere grato ai miei – si parlava sempre a tavola “dei massimi sistemi” e dunque spesso di letteratura. Ero adolescente, non alle medie, suppongo, ma al ginnasio direi. Anche perché rimasi molto colpito dal modo in cui Mann descrive l’insorgere del tifo del piccolo Hanno. E perché ricordo di averne discusso con G. M., amico fin dalla prima elementare, di madre amburghese e quindi fonte preziosa di quelle atmosfere (soprattutto di Travemünde, dove se non ricordo male andavano anche in villeggiatura i cammellini di peluche del professor Kranz di Paolo Villaggio).

Qualche anno dopo ho letto (come tutti all’epoca) La morte a Venezia: il film di Luchino Visconti – senza l’articolo! – è del 1971, ma restò più memorabile, per me, per la scoperta dell’Adagietto dalla 5ª Sinfonia e dello stesso Gustav Mahler, che fino ad allora avevo appena sfiorato. Nel film l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia era diretta da Franco Mannino.

Poco dopo – erano dunque gli anni dell’università – arrivò la lettura di Doktor Faustus, legato anch’esso a una scoperta musicale (anche qui, più il Beethoven della Sonata op. 111 che la dodecafonia e la Scuola di Vienna). Oltre alla stupenda interpretazione di Sviatoslav Richter che vi propongo qui sotto, vi segnalo anche la bella lezione di Roman Vlad che trovate su Rai Educational.

Per molto tempo ho rinviato la lettura de La montagna incantata (all’epoca era tradotto così il titolo originale – Paolo Mauri racconta tutta la vicenda su la Repubblica), fino a quando la nuova edizione e traduzione non mi ha deciso al grande passo.

È un bel libro? Certamente sì.

È un bel romanzo? Non so. Opinione personalissima, e probabilmente una bestemmia per i veri esperti, e non posso escludere nemmeno che se lo rileggessi, magari in momenti e circostanze diverse …

Insomma, non sono sicuro che in quanto romanzo sia sopravvissuto bene agli anni: sarà che il linguaggio e il fraseggio così “classici” anestetizzano i grandi temi che sono il “vero” contenuto del romanzo, sarà che ci siamo abituati ai romanzi-saggio in cui la contrapposizione delle idee non ha bisogno di incarnarsi fisicamente in personaggi (e vicende), sarà che Davos ormai non ci fa nemmeno pensare alle gare di sci ma al forum di qualche decina di esperti strapagati che discettano del nostro destino, sarà che 1000 pagine sono tante per un romanzo e poche per un saggio che mette tutta quella carne al fuoco, sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro …

La musica dei pianeti (da Pitagora a Bach)

Continuando l’esplorazione di musiche “strane” e contaminate, abbiamo qui Mandala di Daniel Starr-Tambor. A ogni pianeta del sistema solare è assegnata una nota della scala armonica naturale, dal Si di Mercurio al Do# di Plutone tre ottave sopra. È una composizione palindroma, il più lungo palindromo mai scritto.

Mandala

brainpickings.org

C’è anche un omaggio a Bach.

L’ho scoperto su Brain Pickings, un blog interessantissimo: l’ho già detto?

The Solar System Set to Music: A Near-Perpetual Homage to Bach | Brain Pickings

Nel video l’autore spiega come ha fatto e varie altre cose con dei cartelli. Buona visione e buon ascolto.

La musica degli anelli degli alberi

Immagino sappiate che il numero degli anelli che si vedono in un tronco d’albero tagliato permette di stabilire quanti anni aveva l’albero e che con questo modo si possono calcolare date di eventi lontani nel tempo.

Ma una “fetta” di tronco d’albero assomiglia anche a un vecchio 33 giri di vinile. Era soltanto questione di tempo che a qualcuno venisse voglia di suonarlo. L’ha fatto Bartholomäus Traubeck con un pezzo che si chiama, prevedibilmente, Years.

La storia completa la trovate qui: Hacked Record Player Turns Tree Rings Into Music.

Qui invece il video. Buon ascolto.

Neve granulosa / Gresil / Graupel

In italiano, non abbiamo una singola parola per denotare la neve granulosa (avete presente la leggenda, non so se metropolitana o rurale, secondo la quale gli eschimesi hanno 70 parole per dir neve?).

Secondo il Vocabolario Treccani, in realtà, una parola ce l’avremmo, ma è un prestito dal francese:

grésilġreìl› s. m., fr. [der. di grès «gres»]. – Caratteristica precipitazione atmosferica, costituita da granelli bianchi, opachi e friabili, del diametro di pochi millimetri, formati da un nucleo di neve granulosa con un sottile involucro di ghiaccio, che cade di frequente nelle burrasche primaverili.

