Caino

Saramago, José (2009). Caino (Caim). Milano: Feltrinelli. 2010.

lafeltrinelli

lafeltrinelli

Premessa d’obbligo. Difendo questo libro dall’attacco post mortem del Vaticano, primo perché ognuno ha il diritto di professare le proprie opinioni, e secondo perché è comunque un’opera d’arte.

Fatta la premessa, a me non è piaciuto, perché Saramago ci ha abituati a ben altro. Anni luce lontani dall’intensità e dall’ispirazione di Il Vangelo secondo Gesù Cristo, che una ventina d’anni fa mi folgorò e mi fece scoprire il suo autore.

Qualche citazione merita comunque di essere riportata:

[…] Padre, che male ti ho fatto perché tu abbia voluto uccidermi, proprio io che sono il tuo unico figlio, Male non me ne hai fatto, isacco, Allora perché volevi tagliarmi la gola come se fossi un agnello, domandò il ragazzo, se non fosse apparso quell’uomo a trattenere il tuo braccio, che il signore lo copra di benedizioni, ora staresti riportando a casa un cadavere, L’idea è stata del signore, voleva fare la prova, La prova di che, Della mia fede, della mia obbedienza, E che razza di signore è questo che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio, È il signore che abbiamo, il signore dei nostri antenati, il signore che c’era già quando siamo nati, E se quel signore avesse un figlio, farebbe uccidere anche lui, domandò isacco, Lo dirà il futuro, Allora il signore è capace di tutto, del bene, del male e del peggio [69]

Ma l’unica cosa veramente memorabile, secondo me, è questa:

[…] la carne è supinamente debole, e non tanto per colpa sua, giacché lo spirito, il cui dovere, teoricamente, sarebbe di alzare una barriera contro tutte le tentazioni, è sempre il primo a cedere, a issare la bandiera bianca della resa. [47]

Tirate sul pianista

Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste), 1960, di François Truffaut, con Charles Aznavour, Marie Dubois, Nicole Berger e Michèle Mercier.

https://i0.wp.com/www.film.tv.it/imgbank/LOC/TI/01067501.JPG

Il secondo film di Truffaut, dopo I 400 colpi. Un film completamente diverso: quello era autobiografico, intimistico, francese; questo è l’adattamento di un noir, d’azione, americano. Truffaut stesso dice che voleva pagare i suoi debiti con il cinema americano che tanto amava. La critica invece scrisse che i registi della nouvelle vague erano tutti uguali, giravano una bella opera prima, autobiografica, e cadevano sul secondo film, per mancanza di professionismo e di mestiere.

Naturalmente non è così, e la materia si trasforma nelle mani di Truffaut che realizza (quanto meno, visto con gli occhi di adesso e il senno di poi) un film che più truffautiano non si può. La chiave (e il fascino) del film mi sembra stare nello scarto tra immagini e dialogo: al dialogo viene affidato il compito di continuare la riflessione, così pervasiva in tutta l’opera di Truffaut, sul rapporto tra i sessi e sull’amore. Delicatamente, intensamente, con delicatezza e ironia, anche qui.

Nel clip che segue, verso il quarto minuto e mezzo, c’è un divertente dialogo sulla fascinazione femminile esercitata sugli uomini, che anticipa film più tardi.

E qui una delicatissima scena d’amore (fatemi un piacere, guardatela due volte, la prima per intenerirvi, la seconda per ammirare la maestria del montaggio):

Ah, i baci di Truffaut. Ma qualcuno su YouTube ha avuto l’idea prima di me…

La storia di gangster – affidata alle immagini – è prevalentemente notturna, urbana, cupa e invernale, per poi concludersi nel bianco abbacinante della campagna innevata all’alba. Notate la morte di Léna verso la fine del settimo minuto, e la macchina che si muove nel silenzio assoluto.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

L’orda d’oro 1968-1977

Balestrini, Nanni e Primo Moroni (1997). L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Milano: Feltrinelli. 2008.

Un libro facilissimo o difficilissimo da recensire.

Recensione facile: un’ampia e documentata storia, partigiana al punto giusto, di un decennio essenziale per capire l’Italia, anche quella melmosa di adesso.

Recensione difficile: il libro è interessante, plurale nelle voci e nei punti di vista che si susseguono, ma drammaticamente discontinuo. Non è costruito in modo lineare, come un libro di storia tradizionale, ma ovviamente da Balestrini non mi aspettavo questo. Però le voci che si susseguono sono troppo disomogenee: trovare mescolati (e senza nessuna indicazione che ci permetta di distinguere le fonti e gli autori, salvo che in pochissimi casi) testi di volantini, documenti e analisi dell’epoca, analisi più o meno di parte fatte 10 o 20 anni dopo rende la lettura molto difficile e faticosa al limite del fastidio. Mi sono chiesto più volte, leggendo: ma se qui non mi ci raccapezzo io, che pure li ho vissuti quegli anni (una parte consistente, quanto meno, e dal punto d’osservazione privilegiato di Milano), che cosa può capire un ragazzo contemporaneo, che vi si avvicini per capire che cosa sono poi stati quei mitici Sessantotto e Settantasette e gli anni in mezzo (non meno importanti!) o per farci una ricerca o una tesi di laurea? E forse sarebbe stato meglio, a questo punto, un’antologia dichiarata di testi e materiali in una prima parte del volume, e una serie di saggi di commento nella seconda. Tra questi ultimi brillano tra tutti, per la loro qualità, i contributi di Sandro Mancini (che dà un contributo importante all’analisi della nascita e della specificità operaista del Sessantotto italiano) e di Paolo Virno (all’estremo opposto, sulla sconfitta e la fine del movimento).

Parnassus

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Doctor Parnassus), 2009, di Terry Gilliam, con Christopher Plummer, Andrew Garfield, Lily Cole, Tom Waits, Heath Ledger (e Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law, subentrati alla morte di Ledger).

productionguild.com

productionguild.com

Il DVD che ho comprato in edicola (per di più dovendo anche pagare la copia di Panorama cui era allegato, copia che ho ovviamente ho buttato senza leggerla) è una fregatura: ha soltanto la versione doppiata in italiano del film. Inutile dire che sentire le vere voci degli attori, eventualmente con i sottotitoli, è uno dei motivi per cui preferisco vedere il DVD a casa piuttosto che andare al cinema (l’altro motivo è fumarmi in pace un sigaro).

Quanto al merito, difficile decidere da dove iniziare. Un gran film. Un film film.

Terry Gilliam è un visionario, e questo film è tutto una visione, aiutata e accompagnata da citazioni di quadri e artisti famosi, da Monet a Magritte. si aggiungono, per soprammercato, un po’ di quei buffi cartoni molto inglesi che condivano di surreale le puntate (e la sigla) dei Monty Python. Avrei voluto farvi vedere la scena del ballo tra i vetri rotti, ma dovrete accontentarvi. Il trailer mi pare dia un’idea generale abbastanza fedele:

La morte di Ledger ha portato all’idea – fortuita ma geniale – di far cambiare i connotati al personaggio di Tony, con l’interpretazione di 3 altri grandi attori.

Per finire, due battute fulminanti (siamo pur sempre dalle parti dei MP):

Dialogo tra Parnassus e Mr Nick, il diavolo:
Parnassus: “That’s why we’re still here. You can’t stop stories being told somewhere! You can’t be everywhere!”
Mr Nick (furioso, irritato): “A weak hypothesis!”

Percy a Parnassus, dopo che Valentina se n’è andata: “Telling the truth… Always a bad idea.”

Dimenticavo: Christopher Plummer è il Capitano Von Trapp di Tutti insieme appassionatamente.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Competition

Case, James (2007). Competition: The Birth of a New Science. New York: Hill and Wang. 2008.

covers.fwis.com

covers.fwis.com

Due libri in uno, piuttosto diversi tra loro. Per la verità, l’autore ne è consapevole: la prima parte è una trattazione teorica della concorrenza, nel suo progresso (così si esprime Case) da arte a scienza, soprattutto attraverso la teoria dei giochi. La seconda, tratta della concorrenza in ambito economico, ed è sostanzialmente un pamphlet contro la sintesi neoclassica e le teorie mainstream.