Gres, una ceramica vetrificata e molto dura, e originariamente equivalente ad arenaria, viene a sua volta dal franco *greot “ghiaia”.

Graupel

wikipedia.org

In inglese si usa invece una parola derivata dal tedesco, graupel.

Graupel

wikipedia.org

La parola è stata usata per la prima volta nel significato meteorologico in un bollettino del 1889 ed è propriamente il diminutivo di Graupe, “orzo perlato”, che a sua volta viene dallo slavo krupa, che ha il medesimo significato.

Niente di meglio che una zuppa bollente, dopo una nevicata …

Zuppa d'orzo

cucinaitaliana.inf

Tinker Tailor …

È abbastanza naturale che in questi giorni, in cui nelle sale italiane esce la versione cinematografica del romanzo La talpa di John le Carré (mi viene da scrivere il remake, perché tutti abbiamo in mente la versione televisiva BBC del 1979, trasmessa anche dalla tv italiana, con Alec Guinness nella parte di Smiley), si parli anche del titolo originale, Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

Molti hanno ricordato l’origine del titolo (viene da una “conta” inglese, che individua nel libro 5 sospettati di essere la talpa), tra cui di recente il merlo canterino. Inoltre, wikipedia è (come al solito) molto esauriente.

Guinness as Smiley

guardian.co.uk

Perciò mi limiterei a riproporre la canzone degli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui e qui), in cui Jimmy Page fa delle cose interessanti e sperimentali, suonando la chitarra con l’archetto, come un violino.

La seconda cosa che vorrei dire, e che non ho proprio trovato da nessuna parte, nemmeno nella documentatìssima voce di wikipedia citata poco fa, è il riferimento che (secondo me) fa alla filastrocca James Joyce, alla fine del penultimo capitolo dell’Ulysses, quello scritto a domande e risposte come un interrogatorio di polizia o il vecchio catechismo:

[…] Narrator: reclined laterally, left, with right and left legs flexed, the index finger and thumb of the right hand resting on the bridge of the nose, in the attitude depicted in a snapshot photograph made by Percy Apjohn, the childman weary, the manchild in the womb.

Womb? Weary?

He rests. He has travelled.

With?

Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer and Whinbad the Whaler and Ninbad the Nailer and Finbad the Failer and Binbad the Bailer and Pinbad the Pailer and Minbad the Mailer and Hinbad the Hailer and Rinbad the Railer and Dinbad the Kailer and Vinbad the Quailer and Linbad the Yailer and Xinbad the Phthailer.

When?

Going to dark bed there was a square round Sinbad the Sailor roc’s auk’s egg in the night of the bed of all the auks of the rocs of Darkinbad the Brightdayler.

Where?

Simon & Garfunkel – Kathy’s Song

Emerge dal pozzo della memoria una canzone bellissima e malinconica, che non riascoltavo da tempo. Chissà perché nemmeno Paul Simon si ricorda di metterla nei suoi concerti.

Per di più ha delle parole memorabili, tra cui spicca questa quartina:

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

C’è stato un periodo della mia vita in cui questa canzone, e in particolare questa strofa, sono stati un mantra che canticchiavo tra me e me e mi dava la forza di andare avanti, anche se la ragazza che allora amavo (e che naturalmente non ho mai smesso d’amare, poiché sono costante anche se non sempre fedele …) era lontana e la mia giovinezza era tormentata da dubbi esistenziali (ora è tormentata di dubbi esistenziali la mia età matura).

Ho già parlato in passato di canzoni che hanno avuto per me questa importanza (per esempio qui a proposito di un brano dei Pink Floyd).

Ecco il testo completo:

I hear the drizzle of the rain
Like a memory it falls
Soft and warm continuing
Tapping on my roof and walls.

And from the shelter of my mind
Through the window of my eyes
I gaze beyond the rain-drenched streets
To England where my heart lies.

My mind’s distracted and diffused
My thoughts are many miles away
They lie with you when you’re asleep
And kiss you when you start your day.

And a song I was writing is left undone
I don’t know why I spend my time
Writing songs I can’t believe
With words that tear and strain to rhyme.

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

And as I watch the drops of rain
Weave their weary paths and die
I know that I am like the rain
There but for the grace of you go I.

Quest’ultimo verso riprende una frase divenuta proverbiale in inglese: “There but for the grace of god go I.” Il significato è più o meno questo: quando un altro viene colpito da una disavventura o da una disgrazia, si può commentare che noi stessi potremmo esserci trovati nelle stesse condizioni se non fosse stato per la provvidenza.