Niente di male, ma mi aspettavo altro e sono rimasto un po’ deluso. E di confutazioni delle teorie economiche mainstream ne ho lette molte, per lo più migliori di questa.

Ci sono comunque un paio di citazioni da salvare, perle in un mare piuttosto sciatto.

Economics at its best can function as a science of scarcity. But such a science has little to offer a policy process incapable of distinguishing between that which is truly scarce and that which is only rumored to be. Essentials like food, clothing, and shelter are by no means scarce in today’s developed nations. Equally plentiful are luxury items like skis, diamonds, Hummers, and trips to Las Vegas. Cuban cigars and estate-bottled Burgundies are scarce, to be sure. But few other things are.
Jobs, in contrast, are scarce wherever you go. In Mexico – and in the lands further south – people are willing to pay thousands of dollars, and then endure weeks of hardship leavened by mortal risk, to be smuggled across the Sonoran Desert into the United States, knowing as they go that only the most menial tasks await them. Desperate natives of other continents risk long sea voyages – often concealed in the sweltering holds of cargo ships – with equally unenviable prospects. [pp. 305-306]

Secondo Case, si tratta delle avanguardie di un processo di massiccia automazione, in cui i posti di lavoro qualificato saranno (come ora) pochi e quelli di lavoro dequalificato saranno (diversamente da ora) scarsi. Molto discutibili le soluzioni proposte.

L’altra citazione, in realtà, è ripresa da Feynman:

Seldom has anyone explained what science is – and is not – as simply and well as Richard Feynman did in his 1974 commencement address to the students of Caltech. science, he said on that occasion, is nothing more than a method developed over the years for separating ideas that work from ideas that don’t. Anyone who observes the same natural phenomena day after day, such as the ebb and flow of the tides or the barking of dogs in a village street, will begin to develop ideas about them. Try and see. There’s nothing scientific about having ideas. Everyone does that. Science, said Feynman, begins when somebody figures out a way to test an idea to see if it works or not. [p. 317]

Lili Marleen

Lili Marleen, 1981, di Rainer Werner Fassbinder, con Hanna Schygulla e Giancarlo Giannini.

blog.goethe.de/ozfilmfest/uploads/schygulla1.jpg

Sostanzialmente un polpettone melodrammatico, ma un bel polpettone, che mi è piaciuto. Secondo alcuni il peggior film di Fassbinder, secondo Mereghetti uno dei peggiori. Non so e non mi interessa: servono queste classifiche? È comunque filmato e fotografato splendidamente.

Non farò una vera recensione, ma mi soffermerò su 3 cose che mi hanno fatto pensare:

  1. Fassbinder stesso compare come Weissenborn, il capo della resistenza. Volutamente ambiguo e untuoso, sembra piuttosto il tipico esibizionista da giardinetto.

    heasel.files.wordpress.com/2010/01/rainer_werner_fassbinder2.jpg

  2. Catturato dalla Gestapo sotto falso nome, Robert Mendelsson (Giannini), il fidanzato di Willie (Schygulla), in cella è costretto ad ascoltare all’infinito un frammento della canzone (“Wie einst Lili Marleen”). Resiste, come può. Ma pensate se fosse stato fidanzato con Emanuele Filiberto…
    Qui la versione originale di Lale Andersen (dalla cui autobiografia è liberamente tratto il film).
  3. Nella scena finale del film, Robert – finalmente divenuto un grande direttore d’orchestra – dirige l’8ª sinfonia di Mahler (a partire da 3’15” nel filmato qui sotto).
    Il testo in tedesco, tratto dal Faust di Goethe, dice:
    Alles Vergängliche
    Ist nur ein Gleichnis;
    Das Unzulängliche,
    Hier wird’s Ereignis;
    Das Unbeschreibliche,
    Hier ist’s getan;
    Das Ewig-Weibliche
    Zieht uns hinan.

    Cioè (Nella traduzione di Andrea Casalegno):
    Tutto il peribile
    è solo un simbolo;
    l’inattingibile,
    qui si fa evento;
    l’indescrivibile,
    qui ha compimento;
    l’Eterno Femminile
    ci fa salire.

    Un avatar dell’Eterno Femminile è chiaramente il volto diafano di Hanna Schygulla che guarda dallo spioncino…

La cena

Koch, Herman (2009). La cena (Het Diner). Vicenza: Neri Pozza. 2010.

Troppe portate, in questa cena.

L’autore ci mette praticamente tutto quello che gli passa per la testa. Io sono per l’economia del racconto (a meno che le divagazioni siano programmatiche, come in Sterne). Qui troppe cose sono evocate e alla fine non capiamo se sono rilevanti o irrilevanti per la storia narrata. E non aiuta neppure il troppo non detto (la malattia di Paul, per esempio).

Scrittori non ci si improvvisa. E dei bestseller inaspettati (Firmin docet) è meglio diffidare.

Le perfezioni provvisorie

Carofiglio, Gianrico (2010). Le perfezioni provvisorie. Palermo: Sellerio. 2010.

Le perfezioni provvisorie

ilsole24ore.com

Un po’ di stanchezza. Non so se mia o dell’autore, per la verità. Propendo per la seconda delle ipotesi: nella letteratura di genere, e soprattutto nel poliziesco in cui ritorna, di solito, l’investigatore, l’autore è costretto a qualche bieco trucchetto. Il più facile è lo stereotipo, e subito dopo viene la memoria di casi passati: un modo per imbarcare anche il lettore neofita, che non ha letto le storie precedenti, e al tempo stesso per strizzare l’occhio a quello affezionato. E così la storia della letteratura “gialla” pullula di coltivatori d’orchidee, di cellule grigie e baffi a manubrio, di soluzioni al 7%. In questo caso, Guerrieri prende a pugni il Sacco (con la S maiuscola), e beve sempre un po’ troppo (ma in questo è in buona compagnia).

In questo romanzo non si sfugge all’impressione di essere dentro un abile gioco di citazioni. È abbastanza evidente che siamo in presenza della riscrittura di un celebre racconto di Sherlock Holmes  – anche se il gioco, almeno all’inizio, non è troppo scoperto, immagino, per il lettore episodico (il richiamo al Mastino dei Baskerville è in realtà fuorviante, gioco nel gioco): purtroppo io sono stato un lettore sistematico della raccolta completa (Arthur Conan Doyle, The Penguin Complete Sherlock Holmes), e quindi a me non mi ha fuorviato, e dunque non mi sono lasciato distrarre (peggio per me, cui un po’ del divertimento insito nel fattore sorpresa è stato sottratto). Più una citazione di Auguste Dupin, in particolare quello della Lettera rubata: ma qui il gioco era leggero.

Un romanzetto post-moderno, alla fine.

Pur sempre cosparso di perle, però:

«Le amiche, sì. Premetto che io sono sempre molto cauto con le mie sensazioni sulla spontaneità o sulla sincerità dei testimoni o degli indagati. Sa qual è un buon modo per verificare se un  investigatore è un fesso?»
«No, me lo dica. Può tornare utile».
«Chiedergli se è capace di accorgersi quando qualcuno gli sta mentendo. Quelli che rispondono di sì e dicono che è impossibile raccontare loro delle bugie sono i più fessi di tutti. E sono quelli che un bugiardo bravo si mette in tasca con più facilità e maggiore gusto». [pp. 88-89]

«I manuali suggeriscono di procedere in due fasi, quando si sente un informatore. Nella prima, è meglio lasciarlo parlare liberamente, senza interruzioni e intervenendo solo per fargli percepire che stiamo seguendo il suo discorso. Quando questo racconto libero si è esaurito bisogna passare alle domande specifiche, per i chiarimenti e gli approfondimenti. E alla fine bisogna sempre lasciare una porta aperta. Bisogna dire al teste che sicuramente, dopo, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, ricorderà qualche altro dettaglio. Magari gli sembreranno dettagli insignificanti e sarà portato a tenerseli per sé. Questo non deve accadere. Fra quei dettagli apparentemente insignificanti può nascondersi la chiave per risolvere il caso».
«E dunque?»
«E dunque bisogna dire al teste che se gli viene in mente qualche altra cosa – qualsiasi cosa – deve richiamarci. Serve a non disperdere informazioni, ma anche a rinforzare il senso di responsabilità del teste. Se si sente responsabile, si manterrà in uno stato mentale attivo, e questa è la premessa fondamentale per recuperare ulteriori dettagli». [pp. 93-94]

Carofiglio ci offre chiaramente il meglio di sé, quando ci propone il know-how specifico della sua professione.