Secondo i più (ma si levano anche voci scettiche) la frase sarebbe stata coniata dal predicatore inglese John Bradford (circa 1510–1555), che ne avrebbe pronunciato una variante (“There but for the grace of God, goes John Bradford”) vedendo dei criminali avviati al patibolo. La sua fede nella divina misericordia, peraltro, non era del tutto ben riposta, giacché egli stesso fu condannato al rogo come eretico nel 1555.

E dato che il vizio delle frasi memorabili non gli era passato, si racconta che le sue ultime parole, dette al suo compagno di supplizio, siano state: “We shall have a merry supper with the Lord this night.”

John Bradford

wikipedia.org

Eresia

Ho la sensazione di essere stato troppo “buonista” in questi giorni: ieri la maggior parte dei contatti mi è arrivata dal sito cyberteologia.it, probabilmente per l’aggiornamento al post Beati gli hacker, perché loro è il regno dei cieli. Per questo ho bisogno di un po’ di eresia e di libero pensiero.

Secondo il Vocabolario Treccani:

1. Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estensione, alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi.

2. per estensione e in senso figurato:

a. Idea o affermazione contraria all’opinione comunemente accettata: eresia poetica; eresia artistica; un articolo, un discorso pieno di eresie; i suoi giudizî sul nostro Risorgimento sono grosse eresie; in riferimenti politici, atteggiamento che contrasta con i principî dottrinali e le linee direttive (di un partito, di un regime, ecc.).

b. Grosso sproposito, richiesta esagerata: stai dicendo eresie; mille euro per la riparazione? ma è un’eresia!

c. familiare: Bestemmia: non mi far dire eresie!

3. anticamente: Discordia; con questo significato anche nel proverbio: la prima è moglie, la seconda compagnia, la terza eresia.

Jan Hus al rogo

wikipedia.org

Come spesso accade, l’etimologia ripulisce il termine dal senso “denigratorio” assunto nel tempo (ovviamente per responsabilità di chi gli eretici, potendo, li bruciava vivi) e lo nobilita riportandolo alla libertà di scelta e di pensiero.

Eresia, infatti, ci giunge – attraverso il latino haerĕsis, che ha già il significato ecclesiastico – dal greco αἵρεσις, che significa «scelta» e deriva dal verbo αἱρέω «scelgo».

Sono parenti di eresia anche aferesi (soppressione di una vocale o sillaba iniziale: la Puglia invece di Apulia), dieresi (la divisione di un gruppo vocalico nel corpo di una stessa parola, in modo che le due vocali non formino dittongo ma appartengano a due sillabe diverse – pa-ùra – e il segno diacritico con cui in determinati casi si segna tale divisione – rëale, atrïo) e la sineresi (che è il contrario della dieresi: pau-roso per pa-u-roso).

Ritmo

Secondo il Vocabolario Treccani (reggetevi forte che c’è un sacco di roba):

Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono; tale successione può essere percepita dall’orecchio (con alternanza di suoni e di pause, di suoni più intensi e meno intensi, ecc.), o dall’occhio (come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra, di azioni e pause, di azioni fra loro simili e azioni di diverso tipo, ecc.), oppure concepita nella memoria e nel pensiero: avere, non avere il senso del r.; r. regolare, costante; r. continuo, intermittente; r. lento, veloce, sempre più veloce e, iperb., r. concitato, frenetico, indiavolato; accelerare, rallentare il r.; in relazione all’impressione psicologica che esso produce: r. monotono, stanco, ossessionante. In partic.:

1.a. Con riferimento a impressioni acustiche: r. di una nenia, r. di un tamtam; colpi, spari che si succedono con r. costante. Per metonimia, nell’uso corrente, composizione di musica leggera, per lo più jazz, in cui la cadenza ritmica ha, nell’esecuzione, la prevalenza sulla melodia: un r. lento, vivace; l’orchestra ha eseguito un r. jazzistico, brasiliano. Per il sign. partic. del termine nel linguaggio musicale, v. oltre.
1. b. Con riferimento a impressioni visive: il faro si accende e si spegne con r. regolare; spec. di movimenti: l’ingranaggio si muove con un r. velocissimo; r. di un’oscillazione, di un pendolo; r. di danza; camminare, muoversi a r. di danza, con passi, mosse studiati in modo che ne risulti un movimento armonico, come di danza; r. di un esercizio ginnico.
1. c. Con riferimento a più impressioni o sensazioni concomitanti: r. cadenzato di marcia; battere il tamburo con r. rapido; r. della respirazione; r. della pulsazione delle vene, delle arterie; r. del cuore, o delle pulsazioni cardiache; disturbi di r., l’irregolare succedersi delle contrazioni cardiache, dovuto a cause diverse (v. aritmia).