Particolare soddisfazione – per il lettore compulsivo come me – la offre lo scoprire una citazione implicita (altro sintomo del post-moderno), come questa:

Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti. [pp. 124-125]

Bellissima parafrasi, con una scelta delle parole,  una padronanza lessicale davvero invidiabili. Magistrale e rigorosissimo l’uso di o-e-o, che ti disegna sotto gli occhi la matrice delle possibili combinazioni. E civettuolo quell’ha detto qualcuno… Ma siamo in grado di svelare l’arcano: l’ha detto Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord, e l’ha citato Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro Hammerstein o dell’ostinazione. Nel mio post su quel libro avevo riportato proprio quella citazione.

Un’ultima cosa: bellissima e raffinatissima l’immagine di copertina.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Gadda, Carlo Emilio (1957). Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. In: Romanzi e racconti II. Milano: Garzanti. 2007.

Non penso di doverlo dire io (molti l’avranno certo detto in modo più autorevole) ma siamo qui davanti a uno dei grandi romanzi del Novecento. Su scala mondiale, intendo dire. Ma c’è qualcosa di più, secondo me, che affratella questo romanzo agli altri grandi che vengono in mente: ed è la sensazione che la realtà sia un inestricabile garbuglio senza un discernibile senso e che la città, la grande città, sia il più ambizioso tentativo umano di mettere ordine al caos.

Gadda – bravo ingegnere oltre che grande scrittore – la sua ipotesi la illustra fin dalla seconda pagina:

Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come agnello d’Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. «Già!» riconosceva l’interessato: «il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto.­» sosteneva, tra l’altro, che le inopinate catatastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui un’opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi ghigno, tra amaro e scettico, a cui per «vecchia» abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei «suoi» delitti. «Quannome chiammeno!… Già. Si me chiammeno a me… può stà ssicure ch’è nu guaio: quacche gliuommero… de sberretà…» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano.

La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo». [pp. 16-17]

Va da sé che, date queste premesse, ci troviamo davanti a un poliziesco sui generis e non ci aspettiamo di trovare un colpevole, e tanto meno una causa, o causale che sia.

Prima di tornare al tema principale (il caos e la città), consentitemi una digressione sullo gnommero e sullo gliuommero. Lo “gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo” non l’ho trovato attestato altro che in questo celebre brano gaddiano, ed è dunque un hapax [in linguistica e in filologia, un hapax, dal greco ἅπαξ λεγόμενον (hàpax legòmenon, “detto una volta sola”) è una forma linguistica (parola o espressione), che compare una sola volta nell’ambito di un testo, di un autore o dell’intero sistema letterario di una lingua]. Lo gliuommero è invece attestato nel Vocabolario Treccani, sia pure nella variante gliommero.

glïòmmero s. m. [lat. glŏmusmĕris «gomitolo»]. – Voce del dialetto napoletano («gomitolo»), usata anche per indicare un componimento poetico dei secoli 15° e 16°, formato di una serie di endecasillabi con rima al mezzo, in cui si affastellano gli argomenti più varî, allusioni a fatti del giorno, ricordi di vecchie storie, proverbî, ecc.

Ma, per tornare ai grandi romanzi del Novecento, ecco la Roma fascista di Gadda gemellarsi con la Dublino di Joyce (quella di Ulysses e ancora di più quella di Finnegans Wake – che però quasi nessuno ha letto e che nemmeno io sono riuscito a finire), la Praga di Kafka (penso soprattutto a Il processo e a Il castello), la Vienna di Musil (L’uomo senza qualità; Musil non è un ingegnere, ma si laureò in filosofia sulle teorie di Mach…) e, in misura minore, la Parigi di Proust (Alla ricerca del tempo perduto).

Al “nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero”, al caos del reale si contrappone l’ordine cercato della città (e della legge), letteralmente come un meccanismo a orologeria progettato per imbrigliare il caso:

Da ritta, ove il piano s’infoltiva di abitacoli e discendeva a fiume, Roma gli apparì distesa come in una mappa o in un plastico: fumava appena, a porta San Paolo: una prossimità chiara d’infiniti penzieri e palazzi, che la tramontana avea deterso, che il tepido sopravvenire di scirocco aveva dopo qualche ora, con la cialtroneria abituale, risolto in facili imagini e dolcemente dilavato. La cupola di madreperla: cupole, torri: oscure macchie de’ pineti. Altrove cinerina, altrove tutta rosa e bianca, veli da cresima: uno zucchero in una haute pâte, in un mattutino di Scialoia. Pareva n’orloggione spiaccicato a terra, che la catena dell’acquedotto claudio legasse… congiungesse… alle misteriosi fonti del sogno. [p. 191]

E subito dopo, per me irresistibile (anche se poco ci azzecca con quanto andiamo argomentando – o forse un po’ sì, essendo un altro modo di mettere ordine ancorché morto al vitale brulicante caos) questa annotazione sui tempi della burocrazia:

Come delle pere, delle nespole, anche il maturare d’una pratica s’insignisce di quella capacità di percettibile macerazione che la capitale dell’ex-regno conferisce alla carta, si commisura ad un tempo non revolutorio, ma interno alla carta e ai relativi bolli, d’incubazione e d’ammollimento romano. S’addobbano, di muta polvere, tutte le filze e gli schedari degli archivi: di ragnateli grevi tutti gli scatoloni del tempo: del tempo incubante. Roma doma. Roma cova. In sul pagliaio de’ decreti sua. Un giorno viene, alfine, che l’ovo della sospirata promulga le erompe alfine dal viscere, dal collettore di scarico del labirinto decretale: e il relativo rescritto, quello che abilita il macilento petente a frullar quel cocco, vita natural durante a frullarlo, vien fulgorato a destino. In più d’un caso ci arriva insieme l’Olio Santo. Abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, a esercitar quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio: e che d’allora in poi, de jure decreto, si studierà esercitare un po’ per volta all’inferno con tutto l’agio partecipatogli dall’eternità. [pp. 191-192]

Naturalmente, la recherche d’Ingravallo (e nostra) resta frustrata. Anche se il nostro “cercava, cercava di tirar le somme a ragione: di tirare i fili, si sarebbe detto, all’inerte burattino del probabile.” [p. 272]

Sono tentato di iscriverlo come motto o impresa dei miei propositi: “Tirare i fili all’inerte burattino del probabile”.

Del film e della canzone di Alida Chelli parleremo un’altra volta. Consentitemi invece di concludere con questo vertiginoso baccanale, in cui un topazio diventa un topaccio trasformato da Circe nella pineta di Castel Porcano/Porcino…