2. a. Successione ordinata, a regolari intervalli di tempo, con cui si svolge un fenomeno, si sviluppa un organismo: ritmo delle stagioni; il r. di crescita di un organismo, animale o vegetale; il r. dell’eosinofilia nel sangue, nell’uomo; il r. del ciclo mestruale; r. biologico, sinon. di bioritmo; il r. delle migrazioni, dell’ibernazione, per alcuni animali; il r. di apertura o di chiusura dei fiori, degli stami, ecc., in certe piante, in determinate ore del giorno.
2. b. Con riferimento ad attività varie, lo svolgersi più o meno celere e intenso delle loro varie fasi: r. di gioco, r. di lavoro; il r. della vita, delle attività umane, e un r. di vita tranquillo, affannoso; la vita moderna si svolge con ritmi frenetici; aumentare, diminuire il r. della produzione; imprimere un nuovo r. a un’associazione, a un’organizzazione. Riferito ad azioni narrate o rappresentate: lo scrittore espone la vicenda con r. incisivo; la narrazione procede a r. serrato, susseguendosi cioè rapidamente le sue varie fasi (e, per estens., le indagini proseguono a r. serrato); r. di un romanzo, di un dramma, di un film.
2. c. Frequenza di successione di un fatto, di un fenomeno, cioè il numero delle volte che esso si ripete entro un certo tempo: r. delle vendite; r. delle partenze e degli arrivi; r. delle nascite. R. di un’arma da fuoco automatica, il numero di colpi che può sparare in un minuto primo (lo stesso che celerità di tiro).

3. In senso fig., di forme statiche che si succedono armonicamente nello spazio e non nel tempo (motivi ornamentali, linee di un disegno, masse architettoniche, ecc.), quasi che il loro succedersi fosse un’immagine di movimento: r. di un fregio, di una composizione pittorica; r. di un colonnato, di una serie di archi; r. delle linee di una facciata, di un edificio. In sedimentologia, regolare e ripetuta alternanza di due o più tipi litologici, che si succedono costantemente a causa del ripetersi e del perdurare delle medesime condizioni di disposizione.

4. In musica, uno degli elementi costitutivi (insieme alla melodia e all’armonia) del linguaggio musicale, ossia quello che si riferisce ai rapporti di durata intercorrenti tra i suoni in successione diacronica, nonché all’organizzazione, ordinata o no, di tali durate; il ritmo organizzato e dotato di un’accentuazione periodica prende il nome di metro o tempo: r. (o metro o tempo) binario, ternario, a seconda che il valore complessivo della battuta sia di due o di tre unità di tempo. Il termine è anche, talvolta, sinon. di inciso ritmico: r. anacrustico, r. tetico, r. acefalo a seconda che l’inciso cominci, rispettivam., in levare, in battere o con una pausa che sostituisce la prima nota; r. maschile, r. femminile, a seconda che l’inciso conclusivo di una frase musicale sia, rispettivam., tronco (cioè si concluda in battere) o piano (in levare).

5. a. Nella metrica, l’alternarsi, in un verso, di sillabe toniche e sillabe atone secondo determinate leggi: scandire il r. di un verso, leggerlo in modo da mettere in risalto tale alternanza; riferito alla metrica classica, e in partic. alla lettura moderna (in cui si accentano le arsi, generalmente lunghe, dei metri): r. trocaico, r. giambico e anapestico, ecc., a seconda che si accenti la prima o l’ultima sillaba del piede o del metro di quel tipo. In prosa, il succedersi degli accenti di frase, in genere senza leggi fisse (eccetto in qualche caso come nel cursus della prosa d’arte medievale), ma secondo il gusto e la sensibilità di chi scrive o parla.
5. b. Il componimento stesso che è caratterizzato dall’opposizione di sillaba tonica a sillaba atona, rispetto al verso classico basato sulla quantità sillabica e vocalica. In partic., nome di alcuni componimenti poetici medievali in volgare, che somigliano ai ritmi latini soprattutto perché costituiti da più o meno lunghe serie di versi senza schema metrico fisso, distribuiti in lasse disuguali tra loro, in ciascuna delle quali c’è o di gran lunga prevale una sola rima o assonanza: R. cassinese; R. laurenziano; R. di s. Alessio.

Tutto interessantissimo, devo dire. Ma i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo post sono altri due.

Il primo è l’etimologia: ritmo ci arriva, attraverso il solito latino (rhythmus), dal greco ῥυϑμός, che deriva dal verbo ῥέω, “scorro”. Da cui vengono anche rima (partente del ritmo, no?) e reuma (forse una conseguenza del bagnarsi in un rio?).

Il secondo è una curiosità: in inglese, rhythm è un bisillabo, pur non avendo nessuna vocale (y è una semi-vocale).

George Gershwin in persona suona “I Got Rhythm”.

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