Avea veduto nel sonno, o sognato… che diavolo era stato capace di sognare?… uno strano essere: un pazzo: un topazzo. Aveva sognato un topazio: che cos’è, infine, un topazio? un vetro sfaccettato, una specie di fanale giallo giallo, che ingrossava, ingrandiva d’attimo in attimo fino ad essere poi subito un girasole, un disco maligno che gli sfuggiva rotolando innanzi e pressoché al di sotto della ruota della macchina, per muta magia. La marchesa lo voleva lei, il topazio, era sbronza, strillava e minacciava, pestava i piedi, la faccia stranita in un pallore diceva delle porcherie in veneziano, o in un dialetto spagnolo, più probabile. Aveva fatto una cazziata al generale Rebaudengo perché i suoi carabinieri non erano buoni a raggiungerlo su nessuna strada o stradazia, il topazio maledetto, il giallazio. Tantoché al passaggio a livello di Casal Bruciato il vetrone girasole… per fila a dest! E’ s’era involato lungo le rotaie cangiando sua figura in topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo: e il Roma.Napoli filava filava a tutta corsa dietro al crepuscolo e pressoché già nella notte e nella tenebra circèa, diademato di lampi e scintille spettrali sul pantografo, lucanocervo saturato d’elettrico. Fintantoché avvedutosi come non gli bastava a salvezza chella rotolata pazza lungo le parallele fuggenti, il topo-topazio s’era derogato di rotaia, s’era buttato alla campagna nella notte verso le gore senza foce del Campo morto e la macchia e l’intrico del litorale pometino: le donne del casello strillavano, gridavano ch’era ammattito: lo fermassero, lo ammanettassero: il locomotore lo rincorreva in palude, coi due occhi gialli tutta perscrutava e la giuncaia e la tenebra fino laggiù, dove i nomi si diradano, appiè il monte della contessa Circia, ove luminarie e ghirlande dondolavano sopra le altane a lido, nello spiro seròtino del mare. Nereidi, ivi, appena emerse dal flutto e subito ignudàtesi della lor veste d’alghe e di spuma fra l’andirivieni dei camerieri in bianco e de’ sifoni ghiacci e delle fistule, solevano allegrare la notte fascinosa di Castel Porcano. La contessa, tra languide nenie, dimandava una fiala al sonno, all’oblio: ai ghirigori vani, agli smarrimenti del sogno. Del sogno di non essere. A Castel Porcino, sotto festoni di pere gialle da due watt e palloncini sbronzi e dolcemente obesi nell’alitare e nello smorire d’ogni mèlode, la maga dalla tabacchiera in apertura (perpetua) elicitava al fiuto gli imminenti suini, coloro che di quel filtro, e di quell’olezzo, erano per tornare in porci grifuti, dopo essersi fatti orecchiuti asini a la scuola: del manganello del machiavello. Già le alunne si divincolavano, bianchissime eccettoché il trigono cesputo, da ogni torquente veto dei padri, si storcevano in una muta profferta: che di moresca lenta e ritenuta sarabanda s’esaltava a mano a mano fino al ritmo trocàico d’una estampida, ove il bàttito risoluto del piede regalasse fiere arsi al piancito: mentre la sùbita erezione e lo scotimento e del collo e del capo ridava all’abisso i capelli, significando la indomita alterezza e della cervice e dell’animo, ribadita dal taratatà delle nàcchere. Intervenendo indi nel coro l’aggressione degli ignudi (e non per anco ebefatti) la stampita si esasperava a sicinnide, a danza simulatamente apotropàica: una frotta di spaurite mamillone facevan le viste d’aborrire un branco di satiri, di farsi schermo e ricovero e delle mani e della fuga verso i rubescenti e fumiganti lor tirsi: di già mezzo imbecillati, per vero, delle trasmodate officiature: del naso. Piombatogli in quel punto tra le gambe come la nera fólgore d’ogni solletico e d’ogni nero evenire, il topaccio pazzo aveva impaurato a un tratto le belle. Schegge d’un cuore esploso, erano chizzate via in ogni direzione in ogni canto, dimesso d’un subito, alla sola vista di quella spiritata pantegana, il loro ancheggiante e mamillato sacerdozio. Ed erano gridi ed acuti da non dire, mentre saettava qua e là il baffone come cocca di balestra, nera acuminata polpetta. Molte, smemoratesi d’essere ignude, avevano fatto il gesto d’abbassare la gonna ai ginocchi, a proteggere una delicatezza indifesa: ma la gonna se la sognaveno. E la delicatezza artrettanto.

Così, nel delirio, avevano domandato scampo alla fuga, agli specchi del padùle, alle ombre dei giunchi, alla notte, all’argentata macchia dei lecci, dei pini a lido, alle risciacquature libere del lido, signoreggiato da bullicante maretta: altre, poetesse ed oceanine precipiti da le scogliere lunari del circèo, s’erano buttate a le spume del frangente. Ma la contessa Circia ebriaca arrovesciava il capo all’indietro, ricadendole i capelli zuppi (mentre palloncini gialli ridevano e dondolavano in cinese) nella torpida benignità della notte: zuppi d’uno shampo di white label: la fenditura della bocca, quale in un salvadanaio di coccio, s’inarcava sguaiata fino a potersi appuntare agli orecchi, le spaccava il volto come il cocomero dopo la prima incisione, in due batti batti, in due sottosuole di ciabatte: e dagli occhioni strabuzzati, che gli si vede il bianco di sotto a l’iridi come d’una Teresa riposseduta dal demonio, le gocciolavano giù per il volto lacrime etiliche, stille azzurrine>: opalescenti perle d’un contrabbandato pernod. Invocava la fiasca del ratafià, chiamava le sovvenzioni del Papà, del Papè, del grande Aleppo; dell’invisibile Onnipresente, ch’era, tutt’al contrario dell’Onnivisibile fetente salutato salvatore d’Italia, onnipotente nel praticare il solletico, ogni maniera di solletico: quanto era quello impotente a combinare checchefosse, e men che meno le sue verbose bravazzate. Stillava perle azzurrine, lacrime di àloe, di terebinto e di wodka: arrovesciato il capo, smarriti nella notte i capelli, coi due diti pollice indice con un topazio giallo cadauno aveva sollevato la gonna, sul davanti, palesato a tutti che ciaveva le mutanne. Ce l’aveva, la santa donne, le mutanne: sì sì ce l’aveva ce l’aveva. Lo spiritato ratto aveva infilato quella via, ch’era la via del dovere per lui e per l’annasante sua fifa, le rampicava ora le cosce come un’edera, grasso e nel suo terrore fremente, la faceva ridere e ridere a cascatella grulla, smaniare dal solletico: ecco là: ce l’aveva di cartone e di gesso, le mutanne, quella volta. Perché una volta in vita le avevano ingessato la trappola. [pp. 192-194]

Pubblicato su Recensioni. 6 Comments »

Scienza e sentimento

Pascale, Antonio (2008). Scienza e sentimento. Torino: Einaudi. 2008.

Pascale è un narratore interessante, anche se ne ho parlato su questo blog soltanto qui a proposito della sua analisi di La cura di Franco Battiato. pubblicata su Limes 2/2009 e disponibile online sul sito della rivista.

Nemmeno questa è un’opera di narrativa, ma un libello contro la posizione, largamente diffusa a sinistra, che il “naturale” è Bbuóno e lo scientifico-industriale (OGM in testa) è No Bbuóno. Dato che la penso anch’io così (come Pascale, non come la vulgata di sinistra) il libriccino mi è molto piaciuto, e lo consiglio vivamente.

Ma l’argomento e la tesi del libro è meglio lasciarli esporre a lui (cito dalla quarta di copertina):

In questi ultimi anni molti intellettuali, privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura. Con interventi di orientamento «romantico» hanno tentato di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano).
Davanti a categorie come queste, si sa, non c’è ragione che tenga. Il nostro romantico cuore spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato.
E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. E davanti al bicchiere d’acqua non si lascia prendere né dal panico (apocalittico) né dall’emozione (creativa). Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura.
Da un narratore darwinista il manifesto laico per una nuova discussione sulla scienza. Con alcune risposte agli argomenti che dominano la nostra discussione pubblica: l’agricoltura, la chimica, il biologico, gli Ogm. Risposte forse non definitive, ma certamente misurazioni piú esatte.

Prima che qualcuno protesti che un letterato non si deve impicciare di problemi che non conosce (a meno che non sia un intellettuale organico, va da sé), dirò che Pascale è laureato in agraria e lavora al ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.

Ma naturalmente il punto non è questo. Quasi tutte le affermazioni di Pascale sono – secondo me – ampiamente condivisibili. Inoltre, Pascale scrive in un modo accattivante e originale. Infine, i collegamenti che riesce a fare tra argomenti “umanistici” e argomenti “scientifici” sono sempre stimolanti e invitano a pensare fuori dagli schemi.

Tre buoni motivi per comprare e leggere il libro.

Pubblicato su Recensioni. 6 Comments »